UN PICCOLO TEMPIO CELTICO: LA TORRE DI ROLDO

da http://archeocarta.org/montecrestese-vb-tempietto-lepontico-o-torre-di-roldo/

LUOGO: MONTE CRETESE VERBANIA

Storia del sito:
La maggior parte delle costruzioni di epoca celtica era eseguita principalmente di legno o in legno con fondazioni di pietra. Rari sono i ritrovamenti di edifici realizzati completamente in pietra (in Irlanda, Bretagna, Occitania e Galizia) e quello di Roldo è l’unico ad essersi discretamente conservato in tutta l’area Gallo-romana.
L’edificio è stato scoperto e studiato da Tullio Bertamini nel 1975 .

Dall’accurato esame dei materiali e delle tecniche costruttive, l’edificio è stato datato al primo secolo dell’era cristiana in un periodo nel quale gli influssi culturali romani erano ancora molto scarsi. Che si trattasse di un edificio di culto è dimostrato dalle tecniche costruttive, dalla posizione, dall’orientamento sull’asse nord-sud e soprattutto dall’uso della pietra e del marmo locale e la pianta interna a doppia cella che attestano un uso sacrale “importante”.
Dopo la cristianizzazione dei territori dell’Ossola (IV sec.) fu convertito ad uso profano e, attorno al XIII secolo, fu sopraelevato per trasformarlo in torre di vedetta. Esso si trova oggi inglobato in mezzo ad altre costruzioni.

Descrizione del sito:
L’edificio sorge in cima a uno sperone da cui si vede l’intera alta valle e da essa è perfettamente visibile. Esso è poi stato costruito su una grande roccia che è stata scavata per ospitarne le fondamenta e tutto lascia pensare che fosse proprio tale roccia la prima origine del culto su quel sito. E’ costruito interamente in pietra lavorata con una certa maestria e legata a calce.

La soprelevazione medievale è chiaramente visibile all’esterno anche per la diversità del paramento murario.
Il tempietto di Roldo ha forma rettangolare dalle misure esterne di m 5,50 di lunghezza e di m 3,60 di larghezza. All’interno è diviso in due piccoli vani: una cella di 2,45 per 2,90 m e un atrio di m 2,45 per 1,10. Si accede all’atrio da una porta con arco a tutto sesto e si passa nella cella grazie ad un’altra porta, che è stata però demolita per creare un ambiente più ampio, a cui fu opposta una porta: queste sono le modifiche più evidenti.


La cella è coperta da una volta a botte impostata a m 2,85 di altezza ed alta, al centro, m 4,10. La copertura era di lastre di pietra sagomate a tegoloni ed è stata nascosta dalla sopraelevazione. Il tetto in beole di tale torre è crollato all’inizio del decennio 1970-80 e fu sostituito con una copertura in lamiera. Vicino alla finestra doveva trovarsi l’altare (o una base con la statua), dati i segni che si rilevano sul pavimento. A circa 4 m di altezza lungo l’intero perimetro del muro sta una pietra piatta e scura, la “laugera”, non di cava locale ma proveniente dalla val Bognanco che aveva una precisa funzione: sui lati Sud e Nord funge da corda di un arco di scarico, sul quale poggiano gli elementi della volta a botte della cella, perché la spinta sia solo in parte scaricata su questi due muri.
L’edificio ha una sola piccola finestra, di cm 45 per 58, posta sulla parete di fondo ad una altezza dal pavimento tale che la luce solare penetri direttamente nell’edificio solo nel periodo compreso fra l’equinozio di autunno e quello di primavera (23 settembre – 21 marzo) e che l’illuminazione massima si abbia a mezzogiorno del solstizio d’inverno (22 dicembre), quando il raggio del sole attraversa l’intero tempietto. Per questo non è del tutto azzardato supporre che il tempio fosse dedicato al dio solare Belenos.

Informazioni:
In frazione Roldo.  Telefono Pro Loco  0324 232883

Altri links:

https://www.visitossola.it/poi/tempietto-lepontico-di-roldo/

https://www.piemonteis.org/?p=5539

FELSINA LA BOLOGNA ETRUSCA.

La città di Bologna è l ‘antica città etrusca di FELSINA . La città è definita “princeps Etruriae” da Plinio il Vecchio, che le riconosce evidentemente un ruolo primario anche in età antica . Il luogo occupato da Bologna antica, ricoperto dalla città moderna, sfruttava una posizione favorevole allo sbocco del Reno in pianura ma a ridosso del Colle dell’Osservanza.

I sondaggi effettuati nel centro moderno tendono a riconoscere un’occupazione ri- salente già all’VIII secolo a.C., strutturata per villaggi, posti in prossimità delle necropoli; non ancora chiara è invece la posizione del villaggio di IX secolo, corrispondente alle necropoli di San Vitale e Savena, a est della città.

Dall’unione dei primitivi villaggi nacque FELSINA , coagulandosi attorno a un unico centro. Di questo periodo sono i rinvenimenti di fornaci e fonderie. L’economia si basava essenzialmente sull’agricoltura e sull’allevamento. Tali fonti permettevano il commercio con Spina collegata a Bologna tramite il corso del Reno. Spina aveva forse un ruolo di dipendenza nei confronti di Bologna, infatti una stele funeraria di tardo V secolo aC conserva la figura di un navarca con un piccolo esercito sul suo vascello. Altra area significativa è costituita dal santuario di Villa Cassarini (tardo VI-IV secolo a.C.), . Di gran lunga più imponenti sono i materiali provenienti dalle necropoli, che hanno permesso una periodizzazione della cultura dell’età del ferro che è servita di modello agli studi villanoviani.

Dopo il villanoviano 1, attestato nei sepolcreti di S. Vitale e Savena (IX secolo aC), con lo spostamento verso la zona occidentale, si svilupperá la futura Bologna con forme classificate nel villanoviano II (prima metà dell VIII secolo a.C) e III (seconda metà del I’Vill, prima metà del VII secolo a.C.).

Si riscontra una continuità culturale con la fase precedente attestata dal rito funerario dell’incinerazione, dall’ossuario biconico, da ornamenti personali in bronzo. Alcuni oggetti preziosi dimostrano una differenziazione delle classi agiate. Particolare significato assumono le tombe di “guerrieri”, con repertorio di armi, e di “cavalleri”; entro le quali sono depositati morsi di cavallo. Il periodo successivo, dalla metà del VII alla metà del VI secolo aC. (impropriamente denominato villanoviano IV), corrisponde alla massima espansione demografica di Felsina.

Sono evidenti ricche importazioni dall’E- truria interna, che continuano un flusso già iniziato nel villanoviano III (ceramica groca geometrica), in particolare per quanto concerne la bronzistica decorata, le oreficerie a le prime manifestazioni a li- vallo monumentale di stele decorate a bassorilievo (definite “protofelsinee”) con motivi orientalizzanti. Fra la metà del VI e la metà del IV secolo a. C. le necropoll, addensate fondamen tamente attorno alla Certosa, presentano sepolcri a pozzetto e a fossa con paramento lapideo (unica eccezione la tomba a cassone costruita a biocchi del Giardini Margherita), frequentemente segnalati da cippi o da stele a forma di ferro di cavallo, decorate a rilevi, con motivi riferiti in parte all attività del defunto, in parte al repertorio del viaggio l’oltretomba, e provvisti di iscrizionei nella quale è pre sente anche il nome del magistrato locale zilach magistrato. I servizi da banchetto rinvenuti nelle tombe presentano ora molta ceramica greca, in prevalenza attica a figure nere e rosse che dimostrano fondamentalmente l’approvvigionamento d beni dall’emporio spinetico Fra il 520 380 a.C Bologna è fra le maggiori acquirenti di tali prodotti , che si condensano soprattutto fra 475 425 aC. che di bronzi provenienti dall’Etruria meridionale con la quale rapporti sembrano gradatamente attenuarsi . Le tombe del periodo cosiddeto gallico (350-189 aC), prevalentemente a inumazione, sostituiscono alla ceramica attica a figure rosse quela proveniente dalle officine volterrane. La discesa dei Celti trovò in Bologna il centro insediativo più importante: i Galli Boi che vi si stanziarono lasciarono come eredità il nome di Bononia e scardinarono verosimilmente il sistema abitativo dell’asse del Reno, distruggendo Marzabotto e relegando l’emporio di Spina a funzioni di centro minore.( Rielaborato da dizionario della civiltà etrusca -M.Cristofani.ed Giunti)

Eccoci:

https://vm.tiktok.com/ZMY8XXQ3U/

VASI DI BRONZO IN GALLIA CISALPINA TRA IL IV -I SEC.a.C

Articolo originale : M.Bolla I recipienti di bronzo in Italia settentrionale dal VI al I sec. a.C.

http://www.core.ac.uk

https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://core.ac.uk/download/pdf/288222558.pdf&ved=2ahUKEwiQx6iyitz8AhUluaQKHXcYA4gQFnoECDYQAQ&usg=AOvVaw3Gyr0qOxn-wXrfMHcgpGKu

I vasi di bronzo costituiscono una particolare tipo di vasi ad uso domestico. Realizzati per durare a lungo , rappresentavano un patrimonio familiare che passava da madre in figlia per generazioni .
Questa particolare preziosità antica, rende più difficile una fine identificazione cronologica . Tuttavia è possibile in ogni caso identificare in Gallia Cisalpina almeno tre fasi principali di utilizzo del vaso di bronzo. Questi tre periodi vanno dal 388 aC al periodo augusteo e ricalcano la divisione cronologica del periodo La Tène. Lo studio cerca di definire le forme e le tipologie dei vasi di bronzo, il loro legame con il rango sociale in Cisalpina utilizzando come area privilegiata l’area veronese ( Povegliano soprattutto). Tale zona ha permesso di osservare infatti almeno 150 esemplari, databili dal IV/III secolo a.C. all’età augustea in gran parte recuperati da contesti funerari.

PRIMO PERIODO: (388-130a.C)

Nonostante l ‘invadione gallica del 388 a.C. prosegue la produzione locale, rappresentata da recipienti destinati al consumo del vino o di altri tipi di vevande fermentate. Nelle aree occupate dai Leponti e dagli Insubri sono attestate le situle (tipi Pianezzo, Cerinasca e Castaneda), le capeduncole,le brocche a becco (Tessiner Kannen). Sono recipienti prodotti nel Sopraceneri – per le brocche
a becco anche nel Comasco – e attestati nell’area occidentale della Cisalpina, tra il Canton Ticino e la Bergamasca, sui quali non mi soffermo in questa sede perché esaurientemente analizzati da
De Marinis in occasione della mostra sui Leponti , e ancora più recentemente, da Nagy e Tori per la necropoli di Giubiasco.
Produzioni locali sono ben attestate anche in area Cenomane – mi riferisco alle fiasche da pellegrino, con gli esemplari della tomba di Castiglione delle Stiviere e

Brocca a becco di area Lepontica

in area veneta e retica, dove permane
la produzione di situle a sbalzo e di simpula. Sono attribuite a officine locali, che continuano una tradizione lunga e feconda, Le situle di Este, da
quelle a corpo troncoconico e sinuoso della tomba Ricovero 23, la famosa tomba di Nerka Trostiaia, a quelle istoriate delle tombe Boldù-Dolfin 52–535.
Per le situle è stata identificata anche un’area di produzione tra le valli dell’Adige e del Piave, con uno o più ateliers che operano nel IV secolo unendo
elementi di tradizione halstattiana a motivi di influsso celtico ed etrusco. Anche i simpula prodotti a partire dal IV secolo riprendono e rielaborano il tipo etrusco a vasca emisferica e manico verticale,
ma con il manico a nastro applicato con ribattini alla vasca.Nel santuario di Lagole di Calalzo(Belluno) questi attingitoi sono utilizzati anche nei rituali delle acque.


Vasellame d’importazione

Per quanto riguarda invece le importazioni
di vasellame di bronzo dall’Etruria, che avevano caratterizzato tra VI e V secolo a.C. lo sviluppo dell’Etruria padana e della civiltà di Golasecca, si ha effettivamente una contrazione in seguito all’in￾vasione gallica del 388 a.C., che non sembra però
toccare l’area di Spina, dove recipienti e candelabri di bronzo caratterizzano sia le tombe dell’ultimo quarto del V secolo, sia quelle del primo quarto del secolo successivo.

SECONDO PERIODO ETÀ LT D

Con l’età tardorepubblicana, corrispondente in ambito padano al LT D (130–15 a.C.), la presenza di vasellame di bronzo d’importazione si fa numericamente più rilevante e più varia quanto a tipi rappresentati. Per la Gallia Cisalpina si possono considerare ancora validi i saggi sulle varie forme e le liste di distribuzione elaborati in occasione dellatavola rotonda di Lattes, La vaisselle tardo-républicaine en bronze (Feugère, Rolley (eds.) 1991), con aggiornamenti relativi all’asse Ticino-Verbano e, sul versante opposto, al Caput Adriae al territorio dell’attuale Lombardia, con specifiche dedicate al Comasco e al territorio di Bergamo; molto si attende, inoltre, dalle necropoli del Veronese che sono state scavate recentemente e sono attualmente in corso di studio. Più numerosi, a tutt’oggi, gli aggiornamenti e le pubblicazioni di recipienti di età tardorepubblicana in ambito europeo
In linea generale, si può osservare che alle padelle tipo Montefortino e Povegliano si sostituiscono le padelle tipo Aylesford, con vasca fortemente convessa e il caratteristico motivo a spina di pesce sul
labbro (cfr. Tav. 5: XXVI/7), che formano una coppia funzionale con le brocche carenate tipo Gallarate e, talora, anche con le brocche a corpo piriforme tipo Ornavasso-Ruvo,Ornavasso-Montefiascone,Kelheim e Kjaerumgaard.

Le brocche tipo Gallarate, bitroncoconiche a carena bassa con ansa terminante a foglia cuoriforme e puntale, sono a tutt’oggi, insieme alle padelle
Aylesford, le forme più rappresentate nei contesti funerari di questo periodo; che in Gallia Cisalpina le padelle rivestissero un ruolo fortemente simbolico all’interno dei servizi da banchetto, è indiziato dalla
frantumazione rituale del recipiente durante i riti di sepoltura e dalla deposizione sul rogo funebre.
Del successo delle brocche bitroncoconiche possono essere indicative le imitazioni “povere” in terracotta attestate già dal terzo quarto del II secolo a.C.
in Grecia, e la presenza, nel santuario di Delo,frequentato da mercanti e visitatori italici, di una matrice in calcare riferibile ad una forma a carena bassa di piccole dimensioni.

Padella tipo Aylesford. Museo di Mergozzo

TERZO PERIODO-ETA’ AUGUSTEA

Con l’età augustea, il nuovo dinamismo economico della Cisalpina, legato all’espandersi delle strutture produttive transpadane e all’apertura della zona centropadana a più veloci circuiti commerciali, vede la rapida diffusione di un repertorio di forme in parte legato alla serie tardorepubblicana, della quale vengono riproposti elementi strutturali e ornamentali, in parte del tutto innovativi.

Nella tomba 16 della necropoli del Colabiolo di Verdello (Bergamo), ad esempio, datata in base a una moneta
e un boccale del tipo Aco intorno al 20 a.C.88, è già presente una brocchetta “moderna”, di produzione verosimilmente campana89. Si tratta infatti di un recipiente riconducibile alle serie Tassinari C1224, che trova un confronto puntuale con una brocchetta di Levate (Bergamo), da una tomba di
età augustea .
Alcune forme tardorepubblicane, del resto,
risultano ancora in produzione, come le padelle tipo Aylesford, che continuano con una produzione bollata da Cornelius, alla quale sembrerebbe appartenere anche l’esemplare rinvenuto a Domodossola
in una tomba di età prototiberiana, e le brocche carenate tipo Gallarate con labbro arricchito da un kyma ionico91.
Anche i simpula-colini continuano ad essere prodotti con il tipo Radnόti 40, con vasca larga a fondo piatto (Fig. 17), datato tra il 20/15 a.C. e il 10/15 d.C.92
Appare legata alla serie tardorepubblicana
anche la brocca tipo Tassinari C1210, attestata in Italia centrale (a Pompei, nel Viterbese e in Val di Cornia) e in Italia settentrionale a Genova, Fino
Mornasco (Como), Castrezzato (Brescia).



UN MUSEO ETRUSCO A MILANO : LA FONDAZIONE ROVATI

Un museo Etrusco e non solo a Milano.Eccolo ormai da alcuni mesi in Corso Venezia 52 . L’idea geniale è stata quella di fare sbarcare gli Etruschi di Cerveteri a Milano. Il merito di tutto ciò nasce dalla passione di Luigi Rovati Cavaliere del Lavoro e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica (1928-2019), medico e ricercatore, ma anche umanista e collezionista, fondatore nel 1961 di Rottapharm, che negli anni è divenuta una delle prime multinazionali farmaceutiche italiane.

La parte espositiva è suddivisa in due piani: quello nobile e l’ipogeo che è stato progettato dalla architetto Mario Cuccinella in modo da imitare proprio le tombe etrusche. I pezzi esposti sono straordinari , emozionanti, rari e ricercati, valorizzati proprio dall ‘ architettura moderna dal sapore antico.

La maggior parte dei reperti è custodita all interno di ampie strutture in vetro, Sul pavimento giochi di luce accrescono l’atmosfera un po’misteriosa .Non si tratta di spazi didascalici . La parte sotterranea accoglie il mistero della civiltà etrusca nella sua quotidianità e spiritualità, in un ambiente le cui cupole severe e dolci sono ispirate come dicevamo ai tumuli di Cerveteri. A darci il benvenuto in questo museo un’urna cineraria in travertino, probabilmente raffigurante un sacerdote.

Un pezzo eccezionale è il lampadario di Cortona , esposto però solo temporaneamente in questo museo ma impagabile.

Il lampadario di Cortona alla fondazione Rovati
Disegno del lampadario di Cortona
L’ipogeo del museo
paletta con figura femminile fondazione Rovati
Museo Etrusco fondazione Rovati
Coperchio cinerario a forma di elmo
Il guerriero
Urna funeraria
Ceramica oinochoe
Figure e ceramiche con iscrizioni etrusche

https://www.mcarchitects.it/progetti/nuovo-museo-dellarte-fondazione-luigi-rovati

LA DATAZIONE DEI REPERTI IN GALLIA TRANSPADANA.

Come riuscire ad identificare la datazione di un reperto proveniente dal territorio della Gallia Transpadana centro-occidentale ? Prendendo a riferimento il periodo compreso tra la metà del II sec. a.C. e il regno di Augusto (30 a.C.) dobbiamo innanzitutto appoggiarci a materiali provenienti principalmente da necropoli (fig. 1), mentre sono ancora rare le sequenze stratigrafiche degli abitati ben documentate.

I materiali sono numerosi e vari e documentano ciò che era in uso contemporaneamente in un certo periodo utilizzando una cronologia mutuata da quella utilizzata in Europa Centrale, dove questi centocinquanta anni sono stati suddivisi in quattro periodi principali:

La Tène C2 finale,

La Tène D1,

La Tène D2,

età augustea1.

Gli autori dello studio hanno cercato di articolare il periodo Tardo La Tène della Transpadana centro-occidentale in una sequenza di sei orizzonti cronologici della durata di circa una generazione. Questa partizione è stata effettuata prendendo come fossile guida le fibule diffuse localmente confrontate con le forme di vasellame ceramico e dalle sue combinazioni.

LE FIBULE COME FOSSILE GUIDA

A. Fibule di schema Medio La Tène a staffa corta (di lunghezza notevolmente inferiore alla corda dell’arco)4. Il gruppo comprende diversi tipi individuabili in base al materiale, alla forma dell’arco e alla lunghezza della molla

B Fibule di schema Tardo La Tène di ferro a molla bilaterale lunga e corda esterna. Il gruppo comprende due tipi individuati in base alla forma dell’arco.

C Fibule di schema tardo La Tène “tipo Nauheim” caratterizzate da arco ribassato, molla bilaterale di 2 spire per lato e corda interna

D Fibule di schema tardo La Tène “a testa coprente”6, in ferro e in bronzo, con arco di lamina triangolare la cui estremità copre parzialmente o totalmente la molla, molla bilaterale di 2 o 3 spire per lato, corda esterna o interna.

E Fibule di schema tardo La Tène “ad arpa”: in bronzo, arco asimmetrico rialzato a gomito verso la molla e ornato da un nodulo, molla di tre spire per lato e corda esterna.

F Fibule di schema tardo La Tène ad arco rialzato, in ferro e in bronzo, molla di due spire per lato e corda interna.

G Fibule di schema tardo La Tène con arco “a noduli” (Knotenfibeln): in bronzo, arco filiforme asimmetrico, rialzato verso la molla dove è ornato da noduli, molla di due spire per lato a corda esterna, staffa triangolare traforata o chiusa.

H. Fibule a cerniera. Al loro interno si possono individuare due grossi gruppi, estremamente articolati ma la cui documentazione grafica e fotografica è spesso inadatta a una più precisa classificazione.

Associando alle fibule le tipologia dei reperti ceramici si sono quindi indicati 6 periodi storici.

SE VOLETE APPROFONDIRE L ARGOMENTO VI INVITIAMO ALLA LETTURA DELL ‘ARTICOLO PRESENTE SU ACADEMIA.EDU DI PAOLA PIANA AGOSTINETTI

https://www.academia.edu/resource/work/2362284

LA PRIMA CITTÀ IN TRANSPADANA: CELTI GOLASECCHIANI A CASTELLETTO TICINO.

UNA MOSTRA DEL 2009 DA RIVIVERE

La più antica città di Traspadana non è nata a Milano ma sulle sponde del Ticino sul lago Maggiore dove oggi sorge Castelletto Ticino. Riproponiamo qui gli studi presentati nella mostra “L’Alba della Città” organizzata nel 2009 dalla soprintendenza archeologica del Piemonte. il momento di avvio del primo centro protourbano dell’Italia nord-occidentale. Fanno rivivere quel tempo i reperti provenienti dagli scavi condotti dalla Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte a Castelletto Ticino – località Croce Pietra (Via del Maneggio, Via Aronco, Via Repubblica), dove tra la fine del IX ed il VII secolo a.C. sorgeva una delle più arcaiche necropoli del Basso Verbano, caratterizzata da un’organizzazione monumentale con strutture a recinto e marginata da grandi stele in pietra, quale la stele della Briccola, protagonista dell’evento.

Primo nell’Italia nord-occidentale e tra i centri della cultura di Golasecca, anche se seguito a breve distanza cronologica da Como, il centro protourbano di Castelletto Ticino – Sesto Calende si mostra dunque poco prima del 650 a.C. ormai pronto ad assumere un ruolo rilevante economico e politico nel rapporto con le grandi città etrusche. La centralizzazione del controllo su un vasto territorio agricolo e sulle vie di traffico, a partire dall’asse fondamentale del Ticino, la possibilità di concentrare e organizzare in un unico centro, assicurando il prelievo di adeguate risorse alimentari dal territorio, un importante numero di artigiani e maestranze esperte a servizio della navigazione fluvio-lacuale, consente alle elite golasecchiane di offrire materie prime e servizi ai mercanti etrusco-italici, ricavandone un notevole incremento di ricchezza e quegli oggetti ed usi collegati al lusso signorile che sanciranno la loro distinzione sociale. In questo senso il disco-corazza tipo Mozzano in bronzo raffigurato sulla stele della Briccola, tipico dell’armamento etrusco-italico tra la fine dell’VIII e la prima metà del VII secolo a.C., costituisce il primo riscontro diretto del rapporto dei guerrieri golasecchiani con il mondo etrusco-italico e distacca definitivamente la stele della Briccola da quelle protoceltiche coeve del Mediterraneo occidentale, dalla Francia meridionale alla Penisola Iberica.

https://web.archive.org/web/20130817085559/http://albadellacitta.it/index.htm

Da http://archeo.piemonte.beniculturali.it/index.php/it/biblioteca/91-editoria-cataloghi-mostre/706-l-alba-della-citta

SOMMARIO

Presentazioni

pp. 7-9

La necropoli settentrionale e l’evidenza della costituzione del centro protourbano di Castelletto Ticino Filippo Maria Gambari

pp. 13-18

Le pietre dei signori del fiume: il cippo iscritto e le stele del primo periodo della cultura di Golasecca Filippo Maria Gambari

pp. 19-32

Le necropoli in località Croce Pietra Raffaella Cerri

pp. 33-35

La necropoli di via del Maneggio Raffaella Cerri, Mauro Squarzanti

pp. 36-62

Castelletto Ticino, considerazioni geoarcheologiche inerenti il sito di via del Maneggio Cristiano Nericcio, Caterina Ottomano

pp. 63-64

L’insieme litico tardiglaciale di via del Maneggio. Studio preliminare tecnofunzionale Gabriele Luigi Francesco Berruti, Stefano Viola

pp. 65-74

Annotazioni preliminari al catalogo dei reperti e delle strutture Raffaella Cerri

pp. 75-82

Catalogo dei reperti e delle strutture. Via del Maneggio, scavi 2001-2003 Raffaella Cerri

pp. 83-157

Appendice al catalogo dei reperti e delle strutture. Via del Maneggio Mauro Squarzanti

pp. 159-160

Tavole a colori

pp. 161-176

La necropoli di via Aronco Mauro Squarzanti

pp. 177-182

Catalogo dei reperti e delle strutture. Via Aronco, scavo 1988-1989 Raffaella Cerri, Mauro Squarzanti

pp. 183-192

La necropoli di via Repubblica Mauro Squarzanti

pp. 193-195

Catalogo dei reperti e delle strutture. Via Repubblica, scavo 2002 Mauro Squarzanti

pp. 197-202

Considerazioni cronotipologiche Raffaella Cerri

pp. 203-208

I roghi funerari: una chiave di lettura per il paesaggio vegetale e per il rituale funebre Sila Motella De Carlo

pp. 209-224

Il gruppo umano di Castelletto Ticino, località via del Maneggio: paleobiologia e aspetti del rituale funerario Elena Bedini, Francesca Bertoldi, Emmanuele Petiti

pp. 225-240

Analisi paleonutrizionali: la ricostruzione delle abitudini alimentari Fulvio Bartoli, Elena Bedini

pp. 241-245

Un particolare aspetto del rituale funerario: i frammenti di ossa animali della sepoltura infantile T.17/01 Elena Bedini, Emmanuele Petiti

pp. 247-249

Bibliografia

pp. 251-258

Itinerari : https://www.vagabondiinitalia.it/la-cultura-di-golasecca-in-riva-al-ticino/

BRACCIALI DI VETRO DEI CELTI.

Da storia di Parma

Nel III secolo a.C. in Europa occidentale e centrale fa la sua comparsa una quantità importante di oggetti di vetro, tra i quali si distingue un prodotto nuovo che ebbe grande successo come elemento di parure, nonché una vasta difusione: il braccialetto di vetro colorato, translucido, omogeneo e dai colori luminosi.

Bracciale di vetro da SALICETA San Giuliano – Modena- 250-200 a.C. Modena museo archeologico- da Catalogo I Celti Bompiani

Gli specialisti sono propensi a identiicare l’area di produzione nell’Italia del Nord, probabilmente nel Veneto, donde per ora provengono gli esemplari più antichi.

armilla da Adria / in vetro
MATERIA E TECNICA:pasta vitrea/ lavorata a caldo con pinze

MISURE Diametro: 8,5 cm

I Celti si familiarizzarono con questo tipo di produzione della quale appresero le modalità di fabbricazione e le formule di composizione: da quel momento la produzione dei braccialetti di vetro costituì un altro elemento caratteristico e speciico dell’artigianato dei Celti, prodotto con tecniche e con un sapere nuovi. Ai Celti nel III secolo a.C. giungevano lingotti di vetro grezzo, che circolavano ed erano commercializzati nell’Europa transalpina: il relitto scoperto in Corsica al largo delle isole Sanguinaires (Ajaccio) (ultimi decenni del III secolo a.C.) conteneva tra gli altri prodotti trasportati anche 500 chilogrammi di vetro blu, che dall’Oriente era destinato alla Gallia. Lingotti di vetro grezzo sono documentati anche in centri costieri della Britannia. Il vetro celtico ha come base principale la silice (SiO2) ed è prodotto con sodio (Na) (7-15 per cento), calcio (Ca) (5-5,5 per
cento) e altre sostanze come il potassio (K) (meno dell’1 per cento), alluminio (Al) (1,4 per cento) e magnesio (Mg) (0,25-0,30). Se la materia base (sabbia e calcare) era facilmente reperibile, la soda (nota col nome di natron presso Plinio il Vecchio) aveva delle precise zone di provenienza (in particolare, in Egitto, i giacimenti tra Alessandria e Il Cairo) ben lontane dall’Europa dei Celti.

Bologna Museo Archeologico – Necropoli Benacci tomba 921 braccialetto di vetro dei Celti
Bologna Museo Archeologico – Come veniva portato il bracciale di vetro
Bologna Museo Archeologico – Necropoli   Benacci tomba 921- uso del braccialetto di vetro e posizione di olpe a trottola

Le diverse colorazioni erano ottenute mescolando al vetro ioni metallici: il rame colorava il vetro di blu medio o scuro, il ferro in
verde o bruno, il cobalto in blu cobalto, il manganese in porpora o viola. I diversi colori appaiono legati a un’epoca piuttosto che a un’altra, dal momento che quella del colore fu una conquista tecnologica dovuta alla maîtrise di particolari sostanze rispetto ad altre. Le tinte più antiche furono il blu cobalto, talora integrato da colorazioni in giallo e in bianco, quelle successive furono il color miele, il verde o l’incolore, mentre tra le più recenti, del I secolo a.C., ci fu il viola con sfumature rosse.

Le fogge dei braccialetti più recenti furono sottili e semplici mentre quelle degli esemplari più antichi (seconda metà del III secolo a.C.) sono molto variabili per forma e ornamentazione: gli esemplari hanno una ricca ornamentazione a rilievo. Con il II secolo a.C. i braccialetti sono più larghi, blu cobalto o incolori, con decorazione di ili bianchi o gialli visibili alla supericie. Con la ine del II e l’inizio del I secolo a.C. la forma del braccialetto subisce un cambiamento deciso, dal momento che la fascia diventa stretta, di colore blu scuro, viola o bruno, poco decorata o priva di decorazione. I vetri giallo e bianco utilizzati per ilamenti o altri tipi di ornamentazione erano ottenuti con antimonio (Sb), piombo (Pb) o stagno (Sn). Con manganese o antimonio si otteneva invece la decolorazione del vetro, una tecnica molto complessa.

Braccialetti di vetro colorato celtici III SEC a.C da Berna e D’intorni. Da “i Celti” Bompiani
MALNATE (VA) frammento di armilla di vetro celtica
Braccialetto celtico di vetro blu da Maneia

Il braccialetto era ottenuto in un solo pezzo senza che si avessero – come in età romana – due estremità da saldare insieme. La faccia
interna a contatto con la pelle del braccio era liscia mentre la faccia esterna era decorata con scanalature, motivi plastici o gocce di colore applicati. Talora sulla faccia interna di un braccialetto incolore poteva essere applicato un sottile nastro di colore giallo come l’oro. Alcune oicine attive nel II-I secolo a.C. sono riconosciute negli oppida di Manching in Baviera, di Stradonice in Baviera o di Stare Hradiskó in Moravia. L’abitato di Nemcice nad Hanou, sempre in Moravia, testimonia un’attività vetraria che parte dalla seconda metà del III secolo a.C., e che fa di questo centro il più antico atelier celtico di lavorazione del vetro. Nella successiva età degli oppida questo prodotto si difonde anche sul resto dell’Europa celtica; la grande difusione di braccialetti di vetro colorato in Italia del Nord fa ipotizzare la presenza di ateliers anche in Cisalpina (Transpadana) paralleli a quelli transalpini. A parte il caso di Nemcice nad Hanou, non si possono ancora individuare gli atelier del III secolo a.C. che gli specialisti, a partire dalle
forme di braccialetti più antichi, ipotizzano attivi in Italia del Nord, in Svizzera o nel medio Danubio (Slovacchia sud-occidentale). Si vedano N. Venclová, La production du verre, in Les Celtes et les Artes du feu, in “Dossiers d’Archéologie”, CCLVIII (2000), pp. 76- 85; R. Gebhard, Der Glasschmuck aus dem oppidum von Manching, Stuttgart, 1989.

Adria, bracciali celtici in pasta di vetro III sec. a.C
Braccialetti di vetro colorato da Mihovo ex Jugoslavia II Sec .a.C. Vienna museo archeologico da catalogo i Celti-Bompiani
Frammenti vitrei da Monte Bibele


A C B
Fig. 95 Frammenti di braccialetti di vetro colorato rinvenuti a Maneia (A e C) e a sinistra del Ceno (B) nella zona di Varano de’ Melegari. MANPr. (Disegno I. Fioramonti)

Braccialetti di vetro da Berna e D’intorni III-II sec a.C.

LINKS:

https://www.academia.edu/resource/work/3400689

CELTI RETI E CAMUNI: COME È AVVENUTA LA ROMANIZZAZIONE NEL BRESCIANO E NEL GARDA

Da ACADEMIA.EDU

Articolo originale di

 Simona MarchesiniProfile picture for Simona  MarchesiniSimona MarchesiniIDENTITÀ MULTIPLE O ETHNIC CHANGE DURANTE LA ROMANIZZAZIONEView PDF ▸Download PDF 

Area CAPITOLIUM Brescia Cenomane – da Brixia e le genti del Po’ Giunti
Area CAPITOLIUM Brixia fino all’ etá augustea da Brixia e le genti del Po’ Giunti

Il territorio attorno a Brescia e al Lago di Garda si presenta come un osservatorio privilegiato per lo studio di interazioni tra popoli già dal primo apparire della documentazione epigrafica, in età preromana. Tale vocazione, quella dello scenario di etnie multiple, si configura anche nell’età della romanizzazione, con modalità ben indagate e in gran parte già defi nite dagli studiosi. L’individuazione di ethne a partire dalla documentazione esistente non è però sempre di immediata evidenza, e porta spesso ad una sospensione del giudizio piuttosto che ad una soluzione univoca.
In questa sede cercherò di inquadrare fenomeni nel loro complesso già noti, come quelli che emergono dall’epigrafia e dall’onomastica, avvalendomi di strumenti «in dotazione» alla linguistica, come la sociografia, la neurolinguistica, la linguistica del contatto e l’etnolinguistica, per proporre al confronto critico nuove categorie di analisi. Dalla focalizzazione di alcuni documenti, in parte anche nuovi, vedremo anche emergere e delinearsi meglio una delle compagini che solitamente, negli studi sulla regio X, rimane di difficile identificazione: la componente camuna.


II. Lo scenario storico regio X, in particolare nella zona attorno a Brescia e al lago di Garda (1).


Il processo di assimilazione e acculturazione, come sappiamo, non fu per questa parte dell’Italia cruento e repentino, ma progressivo e lento. La strategia politica adottata da Roma verso queste popolazioni fu di rispetto delle autonomie e delle strutture socio-politiche esistenti, di cui «venivano conservate la compattezza, l’autonomia, e fi n dove possibile l’indipendenza e la stabilità demografica» (2).


Riassumo brevemente i termini cronologici:

− fine V-inizi IV sec. a.C.: inizia l’occupazione cenomana di
Brixia, che conosce anche la sua prima fase urbana;

− 225 a.C. durante la guerra Gallica i Cenomàni (che ormai occupano il territorio di Brescia) e i Veneti si alleano con i Romani
inviando 20.000 soldati contro le altre popolazioni celtiche;

− durante la guerra annibalica i Cenomani sono alleati di Roma insieme ai Veneti, Taurini e Anamari;

− 200 a.C. i Cenomani appoggiano gli Insubri e i Boii devastando Placentia e puntando in seguito su Cremona;

− 197 a.C. grazie all’intervento diplomatico del console C.
Cornelio Cetego presso i vici Cenomanorum e presso la stessa Brixia, la rivolta rientra e i Cenomàni abbandonano gli Insubri
che vengono vinti; si stipula un foedus tra Roma e i Cenomàni;

− 89 a.C. Lex Pompeia Strabonis de Transpadanis concede lo
ius Latii a tutte le popolazioni della Gallia Cisalpina, compresi i Cenomani;

− 51-49 a.C. con la Lex Roscia viene ratifi cata la cittadinanza
romana alle popolazioni celtiche e italiche della Cisalpina (Transpadani); Brixia diventa municipium;

− età augustea (16/15 a.C.): adtributio delle popolazioni nella
Val Sabbia e della sponda occidentale del Lago di Garda (Sabini e Benacenses); adtributio a Brixia anche dei Trumplini e dei Camunni (campagna militare di P. Silio Nerva);

27 a.C. (oppure 14 a.C. e comunque non dopo l’8 a.C.)
Brixia si fregia del titolo di colonia civica Augusta.

− tra 79 e 89 d.C. Benacenses e Trumplini sono in stato di inferiorità giuridica rispetto ai Bresciani (3).

Particolare della statua di Minerva dal santuario di Breno(BS)


In questo quadro di progressivo adeguamento della componente etnica locale al mondo romano, spicca la tendenza all’autonomia dei Camunni, che pur dopo l’adtributio e la concessione della civitas, si costituiscono come res publica separata da Brescia e vengono ascritti per la maggior parte alla tribù Quirina.

Questa situazione, che ha come sfondo un intenso spostamento di persone dal centro Italia e dal Sud verso Nord, nella Gallia padana e Cisalpina (4), porta alla creazione di popolazioni miste, che uniscono componenti più tipicamente italiche o centro italiche a quelle celtiche, venetiche, retiche o camune.

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https://www.academia.edu/resource/work/1074727

ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE: LA RIPRODUZIONE DELL’ARMAMENTO DEI GALLI CISALPINI.

Un contributo importante per capire meglio le modalità di produzione e di uso dei manufatti antichi è costituito dalla archeologia sperimentale . Diversi specialisti e appassionati si sono dedicati a riprodurre fedelmente manufatti antichi per carpirne tutti i segreti . Qui di seguito vi proponiamo il contributo e le ricerche sulle armi dei Galli CISALPINI :

FODERO DI SALICETA S.GIULIANO

Qui lo studio e ricerca delle decorazioni del fodero riferito alla sepolcreto di Saliceta San Giuliano. Lo staff composto dagli archeologi Thierry Lejars, Anna Bondini dal restauratore Renaud Bernadet e da Vincenzo Pastorelli per la realizzazione dei punzoni e della replica completa. La particolarità delle decorazioni collocano questo fodero tra i 10 esemplari esistenti. Questa operazione a evidenziatol’esatta sagoma degli sbalzi e delle particolari decorazioni impresse

MUSEO ARCHEOLOGICO BOLOGNA

Dalla collaborazione tra Museo Civico Archeologico e  Vincenzo Pastorelli, artigiano del ferro e ricostruttore sperimentale di antichi modelli di armi, è nato il progetto che ha portato alla realizzazione di un cinturone, di una spada, di un fodero e di una lancia celtici in ferro. Sono fedeli riproduzioni dei materiali della tomba di Ceretolo, rinvenuta nello scavo del 1877 a Casalecchio di Reno (Bologna), un cardine per lo studio della presenza Celtica in Italia.

Si tratta di un’operazione di archeologia ricostruttiva, che prevede di ottenere manufatti in tutto simili a quelli antichi, senza però passare per la sperimentazione per quanto riguarda le tecniche di realizzazione.

Si sono ottenuti manufatti che riproducono fedelmente i reperti archeologici nella loro funzionalità originaria: le nuove armi possono essere toccate, indossate, sperimentate.

Indossando la catena di sospensione della spada sarà possibile saggiare come il fodero rimanesse fermo senza ostacolare il cammino e la corsa del guerriero, toccando letteralmente con mano l’abilità degli artigiani gallici.

ARMAMENTO DEI GALLI BOI ( da res bellica)

ARMAMENTO GALLI SENONI ( da res bellica)

ELMO DI GOTTOLENGO

IL SISTEMA DI SOSPENSIONE A CATENA

MODALITÀ D ‘USO DELLA SPADA CELTICA ( DA EVROPAANTIQVA)

LA SPADA CELTICA (DA EVROPAANTIQVA)

TRA CELTI VENETI ETRUSCHI E RETI: L’ETÀ DEL FERRO AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI VERONA

Attraverso l’archeologia il passato si fa presente, le tombe acquistano vita. Stupiscono e affascinano i reperti in mostra nel nuovo Museo Archeologico Nazionale di Verona, presso l’ex caserma asburgica di San Tomaso, inaugurato lo scorso 17 febbraio e appena arricchitosi di una nuova, ampia sezione interamente riservata all’Età del Ferro – dall’inizio del primo millennio a.C. fino all’arrivo dei Romani – che va ad aggiungersi a quella dedicata a preistoria e protostoria.

Una vera e propria finestra sul passato che aiuta a capire la realtà di un territorio come quello veronese, da tempi antichissimi punto di incontro e crocevia di genti diverse tra loro per lingua e cultura come Veneti, Etruschi, Reti e Celti. La nuova sezione appena inaugurata, curata sotto il profilo scientifico dalla direttrice Giovanna Falezza e da Luciano Salzani in collaborazione con la soprintendenza veronese, è stata allestita da Chiara Matteazzi, in continuità con il precedente allestimento museale. Focus delle nuove sale espositive sono numerosi abitati sia in pianura che in collina, anche di rilevanti dimensioni come ad esempio il centro veneto in località Coazze di Gazzo Veronese, che si estendeva su una superficie di oltre 60 ettari con ampie aree di insediamenti abitativi accanto ad aree artigianali. A fornire i reperti più interessanti sono però le numerosi necropoli, spesso ricche di oggetti particolari venuti da lontano e con lavorazioni raffinatissime, a testimoniare la ricchezza dei contatti con il resto della penisola e, a volte, con gli altri popoli del mediterraneo.

Emoziona ad esempio il corredo funerario, unico per completezza e ricchezza, del cosiddetto “Principe bambino”, proveniente da una delle 187 tombe della necropoli celtica di Lazisetta a Santa Maria di Zevio. Si tratta della sepoltura di un soggetto di 5-7 anni, le cui ceneri vennero deposte assieme a un sontuoso carro da parata ,( https://wp.me/paEVnZ-Qt) , di cui restano gli elementi metallici come i mozzi delle ruote e i morsi dei cavalli, e a un armamentario tipico dei guerrieri adulti: spada, lancia, giavellotto e scudo. Un ricco vasellame ceramico e bronzeo assieme a monete, attrezzi agricoli, strumenti per il banchetto e i residui del pasto funebre completano il quadro di un’ultima dimora presumibilmente riservata a un appartenente alle classi dominanti. L’attento studio del contesto ha permesso agli archeologi di ricostruire il rituale di sepoltura, che viene oggi riproposto ai visitatori con l’ausilio di un suggestivo contributo multimediale: dopo che questi fu cremato insieme ad alcune offerte, le ceneri del bimbo furono raccolte in un contenitore in materiale organico (stoffa o cuoio) e deposte nella fossa assieme al resto del corredo. Al di sopra fu collocato il carro, capovolto e parzialmente smontato; infine, dopo un parziale interramento, fu acceso un secondo grande fuoco rituale. Alla fine la tomba fu probabilmente coperta da un tumulo che segnalava l’elevato stato sociale del defunto.

Non meno suggestivo il corredo di una tomba del VII secolo a.C. appartenente a una bambina di pochi anni, rinvenuto in una delle tre necropoli di Oppeano. All’interno dell’urna, al di sopra delle ossa combuste, oltre ad alcuni elementi di corredo furono deposti alcuni elementi molto particolari: conchiglie, di cui una forata, legate forse alla sfera del gioco, una pianta di astragalo, probabilmente un amuleto e infine un uovo di cigno, uccello acquatico ritenuto sacro. Proprio quest’ultimo assume un significato rituale molto importante, interpretabile come simbolo di rinascita e rigenerazione. Sepolture di uomini e donne ma anche di animali: come i famosi cavalli veneti, citati da fonti latine e greche per la loro agile bellezza; nel percorso museale è infatti presente uno dei due “cavalli delle Franchine”, necropoli in territorio di Oppeano. Si tratta di un piccolo maschio di 17-18 anni – 135 cm al garrese – sepolto in una piccola fossa coricato sul fianco destro e con le gambe ripiegate.

 

Si tratta solo di alcuni tra i molti tesori del nuovo museo, il più famoso dei quali è l’iconica pietra calcarea dipinta in ocra rossa nota come “lo Sciamano”. L’opera, rinvenuta a Grotta di Fumane, va posta alle origini delle prime espressioni artistiche (paleolitico superiore, circa 40.000 anni prima di Cristo) e raffigura un personaggio che indossa un copricapo: una delle più antiche immagini teriomorfe (figure di uomo-animale) conosciute. Un luogo da conoscere e visitare più volte, in attesa che il progetto espositivo venga completato nel 2024 con l’aggiunta dell’ultima, fondamentale parte dedicata all’età romana.

Articolo originale di Daniele Mont D’Arpizio – http://ilbolive.unipd.it/it/news/melting-pot-veneto-preistorico)

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