LA STATUETTA DI UN GLADIATORE BERGAMASCO

Una delle tombe rinvenute a Casazza (BG) l’antica Cavellas conteneva la statuetta in terracotta di un gladiatore, in particolare di un trace, sulla base del tipo di armamento.Gli aspetti formali collegano la statuetta alla Venetia marittima poiché trova specifici confronti con un altro esemplare scoperto ad Altino nell’alto Adriatico.

RITI FUNEBRI

Nel territorio bergamasco , come in tutto il mondo romano fino al I II sec dC il rito funebre prevalente era la cremazione che prevedeva la deposizione del defunto sulla pira con il corredo, il resto del banchetto funebre e gli olii profumati. La cremazione poteva essere diretta “bustum”con la combustione sulla fossa tombale ,oppure indiretta, più frequente in cui il defunto era arso in un posto specifico” ustrinum”. Il corredo era costituito da oggetti di ornamento e di lavoro, lucerne, balsamari, bicchieri e monete , spesso oggetti miniaturistici in vetro, terra sigillata.La composizione dei corredi indica il grado di diffusione della cultura romana.Mentre alla fine dell’ ‘etá del ferro ,agli oggetti della cultura locale si affiancavano quelli romani, dall’ ‘etá augustea i corredi erano composti solo da materiali romani, pur sopravvivendo attestazioni di religiosità gallica, come la frantumazione degli oggetti o la deposizione di spiedi.

Statuetta in terracotta di un gladiatore da Casazza l’antica Cavellas
Statuetta di terracotta di gladiatore da Altino.

LE TRE “PERLE” DEL MUSEO GRANDI OPERE DI PAGAZZANO

Castello di Pagazzano

Sono stati presentati via webinar i primi tre quaderni del Museo Archeologico delle Grandi Opere (M.A.G.O.) di Pagazzano (Bg).  I tre volumi, curati dalla Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio per le province di Bergamo e Brescia, trattano i temi principali cui sono dedicate le sale del Museo, adempiendo così a un duplice ruolo: quello della guida alla lettura del percorso espositivo e quello della monografia che assolve al compito doveroso della restituzione pubblica dei dati raccolti nel corso degli scavi archeologici effettuati in concomitanza della realizzazione dell’Autostrada A35 Brebemi, delle opere connesse e della linea Alta Velocità Treviglio – Brescia. Inaugurato nel luglio del 2015, il M.A.G.O. è ospitato all’interno dello splendido Castello Visconteo di Pagazzano e raccoglie proprio i reperti archeologici rinvenuti durante gli scavi per la realizzazione della A35, delle opere connesse e della linea ferroviaria Alta Velocità che corre parallela all’autostrada. Questi reperti sono stati salvaguardati e restaurati grazie anche all’importante contributo di Brebemi SpA oltre naturalmente a quello del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo.

Il primo volume ha come soggetto la situla di bronzo ritrovata a Caravaggio, un reperto prezioso e raro che testimonia la vitalità della pianura bergamasca nel corso della protostoria come territorio di commerci e scambi culturali; (da artemagazine.it)

Situla di Caravaggio

il secondo volume è dedicato all’età romana e privilegia il tema del paesaggio antropico che in quel periodo si è formato con le caratteristiche ancora oggi riconoscibili, dove non cancellate dall’espansione degli insediamenti; il terzo si concentra sulle ricche testimonianze funerarie di epoca longobarda, che attestano la presenza nel territorio di personaggi di rango, un riflesso dell’importanza economica del territorio della bassa pianura bergamasca.

fibula granati vetri e smalti da necropoli di Misiano

  I tre volumi, attraverso la narrazione di frammenti di storie del passato, sono anche la testimonianza del lavoro di chi tutelando, studiando e preservando le tracce di coloro che ci hanno preceduto, contribuisce attivamente a costruire il futuro per il territorio e per coloro che lo vivono.

CAMUNI LE ULTIME SCOPERTE CON AUSILIO PRIULI

Da il corriere della sera di Brescia.

Con Ausilio Priuli in viaggio  dentro il tempo
Barech-recinto litico camuno

Il barech! Nel nostro dialetto è il recinto litico costruito anticamente dai pastori negli alpeggi. Con pietre raccattate qua e là delimitavano un grande spazio entro il quale tenere la mandria di notte. Di recente un drone volteggiando sul Bassinale di Monte Campione, a quota 1824, ha messo in evidenza un barech che potrebbe risalire all’età del bronzo. E si trova non molto lontano da un masso con incisa una figura ermafrodita orientata in direzione di Pezzaze: forse un essere in preghiera con le mani alzate verso il cielo. Mentre il sesso maschile è ben visibile i seni femminili sono rappresentati da due coppelle sempre all’altezza del petto ma staccate dalla figura. Due scoperte affascinanti che ci fanno ipotizzare un insediamento ad alta quota in un passato lontanissimo.

Queste si devono ad Ausilio Priuli archeologo di Cemmo in Valcamonica, famoso non meno di mastro Pietro affreschista. Impressionante l’elenco delle sue scoperte in tutto il mondo. Un piacere ascoltarlo lasciando che spieghi il senso delle scoperte. Partiamo dal barech messo in luce dal drone. Prova che al Bassinale, luogo oggi noto per le piste da sci, ai tempi dei tempi, ci vivevano e abitavano i pastori. L’archeologo conferma: «Abbiamo anche elaborato l’immagine scattata dal drone con filtri per evidenziare le tracce di strutture dell’insediamento antico sovrapposto dal “barech”. Il complesso edilizio antico, probabilmente preistorico, è di enormi dimensioni e si estende anche nel territorio circostante». Chi volesse saperne di più sta per uscire un saggio di carattere metodologico relativo alle tecniche e metodi di ricerca delle tracce antropiche al suolo, attraverso le immagini dallo spazio, che prende come esempio proprio il sito di Bassinale.

Artogne - Bassinale 1800m slm. Visione del vecchio barecc

Dice Priuli: «Oggi le ricerche in Valle Camonica e nelle vicine valli andrebbero concentrate alle medie e alte quote, non tanto per scoprire incisioni rupestri, ma per individuare tracce antropiche, resti di insediamenti e uso del territorio». L’osservazione deve far riflettere. Moltissime sono le incisioni conosciute. C’è anche dell’altro. «Poco si conosce della cultura materiale, degli insediamenti e del rapporto uomo-territorio, uomo-ambiente che lo ospitavano, uomo e risorse offerte dall’ambiente» sottolinea l’archeologo. Ovviamene la figura antropomorfa orante affascina il profano forse più del barech. Anche l’incisione di 20 centimetri, forse dell’età del bronzo ha una sua storia «A individuare il masso — racconta l’archeologo — è stato un giovane: Massimo Piotti. Lui mi ha invitato a prenderne visione». Così ha potuto arrivare alle considerazioni conosciute.

Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri – Direzione regionale Musei  Lombardia

Ora s’affaccia un pericolo. C’è chi vorrebbe portare il cimelio nel museo della Valtrompia. Una sciocchezza. Tolto dal contesto naturale il masso scolpito nel neolitico o forse nel secondo millennio avanti Cristo perderebbe ogni significato. Priuli lo conferma: «Il masso ha valore se rimane dove è stato inciso. Altrove non ha più alcun valore né antropologico, né archeologico, né scientifico. Il masso e l’incisione caratterizzano il luogo e parlano dell’uomo e della sua cultura in quel luogo e nel più ampio contesto montano, a cavallo di due importanti valli».

Monte Campione, Bassinale, Elaborazione con filtri dell’immagine fatta con drone - insediamento antico sovrapposto dal Barecc

A proposito delle recenti scoperte è fresco di stampa un saggio dedicato alle sorprese che il territorio di Edolo ha riservato all’archeologo. C’è il ritrovamento di un importantissimo sito di roghi votivi preistorico (Turicla, località vicina a Monno). Si trova a 1800 metri, con annesse tracce del villaggio. E ancora: una serie di resti di 5 villaggi. Uno a Mola (Edolo) a 1600 metri. Quindi l’enorme villaggio di Fontanalonga (Bormio) a quota 2000 . Infine una grande struttura subcircolare a Motto della Scala (Edolo) a 2334 m di altitudine. Potrebbe essere una tomba principesca.

Vien da chiedere a Priuli quale spinta lo porti a 2mila metri con la temperatura sotto lo zero. «Quando salgo a Mola di Edolo, o a Turicla, o come ieri a Ossimo – risponde – e trovo le tracce di insediamenti, mi sembra di riuscire a viaggiare nel tempo e di rivivere il tempo dell’uomo che a quella quota ha costruito ed è vissuto». Fra le tante scoperte qual è la più affascinante? Risposta:«Non so dirle. Ne ho fatte a migliaia e ogni volta, ho provato una forte emozione, perché in ogni caso ho scoperto l’uomo. Non ho cercato di capire la figura, la struttura o l’oggetto che ho individuato, ma l’uomo che l’ha prodotta o che l’ha usato. Conclude Ausilio Priuli: «Forse è anche per questo che ora mi dedico prevalentemente alla ricerca e studio di insediamenti soprattutto alle medie e alte quote. Mi permettono di capire quale fosse l’intelligente, rispettoso e religioso rapporto che l’uomo aveva con il mondo che lo circondava”

Da Bresciaoggi

MONTE ALTISSIMO

Per i profani sono semplici avvallamenti del terreno. Per gli archeologi sono i segni di insediamenti preistorici. Anche sull’Altopiano del sole, che si scopre sempre più ricco di tracce risalenti all’età del Rame e del Bronzo. Ritrovamenti simili a quelli già venuti alla luce in alta valle sono stati scoperti nell’ambito del lungo e non ancora concluso lavoro firmato da Ausilio Priuli sul monte Altissimo, nella località Pian d’Aprile, a lato della pista da sci, e nelle vicinanze del rifugio Pratolungo, dove si favoleggia ci fosse addirittura una piccola città. «LA PRIMA scoperta – spiega Priuli – l’ho fatta su un crinale appena sotto la cima del monte Altissimo: sei fondi di case; magari un insediamento legato al culto. Del resto quello è un punto meraviglioso, che domina la valle dalla cima dell’Adamello al lago d’Iseo, e non escludo che qui potessero essere accesi fin dall’antichità i famosi roghi votivi».

Poi si scende a valle, sull’altro versante, a lato della pista Pian d’Aprile che prende il nome della malga di Piancogno, ed ecco altre tracce: «Un intero villaggio, dieci fondi di case e alcune grandi pozze scavate con argine emergente dal terreno; perfettamente circolari e sicuramente molto antiche». Si scende ancora e dalla località Plai si lascia il comprensorio sciistico, e attraverso il bosco si arriva nel territorio di Darfo, a malga Pratolungo. Anche qui, dove basta alzare lo sguardo per scorgere nuovamente il monte Altissimo, nuove scoperte e nuovi intrecci tra storia e territorio. Non ci si dovrebbe stupire più di tanto se si pensa che già nel 1973 erano state rinvenute tracce delle fornaci romane nella zona del lago Giallo, dove forse si producevano laterizi per la Civitas Camunnorum. C’é insomma un grande museo diffuso che la Regione ha promesso di valorizzare. «Questa scoperta – chiude l’archeologo – ci permette di scoprire come certi territori della Valcamonica erano frequentati totalmente e gestiti in modo oculato. Le risorse non andavano sprecate, ma utilizzate in modo da permettere una rigenerazione costante». Questa è forse solo una parte del tesoro, e altro materiale potrebbe emergere con nuove ricerche. •

Da Bresciaoggi

PIANCOGNO:

LA PIANURA BERGAMASCA TRA PROTOSTORIA CELTI E ROMANI

Il presente volume consultabile liberamente su academia.edu e qui sul link i basso è il “catalogo” della mostra allestita nelle sale del Museo Archeologico di Bergamo nel 2016 con il titolo “DAL SERIO AL CHERIO” che raccoglie i materiali venuti alla luce durante lo scavo di un canale tra il fiume Serio e il Cherio: si tratta di sepolture preistoriche, romane e altomedioevali, di un insediamento del Neolitico e di un tratto di strada romana.

Tra i reperti si possono ammirare splendidi vetri di epoca romana, monete romane e oggetti pre e protostorici. Le indagini hanno portato alla luce insediamenti neolitici, dell’età del Rame e del Bronzo, nonché tombe di età gallica e di età romana.

La mostra e lo stesso catalogo sono un piccolo spaccato della storia della pianura Bergamasca e ci permettono di” toccare ” tanti piccoli oggetti quotidiani e incrociare le vite dei nostri antenati e di tante persone che hanno riso,pianto, amato, sofferto, vissuto, sperato in questa pianura vicino a “Berghem ” dal Neolitico fino all’età romana

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Tra i materiali romani si segnalano quelli relativi alle fosse rituali, legati ai riti funebri successivi al seppellimento e le offerte monetali che, nei contesti funerari, rivestono sempre un significato complesso, legato al loro valore amuletico o a peculiarità o tradizioni locali.

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https://www.academia.edu/resource/work/25681165

PARRA OPPIDUM DEGLI OROBI

Da valseriana.eu

Inaugurato nel settembre del 2013, il Parco archeologico e Antiquarium Parra Oppidum degli Orobi ospita una selezione dei reperti rinvenuti del corso degli scavi archeologici effettuati a Parre. In località Castello sono stati riportati alla luce i resti dell’antica Parra, narrata dagli storici romani, fondata 3200 anni fa e abitata fino all’epoca Romana.

I manufatti raccontano la storia di artigiani che lavoravano i metalli, testimoni di una economia basata sullo sfruttamento delle risorse minerarie e documentata a Parre dalla fine dell’età del Bronzo; descrivono scene di vita quotidiana: la filatura, la macinatura dei cereali, l’utilizzo di vasellame; ci informano sugli scambi che gli antichi abitanti intessevano con i popoli vicini e parlano di aspetti quali la scrittura e la ritualità.

Al Parco archeologico sono visibili i resti delle abitazioni risalenti all’età del Ferro e all’epoca Romana, costruite secondo il modello della cosiddetta “casa alpina”. Tra gli oggetti dell’Antiquarium spiccano interessanti reperti iscritti, i boccali utilizzati nelle Alpi durante la protostoria e le antiche testimonianze della lavorazione del metallo.

Brocca protostorica dell’ Antiquarium di Parre
Dracma padana ritrovata a Parre
Osso lavorato da Parre
Frammento di collana e sua ricostruzione
Resti di attività metallurgica
Ceramica celtica degli Orobi
Ceramica celtica degli Orobi

ORARI DI APERTURA FINO AL 17 FEBBRAIO

Il Parco archeologico e Antiquarium Parra Oppidum degli Orobi è aperto tutti i fine settimana dall’8 dicembre fino al 17 febbraio seguenti orari:
-sabato dalle 15.00 alle 18.00;
-domenica dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 18.00.

Il Parco Archeologico è visitabile gratuitamente durante gli orari di apertura dell’Antiquarium.

Reperti ceramici età del ferro del saggio A 1986
Scavi oppidum Parre
Vista dello scavo dell’ ‘oppidum di Parre
Casa alpina protostorica
Museo di Parre – fibule e accessori femminili

Per visite guidate su appuntamento per gruppi o scuole: 342.3897672 o arteliercultura@gmail.com

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AGGIORNAMENTI SCAVI 2021:

VIDEO:

I CELTI NELLA BERGAMASCA AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI BERGAMO

A causa della scarsità e l’incoerenza della documentazione storiografica, risulta impossibile definire cronologicamente il momento della fondazione di Bergamo, sorta come uno spontaneo agglomerato urbano piuttosto che attraverso un vero e proprio atto di fondazione.
La Bergamo Preromana si trova in una posizione marginale rispetto alle maggiori culture protostoriche anche se, grazie ai ritrovamenti archeologici nella zona, è possibile parlare dapprima di una sfera culturale transalpina che in seguito ebbe rapporti con la cultura etrusca e celtica (ma ogni tentativo di analisi più approfondita ci conduce nel campo delle ipotesi).
Plinio il Vecchio (scrittore e storico romano 23 d.C. – 79 d.C.) citando Catone (politico e scrittore romano 234 a.C. – 149 a.C.) e le sue Origens, parla dell’insediamento di Parra (o Barra) riconducendolo alla tribù indoeuropea degli Orobii e supponendone le provenienze etniche greche, pur senza fornirne dati attendibili.
Risulta più logico supporre che gli Orobii fossero una popolazione di stirpe ligure assimilatasi poi a Celti, oppure (secondo un’altra ipotesi) una tribù gallica appartenente al gruppo degli Insubri o dei Boi.
Grazie agli scritti di Livio è legittima l’ipotesi di B. Belotti (storico 1877 – 1944) che pensa ad una presenza protostorica di Liguri ed Umbri (non la stirpe umbra storica mediterranea)[1] nel territorio bergamasco, sostenuta appunto dal passo in cui lo storico romano parla di una presenza insubre all’arrivo dei Galli prima e dei Romani poi.
La toponomastica e i ritrovamenti lasciano dunque intendere ad un iniziale insediamento ligure nella zona di Bergamo, senza una vera e propria fondazione né una struttura urbanistica.
Esattamente come è avvolto nell’ombra della storia la nascita e l’origine di Bergamo, così è solo ipotetica la collocazione di Barra nel colle della Fara e tutte le elucubrazioni che ne seguono (tra cui la sua data di fondazione preromana che il Belotti attesta intorno all’anno 1200 a.C.).
A livello cronologico, nella zona è identificabile soltanto la cultura fortemente indoeuropeizzata di Golasecca, nella prima Età del Ferro (900 a.C.) caratterizzata da nuclei tribali rurali di limitata estensione.


Popolazioni preromane dell’Italia settentrionale, in particolare della cultura di Golasecca (rielaborato da De Marinis 1988).

Probabilmente Bergamo non assunse i connotati di città vera e propria nemmeno durante il periodo in cui gli Etruschi si stanziarono ed esercitarono la propria influenza culturale nella pianura padana nel VI a.C., proprio come è in dubbio l’idea di una conquista etrusca dell’Italia settentrionale.
E’ oggetto di discussione inoltre se gli Etruschi siano i portatori della civiltà del Ferro; la cultura del ferro sembra infatti precedente agli Etruschi e nella nostra zona era già presente appunto con la cultura golasecchiana, esperienza eneolitica di area ligure [2].
La dodecapoli etrusca di cui parlano Tito Livio (scrittore romano 59 a.C. – 17 d.C.) e Diodoro (storico greco ca. 90 a.C. – 27 a.C.) sembra essere molto lontana dalla realtà storica dei ritrovamenti archeologici così come il processo di colonizzazione del popolo nel territorio.
La presenza etrusca a Bergamo non è quindi da intendere come una dominazione politica vera e propria, ed è da escludere l’ipotesi che fosse sede di un lucumone o comunque parte della dodecapoli.
Per quanto riguarda la presenza di costruzioni in pietra e dell’edificazione della prima cinta muraria dell’insediamento, anche tale ipotesi risulta inattendibili ad un suo confronto storico.
Se è vero infatti che l’abilità edilizia etrusca eccelse nelle costruzioni militari e nell’architettura funebre, mentre per questi utilizzavano le pietre, per le abitazioni cittadine usavano legno e terra (cotta o cruda); questo contrasta con la tesi del Belotti secondo cui gli Etruschi edificarono la prima Bergamo in pietra e la fortificarono (perché fortificare un piccolo borgo di interesse economico e politico limitato? Un borgo che lo stesso Plinio descrive “Etiamnum prodente se altius quam fortunatius situm”[3]).

Nel IV secolo a.C., secondo le testimonianze dello storico romano Tito Livio, il principe gallo Belloveso (fondatore di Milano), alleatosi con popolazioni insubri già stanziate nel territorio occupò il territorio ad ovest dell’Adda, conquistando l’insediamento di Parra fino all’arrivo, pochi anni più tardi, di alcune migliaia di galli Cenomani che attraversarono le Alpi guidati dal condottiero Elitovio (anche se da un punto di vista archeologico sono stati ritrovati reperti che fanno pensare ad insediamenti celtici già a partire dal V secolo a.C.).

Insediatisi nella pianura padana occuparono le zone di Bergamo, Brescia, Verona e Vicenza, cambiando definitivamente il nome di Parra in Bergheim che divenne la loro città più importante grazie alla sua posizione strategica  ( il fatto che gli storici antichi di riferiscano a Bergamo con il termine latino oppidum indica che, oltre ad essere un centro fortificato con capanne e abitazioni varie, l’insediamento doveva avere un mercato ed ospitare una sede di potere politico-amministrativo rilevante [4]).
Il loro rapporto con gli Etruschi presenti nel territorio sembra essere stato dapprima un rapporto di convivenza e collaborazione: gli Etruschi si servivano infatti dei Galli come intermediari nei commerci con l’Europa centrale.
Nonostante questo non escluda la possibilità di conflitti tra le due culture (e quindi la cacciata degli Etruschi da parte dei Galli invasori di cui parla Marco Giuniano Giustino, storico romano dell’epoca degli Antonini ), sembra che l’evento sia avvenuto in maniera diversa, meno drammatica e repentina, trattandosi più di un lento prevalere dell’elemento celtico divenuto definitivo con l’arrivo dei Senoni oltre il Po.
A proposito del nome dato dai Cenomani alla nostra città, l’etimologia del nome è ancora incerta; è messa in relazione con la voce gotico-germanica berg (monte) ed heim (casa,roccaforte) (considerato il fatto che i Cenomani erano di origine gallica orientale, o quasi germanica), mentre un’ulteriore ipotesi la riconduce alla divinità Bergimos, considerato dai Galli celtici e dai Cenomani come il dio delle alture. 
Della civiltà cenomane non si sa quasi nulla, ma certo essi non erano agricoltori nomadi e nella loro religione doveva essere importante il culto di deità femminili, le Matres.
Stando agli scritti di Polibio (storico greco 206 a.C. – 124 a.C.), l’agricoltura presso i Cenomani era molto fiorente così come il potenziale demografico celtico, mentre l’organizzazione urbana era sostituita dal sistema di vita diecistico (per villaggi).

La città, poco dopo il 390 a.C. divenne teatro della sconfitta dei Galli Senoni (popolazione celtica stanziatasi sulla costa orientale dell’Italia) guidati da Brenno, reduci dal sacco di Roma.
Considerando la città un’ottima e difendibile roccaforte,  punto strategico per il ripristino e l’organizzazione delle sue truppe, il condottiero gallo chiese la resa di Bergamo e la sua sottomissione.
Al rifiuto, la espugnò e la rase al suolo edificando il proprio castello sulla collina di Breno (oggi Sombreno, nel comune di Paladina).
L’impero romano, ancora scosso per l’umiliazione subita (il sacco di Roma del 390 a.C. fu considerato da tutti gli storici come l’evento più traumatico della storia di Roma), decise di inviare il proprio console Tito Manlio alla testa di un esercito per eliminare la minaccia gallica definitivamente e rimediare allo smacco subito.
Secondo la leggenda il console sfidò Brenno ad un duello evitando lo scontro sul campo tra i rispettivi eserciti (andando contro le direttive dell’Impero) e costringendo lo stesso condottiero alla resa in caso di sconfitta.
Il duello fu vinto dal condottiero romano che, vinto il nemico, ne prese il collare (torque) e da allora fu ricordato come Tito Manlio Torquato; il gallo, per il disonore di aver perso ed aver conservato la vita, si annegò nel fiume che da lui prese il nome di Brembo.



Proposta di ricostruzione della morfologia preromana del complesso collinare di Bergamo elaborata da E. Fornoni nel 1889 ( A. Mazzi, Atti dell’Ateneo, Bergamo, 1889).

Esempio di insediamento celtico dell’Età del Ferro, 

Bergamo, Convento di S. Francesco. Planimetria e sezione dei resti archeologici protostorici rinvenuti ( R. Poggiani Keller, Bergamo dalle origini all’alto medioevo, ed. Panini, Mantova, 1986).

Bergamo, Convento di S. Francesco. Resti di un lastricato e di muri a secco del V sec. a.C. dai livelli golasecchiani (R. Poggiani Keller, Bergamo dalle origini all’alto medioevo, ed. Panini, Mantova, 1986).

Brembate Sotto: Oggetti metallici dai corredi tombali della necropoli del V secolo a.C. : brocca a becco d’anatra e situla stamnoide di produzione etrusca; spada ad impugnatura antropomorfa di produzione celtica. 
(Bergamo, Museo Archeologico di Cittadella)



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[1] Il toponimo Insubria sembra essere in relazione con il nome etnico Umbri, popolo preindoeuropeo affine ai Liguri.
[2] Bortolo Belotti, Storia di Bergamo e dei Bergamaschi, Edizioni Bolis, Bergamo, 1989.
[3] Plinio, Nat. Hist. 3,17,125
[4] E. A. Albertoni – R. Bracalini – E. Percivaldi, Le genti bergamasche e le loro terre, Editore Provincia di Bergamo, Bergamo, 1999.
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EPIGRAFIA VASCOLARE NELLA BERGAMO CELTICA E ROMANA

Qui sotto è disponibile un interessante contributo specialistico su BERGAMO  e centri minori attraverso l’epigrafia vascolare nell’epoca celtica e romana . L’articolo di ALESSANDRO MORANDI è estratto da STORIA  ECONOMICA E SOCIALE DI BERGAMO dalla preistoria al medioevo

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IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI BERGAMO

Tra i reperti più antichi conservati nel Museo vi sono alcune asce di pietra levigata rinvenute a Mozzanica, databili con ogni probabilità al Neolitico antico.

L’età del Rame è documentata da alcuni ritrovamenti avvenuti in grotta, come quello di Aviatico, pertinenti a sepolture collettive: ceramiche oggetti ornamentali, tra cui spiccano una collana di denti di Sus e alcune perline di calcite del tipo a disco e del tipo ad alette.

Ascia martello in pietra verde levigata, Fornovo S. Giovanni, III mill. a.C.

Ascia martello in pietra verde levigata, Fornovo S. Giovanni, III mill. a.C.

Ascia martello in pietra verde levigata, Fornovo S. Giovanni, III mill. a.C.Sempre attribuibile all’età del Rame sono le asce-martello di pietra levigata, trovate a Castione della Presolana Fornovo S. Giovanni. La metallurgia dell’età del Rame è rappresentata da tre asce piatte di rame rinvenute nel territorio bergamasco, tra i più antichi esemplari dell’Italia settentrionale.

L’età del Bronzo è documentata dalle asce di bronzo. Quella di Lovere è databile all’inizio del periodo, mentre i tre esemplari di Costa di Monticelli sono attribuibili al periodo finale dell’Antica età del Bronzo. Le tre asce costituivano un ripostiglio, ossia erano state sepolte, forse con altri oggetti, probabilmente con l’intenzione di recuperarle, e costituivano la riserva di bronzo di un metallurgo.

Lingotti di bronzo dal ripostiglio di un fonditore, Parre, inizi V sec. a.C..

Lingotti di bronzo dal ripostiglio di un fonditore, Parre, inizi V sec. a.C..

Lingotti di bronzo dal ripostiglio di un fonditore, Parre, inizi V sec. a.C..Nel corso della I età del Ferro, la Lombardia occidentale, il Piemonte orientale e il Canton Ticino furono abitate da una popolazione di origine celtica, il cui complesso di manifestazioni culturali è denominato cultura di Golasecca. Il territorio bergamasco, nell’ambito della cultura di Golasecca, è una zona di confine, poiché le attestazioni cessano al fiume Serio e le vallate alpine risultano insediate dalla popolazione degli Euganei; a Parre, posta al confine dei due ambiti culturali, compaiono materiali tipici di entrambi i gruppi culturali, come dimostra il ripostiglio di un fabbro deposto verso l’inizio del V sec. a.C. e formato da più di 1000 kg di bronzo sotto forma di rottami e lingotti.

La maggiore documentazione sulla cultura di Golasecca deriva dai contesti funerari che documentano il rito della cremazione: le ceneri del defunto, con tutti gli ornamenti, erano collocate entro urne, accanto alle quali erano deposti gli oggetti di uso comune o rituale, il vasellame, le armi. Le tombe più antiche sono quelle di Ponte S. Pietro; i bronzi, unici oggetti recuperati, sono databili tra i secoli X e VIII a.C., ossia all’età del Bronzo finale e alla primissima età del Ferro.

I ritrovamenti più numerosi della cultura di Golasecca sono però relativi al VI-V sec. a.C.: a Verdello e a Zanica, a Osio Sopra e a Fornovo S. Giovanni, e soprattutto a Brembate Sotto vi erano necropoli più o meno estese, a indicare l’esistenza di piccoli villaggi. Rinvenute nel 1800, dei corredi restano oggi per lo più gli oggetti di ornamento.

 

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Della necropoli di Brembate Sotto, la più cospicua, furono recuperati parecchi corredi integri nei quali compare, accanto alla ceramica e agli ornamenti tradizionali, vasellame bronzeo di produzione locale (ciste a cordoni, situle troncoconiche e capenducole) o di importazione dall’Etruria situle stamnoidi, Schnabelkannen (brocche a becco rialzato) e kyathoi .

L’inizio della II età del Ferro si fa coincidere con l’invasione gallica dell’Italia settentrionale, avvenuta intorno al 388 a.C., in seguito alla quale scompaiono molti degli aspetti culturali golasecchiani a favore delle nuove mode portate dagli invasori. Nel territorio bergamasco la documentazione archeologica relativa all’età gallica è limitata, con poche eccezioni, ai secoli II e I a.C., cioè alla fase di romanizzazione.

Fiasca da pellegrino e brocca tipo Ornavasso in bronzo, da una sepoltura di Calcinate, cultura La Téne, I sec. a.C.

Fiasca da pellegrino e brocca tipo Ornavasso in bronzo, da una sepoltura di Calcinate, cultura La Téne, I sec. a.C.

Fiasca da pellegrino e brocca tipo Ornavasso in bronzo, da una sepoltura di Calcinate, cultura La Téne, I sec. a.C.Nel corredo della sepoltura di Calcinate, del I sec. a.C., furono deposte una borraccia di bronzo di tradizione celtica accanto a una brocca di bronzo di produzione italica; il corredo della tomba di Misano Gera d’Adda, documenta bene la volontà di recepire usi e costumi mediterranei: vi figurano la ceramica a vernice nera, un balsamario di alabastro, un frammento di specchio d’argento, il cottabo, un oggetto destinato a un gioco che si svolgeva durante i banchetti greci, e gli strigili, utilizzati dagli atleti greci e romani per ripulirsi dal grasso e dalla polvere.

Non si rinuncia tuttavia a elementi di tradizione locale, come il vaso a trottola, lespade, le fibule, la borraccia e la padella di tipo Aylesford.

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SCULTURE ROMANE NEL MUSEO ARCHEOLOGICO DI BERGAMO

A bergamo un piccolo grande museo archeologico ricco di interessanti reperti protostorici, celtici e romani .

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IMG_20200125_145916Testo tratto dal sito del museo. Archeologico di Bergamo

Sei sculture, conservate presso il Museo, giunsero nei secoli scorsi ad alcuni privati di Bergamo, tra cui la famiglia Carrara, attraverso il mercato antiquario e passarono poi al Museo senza alcuna indicazione della provenienza originaria.

Un torso di efebo, in marmo greco, è una copia romana dell’opera giovanile di Policleto, il Kiniskos di Mantinea e si data alla prima metà del I sec. a.C.

Statua femminile in veste di Afrodite di marmo bianco, provenienza ignota, I sec. a.C.

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Una statua iconica in veste di Afrodite, di marmo greco, è la replica di un originale rinvenuto nell’Agorà di Atene e databile al 400 a.C. circa, la cosiddetta Afrodite Valentini. È un’ottima copia, realizzata in un atelier di alto livello negli anni successivi al regno di Augusto; doveva raffigurare un importante personaggio femminile della famiglia imperiale, il cui ritratto è andato perduto.

La statua della cosiddetta Pudicitia, una denominazione derivante dall’atteggiamento di riservata compostezza che esprime questa figura femminile, è una delle più diffuse iconografie impiegate in ambito funerario e onorario per le statue ritratto, al cui corpo, eseguito a parte, veniva adattato il ritratto realistico della defunta. Rappresenta l’ideale femminile delle classi romane più elevate della tarda Repubblica, con un preciso significato etico e morale di compostezza e di raccoglimento. È un pregevole prodotto di scultura ellenistica, probabilmente di una bottega dell’area orientale del Mediterraneo ed è databile alla fine del II e ai primi del I sec. a.C.

Un torso di personaggio loricato, ossia con corazza di tipo ellenistico, apparteneva a un personaggio d’armi, probabilmente della famiglia imperiale.

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La statua di un Palliato, l’unica con la testa ancora conservata, è uno dei pezzi più importanti della collezione. È un’opera di altissima qualità formale, eseguita parzialmente in marmo greco-orientale, da parte di un artista greco di grande bravura, che raffigura un personaggio romano, forse un condottiero, in guisa di uomo di lettere: lo si deduce dal rotolo di pergamena stretto nella mano sinistra e dalla voluta nudità dei piedi.

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L’atteggiamento pensoso del volto e i suoi stessi tratti, come anche il tipo di capigliatura, rivelano l’adesione a canoni figurativi della ritrattistica greca tardo-ellenistica. Questa scultura inoltre è di notevole interesse per l’uso di porzioni di marmo differenti, di cui quella maggiore apparteneva a una statua femminile semilavorata. La figura indossa il pallium che lascia scoperte solo le mani, le caviglie e i piedi. Si data alla prima metà del I sec. a.C.

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Un personaggio maschile togato raffigura probabilmente un membro della classe senatoriale romana. Indossa infatti la toga exigua, la veste tipica dei magistrati romani secondo il modello più antico, e i sandali tipici dei senatori. Il modo in cui la toga si dispone attorno al corpo permette di attribuire l’opera all’età tardo-repubblicana, tra il 75 e il 50 a.C. È una statua onoraria o funeraria, prodotta in una buona bottega scultorea, per una committenza urbana o appartenente alle classi dirigenti di un municipio dell’Italia romanizzata.

Statua di Minerva in marmo., territorio di Bergamo, II sec. d.C.

Statua di Minerva in marmo., territorio di Bergamo, II sec. d.C.

Un’altra scultura, sicuramente rinvenuta nei dintorni di Bergamo, raffigura la dea Minerva, realizzata secondo schemi compositivi di tipo non naturalistico: le proporzioni sono distorte, la posa è rigida e innaturale e le pieghe del panneggio non corrispondono a criteri di verosimiglianza, ma di decorativismo schematico. Siamo in presenza di una statua di culto. Databile al II sec. d.C., è indirizzata a un un gruppo sociale locale, ai margini della cultura ufficiale del mondo romanizzato. Potrebbe provenire da un sacello suburbano di Bergamo.

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ATTIS

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Nel 1979 a Brignano di Gera d’Adda si rinvennero parti di un recinto monumentalizzato, con due pilastri funerari  rappresentanti Attis. I pilastri erano stati poi reimpiegati per altre tombe nel III- IV secolo

L’ARA DI MINERVA DI LOVERE

File:Ara lovere - M Bergamo (Foto Luca Giarelli).jpg

Minervae
Sex(tus) Secci f(ilius)
Evar(istus?) pro se et
su<i=O>s
v(otum) s(olvit) l(ibens) m(erito)
“A Minerva Sesto figlio di Secco “Luar” a vantaggio suo sciolse il voto per se e i suoi familiari volentieri e meritatamente”

LA NECROPOLI ROMANA DI LOVERE

Percorrendo le vie Martinoli e Gobetti che ora collegano l’Ospedale alla chiesa di Santa Maria in Valvendra, e che segnano il limite verso monte dell’antico abitato di Lovere, si costeggia l’carea della necropoli romana.

L’area funeraria, una delle più importanti dell’Italia settentrionale, è il principale ritrovamento di epoca romana a Lovere, dove si dovette sviluppare un abitato in seguito alla conquista romana della Valcamonica nel 16 a.C. Se dell’abitato non sono stati rinvenuti resti significativi, grazie alla necropoli è possibile delineare lo sviluppo culturale e socio-economico della comunità che lì seppelliva i propri defunti. 

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Le vie Martinoli e Gobetti ricalcano un tratto dell’antico tracciato viario in uscita dal centro abitato verso la Valcamonica: le necropoli, infatti, si collocavano fuori dagli insediamenti.

Sono state finora portate alla luce almeno 215 sepolture, la maggior parte delle quali conservava il corredo, inteso come bagaglio personale per affrontare l’aldilà.

Il sepolcreto si caratterizza per l’ampio arco temporale di utilizzo, dal I agli inizi del V secolo d.C., e per la molteplicità di rari oggetti di prestigio in essa rinvenuti. Rivestono grande interesse i due corredi, unici per la loro preziosità, recuperati nel 1907 e ora esposti al Civico museo archeologico di Milano: il più noto è composto dal cosiddetto “tesoro di Scipio”, così chiamato per il nome presente sui manufatti preziosi e composto da argenterie, come la celebre “Coppa del Pescatore” lavorata a sbalzo e a bulino, e lussuosi manufatti in bronzo; l’altro è caratterizzato da monili in oro e pietre preziose.

MUSEO ARCHEOLOGICO MILANO
Tesoro di Lovere al museo archeologico di Milano
Museo archeologico Milano -anelli del tesoro di Lovere
Tesoro di Lovere al museo archeologico di Milano. È riconoscibile un coltello tipo Lovere Introbio
Tesoro di Lovere al museo archeologico di Milano

Nella prima età imperiale a Lovere si praticava il rito incineratorio indiretto, consistente nella combustione della salma su una pira in un luogo separato da quello della sepoltura. Lo spazio cimiteriale era organizzato in recinti funerari in muratura, chedelimitavano specifiche aree sepolcrali di pertinenza familiare o collegiale.

La persistenza nei corredi di I-inizi II secolo d.C. di oggetti tipici dei Camuni (come il bicchiere tipo Henkendellembecher di origine retica, caratterizzato da una depressione funzionale in corrispondenza dell’ansa) fa ipotizzare che gli antichi abitanti di Lovere appartenessero a tale popolo. In seguito alla conquista, la popolazione acquisì e rielaborò il pensiero e la cultura romana. Prove ne sono i manufatti tipici romani ritrovati: ceramiche fini da mensa e vasellame vitreo, monete e lucerne, ma anche oggetti d’ornamento o di abbigliamento personale, al passo con la nuova moda. Tra questi ultimi, accanto alle tipologie più diffuse, vi sono alcuni oggetti di particolare pregio come un pendaglio in oro a forma di crescente lunare e un ciondolo in vetro giallo decorato da uno scorpione, proveniente dall’area egiziana o siriaca.

A partire dalla metà/fine del III secolo d.C. la cremazione viene sostituita definitivamente dal rito inumatorio. I corredi di questo periodo sono composti, in media, da un numero inferiore di manufatti, per lo più vasellame in ceramica, e oggetti di ornamento. ‘Fossili guida’ dei corredi di IV e V secolo sono le ceramiche invetriate e le armille: di queste, a Lovere è documentata quasi esclusivamente la tipologia a “testa di serpe”, cosiddetta per la decorazione che caratterizza le parti terminali dei bracciali. 

Dallo studio dei corredi e dalle analisi osteologiche si deduce che la maggior parte della popolazione appartenesse a un ceto medio dedito ad attività artigianali e agricole non eccessivamente pesanti. Ciò, unito alla disponibilità di cibo, permetteva di arrivare generalmente oltre i 40 anni di età, ad eccezione della mortalità che colpiva le fasce di 0-2 anni e 11-15 anni, in linea con le statistiche dell’epoca. I corredi di alcune sepolture attestano comunque la presenza di un ceto sociale alto, in grado di poter deporre nella propria sepoltura oggetti di valore e di prestigio, giunti attraverso traffici commerciali di ampio raggio.

Chiara Ficini

Per saperne di più:

FORTUNATI ZUCCALA M., Lovere e l’alto Sebino in età romana: spunti di riflessione per la lettura del territorio, in Koinà. Miscellanea di studi archeologici in onore di Pietro Orlandini, a cura di Castoldi M.,Milano 1999, pp. 469-480.

FORTUNATI M., Archeologia del territorio in età romana, in Storia Economica e Sociale di Bergamo. I primi millenni dalla Preistoria al Medioevo a cura di Fortunati M. e Poggiani Keller R., vol. 2, Cenate S.

da pad-bg.it

LOVERE – LA NECROPOLI DI ETA’ ROMANA DI VIA MARTINOLI

Nell’ambito del territorio bergamasco Lovere si trova in una posizione geografica strategica; situata all’imbocco della Valle Camonica e centro di confluenza di più strade di comunicazione che provengono da Bergamo e da Brescia, ponte tra il fiume Oglio e il lago d’Iseo, ha sbocchi, con il corso del fiume, anche nella pianura padana.

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In epoca preistorica Lovere apparteneva alla civiltà dei Camuni, a tutt’oggi ancora di origine incerta. Nel 16 a.C. essi vennero sottomessi in seguito alla decisione di Augusto di consolidare il confine settentrionale dell’impero romano attraverso una campagna di sottomissione condotta dal console Publio Silio Nerva contro i Reti.

Dopo la conquista romana i Camuni furono posti in una condizione di semi-sudditanza tramite la pratica dell’adtributio, che permetteva loro di mantenere una propria costituzione tribale mentre la città dominante della zona, in questo caso Brixia, diveniva centro amministrativo, giurisdizionale e fiscale. In seguito ottennero la cittadinanza romana e in età Flavia furono ascritti alla tribù Quirina, anche se mantennero una certa autonomia amministrativa, come suggerito dalla citazione in alcune iscrizioni di una Res Publica Camunnorum.Scavo 1996: corredo tombale di età tardo-romana (IV sec. d.C.).

Scavo 1907: lucerna in bronzo con maschera teatrale alla sommi-tà dell’ansa (I sec. d.C.)

Scavo 1907: coppa in argento inciso e sbalzato con scena di pesca, cosiddetta “coppa del pesca-tore” (III sec. d. C.)

Scavo 1907: anello in oro con corniola incisa (III sec. d.C.)

Scavo 2015: Tomba Tb20 in fase di scavo

La romanizzazione procedette a partire da Civitas Camunnorum (Cividate Camuno), città fondata dai Romani attorno al 23 d.C. e a partire dal I secolo i Camuni risultano già stabilmente inseriti nelle strutture politico-sociali romane.

A Lovere probabilmente si sviluppò un nucleo abitativo in un’area corrispondente all’attuale centro abitato, anche se al momento sono scarse le testimonianze archeologiche che lo confermano. Si ipotizza si trattasse di un piccolo villaggio, tipico del popolamento sparso per stanziamenti rurali o piccoli agglomerati che caratterizzava il vasto territorio della Val Camonica.

Grazie al rinvenimento, in via Martinoli, di numerose sepolture che coprono l’intero arco cronologico compreso tra il I e il IV sec. d.C., si può affermare che l’insediamento ha avuto continuità di vita almeno fino al IV sec. d.C. e che, nel corso del tempo, ha progressivamente acquisito i costumi della cultura romana. 
Osservando i corredi delle tombe loveresi si può dedurre che la maggior parte della popolazione appartenesse ad un ceto medio anche se i pochi corredi che spiccano per la particolare ricchezza attestano la presenza, anche se in forma minore, di un ceto più facoltoso.

I primi ritrovamenti sepolcrali risalgono al 1818-1819, quando furono rinvenute due inumazioni in cassa laterizia, una sola delle quali contenente ossa e corredo, nello stessa zona dove vennero fatti ulteriori rinvenimenti nel 1847, quando fu condotto uno scavo occasionale in seguito alla rottura dell’acquedotto nell’area di fronte a Palazzo Bazzini, dietro il convento delle monache di Santa Chiara. Nel 1907, consistenti trasformazioni urbanistiche, con la costruzione del nuovo ospedale e del tracciato ferroviario Lovere – Cividate, comportarono un abbassamento e un allargamento della strada, che mise in luce numerose e ricche tombe. Nell’aprile del 1929 altri rinvenimenti furono effettuati durante la sistemazione del piazzale antistante l’ospedale. Nel 1957, in seguito a vari smottamenti subiti dal muraglione costruito nel 1907-1908 e sopraelevato alcuni anni dopo, per terrazzare a monte il nuovo campo sportivo parrocchiale, furono eseguiti dei lavori durante i quali si individuò una stratificazione archeologica e si scavarono alcune tombe. Il 20 agosto 1973, in occasione della demolizione del muro di sostegno per la costruzione di un’autorimessa di fronte alla facciata della chiesa di Santa Maria, emersero frammenti di laterizi ed ossa umane, per cui si procedette con lo scavo di 31 sepolture. Nel 1996 fu condotto uno scavo d’emergenza in seguito al crollo del tratto sud del muro di contenimento del campo di calcio. Nell’estate 2013 furono condotti saggi esplorativi al fine di valutare e progettare uno scavo sistematico dell’area effettuato poi tra gennaio e maggio 2015.

La necropoli era situata lungo l’antico tracciato viario che in uscita dal centro abitato conduceva verso la Val Camonica. La suddivisione e la gestione degli spazi interni era affidata a recinti funerari in muratura distribuiti lungo il fronte stradale; ne sono stati individuati in tutto sei con dimensioni variabili dai 41 mq ai 145 mq.

Sono state rinvenute complessivamente 140 tombe, di cui 91 inumazioni e 48 incinerazioni; un’ulteriore inumazione è stata rinvenuta all’esterno dei recinti, lungo un muro conservato in fondazione che correva perpendicolare all’andamento dei recinti, verso monte.

Le tombe sono principalmente in nuda terra; abbastanza frequenti sono le incinerazioni in struttura laterizia, in particolare in cassetta laterizia, mentre le inumazioni sono attestate anche in strutture laterizie o strutture miste di laterizi e pietre.

Nel corso degli scavi sono stati rinvenuti numerosi materiali, il cui studio consente di riflettere sui traffici commerciali e sugli influssi culturali presenti nella Lovere storica, tenendo presente che il mondo funebre restituisce a volte un’immagine distorta della realtà, perché influenzato dall’ideologia funeraria.

La maggior parte dei materiali rientra nel panorama della tradizione culturale romana.

La classe attestata maggiormente è la ceramica. La ceramica fine da mensa, ossia piatti e coppe in terra sigillata e bicchieri e coppette a pareti sottili, appartengono ad un repertorio piuttosto comune che trova numerosi riscontri nel panorama norditalico. In ceramica comune si rinvengono principalmente olle e tegami mentre in ceramica invetriata si ritrovano brocche e anforette, in particolare le anfore ad anse apicate: queste forme presentano una chiara vicinanza formale con quanto si riscontra in Lombardia orientale.

Numerose le lucerne, ossia oggetti in terracotta utilizzati per l’illuminazione, tipici del mondo romano.

Alcune classi di materiali, come le lucerne, la terra sigillata e i laterizi, hanno impresso un bollo che indica la “fabbrica” di provenienza o il “marchio” del produttore. Sono testimonianza di centri di produzione piuttosto sviluppati, che fornivano un ampio mercato, e sono utili per comprendere quali erano i traffici commerciali.

Ad una tradizione retica, la cui produzione è continuata anche in epoca romana, risale invece il bicchiere tipo Lovere o Henkendellenbecher, in ceramica semi-depurata, caratterizzato da una depressione sotto l’ansa.

Numerosi sono anche gli oggetti in metallo: chiodi, fibule (spille), fibbie, coltelli, falcetti e altri attrezzi da lavoro, ad esempio le pinzette, ma anche particolari oggetti come i dadi da gioco in bronzo, perfettamente conservati. Caratteristiche sono un particolare tipo di fibbia, detto a “testa di serpe” per l’arco decorato da tre cerchi impressi che richiamano una testa di serpe stilizzata, e le armille. Queste ultime, decorate con il motivo a “testa di serpe” stilizzato o naturalistico, rinvenute in numerosi esemplari a Lovere, sono bracciali che registrano un’ampia diffusione soprattutto nelle zone prossime al lago d’Iseo, lungo la strada che conduce dalla Val Camonica alla pianura, e nella pianura medio bassa; anche le regioni alpine e la Baviera meridionale ne sono molto ricche. Peculiari della produzione camuna sono un particolare strumento in metallo, il graffione, e un tipo di fibula in argento con arco traforato, diviso in tre fascette ed arricchito dall’applicazione di globetti.

Per quanto riguarda la classe dei vetri si conservano numerosi balsamari, piccoli contenitori per unguenti e profumi, tipici dei corredi funerari della prima età imperiale; vasellame da mensa, come olle, bottiglie, coppe e bicchieri, e ornamenta, principalmente vaghi di collana in vetro o pasta vitrea di vari colori e forme; ad esempio i vaghi melonenperlen, dalla tipica decorazione a costolatura, di colore azzurrino. 
Fra gli oggetti d’ornamento, che indicano una piena aderenza alle mode del costume romano, si annoverano anche le collane, gli anelli, molti in argento, con castone per contenere una gemma, e gli orecchini.

Degni di menzione per essere testimonianza della presenza di un ceto medio-alto e per l’alta qualità sono i corredi provenienti da due tombe rinvenute nel 1907. In una di esse, datata al III secolo d.C., fu trovato il prezioso “tesoro” in argento, di proprietà di un tale Scipio, come sembrano indicare le lettere SC SCP e SCIP graffite su lussuosi manufatti in argento: faceva parte di tale servizio anche la “coppa del pescatore”, decorata a sbalzo e bulino, raffigurante una scena di pesca e motivi marini. Il secondo corredo è noto per le raffinate oreficerie che spaziano dall’età imperiale all’epoca tardoromana: è composto da anelli in oro ed argento con pietre e gemme incise, e da una collana, formata da sedici vaghi in oro, lavorati a filigrana, alternati a cinque perle irregolari ed a quattro radici di smeraldo.

Chiara Ficini, Archeologa

Emiliano Garatti, Archeologo