MARCHI CELTICI SULLE SPADE LATENIANE DI MILANO

Da sagittabarbarica.org

L’uso di imprimere marchi sulle lame delle spade è attestato prevalentemente in Svizzera, da cui proviene la stragrande maggioranza dei ritrovamenti. Diversi marchi sono conosciuti anche in Germania meridionale, Ungheria e Slovenia, altrove si hanno testimonianze molto più sporadiche.

Anche se comunemente classificati come marchi di fabbrica, in realtà sembra che il loro significato fosse di carattere talismanico e apotropaico. Prevalentemente si trovano rappresentazioni di maschere umane inserite in una mezzaluna e cinghiali, rappresentati come di consuetudine nell’arte celta, con le setole del dorso irsute.
In alcuni casi, tra le zampe del cinghiale sono collocate tre palline, forse a rappresentare, in modo stilizzato, un triskel, in altri casi, come ad esempio sul punzone della spada di Magenta, tra le zampe vi è un simbolo circolare, il quale potrebbe essere un simbolo solare.
Il cinghiale era uno degli animali di culto per eccellenza tra i Celti, simboleggiava la forza, la virilità, la guerra e spesso lo si ritrova raffigurato sia su monete, spade e suppellettili vari.
Le spade di Magenta, sono quindi un prodotto di artigianato celta, inconfondibile, attribuibile certamente agli Insubri, inoltre dimostrano l’esistenza di strettissimi contatti con l’altopiano elvetico, con i Leponti, da cui potrebbero anche provenire tramite gli scambi commerciali.

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Lama di spada con punzonatura raffigurante un cinghiale (ingrandito nel particolare) e fodero di spada con decorazione incisa raffigurante un triskel, da Magenta (Mi), 250-175 a.C.

Catena sistema di sospensura porta spada, in ferro, da Magenta (Mi), 250-175 a.C.
Un esemplare del tutto simile è stato rinvenuto in una sepoltura con armi, datata anch’essa tra il 250-200 a.C. a Malnate (Va)

Raffigurazione di cinghiale, da una moneta coniata dalla tridù degli Osismii, celti stanziati in Gallia, nelle terre dell’attuale Bretagna.
Si noti la similitudine con la raffigurazione sulla spada di Magenta.

Da persee.fr

MARCHI DELLE SPADE LA TENE AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI MILANO

Articolo di Marco Tizzoni

https://www.persee.fr/doc/ecelt_0373-1928_1984_num_21_1_1756

LE CAVIGLIERE DEI CELTI INSUBRI.

GLI ANELLI DA CAVIGLIA O CAVIGLIERE SONO UN ORNAMENTO TIPICAMENTE FEMMINILE DIFFUSO NEL TERRITORIO INSUBRE E IN QUELLO CELTICO TRANSALPINO SOPRATTUTTO CENTRO-ORIENTALE.

In primo piano cavigliere insubri-Castello Sforzesco Milano Museo Archeologico  III sec a.C
Cavigliere Insubri -a sinistra-del museo archeologico di Milano – Castello Sforzesco

Tra numerosi materiali di ornamento   tipici della cultura insubre e non solo , una categoria di ornamenti personali si distingue per qualità e quantità: si tratta delle cosiddette “CAVIGLIERE AD OVOLI”. I contesti confermano che questi elementi, la cui popolarità raggiunge l’apice nel mondo celtico nel III secolo d.C., erano di esclusivo appannaggio femminile.

A sinistra cavigliere Insubri . Museo A.Levi Milano
Cavigliere ad ovuli Insubri dal museo di Arona

La diffusione disomogenea nel territori gallici fa presumere l’adozione selettiva di anelli da caviglia nel costume femminile solo da parte di alcune tribù, stanziate a macchia di leopardo” nelle aree della Moravia e delle limitrofe regioni dell’Europa centro- orientale, nella Champagne francese e, in Italia settentrionale, nel comprensorio Insubre, tra Sesia e Oglio.

Cavigliera ad ovuli dal territorio Orobico III sec a.C.-museo archeologico Bergano

Per lo studio del dettagli costruttivi e dei modi di indossare le cavigliere, talvolta abbinate anche ad analoghi bracciali sempre portati in coppia, la necropoli di Dormelletto, scavata e indagata con grande puntualità scientifica, è di grande importanza, poiché, a eccezione di essa, tutti gli anelli ad ovoli noti dal territorio insubre sono di provenienza sporadica o da collezione, e non se ne conoscono le precise circostanze di rinvenimento.

Cavigliere ad ovuli dal territorio elvetico. Da catalogo I Celti Bombiani

I resti di materia organica trovati aderenti ad alcuni esemplari di Dormelletto hanno permesso di ricostruire che gli anelli, muniti di un sistema di apertura a cerniera, venivano fissati anche con l’ausilio di cordicelle di lana e servivano a stringere calzari che si sviluppavano ad avvolgere la caviglia, assolvendo a una duplice funzione pratica e ornamentale.

Al centro donna insubre- museo archeologico di Lecco
Donne celtiche dal gruppo storico ” Insubria Gaesata”
Cavigliera ad ovuli in bronzo provenienza insubre III sec a.C. area milanese.

LINK:

lL COSTUME DEGLI ANELLI DA CAVIGLIA AD OVOLI CAVI IN ETÀ LATENIANA.

Rielaborazione da articolo originale di NICOLA BIANCA FABRY

Il mondo celtico è stato sempre attratto dai gioielli e dai monili.

L ‘uso degli anelli in coppia sul braccio o sulle caviglie caratterizza la parure femminile ha una origine antica nel mondo celtico Mentre altri tipi di gioielli quali il torquis (collare), l’armilla, il bracciale omerale e l’anello digitale rientrano anche nella sfera maschile, l’utilizzo di cavigliere appare invece solo esclusivamente nel mondo femminile.

Le cavigliere seguono una propria vera evoluzione tipologica un po’ come avviene per tutti gli oggetti di moda .

Nella fase piú antica LT B2 si riscontra l’introduzione di un tipo a serie di piccoli ovoli cavi (da 14 a 18 ovoli). La progressiva evoluzione tipologica   è dimostrato da forme intermedie ibride, articolate da costolature massicce, con ovoli cavi( es c tomba 5 di Kuřim in Moravia e alcuni dell’Alta Baviera pubblicati da W. Krimer.)

Anelli da caviglia da Klettham -Baviera III sec a.C

Lo studioso R.Gephart , basandosi su reperti centroeuropei (provenienti da Moravia Boemia Baviera meridionale e Svizzera ) riconosce come  indicatore cronologico proprio la  riduzione del numero degli ovuli cavi.

Le cavigliere  con più di 10 ovoli compaiono nella fase LT B2a.

Quelli con meno di 10 caratterizzano la fase LT B2b/ C la

I tipi con meno di 5 e quelli con 3 o 4 ovoll ipertrofici- detti forme tarde – sono presenti nel LT C1. 

Tale fenomeno è presente anche sulle armille .Va specificato che sul numero degli ovoli cavi influisce anche la destinazione per cui un’armilla può presentare un numero minore di ovali rispetto a quelli presenti sulle cavigliere dello stesso contesto funerario.

Anelli da caviglia/cavigliere Insubri da Milano Bettola III sec a.C. Milano Civiche raccolte Archeologiche castello Sforzesco .foto da I Celti – Bompiani

La diffusione di questa moda nel mondo celtico ha probabilmente seguito due modalità.

Nel primo caso si assiste ad una moda importata senza l’arrivo di nuovi gruppi etnici. .

Nel secondo caso, si tratta della diffusione del costume attraverso migrazioni ed immigrazioni la mobilità degli individui. Nell’Italia del nord o nel caso emblematico del La Champagne studiato da V. Kruta, non si assiste soltanto all’arrivo di una nuova forma ornamentale ad anelli, ma prima di tutto ad un nuovo costume-l’utilizzo di anelli in coppia sulle caviglie che segnala i movimenti o la migrazione di gruppi allogeni.

Per quanto riguarda l’area italiana, gli anelli da caviglia ad ovoli cavi si possono dividere in

A) tipi d’importazione transalpina , con una particolare concentrazione a Marzabotto( che evidenzia legami con l’area boema-morava attorno alla metà del III secolo a.C).

B) tipo ibrido (s stipe Baratella ad Este) che nella distribuzione e decorazione plastica degli ovoli mostra elementi padani ad elementi transalpini

C) forme locali, distribuite prevalentemente nell’area transpadana occidentale, riferibile ai Galli Insubri. I due tipi (“Bettola” e “Lodi Vecchio”). rispetto agli esemplari transalpini, presentano la particolarità di utilizzare una notevole quantità di metallo e inoltre ovoli allungati e un “doppio ovolo”, normalmente diviso da due solcature verticali

Questa tipologia “insubre” che non corrisponde alla sequenza evolutiva transalpina , conta 12 ovali nonostante faccia parte di contesti del LT C l

Nella necropoli di Dormelletto sembrerebbe possibile che l’utlizzo degli anelli da caviglia rifletta caratteri regionali. Le diversità di forma potrebbero essere espressione di una ulteriore articolazione sociale o locale .

Purtroppo, eccetto necropoli di Dormelletto e ritrovamenti sporadici, in Padania non sono documentati altri complessi funerari utili per un confronto preciso ad ampio raggio.

Gli anelli da caviglia ad ovoli cavi del tipo insubre hanno comunque similitudini in terre lontane: nell’area del Medio Reno / Mosella, Paesi Bassi, dove, ad esempio, nella tomba isolata di Koningsbosch, datata alla seconda metà del III secolo a.C., la coppia di anelli da caviglia presenta forma allungata e un maggior numero di ovoli cavi.

Articolo originale:

https://www.academia.edu/resource/work/2185618

Altri Links :

https://www.academia.edu/resource/work/29925609

https://www.academia.edu/resource/work/7212191

ANELLI DA CAVIGLIA DEI GALLI BOI articolo di Heidi Geschwind

Cavigliere dei Boi diffusione in Cispadana e centroeuropa

Cavigliere a Marzabotto: Marzabotto (prov. Bologna/I) è uno dei siti archeologici più importanti per la ricerca sulla mobilità delle donne celtiche. Dal 19° secolo sono stati trovati e studiati sei ‘Hohlbuckelringe’ (cavigliere con emisferi cavi/anelli nodosi) non decorati. Questo tipo di gioielleria nasce nel medio periodo di La Tène nell’Europa centrale, dove alcune varianti si svilupparono in diverse regioni. Per gli studi sulle cavigliere di Marzabotto si può ipotizzare un’influenza celtica in LT B2 in Emilia -Romagna, che ha le sue origini nell’area della Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca. Per la prima volta a Marzabotto, i gioielli da donna La Tène sono al centro del dibattito sulla provenienza.

Articolo qui sotto:

Heidi_Geschwind_78-97.pdf

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Riva del Tisza, affluente del Danubio, scavi della necropoli di Sajopetri risalente alla prima migrazione celtica (prima metà III sec. a.C.): tomba a
inumazione con cranio dislocato sul lato destro del corpo, accanto a costate di porco offerte al defunto e (sotto) sepoltura femminile con corredo ceramico ai piedi, due anelli da caviglia a ovoli e un braccialetto traforato con decorazione a traforo e a pastiglie (foto da archeologiaViva)

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L’APPARTENENZA ETINCA DEI CELTI CISALPINI ATTRAVERSO I GIOIELLI

https://wordpress.com/post/archeologiagalliacisalpina.wordpress.com/2520

IL MIELE DELL’IBERIA SULLE TAVOLE DELLA MILANO GALLO-ROMANA

Da accademia.edu

https://www.academia.edu/resource/work/33898533

Il ritrovamento di alcuni frammenti di kalathoi iberici, detti anche sombreros de copa, a Milano, negli scavi di via Moneta (Ceresa Mori 2001, Ceresa Mori, Tizzoni 2004) nella tarda età del Ferro e l’identificazione di eventuali copie realizzate nell’oppidum mediolanense (Casini, Tizzoni 2012, pp. 165-178 e 2014, pp. 357-360) offrono un nuovo importante elemento per la definizione degli aspetti culturali e storici della città.

Attorno ad essa ruotarono interessi commerciali di varia natura da parte dei coloni italici che, probabilmente a partire dalla fine del III secolo a.C., cominciarono a insediarsi non solo in ambito urbano, ma anche nel territorio circostante, attratti dalla possibilità di sfruttamento delle sue svariate risorse caratterizzate da bassi costi e quindi da elevati ricavi.
Queste ceramiche di importazione a Milano rappresentano un’assoluta novità nel quadro della loro distribuzione nella penisola italiana, che riguarda prevalentemente le coste del Tirreno e assai raramente l’entroterra. La via attraverso la quale i prodotti iberici giungevano a Milano è quella che faceva capo a Genova e alla Liguria, dove la ceramica iberica è documentata in contesti d’abitato (Ventimiglia, Vado Ligure, Genova e Luni 1); da qui i kalathoi penetravano nell’entroterra, forse proprio verso Milano, passando per Libarna (Lamboglia 1954, pp. 114115) e Casalcermelli nell’Alessandrino (Lo Porto 1952), dove venivano deposti nei corredi funerari.

Khalatoi iberici a Mediolanum


La domanda se questi vasi viaggiassero con un particolare contenuto o semplicemente per la loro forma e decorazione non ha, a livello archeologico, una risposta definitiva. Alcuni studiosi hanno proposto di considerare i kalathoi come contenitori per il trasporto di particolari alimenti, come ad es. il miele 2, ma la Conde i Berdos (1992, p. 138) ha espresso dubbi su questa interpretazione, preferendo ritenerli oggetti ricercati, che incontravano il gusto di una vasta clientela, in virtù del fatto che il loro uso era anche funerario, sia nella terra d’origine, sia nelle zone d’esportazione.
La possibilità di intraprendere analisi chimiche dei residui organici di alcuni dei frammenti mediolanensi ha offerto una risposta interessante, che parrebbe sostenere le ipotesi sul trasporto del miele, la cui produzione valenciana nell’antichità era particolarmente rinomata (Strabo, 3, 2, 6; Plinio, XXI, 74; v. anche Bonet Rosado, Mata Parreño 1997). Giocano a favore di questa interpretazione anche la forma cilindrica, con ampia imboccatura che favorisce direttamente la smielatura. Il fatto stesso che i vasi fossero deposti nelle tombe è un argomento a favore di questa interpretazione. La presenza di un vaso cilindrico in bronzo con coperchio contenente un favo nella tomba principesca A di Casale Marittimo (Volterra), con ricco corredo databile intorno al 700 a.C., è da un lato una prova archeologica dell’uso di porre il miele tra le offerte funerarie e dall’altro una conferma dell’utilizzo di vasi cilindrici contenere il miele3.
I risultati delle analisi hanno individuato la presenza di cera in almeno due esemplari, il frammento n. 3, di sicura produzione iberica e il frammento n. 5, che è, invece, di probabile produzione locale; si confermerebbe, dunque, lo stretto legame funzionale, oltre che morfologico tra i vasi iberici e le imitazioni mediolanensi. Va segnalato che però i residui di cera potrebbero anche riferirsi a trattamenti di impermeabilizzazione del corpo ceramico, ma ci pare rimarchevole la congruenza di questo dato chimico con la tradizionale interpretazione archeologica di questi recipienti.
LE ANALISI
Le analisi sono state condotte sulle polveri e sugli estratti organici delle ceramiche mediante spettroscopia infrarossa, analizzatore elementare (CHNS) e spettrometria di massa. In particolare si è utilizzata la procedura per la caratterizzazione della componente residuale lipidica in manufatti archeologici ampliamente riportata in letteratura. Mediante GC-MS sono stati evidenziati i marker tipici della cera d’api, quali l’acido palmitico, alcoli a catena lunga, alcani a catena dispari e monoesteri. Insieme a questi sono stati però individuati marker di altri componenti organiche quali acidi grassi e steroidi di cui l’interpretazione è in corso al fine di comprenderne l’origine (utilizzo o contaminazione).

LINK ULTERIORI:

https://www.academia.edu/resource/work/33898533

LE ABITAZIONI ROMANE DI MEDIOLANUM

Dottorato di ricerca dal titolo

L’EDILIZIA ABITATIVA DI MILANO IN ETÀ ROMANA Autori: 

MASSARA, DANIELA

https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://air.unimi.it/retrieve/handle/2434/616907/1147445/phd_unimi_R11330.pdf&ved=2ahUKEwj8geuUwtj3AhXJPOwKHSPKDl8QFnoECAQQAQ&usg=AOvVaw2bFMk5NS8jVWQVAAjb3EZB

Fai clic per accedere a phd_unimi_R11330.pdf

I REPERTI DEI “LAVORI IN CORSO”IN MOSTRA AL PAN PARCO ANPHITEATRUM NATURAE DI MILANO

Dal 05 Marzo 2022 al 31 Dicembre 2022

MILANO

E-MAIL INFO: sabap-mi.eventi@beniculturali.it

SITO UFFICIALE: http://www.architettonicimilano.lombardia.beniculturali.it

In occasione della manifestazione Museocity che si terrà a Milano dal 4 al 6 marzo 2022 la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Milano il giorno 4 marzo 2022 alle ore 11 apre al pubblico la mostra:
PAN Parco Amphitheatrum Naturae. L’anfiteatro di Mediolanum: lavori in corso. I primi reperti dagli scavi archeologici.

L’esposizione presenterà una prima selezione dei reperti maggiormente rappresentativi tra quelli recuperati nel corso delle indagini archeologiche propedeutiche alla realizzazione del Progetto PAN – Parco Amphitheatrum Naturae tra il 2019 e il 2021, che darà vita al più esteso parco archeologico della città. I lavori, promossi e diretti dalla Soprintendente Antonella Ranaldi in accordo con il Comune di Milano, sono realizzati con finanziamenti del MiC (Ministero della Cultura) e grazie ai contributi di sponsorizzazioni private: TMC pubblicità (main sponsor),  Prelios, Italia Nostra e Unipol Assicurazioni.

Il lavoro sul campo, oltre ad aver rivelato interi settori delle fondazioni mai esplorati in passato, ha permesso di conoscere nuovi elementi della complessa struttura dell’anfiteatro di Mediolanum, che rappresentava il più imponente monumento da spettacolo costruito in età romana, ma non solo. Le novità più sorprendenti sono state la scoperta del mondo sotterraneo dell’anfiteatro, formato da gallerie che si sviluppavano sotto il piano dell’arena funzionali all’organizzazione dei giochi, e di un ricco deposito di ceramiche di tradizione celtica, probabile testimonianza della presenza nell’area di un’area sacra precedente all’età romana.

Il progetto del parco dell’ anfiteatro attualmente in fase di” costruzione”

Nella mostra, allestita presso l’Antiquarium “Alda Levi” dove rimarrà fino al 31.12.2022, saranno esposti alcuni recipienti di tradizione celtica, frammenti della decorazione architettonica e scultorea del monumento, scampati allo spoglio sistematico del monumento iniziato già alla fine dell’età antica insieme a oggetti d’uso quotidiano.

L’esposizione costituisce la prima occasione per poter osservare da vicino questi reperti che aggiungono nuovi importanti tasselli alla storia del sito e che permettono di arricchire l’aspetto dell’anfiteatro di nuovi colori e raffinati dettagli.

IN CORSO ANCHE I RESTAURI DELLA BASILICA DI SAN LORENZO

Basilica di S.Lorenzo a Milano

Da il corriere.it

Sui ponteggi a 25 metri d’altezza, accompagnati dai restauratori alle prese con le fasi finali del cantiere, si arriva a un emozionante faccia a faccia con la cupola di San Lorenzo Maggiore al Ticinese. Occasione unica per osservarla così da vicino, «alla pari» con i finestroni che per chi entra in chiesa sono lassù, irraggiungibili. La cupola si mostra con il suo candido intonaco originale per la prima visita organizzata dalla Soprintendenza dal giugno 2021, quando i lavori erano cominciati: un bianco latte che esalta le linee architettoniche progettate nell’ultimo quarto dei Seicento dall’architetto Martino Bassi (che fu architetto della Veneranda Fabbrica del Duomo nel 1587) su commissione di Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano.

Bassi morì nel 1591 senza vedere lo sviluppo della cupola ottagonale sulla base quadrata della precedente pianta medioevale. La cupola attuale sostituì quella romanica, crollata nel giugno 1573. «Con questo lotto da un milione di euro erogato dal Ministero della cultura, abbiamo riportato la basilica alla sua atmosfera luminosa, vivace ed elegante, che una volta rimossi i ponteggi, il pubblico potrà apprezzare dal 2023» — dice durante la conferenza stampa «in quota» la soprintendente Antonella Ranaldi alla presenza di Francesca Furst, segretario regionale del Mic per la Lombardia.

Un’architettura che richiama da vicino» — ha ricordato il professor Andrea Spiriti del’università dell’Insubria — «Sant’Ivo alla Sapienza di Roma, progettata da Francesco Borromini». Nella prima fase del restauro, a cura dell’impresa umbra Estia, il ponteggio — pur lasciando libera l’area di culto — aveva raggiunto l’altezza di 50 metri, fino alla base della lanterna sommitale, alta a sua volta dieci metri e che dà luce alla basilica insieme alle otto finestre a sviluppo verticale che cadenzano la copertura. Anche la pietra in ceppo, tipica della Lombardia e perimetrale alle finestre seicentesche, è stata ripristinata con le sue decorazioni originarie.

Una squadra di sei specialisti ha lavorato alle indagini su stratigrafie per individuare il colore originale: con un percorso all’inverso si è partiti da un verde scuro ottocentesco al bianco originale che ora conferisce una luce inedita alla copertura che prima dell’intervento rendeva l’interno molto scuro. Fra i più importanti edifici sacri della storia di Milano — le sue origini risalgono al quarto secolo quando la città era capitale dell’Impero romano d’Occidente — la basilica continuerà ad essere oggetto di restauro con altri due interventi da 250mila e 200mila euro per rendere il matroneo (lo spazio da cui le donne assistevano alle cerimonie) fruibile e accessibile con un ascensore per poi riallestire l’Antiquarium che raccoglie i reperti rinvenuti nella chiesa nel corso dei secoli.

Per i restauratori è una «novità straordinaria» il ritrovamento di linee dipinte in blu-nerastro che corrono dal basso verso l’alto e che esaltano le linee architettoniche degli otto costoloni e vele che sorreggono la cupola. Gli interventi sulla basilica fanno parte di un progetto più ampio della Soprintendenza che avrà la stessa San Lorenzo come tappa: il Pan-Parco amphitheatrum naturae che combina il verde all’archeologia; un itinerario che da qui proseguirà verso Sant’Ambrogio, San Sepolcro (dov’era situato il Foro romano) e fino a Sant’Eustorgio. «San Lorenzo ha i piedi piantati nell’antichità» — ha ricordato Ranaldi — «perché quando fu smantellato, le pietre dell’Anfiteatro furono utilizzate come materiale da costruzione per l’originaria basilica palatina».

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ANTIQUARIUM ALDA LEVI

MEDIOLANUM : DOVE VENNERO BATTEZZATI SANT’AGOSTINO E SANT ‘AMBROGIO.

BATTISTERO DI SAN GIOVANNI ALLE FONTI

Ispirato ai mausolei imperiali, riprende la simbologia del numero “otto” per ricordare la rinascita dell’uomo nuovo.Qui fu battezzato Agostino, nella Pasqua del 386.

 Luca FRIGERIO

Fu nel battistero di San Giovanni alle Fonti a Milano che, secondo la tradizione, Agostino ricevette il battesimo da Ambrogio, nella veglia pasquale del 386. Battistero che lo stesso vescovo, come hanno dimostrato anche le più recenti indagini archeologiche , avrebbe fatto erigere nei primi anni del suo episcopato, e i cui resti sono ancora oggi visibili sotto il sagrato del Duomo.

Ricostruzione del battistero di San Giovanni alle fonti ai tempi di Sant’Ambrogio
Il battistero di San Giovanni alle fonti nell’alto medioevo

L’edificio, significativamente, è a pianta ottagonale, con una diagonale di circa venti metri. Uno schema architettonico ispirato a modelli laici e imperiali del IV secolo, come il mausoleo milanese di Massimiano, ma qui reinterpretato in chiave cristiana sulla base del significato simbolico del numero otto: «Il settimo giorno indica il mistero della legge, l’ottavo quello della risurrezione», scriveva infatti lo stesso Ambrogio. “ Tomba”, cioè, dell’uomo vecchio e al medesimo tempo luogo di rinascita dell’uomo nuovo, secondo le note parole dell’apostolo Paolo.

San Giovanni alle fonti battistero

Otto lati aveva anche l’ampia vasca posta al centro del battistero, cui si accedeva per tre gradini: immerso fino alle gambe, procedendo verso oriente (e quindi verso la luce), il catecumeno si presentava al vescovo per essere asperso con un’acqua sempre fluente , emblema di vita.

Il battistero di San Giovanni tra le due basiliche Maior S.Tecla e vetus S. Maria

Se le strutture murarie presentano caratteristiche tipiche dell’età ambrosiana, la decorazione interna di San Giovanni alle Fonti fu realizzata e rinnovata in fasi diverse, come rivelano i materiali recuperati: il pavimento era lastricato a losanghe, mentre le pareti apparivano rivestite da pannelli di marmi policromi, in parte sostituiti in epoca medievale con affreschi; sulla volta, invece, si stendeva un mosaico a fondo d’oro.

Demolito attorno al 1394, quando si decise di protrarre la fronte della nuova cattedrale, il battistero fu individuato già agli inizi del Novecento , ma venne scavato interamente solo nel 1961, per volontà del cardinal Montini e in occasione dei lavori per la linea metropolitana, e quindi reso accessibile al pubblico.

SANTO STEFANO ALLE FONTI

Da wikipedia

Il battistero di Santo Stefano alle Fonti è stato un battistero della città di Milano. Era il più antico edificio cristiano della città lombarda[1]. La sua costruzione iniziò nel 313 in epoca tardoimperiale , nell’anno dell’editto di milano , che concesse a tutti i cittadini, quindi anche ai cristiani , la libertà di onorare le proprie divinità[3].

Nel battistero di Santo Stefano alle Fonti fu battezzato, nel 374 Sant’Ambrogio probabilmente dal vescovo Limenio di Vercelli . Il battistero di Santo Stefano alle Fonti si trovava in corrispondenza della sacrestia settentrionale del moderno Duomo di Milano, per la cui costruzione venne demolito – in concomitanza con la parte orientale della vicina Santa Maria maggiore – nel 1386.[4]

La sua costruzione, che iniziò nel 313  e che fu precedente a quella della vicina basilica vetus (poi ridenominata  cattedrale di Santa Maria maggiore ), fu effettuata durante il periodo in cui la città romana di Mediolanum era la capitale dellimpero romano d’occidente dal 286 al 402 d.C., rendendo il battistero di Santo Stefano alle Fonti il più antico edificio religioso cristiano della città lombarda[1].

Il battistero di Santo Stefano alle Fonti fu innalzato nell’anno dell’ editto di Milano [2], che concesse a tutti i cittadini, quindi anche ai cristiani , la libertà di onorare le proprie divinità, in epoca trardoimperiale romana .

Il complesso episcopale di Milano sovrapposto alla moderna piazza del Duomo . Il complesso episcopale, che fu demolito per poter permettere la costruzione del Duomo, era costituito dalla basilica di Santa Tecla ( originariamente chiamata basilica maior o basilica nova), il  battistero di San Giovanni alle fonti , la cattedrale di Santa Maria Maggiore ( originariamente chiamata basilica vetus o basilica minor) e il battistero di Santo Stefano alle Fonti

Il battistero di Santo Stefano alle Fonti, insieme alle vicine basilica vetusbasilica maior (poi ridenominata  basilica di santa tecla ) e battistero di san Giovanni alle fonti  formava il “complesso episcopale”[1]. La presenza di due basiliche  molto ravvicinate era infatti comune nel nord Italia  durante l età costantiniana e si poteva trovare, in particolare, in città sedi vescovili[3]. Nel battistero di Santo Stefano alle Fonti fu battezzato, nel 374 ,sant’Ambrogio.

Il battistero di Santo Stefano alle Fonti era situato in corrispondenza della sacrestia settentrionale del moderno duomo di Milano e venne demolito, insieme alla parte orientale della basilica vetus , nel 1386, per poter permettere proprio la costruzione del moderno  duomo di Milano e più nello specifico la sua sacrestia.[5]

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RICOSTRUITO IL VOLTO DI SANT’AMBROGIO:

Vi rimando ai seguenti Link:

https://storiearcheostorie.com/2021/12/04/ricostruzioni-ecco-il-volto-di-santambrogio-arcivescovo-e-patrono-di-milano/

https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/12/03/news/ecco_com_era_il_volto_di_sant_ambrogio_la_maschera_3d_a_grandezza_naturale_da_meta_dicembre_esposta_nella_basilica-328758493/

Ricostruzione del viso di Sant’Ambrogio
La ricostruzione del viso di S.Ambrogio
La ricostruzione del Viso di SantAmbrogio. Noi abbiamo voluto un po’ artigianalmente aggiungere barba e capelli così come appare nel mosaico nel sacello di San Vittore in ciel d ‘oro

LE PIETRE DI MEDIOLANUM RIVIVONO

Una recentissima fatica del prof Antonio Sartori coadiuvato da Serena Zoia sulle epigrafi , le pietre della antica Mediolanum ci aiuta a conoscere tante storie antiche di una città così multiedrica e particolare come quella di Milano antica. Le epigrafi rinvenute e raccolte al museo archeologico di Milano sono tra le più cospicue di tutta la Cisalpina se escludiamo Aquileia Verona e Brescia.

Dal sito : https://laricerca.loescher.it/mediolanum-e-le-sue-pietre-una-recente-pubblicazione/

Nell’opera sono schedati, in modo parimenti chiaro e rigoroso, 473 documenti epigrafici, la maggior parte dei quali trovati a Milano e dintorni, in epoche diverse. Non mancano però iscrizioni qui confluite da collezioni private (ad es. quella delle famiglie Archinto o Picenardi), o addirittura esito di bottino di guerra (ad es. quello del condottiero di età rinascimentale Gian Giacomo Trivulzio, di faticoso trasporto dalla lontana Osimo, presso Ancona), e dunque provenienti da altre località (tra le altre: Como, Cremona, Brescia, Varese, Roma): ma su tutto ciò è bene leggere quanto scrive Antonio Sartori alle pp.9-14. L’opera è inoltre corredata da indici minuziosi e da una sterminata bibliografia: una vera miniera per gli addetti ai lavori.

Stele di due coniugi che si tengono per mano

Aspetti di vita sociale

Come sempre capita, l’epigrafia ci mostra onori a magistrati o imperatori, altari dedicati a divinità, menzioni di opere pubbliche, ma – soprattutto – è fatta di monumenti funerari, di gran lunga la tipologia maggiormente prodotta dalle “officine epigrafiche” milanesi (delle quali parla Serena Zoia alle pp. 15-18). L’atto dello scrivere di sé, del lasciare memoria del proprio operato e di quello della propria famiglia, assume infatti nel mondo romano una dimensione rilevante, che ha dato origine – come hanno scritto in passato autorevoli studiosi – a una sorta di “letteratura da strada”; una Spoon River Anthology d’altri tempi, insomma.

Stele dei due soci Magi

Se pure non manca nella raccolta milanese la menzione di qualche “pezzo grosso” della storia con la S maiuscola (ad es. Germanico, Marco Aurelio o Caracalla), o di qualche notabile di pregio, mi soffermerò soprattutto su qualche iscrizione che allude alla vita della “gente comune”, con una definizione

con una definizione volutamente generica tanto da comprendere un range che va dai piccoli imprenditori agli schiavi.

Arti e mestieri

Troviamo così, nella già laboriosa Milano di allora, Caius Atilius Iustus il sutor caligarius (“calzolaio”) che con l’imponenza della sua costosa stele funebre decorata ci fa capire di essere titolare di un’azienda artigiana (nr. 60 = CIL V, 5919 = EDR12241). Non mancano – e come potevano mancare nella capitale della moda! – produttori o commercianti di stoffe, come i linarii, che lavoravano il lino (nr. 106 = CIL V, 5923 = ERD 124245) o il negotiator sagarius, che vendeva mantelli pesanti (nr. 83 = CIL V, 5929 = EDR 124251). Meritevole di menzione anche la stele funeraria di due esponenti della gens Magia, che si stringono la mano e che decorano il piccolo timpano con martello e tenaglie; erano soci d’affari, pensiamo, magari in qualche piccola officina (nr. 65 = CIL V, 6036 = EDR 124360). E che dire del veterano Publius Tutilius, soldato di professione, che ricorda sul suo monumento funebre di essere stato decorato da Augusto in persona (nr. 107 = CIL V, 5832 = EDR 124149)? O del gladiatore Urbicus, schiavo eppure star indiscussa dell’anfiteatro, morto a ventisei anni lasciando moglie e figlie, le quali – sul monumento funebre – invitano i fan del defunto a coltivarne la memoria (nr. 59 = CIL V, 5933 = EDR 124255)? Dalle loro figure emerge una Milano romana che lavora, produce, combatte, ma che non vuole neppure rinunciare allo svago, e cioè al panem et circenses di cui parlava Giovenale.

I legami tra le persone

Accennavo prima alle commoventi parole della moglie del gladiatore, il che ci fa riflettere su come l’epigrafia sia stata anche un modo per lasciare traccia non solo del proprio successo, ma anche della “qualità” dei legami sociali e familiari: abbiamo dunque mogli e mariti che ricordano una vita in comune, ma anche persone che documentano più o meno solidi legami di patronato o amicitia.

Marcus Cassius Cacurius e la moglie Atilia Manduilla (i cui cognomina denunciano un’origine celtica) si tengono per mano nel bel ritratto quasi “espressionistico” della loro stele (nr. 63 = CIL V, 5985 = EDR124306), lasciandoci immaginare una serena vita familiare, insieme con i due figli menzionati. Non posso poi certo tacere i sentimenti di Claudius Severus, marito che afferma di avere passato diciassette anni di matrimonio con Oppia Vera, moglie sanctissima, casta, incomparabilis (nr. 235 = CIL V, 6060 = EDR 124384). Ma ancor meno possiamo omettere la menzione di un anonimo patrono che ricorda con commozione il suo liberto Petronius Primitivusqui in arte sua quod fecit quis melius quod bene non alius e cioè – più o meno (il latinorum è un po’ sgrammaticato…) – “ciò che ha fatto male, nel suo lavoro, l’ha comunque fatto meglio di ogni altro” (nr. 195 = CIL V, 5930 = EDR 124252). D’altronde del legame fortissimo tra ex schiavi ed ex padroni abbiamo a Milano numerose testimonianze: non ultima la celeberrima “stele dei Vettii”, nella quale patroni e liberti, uniti nella sepoltura, sono parimenti gratificati da eleganti ritratti (nr. 68 = CIL V, 6123 = EDR 124448).

con una definizione volutamente generica tanto da comprendere un range che va dai piccoli imprenditori agli schiavi.

Arti e mestieri

Troviamo così, nella già laboriosa Milano di allora, Caius Atilius Iustus il sutor caligarius (“calzolaio”) che con l’imponenza della sua costosa stele funebre decorata ci fa capire di essere titolare di un’azienda artigiana (nr. 60 = CIL V, 5919 = EDR12241). Non mancano – e come potevano mancare nella capitale della moda! – produttori o commercianti di stoffe, come i linarii, che lavoravano il lino (nr. 106 = CIL V, 5923 = ERD 124245) o il negotiator sagarius, che vendeva mantelli pesanti (nr. 83 = CIL V, 5929 = EDR 124251). Meritevole di menzione anche la stele funeraria di due esponenti della gens Magia, che si stringono la mano e che decorano il piccolo timpano con martello e tenaglie; erano soci d’affari, pensiamo, magari in qualche piccola officina (nr. 65 = CIL V, 6036 = EDR 124360). E che dire del veterano Publius Tutilius, soldato di professione, che ricorda sul suo monumento funebre di essere stato decorato da Augusto in persona (nr. 107 = CIL V, 5832 = EDR 124149)? O del gladiatore Urbicus, schiavo eppure star indiscussa dell’anfiteatro, morto a ventisei anni lasciando moglie e figlie, le quali – sul monumento funebre – invitano i fan del defunto a coltivarne la memoria (nr. 59 = CIL V, 5933 = EDR 124255)? Dalle loro figure emerge una Milano romana che lavora, produce, combatte, ma che non vuole neppure rinunciare allo svago, e cioè al panem et circenses di cui parlava Giovenale.

Stele di Urbicus

I legami tra le persone

Accennavo prima alle commoventi parole della moglie del gladiatore, il che ci fa riflettere su come l’epigrafia sia stata anche un modo per lasciare traccia non solo del proprio successo, ma anche della “qualità” dei legami sociali e familiari: abbiamo dunque mogli e mariti che ricordano una vita in comune, ma anche persone che documentano più o meno solidi legami di patronato o amicitia.

Museo archeologico di Milano

Marcus Cassius Cacurius e la moglie Atilia Manduilla (i cui cognomina denunciano un’origine celtica) si tengono per mano nel bel ritratto quasi “espressionistico” della loro stele (nr. 63 = CIL V, 5985 = EDR124306), lasciandoci immaginare una serena vita familiare, insieme con i due figli menzionati. Non posso poi certo tacere i sentimenti di Claudius Severus, marito che afferma di avere passato diciassette anni di matrimonio con Oppia Vera, moglie sanctissima, casta, incomparabilis (nr. 235 = CIL V, 6060 = EDR 124384). Ma ancor meno possiamo omettere la menzione di un anonimo patrono che ricorda con commozione il suo liberto Petronius Primitivusqui in arte sua quod fecit quis melius quod bene non alius e cioè – più o meno (il latinorum è un po’ sgrammaticato…) – “ciò che ha fatto male, nel suo lavoro, l’ha comunque fatto meglio di ogni altro” (nr. 195 = CIL V, 5930 = EDR 124252). D’altronde del legame fortissimo tra ex schiavi ed ex padroni abbiamo a Milano numerose testimonianze: non ultima la celeberrima “stele dei Vettii”, nella quale patroni e liberti, uniti nella sepoltura, sono parimenti gratificati da eleganti ritratti (nr. 68 = CIL V, 6123 = EDR 124448).

Scena da sacrificio mediolanum

Già ho accennato al monumento che ricorda un gruppo di linarii, cioè commercianti di lino: sulla loro stele collettiva compare traccia della parola amicus abrasa, cancellata, forse perché un’amicizia tanto stretta da ipotizzare una sepoltura comune si è poi rotta a causa di chissà quali casi della vita. Si sa, certi legami vanno e vengono, ieri come oggi; quelli che rimangono (anche solo in controluce…) sulla pietra, però, lasciano memoria assai più duratura di quelli sbandierati sugli odierni social.

Qualche curiosità religiosa

Certo, però, non posso cavarmela così. Come ho già detto, infatti, la “foresta di segni” epigrafici (spero che Baudelaire mi perdoni…) che il mondo romano ci ha lasciato è andata ben al di là della sfera funeraria. Due parole ancora, dunque, sul mondo religioso dei Milanesi di allora, il cui pantheon era piuttosto variegato, e andava da divinità più tradizionali come Giove, Giunone, Minerva, Mercurio etc. ad altre celtiche, come le Matrone, od orientali, come Iside e Mitra. Sono però solo due i documenti che voglio ora citare, in quanto per me hanno sempre avuto un fascino particolare: si tratta di modestissimi altari di pietra, che denotano contesti cronologici e storico-politici molto diversi. Sono entrambi in ruvido granito locale: nulla a che fare con l’elegante dedica a Giove, in marmo di Candoglia (lo stesso del “nostro” Duomo!), che proviene da Angera, sul Lago Maggiore, e che rappresenta la scena di un sacrificio (nr. 99 = CIL V, 5472 = EDR 010349).

Museo archeologico di Milano

Il primo monumento è un’ara trovata in Brianza e dedicata a Giove Ottimo Massimo da Pilades, un saltuarius (“guardiaboschi”), per propiziare la salvezza e la vittoria (pro salute et victoria) del suo padrone Lucius Verginius Rufus (nr. 254 = CIL V, 5702 = EDR 163792). Amo questo monumento perché è perfetta sintesi di “microstoria” (la vita di uno schiavo) e “macrostoria” (il ruolo di Rufo). Infatti Rufo non era uno qualunque, ma un potentissimo generale originario di Mediolanum o di Comum a lungo di stanza in Germania, che – durante il cosiddetto “anno dei quattro imperatori”, il 69 d.C. – fu secondo Tacito acclamato anch’egli imperatore dalle proprie truppe, rifiutando però la carica. Mi piace pensare che l’abbia fatto, tra l’altro, per potere tornare a godersi in pace i suoi possedimenti boschivi dove Pilades lavorava, ubicati tra le verdi colline brianzole, allora non ancora minate come oggi da traffico e urbanizzazione selvaggia.

Ricostruzione monumento funerario Museo Archeologico Milano

Il secondo oggetto, se mai è possibile, è ancora più “grezzo”, ed è una dedica di un tale Cassius Vitalio a una divinità molto particolare, il Deus Magnus Pantheus, e cioè il “Dio grande che li comprende tutti” (nr. 169 = CIL V, 5798 = EDR 124118). Non siamo più, come nel caso precedente, nel I sec. d.C., ma nel III avanzato, quando la diffusione del cristianesimo è già significativa. È come se il Nostro, davanti all’affermazione del nuovo credo, rivendicasse anche al “suo” mondo pagano la possibilità di sviluppare un monoteismo, per così dire, “concorrenziale” rispetto a quello incarnato dalla divinità cristiana, rivale temibile e di lì a poco trionfatrice. Cassius sembra capire, insomma, che il paganesimo ha le 

 le ore contate, ma lo vorrebbe vedere resistere e combattere fino all’ultimo, a Mediolanum (allora caput imperii) come altrove, provando con la fantasia a creare, se necessario, nuovi dei. Il suo atteggiamento assume pertanto una sfumatura per certi versi eroica, per certi altri nostalgica o malinconica, proprio come l’epoca nella quale viveva.

Questo, e molto altro, offre il catalogo appena pubblicato; certo, è opera di consultazione e non di lettura divulgativa, dalla mole impegnativa e dalla reperibilità non troppo immediata. Ma tutto questo è normale, perché siamo davanti a un lavoro pensato per “durare”, che passerà di sicuro tra le mani di generazioni di studenti universitari e di studiosi e – perché no? – anche di qualche docente di Liceo in cerca di spunti innovativi per le sue lezioni. Ma pur nel tecnicismo e nell’apparente aridità di informazioni profuse sugli oggetti studiati, è impossibile non vedere nel testo un sentimento vibrante, una tensione emotiva, uno slancio morale, che chi scrive ben conosce, perché sono tipici di Antonio Sartori, custode da decenni dell’epigrafia milanese. Si tratta di qualità che Sartori ha, senza dubbio, profuso pure nei propri allievi: Serena Zoia, in questo caso e – spero – un po’ anche nel vostro recensore, che chiude il suo pezzo denunciando ancora una volta la sua evidente parzialità. Che è solo di questa volta, però, lo prometto.

MEDIOLANUM: LA DOMUS DI VIA ILLACA

Da “Pareti dipinte dallo scavo alla valorizzazione” XIV colloquio AIPMA pagina 107

Articolo di

Annamaria Fedeli sovrintendenza archeologica città metropolitana Milano

Annamaria.fedeli@beniculturali.it

Carla Pagani (Sla srl)

cpagani@studiosla.it

LINK:

https://www.peintureantique.org/copie-de-aipma-xiv