AQUILEIA: LA VILLA DI TITO MACRO APRE AL GRANDE PUBBLICO.

Dal 1 febbraio la Domus di Tito Macro sarà aperta tutti i giorni, con ingresso scaglionato ogni 30 minuti,nei seguenti orari:

  • Da novembre a febbraio | dalle 10.00 alle 16.00 durante la settimana; sabato, domenica e festivi fino alle 17.00 (eccetto la chiusura del 25/12)
  • Marzo e ottobre | dalle 10.00 alle 18.00 tutti i giorni
  • Da aprile a settembre | dalle 10.00 alle 19.00 tutti i giorni

Intero: 5€ – visitatori individuali dai 18 anni in su
Ridotto: 4€ – visitatori in gruppo (minimo 15 persone) dai 18 anni in su

L’ingresso è gratuito per:
Minori di 18 anni
Studenti fino alla scuola Secondaria di II Grado, inclusi gli insegnanti accompagnatori
Visitatori disabili previa presentazione in Biglietteria del certificato d’invalidità. In caso di non autosufficienza, la gratuità è estesa anche a un accompagnatore
Giornalisti
Guide turistiche e Tour Leader
1 accompagnatore per gruppo
Membri ICOMOS e ICOM
Residenti ad Aquileia

Link:

Domus di Tito Macro

http://www.arte.it/notizie/udine/ad-aquileia-brilla-la-domus-di-tito-macro-cinque-secoli-di-storia-in-una-dimora-senza-precedenti-17689

UN PICCOLO TEMPIO CELTICO: LA TORRE DI ROLDO

da http://archeocarta.org/montecrestese-vb-tempietto-lepontico-o-torre-di-roldo/

LUOGO: MONTE CRETESE VERBANIA

Storia del sito:
La maggior parte delle costruzioni di epoca celtica era eseguita principalmente di legno o in legno con fondazioni di pietra. Rari sono i ritrovamenti di edifici realizzati completamente in pietra (in Irlanda, Bretagna, Occitania e Galizia) e quello di Roldo è l’unico ad essersi discretamente conservato in tutta l’area Gallo-romana.
L’edificio è stato scoperto e studiato da Tullio Bertamini nel 1975 .

Dall’accurato esame dei materiali e delle tecniche costruttive, l’edificio è stato datato al primo secolo dell’era cristiana in un periodo nel quale gli influssi culturali romani erano ancora molto scarsi. Che si trattasse di un edificio di culto è dimostrato dalle tecniche costruttive, dalla posizione, dall’orientamento sull’asse nord-sud e soprattutto dall’uso della pietra e del marmo locale e la pianta interna a doppia cella che attestano un uso sacrale “importante”.
Dopo la cristianizzazione dei territori dell’Ossola (IV sec.) fu convertito ad uso profano e, attorno al XIII secolo, fu sopraelevato per trasformarlo in torre di vedetta. Esso si trova oggi inglobato in mezzo ad altre costruzioni.

Descrizione del sito:
L’edificio sorge in cima a uno sperone da cui si vede l’intera alta valle e da essa è perfettamente visibile. Esso è poi stato costruito su una grande roccia che è stata scavata per ospitarne le fondamenta e tutto lascia pensare che fosse proprio tale roccia la prima origine del culto su quel sito. E’ costruito interamente in pietra lavorata con una certa maestria e legata a calce.

La soprelevazione medievale è chiaramente visibile all’esterno anche per la diversità del paramento murario.
Il tempietto di Roldo ha forma rettangolare dalle misure esterne di m 5,50 di lunghezza e di m 3,60 di larghezza. All’interno è diviso in due piccoli vani: una cella di 2,45 per 2,90 m e un atrio di m 2,45 per 1,10. Si accede all’atrio da una porta con arco a tutto sesto e si passa nella cella grazie ad un’altra porta, che è stata però demolita per creare un ambiente più ampio, a cui fu opposta una porta: queste sono le modifiche più evidenti.


La cella è coperta da una volta a botte impostata a m 2,85 di altezza ed alta, al centro, m 4,10. La copertura era di lastre di pietra sagomate a tegoloni ed è stata nascosta dalla sopraelevazione. Il tetto in beole di tale torre è crollato all’inizio del decennio 1970-80 e fu sostituito con una copertura in lamiera. Vicino alla finestra doveva trovarsi l’altare (o una base con la statua), dati i segni che si rilevano sul pavimento. A circa 4 m di altezza lungo l’intero perimetro del muro sta una pietra piatta e scura, la “laugera”, non di cava locale ma proveniente dalla val Bognanco che aveva una precisa funzione: sui lati Sud e Nord funge da corda di un arco di scarico, sul quale poggiano gli elementi della volta a botte della cella, perché la spinta sia solo in parte scaricata su questi due muri.
L’edificio ha una sola piccola finestra, di cm 45 per 58, posta sulla parete di fondo ad una altezza dal pavimento tale che la luce solare penetri direttamente nell’edificio solo nel periodo compreso fra l’equinozio di autunno e quello di primavera (23 settembre – 21 marzo) e che l’illuminazione massima si abbia a mezzogiorno del solstizio d’inverno (22 dicembre), quando il raggio del sole attraversa l’intero tempietto. Per questo non è del tutto azzardato supporre che il tempio fosse dedicato al dio solare Belenos.

Informazioni:
In frazione Roldo.  Telefono Pro Loco  0324 232883

Altri links:

https://www.visitossola.it/poi/tempietto-lepontico-di-roldo/

https://www.piemonteis.org/?p=5539

MIRABILIA DELL’ANTICHITÁ A MILANO : “RECYCLING BEAUTY”ALLA FONDAZIONE PRADA.

Dire che sono in mostra alla fondazione Prada di Milano dei capolavori della antichità è assolutamente riduttivo. Questa mostra è straordinaria , inaspettata, emozionante, bellissima. La cornice in cui vengono esposti questi reperti è poi di tutto rispetto : la fondazione Prada. Non solo si tratta di pezzi archeologici di una preziosità unica ma è anche estremamente intrigante la storia complessa del loro reimpiego e riuso durante i secoli . Per questo mi sono permesso di inserire questo post un po’ “fuori tema” qui. Mi perdoneranno i lettori. Vi invito a visitare questa mostra a Milano alla fondazione Prada fino al 27 febbraio 2023.

La Zingarella e il Moro Borghese sono opera del francese Nicolas Cordier (1567-1612), che uni parti di sua creazione a frammenti antichi in marmi pregiati. Le sculture sono qui presentate per la prima volta in “dialogo” fra loro, come lo erano in casa del cardinale Scipione Borghese intorno al 1613. Oggi il Moro è al Louvre, La Zingarella è rimasta a Roma.

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Da fondazione Prada:

Questo e un altro pavone di bronzo dorato sono i soli sopravvissuti tra quelli che decoravano il mausoleo dell’imperatore Adriano (118-138 d.C.), che nel Medioevo
fu trasformato in residenza fortezza (Castel Sant’Angelo). due pavoni, insieme a una grande pigna antica di bronzo ornarono lungo una fontane davanti alla vecchia basilica di San Pietro, poi smontata nel Cinquecento quando venne costruita la nuova basilica

Recycling Beauty” è un’inedita ricognizione dedicata al tema del riuso di antichità greche e romane in contesti post-antichi, dal Medioevo al Barocco. Una mostra a cura di Salvatore Settis e Anna Anguissola con Denise La Monica il cui progetto allestitivo è ideato da Rem Koolhaas/OMA.

Composto da Nicolas Cordier a partire da una testa antica di moro, da un frammento – anch’esso antico – di torso in marmo nero e da un altro di alabastro, il Moro Borghese è una creazione interamente barocca. Secondo un poema del 1613, il Moro era disposto in coppia con La Zingarella: “A destra c’è un giovane moro […] che sorride lietamente e pare che inviti a danzare con lui una gentile fanciulla, anch’ella di pelle scura, che però fa la sdegnosa e non vuole ballare”.

La premessa di questa ricerca è la necessità di considerare il classico non solo come un’eredità del passato ma come un elemento vitale in grado di incidere sul nostro presente e futuro. Attraverso un innovativo approccio interpretativo e una modalità espositiva sperimentale, il patrimonio antico, e in particolare quello greco-romano, diventa, per usare le parole di Settis, “una chiave di accesso alla molteplicità delle culture del mondo contemporaneo”.


Nonostante la sua rilevanza culturale e la sua ampia diffusione, il reimpiego di materiali antichi è stato al centro degli studi archeologici solo di recente. Solo negli ultimi anni è stato approfondito il dato essenziale di questo fenomeno, ovvero la relazione visuale e concettuale fra gli elementi antichi riusati e il contesto post-antico, lontano da quello di origine, in cui sono stati inclusi. “Recycling Beauty”, al contrario, intende focalizzare l’attenzione sul momento in cui il pezzo antico abbandona la propria condizione iniziale o di rovina e viene riattivato, acquistando nuovo senso e valore grazie al gesto del riuso.

Considerata “meravigliosissima” da Michelangelo, questa scultura greca della fine del IV secolo a.C. apparteneva forse a una più vasta rappresentazione di Alessandro Magno a caccia. L’opera fu portata a Roma in antichità e nel Medioevo fu posta in Campidoglio, nel luogo in cui erano comminate le sentenze capitali, dove simboleggiò la potenza di Roma. Del famoso gruppo capitolino esistono numerose derivazioni in ogni materiale e di ogni dimensione.

Il progetto espositivo, concepito da Rem Koolhaas/OMA con Giulio Margheri, si sviluppa in due edifici della Fondazione, il Podium e la Cisterna, come un percorso di analisi storica, scoperta e immaginazione. Nel Podium un paesaggio di plinti bassi permette di percepire i pezzi esposti come un insieme, mentre le strutture simili a postazioni di lavoro incoraggiano un esame più ravvicinato grazie alla presenza di sedie da ufficio. Nella Cisterna i visitatori incontrano gli oggetti gradualmente, in una sequenza di spazi che facilitano l’osservazione da punti di vista alternativi. Due sale della Cisterna sono dedicate alla statua colossale di Costantino (IV sec. d.C.), una delle opere più importanti della scultura romana tardo-antica. Due monumentali frammenti marmorei, la mano e il piede destro, normalmente esposti nel cortile del Palazzo dei Conservatori a Roma, saranno accostati a una ricostruzione del Colosso in scala 1:1, mai tentata prima, che evidenzia come l’opera sia il risultato della rielaborazione di una più antica statua di culto, probabilmente di Giove. Questo progetto è il risultato di una collaborazione tra i Musei Capitolini, Fondazione Prada e Factum Foundation, la cui supervisione scientifica è stata seguita da Claudio Parisi Presicce, Sovrintendente Capitolino ai Beni Culturali.

La ricostruzione della ciclopica statua di Costantino originariamente posta bella basilica di Massenzio e Costantino . Frammenti originari un piede ed una mano

Evidenziando l’importanza dei frammenti, del riuso e dell’interpretazione, “Recycling Beauty” contribuisce a considerare il passato come un fenomeno instabile in costante evoluzione. La mostra ospita oltre cinquanta opere d’arte altamente rappresentative provenienti da collezioni pubbliche e musei italiani e internazionali come Musée du Louvre di Parigi, Kunsthistorisches Museum di Vienna, Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen, Musei Capitolini, Musei Vaticani e Galleria Borghese di Roma, Gallerie degli Uffizi di Firenze e Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Il torso in onice dorato, di età adrianea (118-138 d.C.), agli inizi del XVII secolo fu integrato dal fiammingo François Duquesnoy con testa, mani e piedi in bronzo, sostituiti in marmo nel 1766. Esportata in Francia, l’opera rimase nella collezione d’Orsay fino alle confische della Rivoluzione (1794).
Ritenuta a lungo di età greco-romana questa protome è opera di Donatello (1455 ca.). Era destinata al monumento equestre di Alfonso d’Aragona, re di Napoli. Per dono di Lorenzo il Magnifice (1471) venne in possesso di Diomede Carafa. Spiccava tra molti marmi antichi esposti nel cortile di Palazzo Carafa, tanto che esso veniva chiamato “Palazzo del Cavallo di bronzo”.
Il sarcofago (160-180 d.C. ca.), che mostra una battaglia di Dioniso/Bacco in India, fu riusato nel 1247 come tomba del Beato Guido. Nel 1282 lo scrittore Ristoro d’Arezzo ne diede una fantasiosa descrizione. Donatello lo vide in viaggio da Roma a Firenze e ne parlò con Filippo Brunelleschi, che subito si recò a Cortona per disegnarlo.

Altri link:

https://www.salonemilano.it/it/articoli/design/la-bellezza-si-ricicla-nella-grande-mostra-fondazione-prada

https://www.artribune.com/arti-visive/2022/11/mostra-recycling-beauty-fondazione-prada-milano/

FELSINA LA BOLOGNA ETRUSCA.

La città di Bologna è l ‘antica città etrusca di FELSINA . La città è definita “princeps Etruriae” da Plinio il Vecchio, che le riconosce evidentemente un ruolo primario anche in età antica . Il luogo occupato da Bologna antica, ricoperto dalla città moderna, sfruttava una posizione favorevole allo sbocco del Reno in pianura ma a ridosso del Colle dell’Osservanza.

I sondaggi effettuati nel centro moderno tendono a riconoscere un’occupazione ri- salente già all’VIII secolo a.C., strutturata per villaggi, posti in prossimità delle necropoli; non ancora chiara è invece la posizione del villaggio di IX secolo, corrispondente alle necropoli di San Vitale e Savena, a est della città.

Dall’unione dei primitivi villaggi nacque FELSINA , coagulandosi attorno a un unico centro. Di questo periodo sono i rinvenimenti di fornaci e fonderie. L’economia si basava essenzialmente sull’agricoltura e sull’allevamento. Tali fonti permettevano il commercio con Spina collegata a Bologna tramite il corso del Reno. Spina aveva forse un ruolo di dipendenza nei confronti di Bologna, infatti una stele funeraria di tardo V secolo aC conserva la figura di un navarca con un piccolo esercito sul suo vascello. Altra area significativa è costituita dal santuario di Villa Cassarini (tardo VI-IV secolo a.C.), . Di gran lunga più imponenti sono i materiali provenienti dalle necropoli, che hanno permesso una periodizzazione della cultura dell’età del ferro che è servita di modello agli studi villanoviani.

Dopo il villanoviano 1, attestato nei sepolcreti di S. Vitale e Savena (IX secolo aC), con lo spostamento verso la zona occidentale, si svilupperá la futura Bologna con forme classificate nel villanoviano II (prima metà dell VIII secolo a.C) e III (seconda metà del I’Vill, prima metà del VII secolo a.C.).

Si riscontra una continuità culturale con la fase precedente attestata dal rito funerario dell’incinerazione, dall’ossuario biconico, da ornamenti personali in bronzo. Alcuni oggetti preziosi dimostrano una differenziazione delle classi agiate. Particolare significato assumono le tombe di “guerrieri”, con repertorio di armi, e di “cavalleri”; entro le quali sono depositati morsi di cavallo. Il periodo successivo, dalla metà del VII alla metà del VI secolo aC. (impropriamente denominato villanoviano IV), corrisponde alla massima espansione demografica di Felsina.

Sono evidenti ricche importazioni dall’E- truria interna, che continuano un flusso già iniziato nel villanoviano III (ceramica groca geometrica), in particolare per quanto concerne la bronzistica decorata, le oreficerie a le prime manifestazioni a li- vallo monumentale di stele decorate a bassorilievo (definite “protofelsinee”) con motivi orientalizzanti. Fra la metà del VI e la metà del IV secolo a. C. le necropoll, addensate fondamen tamente attorno alla Certosa, presentano sepolcri a pozzetto e a fossa con paramento lapideo (unica eccezione la tomba a cassone costruita a biocchi del Giardini Margherita), frequentemente segnalati da cippi o da stele a forma di ferro di cavallo, decorate a rilevi, con motivi riferiti in parte all attività del defunto, in parte al repertorio del viaggio l’oltretomba, e provvisti di iscrizionei nella quale è pre sente anche il nome del magistrato locale zilach magistrato. I servizi da banchetto rinvenuti nelle tombe presentano ora molta ceramica greca, in prevalenza attica a figure nere e rosse che dimostrano fondamentalmente l’approvvigionamento d beni dall’emporio spinetico Fra il 520 380 a.C Bologna è fra le maggiori acquirenti di tali prodotti , che si condensano soprattutto fra 475 425 aC. che di bronzi provenienti dall’Etruria meridionale con la quale rapporti sembrano gradatamente attenuarsi . Le tombe del periodo cosiddeto gallico (350-189 aC), prevalentemente a inumazione, sostituiscono alla ceramica attica a figure rosse quela proveniente dalle officine volterrane. La discesa dei Celti trovò in Bologna il centro insediativo più importante: i Galli Boi che vi si stanziarono lasciarono come eredità il nome di Bononia e scardinarono verosimilmente il sistema abitativo dell’asse del Reno, distruggendo Marzabotto e relegando l’emporio di Spina a funzioni di centro minore.( Rielaborato da dizionario della civiltà etrusca -M.Cristofani.ed Giunti)

Eccoci:

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VASI DI BRONZO IN GALLIA CISALPINA TRA IL IV -I SEC.a.C

Articolo originale : M.Bolla I recipienti di bronzo in Italia settentrionale dal VI al I sec. a.C.

http://www.core.ac.uk

https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://core.ac.uk/download/pdf/288222558.pdf&ved=2ahUKEwiQx6iyitz8AhUluaQKHXcYA4gQFnoECDYQAQ&usg=AOvVaw3Gyr0qOxn-wXrfMHcgpGKu

I vasi di bronzo costituiscono una particolare tipo di vasi ad uso domestico. Realizzati per durare a lungo , rappresentavano un patrimonio familiare che passava da madre in figlia per generazioni .
Questa particolare preziosità antica, rende più difficile una fine identificazione cronologica . Tuttavia è possibile in ogni caso identificare in Gallia Cisalpina almeno tre fasi principali di utilizzo del vaso di bronzo. Questi tre periodi vanno dal 388 aC al periodo augusteo e ricalcano la divisione cronologica del periodo La Tène. Lo studio cerca di definire le forme e le tipologie dei vasi di bronzo, il loro legame con il rango sociale in Cisalpina utilizzando come area privilegiata l’area veronese ( Povegliano soprattutto). Tale zona ha permesso di osservare infatti almeno 150 esemplari, databili dal IV/III secolo a.C. all’età augustea in gran parte recuperati da contesti funerari.

PRIMO PERIODO: (388-130a.C)

Nonostante l ‘invadione gallica del 388 a.C. prosegue la produzione locale, rappresentata da recipienti destinati al consumo del vino o di altri tipi di vevande fermentate. Nelle aree occupate dai Leponti e dagli Insubri sono attestate le situle (tipi Pianezzo, Cerinasca e Castaneda), le capeduncole,le brocche a becco (Tessiner Kannen). Sono recipienti prodotti nel Sopraceneri – per le brocche
a becco anche nel Comasco – e attestati nell’area occidentale della Cisalpina, tra il Canton Ticino e la Bergamasca, sui quali non mi soffermo in questa sede perché esaurientemente analizzati da
De Marinis in occasione della mostra sui Leponti , e ancora più recentemente, da Nagy e Tori per la necropoli di Giubiasco.
Produzioni locali sono ben attestate anche in area Cenomane – mi riferisco alle fiasche da pellegrino, con gli esemplari della tomba di Castiglione delle Stiviere e

Brocca a becco di area Lepontica

in area veneta e retica, dove permane
la produzione di situle a sbalzo e di simpula. Sono attribuite a officine locali, che continuano una tradizione lunga e feconda, Le situle di Este, da
quelle a corpo troncoconico e sinuoso della tomba Ricovero 23, la famosa tomba di Nerka Trostiaia, a quelle istoriate delle tombe Boldù-Dolfin 52–535.
Per le situle è stata identificata anche un’area di produzione tra le valli dell’Adige e del Piave, con uno o più ateliers che operano nel IV secolo unendo
elementi di tradizione halstattiana a motivi di influsso celtico ed etrusco. Anche i simpula prodotti a partire dal IV secolo riprendono e rielaborano il tipo etrusco a vasca emisferica e manico verticale,
ma con il manico a nastro applicato con ribattini alla vasca.Nel santuario di Lagole di Calalzo(Belluno) questi attingitoi sono utilizzati anche nei rituali delle acque.


Vasellame d’importazione

Per quanto riguarda invece le importazioni
di vasellame di bronzo dall’Etruria, che avevano caratterizzato tra VI e V secolo a.C. lo sviluppo dell’Etruria padana e della civiltà di Golasecca, si ha effettivamente una contrazione in seguito all’in￾vasione gallica del 388 a.C., che non sembra però
toccare l’area di Spina, dove recipienti e candelabri di bronzo caratterizzano sia le tombe dell’ultimo quarto del V secolo, sia quelle del primo quarto del secolo successivo.

SECONDO PERIODO ETÀ LT D

Con l’età tardorepubblicana, corrispondente in ambito padano al LT D (130–15 a.C.), la presenza di vasellame di bronzo d’importazione si fa numericamente più rilevante e più varia quanto a tipi rappresentati. Per la Gallia Cisalpina si possono considerare ancora validi i saggi sulle varie forme e le liste di distribuzione elaborati in occasione dellatavola rotonda di Lattes, La vaisselle tardo-républicaine en bronze (Feugère, Rolley (eds.) 1991), con aggiornamenti relativi all’asse Ticino-Verbano e, sul versante opposto, al Caput Adriae al territorio dell’attuale Lombardia, con specifiche dedicate al Comasco e al territorio di Bergamo; molto si attende, inoltre, dalle necropoli del Veronese che sono state scavate recentemente e sono attualmente in corso di studio. Più numerosi, a tutt’oggi, gli aggiornamenti e le pubblicazioni di recipienti di età tardorepubblicana in ambito europeo
In linea generale, si può osservare che alle padelle tipo Montefortino e Povegliano si sostituiscono le padelle tipo Aylesford, con vasca fortemente convessa e il caratteristico motivo a spina di pesce sul
labbro (cfr. Tav. 5: XXVI/7), che formano una coppia funzionale con le brocche carenate tipo Gallarate e, talora, anche con le brocche a corpo piriforme tipo Ornavasso-Ruvo,Ornavasso-Montefiascone,Kelheim e Kjaerumgaard.

Le brocche tipo Gallarate, bitroncoconiche a carena bassa con ansa terminante a foglia cuoriforme e puntale, sono a tutt’oggi, insieme alle padelle
Aylesford, le forme più rappresentate nei contesti funerari di questo periodo; che in Gallia Cisalpina le padelle rivestissero un ruolo fortemente simbolico all’interno dei servizi da banchetto, è indiziato dalla
frantumazione rituale del recipiente durante i riti di sepoltura e dalla deposizione sul rogo funebre.
Del successo delle brocche bitroncoconiche possono essere indicative le imitazioni “povere” in terracotta attestate già dal terzo quarto del II secolo a.C.
in Grecia, e la presenza, nel santuario di Delo,frequentato da mercanti e visitatori italici, di una matrice in calcare riferibile ad una forma a carena bassa di piccole dimensioni.

Padella tipo Aylesford. Museo di Mergozzo

TERZO PERIODO-ETA’ AUGUSTEA

Con l’età augustea, il nuovo dinamismo economico della Cisalpina, legato all’espandersi delle strutture produttive transpadane e all’apertura della zona centropadana a più veloci circuiti commerciali, vede la rapida diffusione di un repertorio di forme in parte legato alla serie tardorepubblicana, della quale vengono riproposti elementi strutturali e ornamentali, in parte del tutto innovativi.

Nella tomba 16 della necropoli del Colabiolo di Verdello (Bergamo), ad esempio, datata in base a una moneta
e un boccale del tipo Aco intorno al 20 a.C.88, è già presente una brocchetta “moderna”, di produzione verosimilmente campana89. Si tratta infatti di un recipiente riconducibile alle serie Tassinari C1224, che trova un confronto puntuale con una brocchetta di Levate (Bergamo), da una tomba di
età augustea .
Alcune forme tardorepubblicane, del resto,
risultano ancora in produzione, come le padelle tipo Aylesford, che continuano con una produzione bollata da Cornelius, alla quale sembrerebbe appartenere anche l’esemplare rinvenuto a Domodossola
in una tomba di età prototiberiana, e le brocche carenate tipo Gallarate con labbro arricchito da un kyma ionico91.
Anche i simpula-colini continuano ad essere prodotti con il tipo Radnόti 40, con vasca larga a fondo piatto (Fig. 17), datato tra il 20/15 a.C. e il 10/15 d.C.92
Appare legata alla serie tardorepubblicana
anche la brocca tipo Tassinari C1210, attestata in Italia centrale (a Pompei, nel Viterbese e in Val di Cornia) e in Italia settentrionale a Genova, Fino
Mornasco (Como), Castrezzato (Brescia).



UN MUSEO ETRUSCO A MILANO : LA FONDAZIONE ROVATI

Un museo Etrusco e non solo a Milano.Eccolo ormai da alcuni mesi in Corso Venezia 52 . L’idea geniale è stata quella di fare sbarcare gli Etruschi di Cerveteri a Milano. Il merito di tutto ciò nasce dalla passione di Luigi Rovati Cavaliere del Lavoro e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica (1928-2019), medico e ricercatore, ma anche umanista e collezionista, fondatore nel 1961 di Rottapharm, che negli anni è divenuta una delle prime multinazionali farmaceutiche italiane.

La parte espositiva è suddivisa in due piani: quello nobile e l’ipogeo che è stato progettato dalla architetto Mario Cuccinella in modo da imitare proprio le tombe etrusche. I pezzi esposti sono straordinari , emozionanti, rari e ricercati, valorizzati proprio dall ‘ architettura moderna dal sapore antico.

La maggior parte dei reperti è custodita all interno di ampie strutture in vetro, Sul pavimento giochi di luce accrescono l’atmosfera un po’misteriosa .Non si tratta di spazi didascalici . La parte sotterranea accoglie il mistero della civiltà etrusca nella sua quotidianità e spiritualità, in un ambiente le cui cupole severe e dolci sono ispirate come dicevamo ai tumuli di Cerveteri. A darci il benvenuto in questo museo un’urna cineraria in travertino, probabilmente raffigurante un sacerdote.

Un pezzo eccezionale è il lampadario di Cortona , esposto però solo temporaneamente in questo museo ma impagabile.

Il lampadario di Cortona alla fondazione Rovati
Disegno del lampadario di Cortona
L’ipogeo del museo
paletta con figura femminile fondazione Rovati
Museo Etrusco fondazione Rovati
Coperchio cinerario a forma di elmo
Il guerriero
Urna funeraria
Ceramica oinochoe
Figure e ceramiche con iscrizioni etrusche

https://www.mcarchitects.it/progetti/nuovo-museo-dellarte-fondazione-luigi-rovati

BRESCIA : “L’ETA’ ROMANA , LA CITTA’ ” IL NUOVO ALLESTIMENTO DEL MUSEO DI SANTA GIULIA

DA

Brescia il Museo di Santa Giulia apre, a partire da domenica 22 gennaio, la nuova sezione dell’età romana, con un progetto che intende proporre ai visitatori un’immagine della città antica aggiornata sulla base dei più recenti studi e, soprattutto, dei risultati emersi da indagini archeologiche urbane.

Il nuovo percorso completa il piano intrapreso nel 2019, quando si decise di restaurare la statua della Vittoria Alata e di collocarla – con un nuovo importante allestimento a cura dell’architetto Juan Navarro Baldeweg – all’interno del tempio capitolino, restituendo così all’opera una nuova iconicità nel luogo del suo ritrovamento. Un’azione di importanza strategica, che ha determinato l’esigenza di definire un nuovo allestimento per la sezione dell’età romana, di cui la statua costituiva il baricentro. Grazie a approfondimenti scientifici degli specialisti dell’area collezioni di Brescia Musei, supportata dal Comitato Scientifico della Fondazione, oggi viene quindi presentato il completamento, da un punto di vista concettuale ed espositivo, della musealizzazione anche dell’area del Capitolium, nella quale sono stati rinvenuti importanti reperti ora parte della nuova sezione dell’età romana, e il ricongiungimento concettuale del patrimonio della Brescia romana in un unico dominio museale. Questa unificazione è la ragione che ha spinto Fondazione Brescia Musei a dar vita ad una dimensione unita dei due siti museali, il Museo di Santa Giulia e Brixia – Parco archeologico di Brescia romana, anche da un punto di vista di una nuova politica di bigliettazione, per poter offrire al visitatore l’opportunità di vedere tutti i reperti utili a comprendere la storia di Brixia legati ai loro contesti di provenienza.

Nel processo di rinnovamento degli spazi del Museo Santa Giulia, è emersa infine l’esigenza di intervenire sull’illuminazione dell’Auditorium, dotato di riflettori alogeni ormai datati e poco sostenibili. Fondazione Brescia Musei, con la sponsorizzazione tecnica di ERCO, azienda di riferimento nel campo dell’illuminazione architetturale a LED di alta gamma, ha così sviluppato per l’Auditorium un sistema basato su proiettori, che attraverso un sistema di controllo Bluetooth consente la gestione di differenti scenari, attivabili e modulabili a seconda delle esigenze di utilizzo della sala, massimizzando l’utilità e il comfort visivo sia del pubblico, sia degli eventuali relatori.

Fiore d’abaco di capitello con motivo serpentiforme, pietra di Botticino, seconda metà I secolo d.C, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Fiore d’abaco di capitello con motivo serpentiforme, pietra di Botticino, seconda metà I secolo d.C, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Maschera grottesca, argilla, II-III secolo d.C., dalla stipe del Capitolium, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Maschera grottesca, argilla, II-III secolo d.C., dalla stipe del Capitolium, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Pettorale da cavallo di statua equestre con scena di battaglia fra Romani e barbari, bronzo, I-II secolo d.C., area del Capitolium, scavi 1826, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Pettorale da cavallo di statua equestre con scena di battaglia fra Romani e barbari, bronzo, I-II secolo d.C., area del Capitolium, scavi 1826, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Ritratto di Settimio Severo, bronzo dorato, seconda metà III secolo d.C., area del Capitolium, scavi 1826, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Ritratto di Settimio Severo, bronzo dorato, seconda metà III secolo d.C., area del Capitolium, scavi 1826, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Ritratto di donna della famiglia dei Flavi, bronzo, fine I secolo d.C., area del Capitolium, scavi 1826, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi
Ritratto di donna della famiglia dei Flavi, bronzo, fine I secolo d.C., area del Capitolium, scavi 1826, Archivio Fotografico Musei Brescia, Fotostudio Rapuzzi

La nuova sezione romana

Brixia romana è una città paradigmatica per il grado di conservazione degli edifici, la tradizione degli studi e le continue indagini in corso che portano quotidianamente all’arricchimento del patrimonio. A 200 anni dall’inizio della felice campagna di indagini archeologiche che portò alla scoperta del Capitolium, del deposito dei bronzi e all’apertura nel 1830 del Museo Patrio, viene ora aggiornata, per l’anno di Capitale italiana della cultura di Brescia, la sezione che più di altre registra questo flusso dinamico e virtuoso tra ricerca e valorizzazione.

La documentazione ottocentesca prodotta in occasione di quella che fu la più incredibile avventura archeologica vissuta dalla città, quando venne messa in luce la sequenza dei templi e il deposito dei bronzi, nonché venne creato il primo dei musei cittadini, è ingrandita in monumentali scenografie all’interno delle sale; a questa vengono affiancate installazioni artistiche multimediali dal lessico contemporaneo, che interpretano e restituiscono i temi della sezione museale, evocando luoghi ed eventi storici con modalità creative non convenzionali. Il riallestimento della sezione nel Museo di Santa Giulia è stato seguito dal punto di vista della progettazione museografica, anche per ragioni di continuità e coerenza con il resto del museo, dallo studio Tortelli Frassoni Architetti Associati, responsabile dell’allestimento museale 25 anni fa, mentre per quanto riguarda l’ingegnerizzazione e la direzione dei lavori integrativi dall’architetto Antonio Maio.

La sezione, attraverso supporti per l’esplorazione tattile (realizzati con la sponsorizzazione del Lions Club Vittoria Alata Brescia) e attraverso l’iconografia storica e a brani architettonici di pregio, presenta quei contesti monumentali bresciani quali il Santuario repubblicano, il Tempio Capitolino, il Teatro che sono visitabili nel vicino Parco Archeologico. Anche la sezione epigrafica, allestita nel grande chiostro rinascimentale, è stata aggiornata nei contenuti e negli apparati didascalici, valorizzando ulteriormente questo esteso e ricco patrimonio che poche città romane possono vantare. Un approfondimento di grande importanza è dedicato al periodo tardoantico (IV-V secolo d. C.), quando vennero abbandonati i luoghi di culto pagano a favore di quelli di culto cristiano; a Brescia, in particolare, nell’area del Capitolium, sono stati ritrovati due depositi di oggetti e di opere legati alla vita del tempio che hanno restituito reperti e informazioni di enorme valore e interesse. Nel primo, scoperto nel 1826, oltre alla Vittoria Alata, statua d’epoca romana di eccezionale valore recentemente restaurata e allestita nell’aula orientale del Capitolium, venne rinvenuta una serie di teste che è presentata con un nuovo layout che ne valorizza la fattura e le preziose decorazioni. Realizzati in bronzo con la tecnica della fusione a cera persa e doratura solo su quelle maschili, i ritratti dovevano essere inseriti in statue in pietra o in marmo, come indica l’accurata rifinitura dei lembi del collo. Con grande probabilità erano esposti in uno spazio pubblico della città e potevano rappresentare imperatori o membri della famiglia imperiale. Le caratteristiche dei volti e della capigliatura hanno permesso di identificare i personaggi con membri della dinastia dei Flavi e con imperatori del II e del III secolo d.C.

L’altro deposito, mai mostrato nella sua interezza, include una considerevole quantità di oggetti votivi offerti nelle aule del tempio dai fedeli nel corso della vita di questo luogo di culto; tra questi, rari vetri incisi, come la bottiglia con la riproduzione di vedute di città dell’area flegrea, gioielli, oggetti rituali, tra cui il prezioso coltello con manico in corno di capriolo, lucerne semplici e figurate, anfore, grandi piatti per le offerte rituali, ceramiche decorate a stampo, e molto altro ancora.

Brani lapidei, oggetto di recenti studi, provenienti dai principali monumenti pubblici vogliono suggerire un’idea della magniloquenza delle architetture e della pregevolezza delle decorazioni, oltre che della varietà dei materiali impiegati, dal locale calcare bianco ai marmi policromi provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo. Tra questi anche una mensola inedita, pertinente al Foro di Brescia, oggi depositata in museo da una generosa famiglia bresciana. Il manufatto, in pietra locale di Botticino, rappresenta il Fauno, divinità della natura correlata al culto dionisiaco, e doveva con grande probabilità decorare uno degli ingressi del foro di Brixia. La sua importanza, oltre che nelle notevoli dimensioni e nella bellezza dell’ornato, risiede nel fatto che si tratta di una recente scoperta emersa grazie a studi specialisti.

Tra gli altri reperti di particolare valore e interesse, si segnala il pettorale da cavallo in bronzo (balteo), esemplare unico in tutto l’impero, appartenente probabilmente a una statua equestre esposta in uno degli spazi pubblici dell’antica Brixia, sulla cui superficie sono state applicate numerose figure in bronzo che riproducono soldati Romani, con elmo e corazza, e barbari, con capelli lunghi, calzoni e corta mantella, impegnati in un accesso combattimento e al centro si staglia la figura dell’imperatore a cavallo che irrompe tra i soldati. O la Statua di Silvano, divinità legata al mondo dei boschi e degli animali, che si caratterizza per la presenza di una pelle con testa di caprino sul lato sinistro e di frutti che trattiene nella piega del mantello, che alludono alla fertilità e all’abbondanza: una statua che fa parte di un piccolo nucleo di opere archeologiche donate all’inizio dell’Ottocento al Museo da Luigi Basiletti, lo straordinario erudito e artista che, con i colleghi membri dell’Ateneo di Scienze lettere e Arti di Brescia, avviò nel 1823 l’inizio degli scavi archeologici in città.

Il nuovo intervento museale punta anche sull’inserimento di tre installazioni artistiche immersive multimediali, ideate e realizzate dallo studio artistico interdisciplinare italiano incentrato sulle relazioni tra uomo e macchina, NONE Collective. Il collettivo si occupa di progettazione di esperienze immersive, installazioni multimediali, opere d’arte digitali che esplorano l’espansione dei confini della percezione umana attraverso l’uso della tecnologia, indagando le relazioni tra abitudini, pratiche sociali e l’emergere di nuovi strumenti nella cultura digitale, promuovendo inoltre una riflessione sul contemporaneo e stimolando il pensiero critico e pratiche attiviste. Lavori a loro firma sono esposti in musei, gallerie e festival internazionali, tra questi Somerset House – Londra, Farol Santander – San Paolo, Fukuoka Science Museum – Giappone, Palazzo delle Esposizioni e Museo Nazionale Romano – Roma, Milan Design Week – Milano. Il progetto multimediale vuole portare far vivere al visitatore un’esperienza immersiva grazie alla sincronizzazione di audio, video e luci, attraverso dispositivi tecnologici e scenografie.

Nella prima sala, Forme e luoghi della memoria, mediante grafiche e immagini storiche, volti e voci di eruditi, cittadini illuminati e luoghi particolarmente significativi, viene evocato il percorso di tutela e valorizzazione dell’eredità antica della città a opera della comunità bresciana. Come una sorta di scatola della memoria, affiorano progressivamente strati lasciati nei secoli e vengono messe in luce le radici profonde di una sensibilità civile non comune. L’installazione multimediale La Vittoria Alata. Viaggio di un mito racconta la storia di questa statua, illustrando aspetti relativi alle sue origini, all’iconografia, agli attributi, alla scoperta durante gli scavi nell’area del Capitolium del 1826 fino ad arrivare agli ultimi dati scientifici acquisiti durante l’intervento di restauro. Il percorso si conclude con Architettura, Uomo e Natura, un’installazione che evoca i luoghi e le architetture in cui va in scena la vita dell’uomo: la strada, le mura, la piazza, i porticati, le colonne, le abitazioni, gli edifici. Gli spazi, assi, geometrie e forme si affiancano allo scorrere del tempo, alla ciclicità della natura e hanno come filo conduttore la presenza dell’uomo. In questa sala sono presenti tre sculture frammentarie di età romana che, con la tecnica del videomapping e l’illuminazione dinamica, diventano parte della narrazione.

La nuova sezione dell’età romana offrirà poi un percorso di accessibilità per persone disabili. Oltre alle mappe tattili di orientamento, presenti all’ingresso del percorso, tutti i reperti in pietra e una copia della dama Flavia saranno esplorabili tattilmente da ciechi e ipovedenti. Inoltre, due modellini dedicati a santuario repubblicano e Capitolium e agli edifici pubblici di Brixia in età romana, caratterizzati da texture specifiche, saranno a disposizione per esplorazioni tattili. Una guida multimediale gratuita del museo, scaricabile tramite QR code sul proprio dispositivo elettronico, con tracce audio dedicate a non vedenti e ipovedenti permetterà l’esplorazione tattile guidata delle opere più significative di ogni sala.

Il nuovo percorso è promosso da Fondazione Brescia Musei, Comune di Brescia, Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le province di Bergamo e Brescia, con il supporto di Regione Lombardia, Fondazione CAB e Fondazione Banca del Monte di Lombardia, Lions Brescia Vittoria Alata e la sponsorizzazione tecnica di Agliardi e a2a.

L'installazione immersiva di None Collective
L’installazione immersiva di None Collective
L'installazione immersiva di None Collective
L’installazione immersiva di None Collective
L'installazione immersiva di None Collective
L’installazione immersiva di None Collective
L'installazione immersiva di None Collective
L’installazione immersiva di None Collective
L'installazione immersiva di None Collective
L’installazione immersiva di None Collective

La nuova bigliettazione

Tutti i progetti portati avanti in questi anni sono stati improntati a considerare il Museo di Santa Giulia e il Parco Archeologico come parte integrante di un insieme unico, così come anche messo in evidenza dal riconoscimento UNESCO del 2011. Dal 24 gennaio entrerà quindi in vigore il nuovo biglietto unisco che porterà a compimento la creazione dell’intera area archeologico monumentale, all’interno di un unico museo, preludio di quanto avverrà ulteriormente nel prossimo mese di marzo con il completamento del progetto infrastrutturale Corridoio Unesco.

La revisione della bigliettazione del Museo di Santa Giulia e di Brixia – Parco archeologico di Brescia romana è stata per Fondazione Brescia Musei occasione per rivedere tutte le politiche di accesso alle sedi museali in sua gestione, in un’ottica di integrazione dei siti museali e di costituzione di reti tra di essi, secondo le linee più moderne della museografia contemporanea e dell’accessibilità.

Inoltre, con l’inaugurazione ufficiale dell’anno in cui Brescia sarà Capitale italiana della Cultura tuttavia, Fondazione Brescia Musei annuncia la novità che riguarderà tutti i cittadini bresciani, residenti in città, a cui sarà riconosciuta l’opportunità di accedere gratuitamente alle collezioni della città illimitatamente, senza limiti di orario o di giornate.

Si tratta di una misura che risponde pienamente e che intercetta le considerazioni più aggiornate sulla politica di accesso ai luoghi della cultura ovvero quella di considerare il patrimonio museale di un territorio come parte di un bagaglio culturale delle comunità che ci abitano, ovvero i cittadini, un’impostazione che discende dalla Convenzione di Faro e ratificata dall’Italia nel settembre 2020 e che considera il capitale culturale una componente essenziale nella composizione dell’identità dei cittadini.

Un’operazione di natura sperimentale, che vuole essere una risposta alle linee programmatiche stabilite dalla politica museale internazionale, in linea con la direzione – la liberazione dai vincoli di fruizione aperta e partecipata al museo – che Fondazione Brescia Musei ha già inaugurato affrontando questi argomenti nel ciclo di talk Open doors: una rivoluzione nelle più virtuose operazioni di valorizzazione del patrimonio, fruibile dal pubblico senza costrizione alcuna.

Una politica che Fondazione Brescia Musei può sostenere grazie al sostegno fondamentale delle aziende che aderiscono al programma di corporate membership Alleanza Cultura, che aiuta a sostenere le attività museali e a restituire il grande valore dell’accessibilità alla cultura: un programma di welfare culturale ancora più significativo per i principali stakeholder dei Musei, alla luce del contributo che Fondazione Brescia Musei riceve dal Comune.

LA DATAZIONE DEI REPERTI IN GALLIA TRANSPADANA.

Come riuscire ad identificare la datazione di un reperto proveniente dal territorio della Gallia Transpadana centro-occidentale ? Prendendo a riferimento il periodo compreso tra la metà del II sec. a.C. e il regno di Augusto (30 a.C.) dobbiamo innanzitutto appoggiarci a materiali provenienti principalmente da necropoli (fig. 1), mentre sono ancora rare le sequenze stratigrafiche degli abitati ben documentate.

I materiali sono numerosi e vari e documentano ciò che era in uso contemporaneamente in un certo periodo utilizzando una cronologia mutuata da quella utilizzata in Europa Centrale, dove questi centocinquanta anni sono stati suddivisi in quattro periodi principali:

La Tène C2 finale,

La Tène D1,

La Tène D2,

età augustea1.

Gli autori dello studio hanno cercato di articolare il periodo Tardo La Tène della Transpadana centro-occidentale in una sequenza di sei orizzonti cronologici della durata di circa una generazione. Questa partizione è stata effettuata prendendo come fossile guida le fibule diffuse localmente confrontate con le forme di vasellame ceramico e dalle sue combinazioni.

LE FIBULE COME FOSSILE GUIDA

A. Fibule di schema Medio La Tène a staffa corta (di lunghezza notevolmente inferiore alla corda dell’arco)4. Il gruppo comprende diversi tipi individuabili in base al materiale, alla forma dell’arco e alla lunghezza della molla

B Fibule di schema Tardo La Tène di ferro a molla bilaterale lunga e corda esterna. Il gruppo comprende due tipi individuati in base alla forma dell’arco.

C Fibule di schema tardo La Tène “tipo Nauheim” caratterizzate da arco ribassato, molla bilaterale di 2 spire per lato e corda interna

D Fibule di schema tardo La Tène “a testa coprente”6, in ferro e in bronzo, con arco di lamina triangolare la cui estremità copre parzialmente o totalmente la molla, molla bilaterale di 2 o 3 spire per lato, corda esterna o interna.

E Fibule di schema tardo La Tène “ad arpa”: in bronzo, arco asimmetrico rialzato a gomito verso la molla e ornato da un nodulo, molla di tre spire per lato e corda esterna.

F Fibule di schema tardo La Tène ad arco rialzato, in ferro e in bronzo, molla di due spire per lato e corda interna.

G Fibule di schema tardo La Tène con arco “a noduli” (Knotenfibeln): in bronzo, arco filiforme asimmetrico, rialzato verso la molla dove è ornato da noduli, molla di due spire per lato a corda esterna, staffa triangolare traforata o chiusa.

H. Fibule a cerniera. Al loro interno si possono individuare due grossi gruppi, estremamente articolati ma la cui documentazione grafica e fotografica è spesso inadatta a una più precisa classificazione.

Associando alle fibule le tipologia dei reperti ceramici si sono quindi indicati 6 periodi storici.

SE VOLETE APPROFONDIRE L ARGOMENTO VI INVITIAMO ALLA LETTURA DELL ‘ARTICOLO PRESENTE SU ACADEMIA.EDU DI PAOLA PIANA AGOSTINETTI

https://www.academia.edu/resource/work/2362284

LA PRIMA CITTÀ IN TRANSPADANA: CELTI GOLASECCHIANI A CASTELLETTO TICINO.

UNA MOSTRA DEL 2009 DA RIVIVERE

La più antica città di Traspadana non è nata a Milano ma sulle sponde del Ticino sul lago Maggiore dove oggi sorge Castelletto Ticino. Riproponiamo qui gli studi presentati nella mostra “L’Alba della Città” organizzata nel 2009 dalla soprintendenza archeologica del Piemonte. il momento di avvio del primo centro protourbano dell’Italia nord-occidentale. Fanno rivivere quel tempo i reperti provenienti dagli scavi condotti dalla Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte a Castelletto Ticino – località Croce Pietra (Via del Maneggio, Via Aronco, Via Repubblica), dove tra la fine del IX ed il VII secolo a.C. sorgeva una delle più arcaiche necropoli del Basso Verbano, caratterizzata da un’organizzazione monumentale con strutture a recinto e marginata da grandi stele in pietra, quale la stele della Briccola, protagonista dell’evento.

Primo nell’Italia nord-occidentale e tra i centri della cultura di Golasecca, anche se seguito a breve distanza cronologica da Como, il centro protourbano di Castelletto Ticino – Sesto Calende si mostra dunque poco prima del 650 a.C. ormai pronto ad assumere un ruolo rilevante economico e politico nel rapporto con le grandi città etrusche. La centralizzazione del controllo su un vasto territorio agricolo e sulle vie di traffico, a partire dall’asse fondamentale del Ticino, la possibilità di concentrare e organizzare in un unico centro, assicurando il prelievo di adeguate risorse alimentari dal territorio, un importante numero di artigiani e maestranze esperte a servizio della navigazione fluvio-lacuale, consente alle elite golasecchiane di offrire materie prime e servizi ai mercanti etrusco-italici, ricavandone un notevole incremento di ricchezza e quegli oggetti ed usi collegati al lusso signorile che sanciranno la loro distinzione sociale. In questo senso il disco-corazza tipo Mozzano in bronzo raffigurato sulla stele della Briccola, tipico dell’armamento etrusco-italico tra la fine dell’VIII e la prima metà del VII secolo a.C., costituisce il primo riscontro diretto del rapporto dei guerrieri golasecchiani con il mondo etrusco-italico e distacca definitivamente la stele della Briccola da quelle protoceltiche coeve del Mediterraneo occidentale, dalla Francia meridionale alla Penisola Iberica.

https://web.archive.org/web/20130817085559/http://albadellacitta.it/index.htm

Da http://archeo.piemonte.beniculturali.it/index.php/it/biblioteca/91-editoria-cataloghi-mostre/706-l-alba-della-citta

SOMMARIO

Presentazioni

pp. 7-9

La necropoli settentrionale e l’evidenza della costituzione del centro protourbano di Castelletto Ticino Filippo Maria Gambari

pp. 13-18

Le pietre dei signori del fiume: il cippo iscritto e le stele del primo periodo della cultura di Golasecca Filippo Maria Gambari

pp. 19-32

Le necropoli in località Croce Pietra Raffaella Cerri

pp. 33-35

La necropoli di via del Maneggio Raffaella Cerri, Mauro Squarzanti

pp. 36-62

Castelletto Ticino, considerazioni geoarcheologiche inerenti il sito di via del Maneggio Cristiano Nericcio, Caterina Ottomano

pp. 63-64

L’insieme litico tardiglaciale di via del Maneggio. Studio preliminare tecnofunzionale Gabriele Luigi Francesco Berruti, Stefano Viola

pp. 65-74

Annotazioni preliminari al catalogo dei reperti e delle strutture Raffaella Cerri

pp. 75-82

Catalogo dei reperti e delle strutture. Via del Maneggio, scavi 2001-2003 Raffaella Cerri

pp. 83-157

Appendice al catalogo dei reperti e delle strutture. Via del Maneggio Mauro Squarzanti

pp. 159-160

Tavole a colori

pp. 161-176

La necropoli di via Aronco Mauro Squarzanti

pp. 177-182

Catalogo dei reperti e delle strutture. Via Aronco, scavo 1988-1989 Raffaella Cerri, Mauro Squarzanti

pp. 183-192

La necropoli di via Repubblica Mauro Squarzanti

pp. 193-195

Catalogo dei reperti e delle strutture. Via Repubblica, scavo 2002 Mauro Squarzanti

pp. 197-202

Considerazioni cronotipologiche Raffaella Cerri

pp. 203-208

I roghi funerari: una chiave di lettura per il paesaggio vegetale e per il rituale funebre Sila Motella De Carlo

pp. 209-224

Il gruppo umano di Castelletto Ticino, località via del Maneggio: paleobiologia e aspetti del rituale funerario Elena Bedini, Francesca Bertoldi, Emmanuele Petiti

pp. 225-240

Analisi paleonutrizionali: la ricostruzione delle abitudini alimentari Fulvio Bartoli, Elena Bedini

pp. 241-245

Un particolare aspetto del rituale funerario: i frammenti di ossa animali della sepoltura infantile T.17/01 Elena Bedini, Emmanuele Petiti

pp. 247-249

Bibliografia

pp. 251-258

Itinerari : https://www.vagabondiinitalia.it/la-cultura-di-golasecca-in-riva-al-ticino/

UNA TOMBA GALLICA A GALLARATE

LaA TOMBA GALLICA DI PIAZZA PONTI A GALLARATE.

Da liceogallarate.edu.it

Nell’aprile 1949 sono stati realizzati dei lavori di scavo per conto della Stipel, società telefonica interregionale piemontese e lombarda. La Stipel si era mossa per eseguire dei lavori alla rete quando durante gli scavi i lavoratori si sono imbattuti in un’antica tomba gallica a circa 70 cm. di profonditá, di 2.30 m di lunghezza e 1.60 m di larghezza.

La tomba era costituita da lastre di beola [1], mentre il fondo era in nuda terra. Le lastre sono spesse circa 10 cm e il coperchio della tomba è spezzato in tre parti e parzialmente inclinato verso l’interno, probabilmente per via del gelo, oppure per causa dell’assestamento del terreno.

Due sono le ipotesi sulla tipologia di deposizione, avvenuta probabilmente tra la fine del II secolo e il primo quarto del I sec. a.C.: le dimensioni della struttura litica, in questo caso di beola lavorata, fa pensare che si trattasse di un inumazione, ed è infatti descritta come una “tomba di inumato”. Tuttavia non c’è nessun accenno al ritrovamento di ossa. Questo, pur sapendo che spesso i resti organici non si preservano a causa dell’acidità del terreno, ha portato ad ipotizzare che si trattasse di una incinerazione.

Per quanto riguarda i ritrovamenti, sono stati rinvenuti diversi oggetti. Per la maggior parte erano distrutti, frammentati, corrosi, e altri ancora si ritiene fossero dispersi. Gli oggetti identificati sono sulla trentina, soprattutto ceramiche, ma verso il 1980 si aggiunsero nuovi ritrovamenti, questa volta in ferro: una fibula con molla a doppia spirale, uno strigile [2] e un rasoio con lama triangolare. Quest’ultimo conferma il sesso maschile della persona sepolta.

CERAMICHE E VASELLAME

Le ceramiche sono molto numerose. Prevalgono le produzioni locali, come le patere [3] in impasto depurato e acromo. Otto sono le patere ritrovate con labbro a tesa [4] ripiegato verso il basso, cinque con labbro verticale, e una di dimensioni maggiori con labbro a tesa e con una iscrizione in caratteri dell alfabeto leponzio: “KAI”.

E’ presente una ceramica a vernice nera, ossia due patere con vasca a calotta. La vernice opaca e di qualità scadente potrebbe rappresentare un criterio a favore di una produzione padana, ma che in mancanza di analisi non è possibile accertare in modo sicuro.

Per quanto riguarda il sostrato locale, vi si colloca una ciotola carenata con orlo estroflesso piede distinto, per la quale è stata richiamata una derivazione da serie ad orlo ingrossato di tradizione golasecchiana. Ad essa se ne accosta una seconda, lacunosa, ma con buone probabilità analoga alla prima.

Il corredo ceramico è completato da due teglie con orlo scanalato, e da un olletta con ciotola-coperchio. Entrambe sono decorate con striature ondulate eseguite a pettine, motivo molto noto nel Canton Ticino e in Val d’Ossola.

UTENSILI IN METALLO

L’aspetto di maggior rilievo è rappresentato dagli oggetti in bronzo.

Innanzitutto è stata ritrovata una brocca in lamina a corpo biconico con bassa carena, ovvero un’ansa fusa a parte con attacco inferiore a foglia cuoriforme, denominata di “tipo Gallarate” partendo da questo contesto: il tipo è attestato anche all’Etruria nella prima metà del II secolo a.C., ma si vede anche nel Canton Ticino e nell’Italia settentrionale.

Vi è poi una padella di tipo Aylesford [5], con orlo piatto e aggettante decorato a spina di pesce e manico a terminazione ricurva a testa di uccello acquatico, probabilmente di produzione capuana o italica, ma anche diffusa in Cisalpina. Per la presenza di pieducci saldati al fondo, è da escludere che la sua funzione fosse quella di tegame da fuoco, a favore invece della pratica di abluzioni [6].

Infine vi è un anello porta-strigili con capi aperti sagomati a testa di uccello acquatico con dettagli definiti a puntini, tipo noto in Cisalpina.

nelle deposizioni della Cisalpina, dove era presente la coppia padella/attingitoio o padella/brocca.

Inoltre diversi sono gli strumenti per la cura del corpo, come rasoio e strigile.

L’adesione ad un modello culturale di tradizione ellenistica, in cui è pregnante il tema del banchetto, è uno degli aspetti che emergono maggiormente dal corredo Gallaratese.

Va comunque sottolineato che non è un caso isolato, come dimostrano altri ritrovamenti a Misano di Gera Adda o ad Ornavasso. E non è nemmeno una moda di recente acquisizione: rimanda infatti a una tradizione nel quadro del celtismo padano.

Complessivamente il contesto ci parla in favore di una profonda compenetrazione degli aspetti della romanizzazione nel contesto locale, anche se la celticità del contesto è visibile in elementi quali la fibula a molla bilaterale perduta tipica dell’abbigliamento celtico. Le ceramiche di tradizione locale rimandano al sostrato golasecchiano, ed infine la stessa composizione del corredo metallico rimanda ad una tradizione elaborata e consolidata localmente.

BIBLIOGRAFIA

  • “La tomba gallica di Piazza Ponti di Gallarate, Alle origini di Varese e del suo territorio”, a cura di Marta Rapi, pp. 693-698, 2009
  • “Tomba Gallica di Piazza Ponti, Rassegna Storica del Seprio IX”, a cura di Mario Bertolone, 1949

LA TOMBA GALLICA RACCONTATA DALL’ASSESSORE MASSIMO PALAZZI

Approfondimenti

Mario Bertolone, “Rassegna Storica del Seprio”, 1949

https://www.academia.edu/resource/work/2920649