UN PICCOLO TEMPIO CELTICO: LA TORRE DI ROLDO

da http://archeocarta.org/montecrestese-vb-tempietto-lepontico-o-torre-di-roldo/

LUOGO: MONTE CRETESE VERBANIA

Storia del sito:
La maggior parte delle costruzioni di epoca celtica era eseguita principalmente di legno o in legno con fondazioni di pietra. Rari sono i ritrovamenti di edifici realizzati completamente in pietra (in Irlanda, Bretagna, Occitania e Galizia) e quello di Roldo è l’unico ad essersi discretamente conservato in tutta l’area Gallo-romana.
L’edificio è stato scoperto e studiato da Tullio Bertamini nel 1975 .

Dall’accurato esame dei materiali e delle tecniche costruttive, l’edificio è stato datato al primo secolo dell’era cristiana in un periodo nel quale gli influssi culturali romani erano ancora molto scarsi. Che si trattasse di un edificio di culto è dimostrato dalle tecniche costruttive, dalla posizione, dall’orientamento sull’asse nord-sud e soprattutto dall’uso della pietra e del marmo locale e la pianta interna a doppia cella che attestano un uso sacrale “importante”.
Dopo la cristianizzazione dei territori dell’Ossola (IV sec.) fu convertito ad uso profano e, attorno al XIII secolo, fu sopraelevato per trasformarlo in torre di vedetta. Esso si trova oggi inglobato in mezzo ad altre costruzioni.

Descrizione del sito:
L’edificio sorge in cima a uno sperone da cui si vede l’intera alta valle e da essa è perfettamente visibile. Esso è poi stato costruito su una grande roccia che è stata scavata per ospitarne le fondamenta e tutto lascia pensare che fosse proprio tale roccia la prima origine del culto su quel sito. E’ costruito interamente in pietra lavorata con una certa maestria e legata a calce.

La soprelevazione medievale è chiaramente visibile all’esterno anche per la diversità del paramento murario.
Il tempietto di Roldo ha forma rettangolare dalle misure esterne di m 5,50 di lunghezza e di m 3,60 di larghezza. All’interno è diviso in due piccoli vani: una cella di 2,45 per 2,90 m e un atrio di m 2,45 per 1,10. Si accede all’atrio da una porta con arco a tutto sesto e si passa nella cella grazie ad un’altra porta, che è stata però demolita per creare un ambiente più ampio, a cui fu opposta una porta: queste sono le modifiche più evidenti.


La cella è coperta da una volta a botte impostata a m 2,85 di altezza ed alta, al centro, m 4,10. La copertura era di lastre di pietra sagomate a tegoloni ed è stata nascosta dalla sopraelevazione. Il tetto in beole di tale torre è crollato all’inizio del decennio 1970-80 e fu sostituito con una copertura in lamiera. Vicino alla finestra doveva trovarsi l’altare (o una base con la statua), dati i segni che si rilevano sul pavimento. A circa 4 m di altezza lungo l’intero perimetro del muro sta una pietra piatta e scura, la “laugera”, non di cava locale ma proveniente dalla val Bognanco che aveva una precisa funzione: sui lati Sud e Nord funge da corda di un arco di scarico, sul quale poggiano gli elementi della volta a botte della cella, perché la spinta sia solo in parte scaricata su questi due muri.
L’edificio ha una sola piccola finestra, di cm 45 per 58, posta sulla parete di fondo ad una altezza dal pavimento tale che la luce solare penetri direttamente nell’edificio solo nel periodo compreso fra l’equinozio di autunno e quello di primavera (23 settembre – 21 marzo) e che l’illuminazione massima si abbia a mezzogiorno del solstizio d’inverno (22 dicembre), quando il raggio del sole attraversa l’intero tempietto. Per questo non è del tutto azzardato supporre che il tempio fosse dedicato al dio solare Belenos.

Informazioni:
In frazione Roldo.  Telefono Pro Loco  0324 232883

Altri links:

https://www.visitossola.it/poi/tempietto-lepontico-di-roldo/

https://www.piemonteis.org/?p=5539

ALEA JACTA EST! SULLE TRACCE DI CESARE LUNGO IL RUBICONE

UNA NUOVA IPOTESI SUL PERCORSO DI CESARE PRIMA DI ATTRAVERSARE IL RUBICONE.

Statua di Cesare sul Rubicone

Ha letto e riletto per anni gli scritti degli storici antichi e degli studiosi moderni, ma soprattutto ha analizzato i segni rimasti sul suolo, in particolare quelli della centuriazione d’epoca romana, e ha ragionato sulle mappe e sulle strategie militari. Alla fine, Giancarlo Brighi, acuto cultore cesenate del passato remoto, ha ricostruito così in modo dettagliato quello che probabilmente fu il percorso che Giulio Cesare fece durante il suo celebre attraversamento del fiume Rubicone. Un avvenimento che spalancò le porte alla caduta della Repubblica di Roma e al successivo avvento dell’Impero.

Colonna che segna il punto in cui secondo la tradizione Giulio Cesare pronuncia la frase Alea iacta est



La tesi di Brighi, minuziosamente argomentata e affascinante e spiegata in un libro che sarà presentato questa mattina alle 10 al circolo Endas di Ronta, è che sia di corto respiro una visione fissata in modo statico sul corso d’acqua del “dado è tratto”, attorno a cui esistono eterne dispute tra chi lo individua nel Pisciatello-Urgon cesenate, nel Rubicone-Fiumicino di Savignano o nell’Uso santarcangiolese. In realtà – sostiene Brighi – tra la zona di Ravenna nella Gallia Cisalpina e quella di Rimini, che era il limes dell’Italia romana, esisteva una sorta di “terra di nessuno”, a forma di triangolo rettangolo, che era una «trappola idraulica», cioè una zona allagabile con funzioni di difesa da possibili invasioni. E il fulcro di questa zona cuscinetto era Cesena, una piazzaforte in posizione rialzata rispetto al terreno inondato attorno, che sarebbe diventata un passaggio obbligato e quasi imprendibile per chi voleva evitare le sorvegliate vie consolari.
Sul lato nord-ovest questa area strategica aveva come perimetro il Savio, nel suo originario tracciato, poi modificato, che coincideva più o meno con l’attuale rio Granarolo. All’estremità sud-est c’era invece lo storico Rubicone al centro della vicenda più famosa dell’epopea cesariana, che Brighi identifica col Pisciatello, pur con un tracciato un po’ differente da quello odierno. È tra questi due «confini distinti e distanti» che fu lanciata la sfida alla Roma del Senato e di Pompeo.

Secondo Brighi, in quel gennaio dell’anno 49 .C. (il 10 secondo la tradizione, o forse l’11), Cesare uscì di sera da Ravenna, ma non si diresse direttamente verso Rimini lungo la via Popilia litoranea, su cui invece inviò alcuni legionari incaricati di simulare una diserzione. Scelse invece la via che conduceva verso le colline di Bertinoro, dove era concentrata metà della sua XIII legione. Poi, appena raggiunta la via Flaminia II, prolungamento ormai in disuso verso nord-ovest della Flamina, aveva intenzione di girare a est per raggiungere Rimini, attraversando la zona neutrale lungo le strade di confine tra la centuriazione cesenate e il territorio cervese. Ma vicino alle saline di Cervia trovò qualche ostacolo, probabilmente una zona allagata, e così fece una deviazione a sud, su terreni asciutti, e si smarrì, come narra Svetonio, forse anche per la nebbia. O magari si nascose? Fatto sta che finì per sbucare in un punto del Rubicone non previsto, usato dai contrabbandieri del tempo. A quel punto, attraversato il corso d’acqua, si incamminò verso la dimenticata Giovedia, località vicino al Rio Salto e all’attuale Torre di Villa Torlonia, a San Mauro Pascoli, per poi raggiungere il ponte di San Vito, sull’Uso. Oltrepassato anche quel torrente, raggiunse Casale e San Martino in Riparotta, vicino al Marecchia, e fu da lì che i suoi legionari piombarono poi su Rimini. Con un vantaggio: provenivano da una direzione che poteva fare pensare che fossero truppe pompeiane amiche arruolate ad Arezzo, in arrivo da là, e quindi ci fu l’effetto sorpresa, che facilitò l’occupazione della città

Il percorso ipotetico di Cesare

Altro link: l’accampamento di Cesare

VASI DI BRONZO IN GALLIA CISALPINA TRA IL IV -I SEC.a.C

Articolo originale : M.Bolla I recipienti di bronzo in Italia settentrionale dal VI al I sec. a.C.

http://www.core.ac.uk

https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://core.ac.uk/download/pdf/288222558.pdf&ved=2ahUKEwiQx6iyitz8AhUluaQKHXcYA4gQFnoECDYQAQ&usg=AOvVaw3Gyr0qOxn-wXrfMHcgpGKu

I vasi di bronzo costituiscono una particolare tipo di vasi ad uso domestico. Realizzati per durare a lungo , rappresentavano un patrimonio familiare che passava da madre in figlia per generazioni .
Questa particolare preziosità antica, rende più difficile una fine identificazione cronologica . Tuttavia è possibile in ogni caso identificare in Gallia Cisalpina almeno tre fasi principali di utilizzo del vaso di bronzo. Questi tre periodi vanno dal 388 aC al periodo augusteo e ricalcano la divisione cronologica del periodo La Tène. Lo studio cerca di definire le forme e le tipologie dei vasi di bronzo, il loro legame con il rango sociale in Cisalpina utilizzando come area privilegiata l’area veronese ( Povegliano soprattutto). Tale zona ha permesso di osservare infatti almeno 150 esemplari, databili dal IV/III secolo a.C. all’età augustea in gran parte recuperati da contesti funerari.

PRIMO PERIODO: (388-130a.C)

Nonostante l ‘invadione gallica del 388 a.C. prosegue la produzione locale, rappresentata da recipienti destinati al consumo del vino o di altri tipi di vevande fermentate. Nelle aree occupate dai Leponti e dagli Insubri sono attestate le situle (tipi Pianezzo, Cerinasca e Castaneda), le capeduncole,le brocche a becco (Tessiner Kannen). Sono recipienti prodotti nel Sopraceneri – per le brocche
a becco anche nel Comasco – e attestati nell’area occidentale della Cisalpina, tra il Canton Ticino e la Bergamasca, sui quali non mi soffermo in questa sede perché esaurientemente analizzati da
De Marinis in occasione della mostra sui Leponti , e ancora più recentemente, da Nagy e Tori per la necropoli di Giubiasco.
Produzioni locali sono ben attestate anche in area Cenomane – mi riferisco alle fiasche da pellegrino, con gli esemplari della tomba di Castiglione delle Stiviere e

Brocca a becco di area Lepontica

in area veneta e retica, dove permane
la produzione di situle a sbalzo e di simpula. Sono attribuite a officine locali, che continuano una tradizione lunga e feconda, Le situle di Este, da
quelle a corpo troncoconico e sinuoso della tomba Ricovero 23, la famosa tomba di Nerka Trostiaia, a quelle istoriate delle tombe Boldù-Dolfin 52–535.
Per le situle è stata identificata anche un’area di produzione tra le valli dell’Adige e del Piave, con uno o più ateliers che operano nel IV secolo unendo
elementi di tradizione halstattiana a motivi di influsso celtico ed etrusco. Anche i simpula prodotti a partire dal IV secolo riprendono e rielaborano il tipo etrusco a vasca emisferica e manico verticale,
ma con il manico a nastro applicato con ribattini alla vasca.Nel santuario di Lagole di Calalzo(Belluno) questi attingitoi sono utilizzati anche nei rituali delle acque.


Vasellame d’importazione

Per quanto riguarda invece le importazioni
di vasellame di bronzo dall’Etruria, che avevano caratterizzato tra VI e V secolo a.C. lo sviluppo dell’Etruria padana e della civiltà di Golasecca, si ha effettivamente una contrazione in seguito all’in￾vasione gallica del 388 a.C., che non sembra però
toccare l’area di Spina, dove recipienti e candelabri di bronzo caratterizzano sia le tombe dell’ultimo quarto del V secolo, sia quelle del primo quarto del secolo successivo.

SECONDO PERIODO ETÀ LT D

Con l’età tardorepubblicana, corrispondente in ambito padano al LT D (130–15 a.C.), la presenza di vasellame di bronzo d’importazione si fa numericamente più rilevante e più varia quanto a tipi rappresentati. Per la Gallia Cisalpina si possono considerare ancora validi i saggi sulle varie forme e le liste di distribuzione elaborati in occasione dellatavola rotonda di Lattes, La vaisselle tardo-républicaine en bronze (Feugère, Rolley (eds.) 1991), con aggiornamenti relativi all’asse Ticino-Verbano e, sul versante opposto, al Caput Adriae al territorio dell’attuale Lombardia, con specifiche dedicate al Comasco e al territorio di Bergamo; molto si attende, inoltre, dalle necropoli del Veronese che sono state scavate recentemente e sono attualmente in corso di studio. Più numerosi, a tutt’oggi, gli aggiornamenti e le pubblicazioni di recipienti di età tardorepubblicana in ambito europeo
In linea generale, si può osservare che alle padelle tipo Montefortino e Povegliano si sostituiscono le padelle tipo Aylesford, con vasca fortemente convessa e il caratteristico motivo a spina di pesce sul
labbro (cfr. Tav. 5: XXVI/7), che formano una coppia funzionale con le brocche carenate tipo Gallarate e, talora, anche con le brocche a corpo piriforme tipo Ornavasso-Ruvo,Ornavasso-Montefiascone,Kelheim e Kjaerumgaard.

Le brocche tipo Gallarate, bitroncoconiche a carena bassa con ansa terminante a foglia cuoriforme e puntale, sono a tutt’oggi, insieme alle padelle
Aylesford, le forme più rappresentate nei contesti funerari di questo periodo; che in Gallia Cisalpina le padelle rivestissero un ruolo fortemente simbolico all’interno dei servizi da banchetto, è indiziato dalla
frantumazione rituale del recipiente durante i riti di sepoltura e dalla deposizione sul rogo funebre.
Del successo delle brocche bitroncoconiche possono essere indicative le imitazioni “povere” in terracotta attestate già dal terzo quarto del II secolo a.C.
in Grecia, e la presenza, nel santuario di Delo,frequentato da mercanti e visitatori italici, di una matrice in calcare riferibile ad una forma a carena bassa di piccole dimensioni.

Padella tipo Aylesford. Museo di Mergozzo

TERZO PERIODO-ETA’ AUGUSTEA

Con l’età augustea, il nuovo dinamismo economico della Cisalpina, legato all’espandersi delle strutture produttive transpadane e all’apertura della zona centropadana a più veloci circuiti commerciali, vede la rapida diffusione di un repertorio di forme in parte legato alla serie tardorepubblicana, della quale vengono riproposti elementi strutturali e ornamentali, in parte del tutto innovativi.

Nella tomba 16 della necropoli del Colabiolo di Verdello (Bergamo), ad esempio, datata in base a una moneta
e un boccale del tipo Aco intorno al 20 a.C.88, è già presente una brocchetta “moderna”, di produzione verosimilmente campana89. Si tratta infatti di un recipiente riconducibile alle serie Tassinari C1224, che trova un confronto puntuale con una brocchetta di Levate (Bergamo), da una tomba di
età augustea .
Alcune forme tardorepubblicane, del resto,
risultano ancora in produzione, come le padelle tipo Aylesford, che continuano con una produzione bollata da Cornelius, alla quale sembrerebbe appartenere anche l’esemplare rinvenuto a Domodossola
in una tomba di età prototiberiana, e le brocche carenate tipo Gallarate con labbro arricchito da un kyma ionico91.
Anche i simpula-colini continuano ad essere prodotti con il tipo Radnόti 40, con vasca larga a fondo piatto (Fig. 17), datato tra il 20/15 a.C. e il 10/15 d.C.92
Appare legata alla serie tardorepubblicana
anche la brocca tipo Tassinari C1210, attestata in Italia centrale (a Pompei, nel Viterbese e in Val di Cornia) e in Italia settentrionale a Genova, Fino
Mornasco (Como), Castrezzato (Brescia).



BRESCIA : “L’ETA’ ROMANA , LA CITTA’ ” IL NUOVO ALLESTIMENTO DEL MUSEO DI SANTA GIULIA

DA

Brescia il Museo di Santa Giulia apre, a partire da domenica 22 gennaio, la nuova sezione dell’età romana, con un progetto che intende proporre ai visitatori un’immagine della città antica aggiornata sulla base dei più recenti studi e, soprattutto, dei risultati emersi da indagini archeologiche urbane.

Il nuovo percorso completa il piano intrapreso nel 2019, quando si decise di restaurare la statua della Vittoria Alata e di collocarla – con un nuovo importante allestimento a cura dell’architetto Juan Navarro Baldeweg – all’interno del tempio capitolino, restituendo così all’opera una nuova iconicità nel luogo del suo ritrovamento. Un’azione di importanza strategica, che ha determinato l’esigenza di definire un nuovo allestimento per la sezione dell’età romana, di cui la statua costituiva il baricentro. Grazie a approfondimenti scientifici degli specialisti dell’area collezioni di Brescia Musei, supportata dal Comitato Scientifico della Fondazione, oggi viene quindi presentato il completamento, da un punto di vista concettuale ed espositivo, della musealizzazione anche dell’area del Capitolium, nella quale sono stati rinvenuti importanti reperti ora parte della nuova sezione dell’età romana, e il ricongiungimento concettuale del patrimonio della Brescia romana in un unico dominio museale. Questa unificazione è la ragione che ha spinto Fondazione Brescia Musei a dar vita ad una dimensione unita dei due siti museali, il Museo di Santa Giulia e Brixia – Parco archeologico di Brescia romana, anche da un punto di vista di una nuova politica di bigliettazione, per poter offrire al visitatore l’opportunità di vedere tutti i reperti utili a comprendere la storia di Brixia legati ai loro contesti di provenienza.

Nel processo di rinnovamento degli spazi del Museo Santa Giulia, è emersa infine l’esigenza di intervenire sull’illuminazione dell’Auditorium, dotato di riflettori alogeni ormai datati e poco sostenibili. Fondazione Brescia Musei, con la sponsorizzazione tecnica di ERCO, azienda di riferimento nel campo dell’illuminazione architetturale a LED di alta gamma, ha così sviluppato per l’Auditorium un sistema basato su proiettori, che attraverso un sistema di controllo Bluetooth consente la gestione di differenti scenari, attivabili e modulabili a seconda delle esigenze di utilizzo della sala, massimizzando l’utilità e il comfort visivo sia del pubblico, sia degli eventuali relatori.

Fiore d’abaco di capitello con motivo serpentiforme, pietra di Botticino, seconda metà I secolo d.C, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Fiore d’abaco di capitello con motivo serpentiforme, pietra di Botticino, seconda metà I secolo d.C, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Maschera grottesca, argilla, II-III secolo d.C., dalla stipe del Capitolium, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Maschera grottesca, argilla, II-III secolo d.C., dalla stipe del Capitolium, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Pettorale da cavallo di statua equestre con scena di battaglia fra Romani e barbari, bronzo, I-II secolo d.C., area del Capitolium, scavi 1826, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Pettorale da cavallo di statua equestre con scena di battaglia fra Romani e barbari, bronzo, I-II secolo d.C., area del Capitolium, scavi 1826, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Ritratto di Settimio Severo, bronzo dorato, seconda metà III secolo d.C., area del Capitolium, scavi 1826, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Ritratto di Settimio Severo, bronzo dorato, seconda metà III secolo d.C., area del Capitolium, scavi 1826, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Ritratto di donna della famiglia dei Flavi, bronzo, fine I secolo d.C., area del Capitolium, scavi 1826, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Ritratto di donna della famiglia dei Flavi, bronzo, fine I secolo d.C., area del Capitolium, scavi 1826, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi

La nuova sezione romana

Brixia romana è una città paradigmatica per il grado di conservazione degli edifici, la tradizione degli studi e le continue indagini in corso che portano quotidianamente all’arricchimento del patrimonio. A 200 anni dall’inizio della felice campagna di indagini archeologiche che portò alla scoperta del Capitolium, del deposito dei bronzi e all’apertura nel 1830 del Museo Patrio, viene ora aggiornata, per l’anno di Capitale italiana della cultura di Brescia, la sezione che più di altre registra questo flusso dinamico e virtuoso tra ricerca e valorizzazione.

La documentazione ottocentesca prodotta in occasione di quella che fu la più incredibile avventura archeologica vissuta dalla città, quando venne messa in luce la sequenza dei templi e il deposito dei bronzi, nonché venne creato il primo dei musei cittadini, è ingrandita in monumentali scenografie all’interno delle sale; a questa vengono affiancate installazioni artistiche multimediali dal lessico contemporaneo, che interpretano e restituiscono i temi della sezione museale, evocando luoghi ed eventi storici con modalità creative non convenzionali. Il riallestimento della sezione nel Museo di Santa Giulia è stato seguito dal punto di vista della progettazione museografica, anche per ragioni di continuità e coerenza con il resto del museo, dallo studio Tortelli Frassoni Architetti Associati, responsabile dell’allestimento museale 25 anni fa, mentre per quanto riguarda l’ingegnerizzazione e la direzione dei lavori integrativi dall’architetto Antonio Maio.

La sezione, attraverso supporti per l’esplorazione tattile (realizzati con la sponsorizzazione del Lions Club Vittoria Alata Brescia) e attraverso l’iconografia storica e a brani architettonici di pregio, presenta quei contesti monumentali bresciani quali il Santuario repubblicano, il Tempio Capitolino, il Teatro che sono visitabili nel vicino Parco Archeologico. Anche la sezione epigrafica, allestita nel grande chiostro rinascimentale, è stata aggiornata nei contenuti e negli apparati didascalici, valorizzando ulteriormente questo esteso e ricco patrimonio che poche città romane possono vantare. Un approfondimento di grande importanza è dedicato al periodo tardoantico (IV-V secolo d. C.), quando vennero abbandonati i luoghi di culto pagano a favore di quelli di culto cristiano; a Brescia, in particolare, nell’area del Capitolium, sono stati ritrovati due depositi di oggetti e di opere legati alla vita del tempio che hanno restituito reperti e informazioni di enorme valore e interesse. Nel primo, scoperto nel 1826, oltre alla Vittoria Alata, statua d’epoca romana di eccezionale valore recentemente restaurata e allestita nell’aula orientale del Capitolium, venne rinvenuta una serie di teste che è presentata con un nuovo layout che ne valorizza la fattura e le preziose decorazioni. Realizzati in bronzo con la tecnica della fusione a cera persa e doratura solo su quelle maschili, i ritratti dovevano essere inseriti in statue in pietra o in marmo, come indica l’accurata rifinitura dei lembi del collo. Con grande probabilità erano esposti in uno spazio pubblico della città e potevano rappresentare imperatori o membri della famiglia imperiale. Le caratteristiche dei volti e della capigliatura hanno permesso di identificare i personaggi con membri della dinastia dei Flavi e con imperatori del II e del III secolo d.C.

L’altro deposito, mai mostrato nella sua interezza, include una considerevole quantità di oggetti votivi offerti nelle aule del tempio dai fedeli nel corso della vita di questo luogo di culto; tra questi, rari vetri incisi, come la bottiglia con la riproduzione di vedute di città dell’area flegrea, gioielli, oggetti rituali, tra cui il prezioso coltello con manico in corno di capriolo, lucerne semplici e figurate, anfore, grandi piatti per le offerte rituali, ceramiche decorate a stampo, e molto altro ancora.

Brani lapidei, oggetto di recenti studi, provenienti dai principali monumenti pubblici vogliono suggerire un’idea della magniloquenza delle architetture e della pregevolezza delle decorazioni, oltre che della varietà dei materiali impiegati, dal locale calcare bianco ai marmi policromi provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo. Tra questi anche una mensola inedita, pertinente al Foro di Brescia, oggi depositata in museo da una generosa famiglia bresciana. Il manufatto, in pietra locale di Botticino, rappresenta il Fauno, divinità della natura correlata al culto dionisiaco, e doveva con grande probabilità decorare uno degli ingressi del foro di Brixia. La sua importanza, oltre che nelle notevoli dimensioni e nella bellezza dell’ornato, risiede nel fatto che si tratta di una recente scoperta emersa grazie a studi specialisti.

Tra gli altri reperti di particolare valore e interesse, si segnala il pettorale da cavallo in bronzo (balteo), esemplare unico in tutto l’impero, appartenente probabilmente a una statua equestre esposta in uno degli spazi pubblici dell’antica Brixia, sulla cui superficie sono state applicate numerose figure in bronzo che riproducono soldati Romani, con elmo e corazza, e barbari, con capelli lunghi, calzoni e corta mantella, impegnati in un accesso combattimento e al centro si staglia la figura dell’imperatore a cavallo che irrompe tra i soldati. O la Statua di Silvano, divinità legata al mondo dei boschi e degli animali, che si caratterizza per la presenza di una pelle con testa di caprino sul lato sinistro e di frutti che trattiene nella piega del mantello, che alludono alla fertilità e all’abbondanza: una statua che fa parte di un piccolo nucleo di opere archeologiche donate all’inizio dell’Ottocento al Museo da Luigi Basiletti, lo straordinario erudito e artista che, con i colleghi membri dell’Ateneo di Scienze lettere e Arti di Brescia, avviò nel 1823 l’inizio degli scavi archeologici in città.

Il nuovo intervento museale punta anche sull’inserimento di tre installazioni artistiche immersive multimediali, ideate e realizzate dallo studio artistico interdisciplinare italiano incentrato sulle relazioni tra uomo e macchina, NONE Collective. Il collettivo si occupa di progettazione di esperienze immersive, installazioni multimediali, opere d’arte digitali che esplorano l’espansione dei confini della percezione umana attraverso l’uso della tecnologia, indagando le relazioni tra abitudini, pratiche sociali e l’emergere di nuovi strumenti nella cultura digitale, promuovendo inoltre una riflessione sul contemporaneo e stimolando il pensiero critico e pratiche attiviste. Lavori a loro firma sono esposti in musei, gallerie e festival internazionali, tra questi Somerset House – Londra, Farol Santander – San Paolo, Fukuoka Science Museum – Giappone, Palazzo delle Esposizioni e Museo Nazionale Romano – Roma, Milan Design Week – Milano. Il progetto multimediale vuole portare far vivere al visitatore un’esperienza immersiva grazie alla sincronizzazione di audio, video e luci, attraverso dispositivi tecnologici e scenografie.

Nella prima sala, Forme e luoghi della memoria, mediante grafiche e immagini storiche, volti e voci di eruditi, cittadini illuminati e luoghi particolarmente significativi, viene evocato il percorso di tutela e valorizzazione dell’eredità antica della città a opera della comunità bresciana. Come una sorta di scatola della memoria, affiorano progressivamente strati lasciati nei secoli e vengono messe in luce le radici profonde di una sensibilità civile non comune. L’installazione multimediale La Vittoria Alata. Viaggio di un mito racconta la storia di questa statua, illustrando aspetti relativi alle sue origini, all’iconografia, agli attributi, alla scoperta durante gli scavi nell’area del Capitolium del 1826 fino ad arrivare agli ultimi dati scientifici acquisiti durante l’intervento di restauro. Il percorso si conclude con Architettura, Uomo e Natura, un’installazione che evoca i luoghi e le architetture in cui va in scena la vita dell’uomo: la strada, le mura, la piazza, i porticati, le colonne, le abitazioni, gli edifici. Gli spazi, assi, geometrie e forme si affiancano allo scorrere del tempo, alla ciclicità della natura e hanno come filo conduttore la presenza dell’uomo. In questa sala sono presenti tre sculture frammentarie di età romana che, con la tecnica del videomapping e l’illuminazione dinamica, diventano parte della narrazione.

La nuova sezione dell’età romana offrirà poi un percorso di accessibilità per persone disabili. Oltre alle mappe tattili di orientamento, presenti all’ingresso del percorso, tutti i reperti in pietra e una copia della dama Flavia saranno esplorabili tattilmente da ciechi e ipovedenti. Inoltre, due modellini dedicati a santuario repubblicano e Capitolium e agli edifici pubblici di Brixia in età romana, caratterizzati da texture specifiche, saranno a disposizione per esplorazioni tattili. Una guida multimediale gratuita del museo, scaricabile tramite QR code sul proprio dispositivo elettronico, con tracce audio dedicate a non vedenti e ipovedenti permetterà l’esplorazione tattile guidata delle opere più significative di ogni sala.

Il nuovo percorso è promosso da Fondazione Brescia Musei, Comune di Brescia, Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le province di Bergamo e Brescia, con il supporto di Regione Lombardia, Fondazione CAB e Fondazione Banca del Monte di Lombardia, Lions Brescia Vittoria Alata e la sponsorizzazione tecnica di Agliardi e a2a.

L'installazione immersiva di None Collective
L’installazione immersiva di None Collective
L'installazione immersiva di None Collective
L’installazione immersiva di None Collective
L'installazione immersiva di None Collective
L’installazione immersiva di None Collective
L'installazione immersiva di None Collective
L’installazione immersiva di None Collective
L'installazione immersiva di None Collective
L’installazione immersiva di None Collective

La nuova bigliettazione

Tutti i progetti portati avanti in questi anni sono stati improntati a considerare il Museo di Santa Giulia e il Parco Archeologico come parte integrante di un insieme unico, così come anche messo in evidenza dal riconoscimento UNESCO del 2011. Dal 24 gennaio entrerà quindi in vigore il nuovo biglietto unisco che porterà a compimento la creazione dell’intera area archeologico monumentale, all’interno di un unico museo, preludio di quanto avverrà ulteriormente nel prossimo mese di marzo con il completamento del progetto infrastrutturale Corridoio Unesco.

La revisione della bigliettazione del Museo di Santa Giulia e di Brixia – Parco archeologico di Brescia romana è stata per Fondazione Brescia Musei occasione per rivedere tutte le politiche di accesso alle sedi museali in sua gestione, in un’ottica di integrazione dei siti museali e di costituzione di reti tra di essi, secondo le linee più moderne della museografia contemporanea e dell’accessibilità.

Inoltre, con l’inaugurazione ufficiale dell’anno in cui Brescia sarà Capitale italiana della Cultura tuttavia, Fondazione Brescia Musei annuncia la novità che riguarderà tutti i cittadini bresciani, residenti in città, a cui sarà riconosciuta l’opportunità di accedere gratuitamente alle collezioni della città illimitatamente, senza limiti di orario o di giornate.

Si tratta di una misura che risponde pienamente e che intercetta le considerazioni più aggiornate sulla politica di accesso ai luoghi della cultura ovvero quella di considerare il patrimonio museale di un territorio come parte di un bagaglio culturale delle comunità che ci abitano, ovvero i cittadini, un’impostazione che discende dalla Convenzione di Faro e ratificata dall’Italia nel settembre 2020 e che considera il capitale culturale una componente essenziale nella composizione dell’identità dei cittadini.

Un’operazione di natura sperimentale, che vuole essere una risposta alle linee programmatiche stabilite dalla politica museale internazionale, in linea con la direzione – la liberazione dai vincoli di fruizione aperta e partecipata al museo – che Fondazione Brescia Musei ha già inaugurato affrontando questi argomenti nel ciclo di talk Open doors: una rivoluzione nelle più virtuose operazioni di valorizzazione del patrimonio, fruibile dal pubblico senza costrizione alcuna.

Una politica che Fondazione Brescia Musei può sostenere grazie al sostegno fondamentale delle aziende che aderiscono al programma di corporate membership Alleanza Cultura, che aiuta a sostenere le attività museali e a restituire il grande valore dell’accessibilità alla cultura: un programma di welfare culturale ancora più significativo per i principali stakeholder dei Musei, alla luce del contributo che Fondazione Brescia Musei riceve dal Comune.

LA DATAZIONE DEI REPERTI IN GALLIA TRANSPADANA.

Come riuscire ad identificare la datazione di un reperto proveniente dal territorio della Gallia Transpadana centro-occidentale ? Prendendo a riferimento il periodo compreso tra la metà del II sec. a.C. e il regno di Augusto (30 a.C.) dobbiamo innanzitutto appoggiarci a materiali provenienti principalmente da necropoli (fig. 1), mentre sono ancora rare le sequenze stratigrafiche degli abitati ben documentate.

I materiali sono numerosi e vari e documentano ciò che era in uso contemporaneamente in un certo periodo utilizzando una cronologia mutuata da quella utilizzata in Europa Centrale, dove questi centocinquanta anni sono stati suddivisi in quattro periodi principali:

La Tène C2 finale,

La Tène D1,

La Tène D2,

età augustea1.

Gli autori dello studio hanno cercato di articolare il periodo Tardo La Tène della Transpadana centro-occidentale in una sequenza di sei orizzonti cronologici della durata di circa una generazione. Questa partizione è stata effettuata prendendo come fossile guida le fibule diffuse localmente confrontate con le forme di vasellame ceramico e dalle sue combinazioni.

LE FIBULE COME FOSSILE GUIDA

A. Fibule di schema Medio La Tène a staffa corta (di lunghezza notevolmente inferiore alla corda dell’arco)4. Il gruppo comprende diversi tipi individuabili in base al materiale, alla forma dell’arco e alla lunghezza della molla

B Fibule di schema Tardo La Tène di ferro a molla bilaterale lunga e corda esterna. Il gruppo comprende due tipi individuati in base alla forma dell’arco.

C Fibule di schema tardo La Tène “tipo Nauheim” caratterizzate da arco ribassato, molla bilaterale di 2 spire per lato e corda interna

D Fibule di schema tardo La Tène “a testa coprente”6, in ferro e in bronzo, con arco di lamina triangolare la cui estremità copre parzialmente o totalmente la molla, molla bilaterale di 2 o 3 spire per lato, corda esterna o interna.

E Fibule di schema tardo La Tène “ad arpa”: in bronzo, arco asimmetrico rialzato a gomito verso la molla e ornato da un nodulo, molla di tre spire per lato e corda esterna.

F Fibule di schema tardo La Tène ad arco rialzato, in ferro e in bronzo, molla di due spire per lato e corda interna.

G Fibule di schema tardo La Tène con arco “a noduli” (Knotenfibeln): in bronzo, arco filiforme asimmetrico, rialzato verso la molla dove è ornato da noduli, molla di due spire per lato a corda esterna, staffa triangolare traforata o chiusa.

H. Fibule a cerniera. Al loro interno si possono individuare due grossi gruppi, estremamente articolati ma la cui documentazione grafica e fotografica è spesso inadatta a una più precisa classificazione.

Associando alle fibule le tipologia dei reperti ceramici si sono quindi indicati 6 periodi storici.

SE VOLETE APPROFONDIRE L ARGOMENTO VI INVITIAMO ALLA LETTURA DELL ‘ARTICOLO PRESENTE SU ACADEMIA.EDU DI PAOLA PIANA AGOSTINETTI

https://www.academia.edu/resource/work/2362284

LA PRIMA CITTÀ IN TRANSPADANA: CELTI GOLASECCHIANI A CASTELLETTO TICINO.

UNA MOSTRA DEL 2009 DA RIVIVERE

La più antica città di Traspadana non è nata a Milano ma sulle sponde del Ticino sul lago Maggiore dove oggi sorge Castelletto Ticino. Riproponiamo qui gli studi presentati nella mostra “L’Alba della Città” organizzata nel 2009 dalla soprintendenza archeologica del Piemonte. il momento di avvio del primo centro protourbano dell’Italia nord-occidentale. Fanno rivivere quel tempo i reperti provenienti dagli scavi condotti dalla Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte a Castelletto Ticino – località Croce Pietra (Via del Maneggio, Via Aronco, Via Repubblica), dove tra la fine del IX ed il VII secolo a.C. sorgeva una delle più arcaiche necropoli del Basso Verbano, caratterizzata da un’organizzazione monumentale con strutture a recinto e marginata da grandi stele in pietra, quale la stele della Briccola, protagonista dell’evento.

Primo nell’Italia nord-occidentale e tra i centri della cultura di Golasecca, anche se seguito a breve distanza cronologica da Como, il centro protourbano di Castelletto Ticino – Sesto Calende si mostra dunque poco prima del 650 a.C. ormai pronto ad assumere un ruolo rilevante economico e politico nel rapporto con le grandi città etrusche. La centralizzazione del controllo su un vasto territorio agricolo e sulle vie di traffico, a partire dall’asse fondamentale del Ticino, la possibilità di concentrare e organizzare in un unico centro, assicurando il prelievo di adeguate risorse alimentari dal territorio, un importante numero di artigiani e maestranze esperte a servizio della navigazione fluvio-lacuale, consente alle elite golasecchiane di offrire materie prime e servizi ai mercanti etrusco-italici, ricavandone un notevole incremento di ricchezza e quegli oggetti ed usi collegati al lusso signorile che sanciranno la loro distinzione sociale. In questo senso il disco-corazza tipo Mozzano in bronzo raffigurato sulla stele della Briccola, tipico dell’armamento etrusco-italico tra la fine dell’VIII e la prima metà del VII secolo a.C., costituisce il primo riscontro diretto del rapporto dei guerrieri golasecchiani con il mondo etrusco-italico e distacca definitivamente la stele della Briccola da quelle protoceltiche coeve del Mediterraneo occidentale, dalla Francia meridionale alla Penisola Iberica.

https://web.archive.org/web/20130817085559/http://albadellacitta.it/index.htm

Da http://archeo.piemonte.beniculturali.it/index.php/it/biblioteca/91-editoria-cataloghi-mostre/706-l-alba-della-citta

SOMMARIO

Presentazioni

pp. 7-9

La necropoli settentrionale e l’evidenza della costituzione del centro protourbano di Castelletto Ticino Filippo Maria Gambari

pp. 13-18

Le pietre dei signori del fiume: il cippo iscritto e le stele del primo periodo della cultura di Golasecca Filippo Maria Gambari

pp. 19-32

Le necropoli in località Croce Pietra Raffaella Cerri

pp. 33-35

La necropoli di via del Maneggio Raffaella Cerri, Mauro Squarzanti

pp. 36-62

Castelletto Ticino, considerazioni geoarcheologiche inerenti il sito di via del Maneggio Cristiano Nericcio, Caterina Ottomano

pp. 63-64

L’insieme litico tardiglaciale di via del Maneggio. Studio preliminare tecnofunzionale Gabriele Luigi Francesco Berruti, Stefano Viola

pp. 65-74

Annotazioni preliminari al catalogo dei reperti e delle strutture Raffaella Cerri

pp. 75-82

Catalogo dei reperti e delle strutture. Via del Maneggio, scavi 2001-2003 Raffaella Cerri

pp. 83-157

Appendice al catalogo dei reperti e delle strutture. Via del Maneggio Mauro Squarzanti

pp. 159-160

Tavole a colori

pp. 161-176

La necropoli di via Aronco Mauro Squarzanti

pp. 177-182

Catalogo dei reperti e delle strutture. Via Aronco, scavo 1988-1989 Raffaella Cerri, Mauro Squarzanti

pp. 183-192

La necropoli di via Repubblica Mauro Squarzanti

pp. 193-195

Catalogo dei reperti e delle strutture. Via Repubblica, scavo 2002 Mauro Squarzanti

pp. 197-202

Considerazioni cronotipologiche Raffaella Cerri

pp. 203-208

I roghi funerari: una chiave di lettura per il paesaggio vegetale e per il rituale funebre Sila Motella De Carlo

pp. 209-224

Il gruppo umano di Castelletto Ticino, località via del Maneggio: paleobiologia e aspetti del rituale funerario Elena Bedini, Francesca Bertoldi, Emmanuele Petiti

pp. 225-240

Analisi paleonutrizionali: la ricostruzione delle abitudini alimentari Fulvio Bartoli, Elena Bedini

pp. 241-245

Un particolare aspetto del rituale funerario: i frammenti di ossa animali della sepoltura infantile T.17/01 Elena Bedini, Emmanuele Petiti

pp. 247-249

Bibliografia

pp. 251-258

Itinerari : https://www.vagabondiinitalia.it/la-cultura-di-golasecca-in-riva-al-ticino/

BRACCIALI DI VETRO DEI CELTI.

Da storia di Parma

Nel III secolo a.C. in Europa occidentale e centrale fa la sua comparsa una quantità importante di oggetti di vetro, tra i quali si distingue un prodotto nuovo che ebbe grande successo come elemento di parure, nonché una vasta difusione: il braccialetto di vetro colorato, translucido, omogeneo e dai colori luminosi.

Bracciale di vetro da SALICETA San Giuliano – Modena- 250-200 a.C. Modena museo archeologico- da Catalogo I Celti Bompiani

Gli specialisti sono propensi a identiicare l’area di produzione nell’Italia del Nord, probabilmente nel Veneto, donde per ora provengono gli esemplari più antichi.

armilla da Adria / in vetro
MATERIA E TECNICA:pasta vitrea/ lavorata a caldo con pinze

MISURE Diametro: 8,5 cm

I Celti si familiarizzarono con questo tipo di produzione della quale appresero le modalità di fabbricazione e le formule di composizione: da quel momento la produzione dei braccialetti di vetro costituì un altro elemento caratteristico e speciico dell’artigianato dei Celti, prodotto con tecniche e con un sapere nuovi. Ai Celti nel III secolo a.C. giungevano lingotti di vetro grezzo, che circolavano ed erano commercializzati nell’Europa transalpina: il relitto scoperto in Corsica al largo delle isole Sanguinaires (Ajaccio) (ultimi decenni del III secolo a.C.) conteneva tra gli altri prodotti trasportati anche 500 chilogrammi di vetro blu, che dall’Oriente era destinato alla Gallia. Lingotti di vetro grezzo sono documentati anche in centri costieri della Britannia. Il vetro celtico ha come base principale la silice (SiO2) ed è prodotto con sodio (Na) (7-15 per cento), calcio (Ca) (5-5,5 per
cento) e altre sostanze come il potassio (K) (meno dell’1 per cento), alluminio (Al) (1,4 per cento) e magnesio (Mg) (0,25-0,30). Se la materia base (sabbia e calcare) era facilmente reperibile, la soda (nota col nome di natron presso Plinio il Vecchio) aveva delle precise zone di provenienza (in particolare, in Egitto, i giacimenti tra Alessandria e Il Cairo) ben lontane dall’Europa dei Celti.

Bologna Museo Archeologico – Necropoli Benacci tomba 921 braccialetto di vetro dei Celti
Bologna Museo Archeologico – Come veniva portato il bracciale di vetro
Bologna Museo Archeologico – Necropoli   Benacci tomba 921- uso del braccialetto di vetro e posizione di olpe a trottola

Le diverse colorazioni erano ottenute mescolando al vetro ioni metallici: il rame colorava il vetro di blu medio o scuro, il ferro in
verde o bruno, il cobalto in blu cobalto, il manganese in porpora o viola. I diversi colori appaiono legati a un’epoca piuttosto che a un’altra, dal momento che quella del colore fu una conquista tecnologica dovuta alla maîtrise di particolari sostanze rispetto ad altre. Le tinte più antiche furono il blu cobalto, talora integrato da colorazioni in giallo e in bianco, quelle successive furono il color miele, il verde o l’incolore, mentre tra le più recenti, del I secolo a.C., ci fu il viola con sfumature rosse.

Le fogge dei braccialetti più recenti furono sottili e semplici mentre quelle degli esemplari più antichi (seconda metà del III secolo a.C.) sono molto variabili per forma e ornamentazione: gli esemplari hanno una ricca ornamentazione a rilievo. Con il II secolo a.C. i braccialetti sono più larghi, blu cobalto o incolori, con decorazione di ili bianchi o gialli visibili alla supericie. Con la ine del II e l’inizio del I secolo a.C. la forma del braccialetto subisce un cambiamento deciso, dal momento che la fascia diventa stretta, di colore blu scuro, viola o bruno, poco decorata o priva di decorazione. I vetri giallo e bianco utilizzati per ilamenti o altri tipi di ornamentazione erano ottenuti con antimonio (Sb), piombo (Pb) o stagno (Sn). Con manganese o antimonio si otteneva invece la decolorazione del vetro, una tecnica molto complessa.

Braccialetti di vetro colorato celtici III SEC a.C da Berna e D’intorni. Da “i Celti” Bompiani
MALNATE (VA) frammento di armilla di vetro celtica
Braccialetto celtico di vetro blu da Maneia

Il braccialetto era ottenuto in un solo pezzo senza che si avessero – come in età romana – due estremità da saldare insieme. La faccia
interna a contatto con la pelle del braccio era liscia mentre la faccia esterna era decorata con scanalature, motivi plastici o gocce di colore applicati. Talora sulla faccia interna di un braccialetto incolore poteva essere applicato un sottile nastro di colore giallo come l’oro. Alcune oicine attive nel II-I secolo a.C. sono riconosciute negli oppida di Manching in Baviera, di Stradonice in Baviera o di Stare Hradiskó in Moravia. L’abitato di Nemcice nad Hanou, sempre in Moravia, testimonia un’attività vetraria che parte dalla seconda metà del III secolo a.C., e che fa di questo centro il più antico atelier celtico di lavorazione del vetro. Nella successiva età degli oppida questo prodotto si difonde anche sul resto dell’Europa celtica; la grande difusione di braccialetti di vetro colorato in Italia del Nord fa ipotizzare la presenza di ateliers anche in Cisalpina (Transpadana) paralleli a quelli transalpini. A parte il caso di Nemcice nad Hanou, non si possono ancora individuare gli atelier del III secolo a.C. che gli specialisti, a partire dalle
forme di braccialetti più antichi, ipotizzano attivi in Italia del Nord, in Svizzera o nel medio Danubio (Slovacchia sud-occidentale). Si vedano N. Venclová, La production du verre, in Les Celtes et les Artes du feu, in “Dossiers d’Archéologie”, CCLVIII (2000), pp. 76- 85; R. Gebhard, Der Glasschmuck aus dem oppidum von Manching, Stuttgart, 1989.

Adria, bracciali celtici in pasta di vetro III sec. a.C
Braccialetti di vetro colorato da Mihovo ex Jugoslavia II Sec .a.C. Vienna museo archeologico da catalogo i Celti-Bompiani
Frammenti vitrei da Monte Bibele


A C B
Fig. 95 Frammenti di braccialetti di vetro colorato rinvenuti a Maneia (A e C) e a sinistra del Ceno (B) nella zona di Varano de’ Melegari. MANPr. (Disegno I. Fioramonti)

Braccialetti di vetro da Berna e D’intorni III-II sec a.C.

LINKS:

https://www.academia.edu/resource/work/3400689

CELTI RETI E CAMUNI: COME È AVVENUTA LA ROMANIZZAZIONE NEL BRESCIANO E NEL GARDA

Da ACADEMIA.EDU

Articolo originale di

 Simona MarchesiniProfile picture for Simona  MarchesiniSimona MarchesiniIDENTITÀ MULTIPLE O ETHNIC CHANGE DURANTE LA ROMANIZZAZIONEView PDF ▸Download PDF 

Area CAPITOLIUM Brescia Cenomane – da Brixia e le genti del Po’ Giunti
Area CAPITOLIUM Brixia fino all’ etá augustea da Brixia e le genti del Po’ Giunti

Il territorio attorno a Brescia e al Lago di Garda si presenta come un osservatorio privilegiato per lo studio di interazioni tra popoli già dal primo apparire della documentazione epigrafica, in età preromana. Tale vocazione, quella dello scenario di etnie multiple, si configura anche nell’età della romanizzazione, con modalità ben indagate e in gran parte già defi nite dagli studiosi. L’individuazione di ethne a partire dalla documentazione esistente non è però sempre di immediata evidenza, e porta spesso ad una sospensione del giudizio piuttosto che ad una soluzione univoca.
In questa sede cercherò di inquadrare fenomeni nel loro complesso già noti, come quelli che emergono dall’epigrafia e dall’onomastica, avvalendomi di strumenti «in dotazione» alla linguistica, come la sociografia, la neurolinguistica, la linguistica del contatto e l’etnolinguistica, per proporre al confronto critico nuove categorie di analisi. Dalla focalizzazione di alcuni documenti, in parte anche nuovi, vedremo anche emergere e delinearsi meglio una delle compagini che solitamente, negli studi sulla regio X, rimane di difficile identificazione: la componente camuna.


II. Lo scenario storico regio X, in particolare nella zona attorno a Brescia e al lago di Garda (1).


Il processo di assimilazione e acculturazione, come sappiamo, non fu per questa parte dell’Italia cruento e repentino, ma progressivo e lento. La strategia politica adottata da Roma verso queste popolazioni fu di rispetto delle autonomie e delle strutture socio-politiche esistenti, di cui «venivano conservate la compattezza, l’autonomia, e fi n dove possibile l’indipendenza e la stabilità demografica» (2).


Riassumo brevemente i termini cronologici:

− fine V-inizi IV sec. a.C.: inizia l’occupazione cenomana di
Brixia, che conosce anche la sua prima fase urbana;

− 225 a.C. durante la guerra Gallica i Cenomàni (che ormai occupano il territorio di Brescia) e i Veneti si alleano con i Romani
inviando 20.000 soldati contro le altre popolazioni celtiche;

− durante la guerra annibalica i Cenomani sono alleati di Roma insieme ai Veneti, Taurini e Anamari;

− 200 a.C. i Cenomani appoggiano gli Insubri e i Boii devastando Placentia e puntando in seguito su Cremona;

− 197 a.C. grazie all’intervento diplomatico del console C.
Cornelio Cetego presso i vici Cenomanorum e presso la stessa Brixia, la rivolta rientra e i Cenomàni abbandonano gli Insubri
che vengono vinti; si stipula un foedus tra Roma e i Cenomàni;

− 89 a.C. Lex Pompeia Strabonis de Transpadanis concede lo
ius Latii a tutte le popolazioni della Gallia Cisalpina, compresi i Cenomani;

− 51-49 a.C. con la Lex Roscia viene ratifi cata la cittadinanza
romana alle popolazioni celtiche e italiche della Cisalpina (Transpadani); Brixia diventa municipium;

− età augustea (16/15 a.C.): adtributio delle popolazioni nella
Val Sabbia e della sponda occidentale del Lago di Garda (Sabini e Benacenses); adtributio a Brixia anche dei Trumplini e dei Camunni (campagna militare di P. Silio Nerva);

27 a.C. (oppure 14 a.C. e comunque non dopo l’8 a.C.)
Brixia si fregia del titolo di colonia civica Augusta.

− tra 79 e 89 d.C. Benacenses e Trumplini sono in stato di inferiorità giuridica rispetto ai Bresciani (3).

Particolare della statua di Minerva dal santuario di Breno(BS)


In questo quadro di progressivo adeguamento della componente etnica locale al mondo romano, spicca la tendenza all’autonomia dei Camunni, che pur dopo l’adtributio e la concessione della civitas, si costituiscono come res publica separata da Brescia e vengono ascritti per la maggior parte alla tribù Quirina.

Questa situazione, che ha come sfondo un intenso spostamento di persone dal centro Italia e dal Sud verso Nord, nella Gallia padana e Cisalpina (4), porta alla creazione di popolazioni miste, che uniscono componenti più tipicamente italiche o centro italiche a quelle celtiche, venetiche, retiche o camune.

Puoi continuare a leggere l ‘articolo originale al link:

https://www.academia.edu/resource/work/1074727

ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE: LA RIPRODUZIONE DELL’ARMAMENTO DEI GALLI CISALPINI.

Un contributo importante per capire meglio le modalità di produzione e di uso dei manufatti antichi è costituito dalla archeologia sperimentale . Diversi specialisti e appassionati si sono dedicati a riprodurre fedelmente manufatti antichi per carpirne tutti i segreti . Qui di seguito vi proponiamo il contributo e le ricerche sulle armi dei Galli CISALPINI :

FODERO DI SALICETA S.GIULIANO

Qui lo studio e ricerca delle decorazioni del fodero riferito alla sepolcreto di Saliceta San Giuliano. Lo staff composto dagli archeologi Thierry Lejars, Anna Bondini dal restauratore Renaud Bernadet e da Vincenzo Pastorelli per la realizzazione dei punzoni e della replica completa. La particolarità delle decorazioni collocano questo fodero tra i 10 esemplari esistenti. Questa operazione a evidenziatol’esatta sagoma degli sbalzi e delle particolari decorazioni impresse

MUSEO ARCHEOLOGICO BOLOGNA

Dalla collaborazione tra Museo Civico Archeologico e  Vincenzo Pastorelli, artigiano del ferro e ricostruttore sperimentale di antichi modelli di armi, è nato il progetto che ha portato alla realizzazione di un cinturone, di una spada, di un fodero e di una lancia celtici in ferro. Sono fedeli riproduzioni dei materiali della tomba di Ceretolo, rinvenuta nello scavo del 1877 a Casalecchio di Reno (Bologna), un cardine per lo studio della presenza Celtica in Italia.

Si tratta di un’operazione di archeologia ricostruttiva, che prevede di ottenere manufatti in tutto simili a quelli antichi, senza però passare per la sperimentazione per quanto riguarda le tecniche di realizzazione.

Si sono ottenuti manufatti che riproducono fedelmente i reperti archeologici nella loro funzionalità originaria: le nuove armi possono essere toccate, indossate, sperimentate.

Indossando la catena di sospensione della spada sarà possibile saggiare come il fodero rimanesse fermo senza ostacolare il cammino e la corsa del guerriero, toccando letteralmente con mano l’abilità degli artigiani gallici.

ARMAMENTO DEI GALLI BOI ( da res bellica)

ARMAMENTO GALLI SENONI ( da res bellica)

ELMO DI GOTTOLENGO

IL SISTEMA DI SOSPENSIONE A CATENA

MODALITÀ D ‘USO DELLA SPADA CELTICA ( DA EVROPAANTIQVA)

LA SPADA CELTICA (DA EVROPAANTIQVA)

LE LUCI DELLA SERA SUL CAPITOLIUM DI BRESCIA

LE ULTIME SCOPERTE SUL MONTE CIDNEO

Da il giornale di Brescia

https://www.giornaledibrescia.it/cultura-e-spettacoli/un-tesoro-ritrovato-mura-e-mosaici-romani-nel-castello-di-brescia-1.3817481

Una scoperta continua: il Cidneo non smette mai di sorprendere. Proseguono gli scavi che la Soprintendenza sta portando avanti nell’area antistante i magazzini oleari e appaiono sempre più evidenti l’imponenza delle strutture romane riaffiorate dopo due millenni, il loro ottimo stato di conservazione, la monumentalità di quel sistema di murature che stavano alla base del tempio costruito sulla sommità del colle, poi inglobato nei secoli successivi, nell’edificio oggi sede del Museo delle Armi.

Scavi in corso presso le mura del castello

Tra le rovine

Accompagnati dalla dottoressa Serena Solano della Soprintendenza, che dirige il cantiere avviato da qualche mese a poche decine di metri dal ponte levatoio, abbiamo potuto effettuare un sopralluogo nell’area di intervento, proprio prima della chiusura per i mesi invernali, osservando da vicino le archeologhe Ivana Venturini e Viviana Fausti all’opera, mentre spostavano – con l’ausilio di un piccolo escavatore e armate di picconi, pale e cazzuole – tutto il materiale che per secoli ha coperto e protetto questo articolato impianto di mura, vani e nicchie, da cui è riaffiorato anche un mosaico.

«Qui siamo in corrispondenza del Capitolium – ha spiegato Solano -. Dobbiamo immaginarci una imponente scenografia monumentale che collegava la piazza del foro al tempio costruito sulla cima del colle. Le strutture emerse si possono riferire a diverse fasi: la prima probabilmente di età augustea, quindi alla fine del I secolo a.C., la seconda di età flavia (fine I secolo d.C.). In epoca tardo antica poi l’area è stata utilizzata come balneum con tanto di vasche e impianto di riscaldamento a terra e a parete di cui si possono ancora notare le impronte lasciate dai tubuli».

In «letargo»

Per le prossime settimane gli scavi saranno coperti da teli in vista di riavviare i lavori con la bella stagione. Di certo ora si dovrà rivedere il progetto della Fondazione Brescia Musei che nell’area avrebbe voluto ospitare le sculture del lascito Bruno Romeda, su progetto dell’architetto Scherer.

«Noi proponiamo la conservazione delle mura romane e la loro musealizzazione. Ma questo non esclude che possano trovare una loro collocazione anche le opere d’arte contemporanea; le due cose possono convivere – ha dichiarato il Soprintendente Luca Rinaldi -. Dai lavori che stiamo portando avanti emerge che il Castello non ha solo la sua parte medievale ma anche questo importante scavo romano». Per ora questi ritrovamenti si possono solo osservare dall’alto, dalle aperture nelle mura all’ombra della torre Mirabella, ma in futuro l’area potrebbe essere resa fruibile a tutti. Sempre che Comune e Fondazione Brescia Musei sposino la proposta della Soprintendenza.

Autore:

Daniela Zorat