IL MIELE DELL’IBERIA SULLE TAVOLE DELLA MILANO GALLO-ROMANA

Da accademia.edu

https://www.academia.edu/resource/work/33898533

Il ritrovamento di alcuni frammenti di kalathoi iberici, detti anche sombreros de copa, a Milano, negli scavi di via Moneta (Ceresa Mori 2001, Ceresa Mori, Tizzoni 2004) nella tarda età del Ferro e l’identificazione di eventuali copie realizzate nell’oppidum mediolanense (Casini, Tizzoni 2012, pp. 165-178 e 2014, pp. 357-360) offrono un nuovo importante elemento per la definizione degli aspetti culturali e storici della città.

Attorno ad essa ruotarono interessi commerciali di varia natura da parte dei coloni italici che, probabilmente a partire dalla fine del III secolo a.C., cominciarono a insediarsi non solo in ambito urbano, ma anche nel territorio circostante, attratti dalla possibilità di sfruttamento delle sue svariate risorse caratterizzate da bassi costi e quindi da elevati ricavi.
Queste ceramiche di importazione a Milano rappresentano un’assoluta novità nel quadro della loro distribuzione nella penisola italiana, che riguarda prevalentemente le coste del Tirreno e assai raramente l’entroterra. La via attraverso la quale i prodotti iberici giungevano a Milano è quella che faceva capo a Genova e alla Liguria, dove la ceramica iberica è documentata in contesti d’abitato (Ventimiglia, Vado Ligure, Genova e Luni 1); da qui i kalathoi penetravano nell’entroterra, forse proprio verso Milano, passando per Libarna (Lamboglia 1954, pp. 114115) e Casalcermelli nell’Alessandrino (Lo Porto 1952), dove venivano deposti nei corredi funerari.

Khalatoi iberici a Mediolanum


La domanda se questi vasi viaggiassero con un particolare contenuto o semplicemente per la loro forma e decorazione non ha, a livello archeologico, una risposta definitiva. Alcuni studiosi hanno proposto di considerare i kalathoi come contenitori per il trasporto di particolari alimenti, come ad es. il miele 2, ma la Conde i Berdos (1992, p. 138) ha espresso dubbi su questa interpretazione, preferendo ritenerli oggetti ricercati, che incontravano il gusto di una vasta clientela, in virtù del fatto che il loro uso era anche funerario, sia nella terra d’origine, sia nelle zone d’esportazione.
La possibilità di intraprendere analisi chimiche dei residui organici di alcuni dei frammenti mediolanensi ha offerto una risposta interessante, che parrebbe sostenere le ipotesi sul trasporto del miele, la cui produzione valenciana nell’antichità era particolarmente rinomata (Strabo, 3, 2, 6; Plinio, XXI, 74; v. anche Bonet Rosado, Mata Parreño 1997). Giocano a favore di questa interpretazione anche la forma cilindrica, con ampia imboccatura che favorisce direttamente la smielatura. Il fatto stesso che i vasi fossero deposti nelle tombe è un argomento a favore di questa interpretazione. La presenza di un vaso cilindrico in bronzo con coperchio contenente un favo nella tomba principesca A di Casale Marittimo (Volterra), con ricco corredo databile intorno al 700 a.C., è da un lato una prova archeologica dell’uso di porre il miele tra le offerte funerarie e dall’altro una conferma dell’utilizzo di vasi cilindrici contenere il miele3.
I risultati delle analisi hanno individuato la presenza di cera in almeno due esemplari, il frammento n. 3, di sicura produzione iberica e il frammento n. 5, che è, invece, di probabile produzione locale; si confermerebbe, dunque, lo stretto legame funzionale, oltre che morfologico tra i vasi iberici e le imitazioni mediolanensi. Va segnalato che però i residui di cera potrebbero anche riferirsi a trattamenti di impermeabilizzazione del corpo ceramico, ma ci pare rimarchevole la congruenza di questo dato chimico con la tradizionale interpretazione archeologica di questi recipienti.
LE ANALISI
Le analisi sono state condotte sulle polveri e sugli estratti organici delle ceramiche mediante spettroscopia infrarossa, analizzatore elementare (CHNS) e spettrometria di massa. In particolare si è utilizzata la procedura per la caratterizzazione della componente residuale lipidica in manufatti archeologici ampliamente riportata in letteratura. Mediante GC-MS sono stati evidenziati i marker tipici della cera d’api, quali l’acido palmitico, alcoli a catena lunga, alcani a catena dispari e monoesteri. Insieme a questi sono stati però individuati marker di altri componenti organiche quali acidi grassi e steroidi di cui l’interpretazione è in corso al fine di comprenderne l’origine (utilizzo o contaminazione).

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