INTRODUZIONE ALLA LINGUA DEGLI ANTICHI LIGURI

L’Autore commenta e interpreta le antiche iscrizioni liguri incise su rocce e pietre finora trovate in 30 località di Lunigiana e provincia della Spezia. I Liguri svilupparono un sistema scrittorio basato su legature tra lettere, spesso elaborate con finalità figurative. La scrittura era un’arte non solo perché i segni alfabetici erano formati e disposti per costituire simboli, figure di divinità e oggetti, ma anche perché essa doveva essere ingegnosa e spesso comunicare più messaggi. Essendo il ligure una lingua indeuropea, i contesti e il cospicuo numero delle attestazioni permettono di interpretare il 90 per cento delle parole.

Qui potete consultare l’introduzione tratta dal sito ACADEMIA.EDU

SCOPERTA UNA NUOVA TESTA DI STATUA STELE IN LUNIGIANA

Straordinario ritrovamento archeologico in provincia di Massa e Carrara. A Pontremoli, nei pressi del monte Galletto è stata infatti ritrovata una testa di statua stele in ottimo stato di conservazione.

A scoprirla un cittadino di Carrara di origini pontremolesi, Paolo Pigorini, che aveva notato una roccia dalla forma bizzarra, lasciata da un contadino ai margini di un orto insieme a un mucchio di pietre risultati dalla preparazione di un terreno per l’aratura. Pigorini avrebbe raccolto la pietra e, riconosciuto che si trattava della testa di una statua stele, l’ha consegnata al direttore del Museo delle Statue Stele di Pontremoli, Angelo Ghiretti, che ha riconosciuto l’opera come un autentico reperto risalente all’età del rame, e ha avvisato la funzionaria della soprintendenza, Marta Colombo, e il sindaco di Pontremoli, Lucia Baracchini.

Le statue stele sono rarissimi manufatti preistorici e protostorici, tipici della zona della Lunigiana, prodotti in antico dai Liguri Apuani, e raffiguranti personaggi maschili o femminili stilizzati e connotati nel genere dagli oggetti che portano (armi o monili). Le statue risalgono a un periodo compreso tra il III millennio a.C. e il VI secolo a.C. Se ne conoscono in tutto 80 esemplari, classificabili in tre gruppi (A, B e C a seconda della loro forma) e il Museo di Pontremoli è quello che ne conserva di più. La testa appena rinvenuta si può classificare nel gruppo “B”: presenta la testa con la tipica forma della mezza luna e gli occhi e il naso ricavati scavando la pietra con una forma simile a quella di una “U”, altro elemento caratteristico delle statue stele dei gruppi A e B (il fatto che però la testa sia staccata dal tronco la iscrive senza dubbio nel gruppo B). Si tratta di una testa femminile, come si evince dagli orecchini stilizzati che la statua presenta.

L’opera è già stata inserita nel catalogo delle statue stele col numero 85, e secondo Ghiretti risale a circa 5.000 anni fa. Secondo il direttore del museo di Pontremoli si tratta di un ritrovamento insolito perché avvenuto “all’imbocco della gola dell’Annunziata”, dove “si trova l’attraversamento forzato per eccellenza della testata di valle”, ha ricordato Ghiretti in una nota, ovvero un luogo molto perlustrato dagli studiosi alla ricerca di statue stele. Ci sono stati del resto altre scoperte in zona, nel passato: “È il caso dei ritrovamenti di molte Statue Stele: Groppoli sul Geriola, Talavorno sul Mangiola, Pontevecchio sul Bardine, Ponticello sul Caprio, Venelia IV sul Civiglia. Va però precisato che la pista antica non oltrepassava la gola (ciò avverrà frequentemente solo dopo la fondazione della SS. Annunziata nel XV secolo) ma risaliva il fianco Nord di monte Galletto per poi ridiscendere verso la bassa valle dopo aver intercettato sulla sella l’antica percorrenza proveniente da Arzengio. Proprio sulla sella del monte si deve immaginare che esistesse, quasi cinquemila anni fa, un allineamento di statue-stele (di cui l’ultima ritrovata sarebbe, con ogni probabilità, un frammento caduto nel campo sottostante), situazione che ricorda molto da vicino il Santuario di Minucciano col suo valico, cerniera naturale tra Lunigiana e Garfagnana”.

In definitiva, per Ghiretti si tratta di “un altro passo importante sul cammino straordinario delle stele verso la meta, la comprensione del loro significato oggi un po’ meno misterioso”.

Eccezionale scoperta archeologica in Lunigiana: trovata testa di una rara statua-stele
L ‘eccezionale scoperta in Lunigiana

Da finestresullarte: https://www.finestresullarte.info/archeologia/pontremoli-scoperta-testa-di-una-statua-stele

ANTICHI LIGURI AL MUSEO DI PONTREMOLI

Parte del fenomeno del megalitismo, le Statue Stele erano diffuse in tutta Europa e in varie zone d’Italia ma è in questa fetta di territorio che si sono verificati i ritrovamenti più significativi, ora esposti in un museo tutto per loro a Pontremoli

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di Beba Marsano – Corriere della Sera

Idoli cosmici, divinità funerarie o lo spirito pietrificato degli stessi defunti? Sono tuttora un enigma le statue stele della Lunigiana, fenomeno tra i più rilevanti, circoscritti e sfuggenti della civiltà megalitica europea. Monumenti antropomorfi in tenera arenaria (III -I millennio a.C.), simbolo identitario della valle del Magra, in cui si è concentrata la totalità dei ritrovamenti. Quello più copioso li ha rinvenuti in fila, in ordine di altezza, con il volto rivolto a sud, verso il corso del sole.

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Oggi, serrati nella loro remota fissità, nel loro mistero esaltato da luci e ombre sapienti, emozionano nel rinnovato allestimento del Museo delle Statue Stele di Pontremoli, nei labirinti del millenario Castello del Piagnaro (dal nome delle «piagne», lastre in arenaria qui utilizzate per i tetti), che domina il borgo dall’alto della collina. Una quarantina di esemplari in totale, tra figure maschili e femminili.

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I tratti somatici affidati a grafismi astratti (due forellini o rilievi a pastiglia gli occhi, un segmento verticale il naso, due coppelle o cerchietti incavati le orecchie) e l’identità sessuale consegnata alla raffigurazione di pugnali o punte di lancia per gli uomini e a quella di seni e qualche ornamento per le donne. Potrebbero sembrare tutte uguali le statue stele. Invece non lo sono.

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Gli archeologi le hanno classificate in tre gruppi tipologici: A, B, C. Le più lontane nel tempo hanno la testa semicircolare, «a cappello di carabiniere», separata dal corpo solo da una leggera rientranza.

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Le più numerose si riconoscono per una più incisiva definizione dei dettagli anatomici e la netta distinzione del capo rispetto al tronco. Le più recenti sono lavorate quasi a tutto tondo. Nella manica medievale del Castello, rimasta intatta nei secoli, sembrano conficcate nella nuda terra, come in origine erano conficcate in radure boschive: necropoli o santuari a cielo aperto al di fuori dei centri abitati. Un’arcana scenografia, che restituisce alle statue stele tutta la loro sacralità. Pietre con pietra.

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qui sotto nel LINK statue una ampia descrizione archeologica dei principali ritrovamenti :

clicca qui sotto

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Classificazione delle Statue Stele

https://www.finestresullarte.info/opere-e-artisti/statue-stele-della-lunigiana-antiche-sculture-preistoriche-liguri-apuani

Galleria di Foto

L’ELMO e L ARMAMENTO DEL GUERRIERO LIGURE DEL MUSEO DI PONTREMOLI

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La panoplia ligure

Da

https://biatec.wordpress.com/guerriero-ligure/

I Liguri hanno un armamento di assetto più agevole di quello dei Romani. Li protegge infatti uno scudo oblungo foggiato alla maniera gallica e una tunica raccolta da una cinghia; si ravvolgono in pelle di animali selvatici additandoci una spada su misura. Taluni di essi tuttavia, da quando fanno parte dello Stato romano, hanno modificato l’armamento rendendosi simili ai dominatori. Sono intrepidi ed hanno maschia prova della loro stirpe non solo in guerra ma anche e proprio nelle circostanze della vita che implicano terribili confronti.

Diodoro Siculo, Biblioteca, V, 39, 1-8

I Romani resistevano accanitamente con l’aiuto del loro piccolo scudo e degli scudi oblunghi dei Liguri (Λιγυστικών θυρεών)

Polibio XXIX 14, 4

Non sono affatto abili, nelle campagne militari, come cavalieri, ma sono abili opliti e veliti; dal fatto che portano scudi di bronzo, alcuni deducono che siano Greci.

Strabone IV 6, 2

Le truppe ausiliarie del re combattevano meglio da lontano con armi da getto; i Romani erano più saldi e più sicuri da vicino grazie allo scudo rotondo o allo scudo ligure.

Livio XLIV 35, 19

un nemico armato alla leggera, quindi veloce e mobile, che non permetteva, in nessun luogo, di trovare un momento di tranquillità o una posizione sicura.

Livio XXXIX I, 6

Le fonti che parlano dei guerrieri liguri ci riportano all’unisono di un equipaggiamento leggero (hostis levis per Livio) adatto al combattimento in luoghi montani ed impervi, fatto di scaramucce repentine, ma anche agli scontri in campo aperto: grazie all’abitudine alla fatica ed all’asprezza della geografia dei loro luoghi, sono sempre le fonti latine che ne segnalano la grande capacità di resistenza nel corpo a corpo, probabilmente il metodo di combattimento da loro prediletto. Nelle fonti infatti i liguri arrivano sempre al brutale scontro ravvicinato, in cui dimostravano grande tenacia:

All’alba fece una sortita simultanea da due porte. Ma i Liguri non furono respinti al primo assalto, come egli aveva sperato; per più di due ore sostennero una lotta di esito incerto.

Livio XXXVI 38, 1

Si combattè per più di tre ore senza che nessuna delle due parti potesse nutrire speranza di vittoria

Livio XLII 7, 3

CELTI E LIGURI NEL TERRITORIO DI PARMA

Il guerriero di Casaselvatica: ligure o boico? | Gallica Parma

TRATTO DA UN ARTICOLO DI DANIELE VITALI DA ” STORIA DI PARMA” E ACADEMIA.EDU.

<Il quadro generale della Cisalpina che Polibio ha tratteggiato nel II libro delle
Historìai include verosimilmente anche la Cispadana occidentale; esso fa parte
dell’excursus che prende il via al capitolo 14 e che costituisce la più antica narrazione
sui Celti da parte di un loro contemporaneo giunta sino a noi. Polibio
arrivò esule in Italia nel 167 come ostaggio dei Romani, vincitori nella battaglia
di Pidna; dal momento che prima del 146 / intorno al 150 a.C. i libri I-V [VI]
delle sue Storie erano già composti e pubblicati, il suo rapporto di ‘contemporaneità’
con le popolazioni della Cisalpina corrisponde al secondo trentennio del
II secolo a.C., una fase nella quale la totalità delle comunità celtiche (e liguri)
era ormai definitivamente controllata da Roma e risultava o domata o entrata
nel sistema di alleanze della potenza vincitrice> …

Inizia con un excursus dell’autore sulle fonti storiche . Vengono poi indicate le scoperte e gli studi sugli  insediamenti dell’età del ferro nel territorio Parmense con prevalenza di abitati celtici in pianura e via via stemperati con quelli di tradizione ligure nell’appennino. Da tutte le scoperte emerge un Appennino valle di transito delle merci e delle culture.
.

 

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CAMMINANDO PER LUNI

Altri links:

Luni_in visita ai nuovi scavi di Quartiere di Porta Marina con gli Archeologi Volontari

di Salvina Pizzuoli

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Luni/Lunigiana, l’accostamento è immediato, eppure oggi l’area archeologica dell’antica Luni non appartiene amministrativamente alla regione Toscana.

Etruria, la VII Regio secondo la ripartizione di Ottaviano

Di antica origine etrusca e poi ligure, divenne colonia romana con il nome di Luna, collocata in Etruria, la VII Regio, in base alla compartimentazione di Ottaviano, la cui estensione comprendeva varie aree della regione attuale, ma non ne riproponeva i medesimi confini a nord e a sud.

Colonia romana dal 177 a.C. Luna era importante per il suo porto alla foce del Magra e per i suoi marmi, i pregevoli marmi delle Apuane.

Sull’origine del suo nome varie le congetture, ma nulla di certo: gli studiosi ci dicono che potrebbe essere legata o al culto di Diana oppure alla dea Selene, protettrice dei naviganti o, ma in modo meno probabile, alla forma di falce di luna del suo porto.

Il Repetti nel suo Dizionario geografico fisico storico della Toscana precisava:

“Non dirò della origine, né del nome di Luna, che taluni alla figura falcata del suo porto, altri alla pagana divinità, che presiede all’astro notturno, vollero attribuire, in guisa che dagli abitanti di Lunigiana è fama che s’imprimesse l’emblema della Luna sulle grandi forme dei loro caci, se dobbiam creder a Marziale che cantò: Caseus Hetruscae signatus imagine Lunae. Checché ne sia, nè il porto lunense può dirsi di figura semilunare, tostochè è più lungo e profondo che largo; nè la città di Luni fu unica fra quelle dell’antica Italia a portare l’emblema di Diana. “

Altri indicano nell’etimo celto ligure, lun oppure luk che significava palude, l’origine del nome di Luni e di Lucca.

E allora, tra tutte queste possibilità, si potrebbe anche contemplare che il suo toponimo fosse dovuto al biancore dei suoi splendidi marmi, bianchi come la luna, le cui cave biancheggiano ancora oggi sulle Apuane o per le sue mura di candide pietre, così come furono descritte da Strabone

Luni, Museo, pianta della città

Di certo Luna/Luni aveva lasciato nell’immaginario collettivo un fascino che si protrasse a lungo tanto da far nascere l’interesse nei suoi scavi sin dal Rinascimento. La città infatti scomparve progressivamente fino ad essere completamente morta nel XII secolo. Dante ne lasciò traccia nei suoi versi quando Cacciaguida per indicare la caducità delle cose umane la prese ad esempio tra le varie città prima fiorenti e poi decadute:

“Se tu riguardi Luni e Orbisaglia

come sono ite, e come se ne vanno

di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,

udir come le schiatte si disfanno

non ti parrà nova cosa né forte,

poscia che le cittadi termine hanno”

(Paradiso XVI, 73)

Ricca e fiorente con i suoi commerci doveva la sua opulenza ai preziosi carichi diretti verso Roma, bianca dei suoi marmi detti lunensi, ma era famosa anche per il legname, i formaggi lodati da Marziale e il vino indicato da Plinio il vecchio come quello che tra i vini dell’Etruria ne portasse la palma. Resisterà infatti a diverse incursioni barbare e vari saccheggi, ma non resistette alla natura che interrò il suo porto, il Portus Lunae, come era già accaduto, in tempi diversi e lungo il medesimo litorale, al porto di Pisa. La zona divenne malsana e inospitale perché i detriti accumulati alla foce, probabilmente determinati dai continui diboscamenti, ne impaludavano i corsi dì acqua.

Oggi possiamo ammirarne ciò che gli scavi sono riusciti a restituirci fino ad ora.

Luni il deambulatorio tra le due cerchie

Luni l'anfiteatro

Lini l'anfiatro particolare

Luni l'anfiteatro

Fuori le mura giganteggia ciò che resta dell’anfiteatro iniziato nel II secolo d.C., costituito da due semiellittici separati da un deambulatorio che ne segue i contorni.

Luni, sull'Emilia Scauri, particolare

È possibile camminare lungo un breve tratto dell’antica Emilia Scauri (poi entrata a far parte dell’Aurelia) o visitare il foro lastricato di marmi e immaginare le botteghe e le taverne che lo fiancheggiavano.

Divenuta sede vescovile, su una preesistente domus conserva i resti di una basilica paleo cristiana; splendidi mosaici ancora oggi impressionano il visitatore per la loro precisione nel riprodurre i pesci del nostro mare: nel mosaico detto del dio Oceano sono riconoscibilissimi una rana pescatrice e uno scorfano. Il mosaico, policromo, a prevalenza del blu marino raffigura la testa di Oceano dalla cui barba escono due delfini ed è contornata di pesci mentre due amorini a cavallo di delfini pescano. La cornice presenta tralci e foglie di edera che nascono da due coppe.

Luni il mosaico dell'oceano, particolare della cornice

Luni, il mosaico dell?oceano, particolare

Un altro interessante mosaico a riquadri, raffigura la testa di Medusa e quella di un sileno con due facce diverse a seconda di come lo si guarda.

I riquadri sono separati da medaglioni floreali.

Luni, il Sileno, particolare del mosaico

Luni, la Medusa, particolare del mosaico

Molti dei reperti dell’antica Luna sono oggi conservati al Museo archeologico di Firenze e al Museo civico di La Spezia e all’Accademia di Carrara. Interessanti anche le sale del Museo in loco con vario materiale statuario e fittile.

Museo di Luni, una lucerna

Museo di Luni, testa di donna

Sulla fine di Luni, la città morta, varie leggende si diffusero e furono riportate anche dai cronachisti come Giovanni Villani. Nessuna allora dava credito al lavorio della natura associato alla scarsa lungimiranza umana e le leggende si soffermarono su altre possibili motivazioni, decisamente più fantasiose e interessanti dal punto di vista narrativo e riportate nel testo di Pietro Giuria con il titolo di “Racconti popolari dell’Ottocento ligure” di cui racconteremo, in sintesi e con alcuni stralci, nel prossimo articolo sulla bianca Luna.

Museo di Luni, decorazioni fittili

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I mosaici romani di Luni