IN VIAGGIO LUNGO LA VIA DELLE GALLIE FINO A LUGDUNUM E VIENNE

Dai confini  della Regio Transpadana, la via delle Gallie ci ha condotto  fino a LUGDUNUM , l’odierna Lione, la capitale delle tre Gallie.

La via delle Gallie è una antica strada romana consolare fatta costruire da Augusto , probabilmente seguendo il tracciato di più antichi sentieri che collegavano la Gallia Cisalpina con quella Transalpina. Fu anche la prima opera pubblica realizzata dai Romani in Valle d’Aosta. La via attraversava in parte le moderne Italia, Francia e la Svizzera.

Era stata progettata con lo scopo di facilitare l’espansione militare e politica romana verso le Alpi che si concretizzò poi nelle guerre alle popolazioni alpine sotto Augusto. La via delle Gallie iniziava da Mediolanum (la moderna Milano) e passava per Augusta Eporedia (Ivrea) biforcandosi in due rami all’altezza di Augusta Praetoria (Aosta).

Da Augusta Praetoria un ramo della strada si dirigeva verso il passo del colle del Piccolo San Bernardo (lat. Columna Iovis) fino a Lugdunum (Lione), mentre l’altra diramazione giungeva al passo del colle del Gran San Bernardo (lat. Mons Iovis) per poi condurre verso Octodurus (Martigny), nel moderno Canton Vallese, in Svizzera. Ebbene noi abbiamo seguito la strada fino a LUGDUNUM teoricamente attraversando le seguenti tappe:

Da Augusta Praetoria (Aosta), attraversiamo Fundus Gratianus (Gressan), Fundus Joventianus (Jovençan), Sarra (Sarre), Aimivilla (Aymavilles), Arvarium (Arvier), Avisio (Avise), Sala Duria (La Salle), Moriacium (Morgex), Araebrigium (Pré-Saint-Didier) e Tuillia Salassorum (La Thuile), dopo di cui valichiamo il passo del colle del Piccolo San Bernardo (lat. Columna Iovis), per poi dirigersi verso Sextum Segetium (Séez), Capellae Centronum (Les Chapelles), Bellantrum (Bellentre), Axima (Aime), Munsterium (Moûtiers), Aquae Albae (Aigueblanche), Liscaria (La Léchère), Fessona Brigantiorum (Feissons-sur-Isère), Cevis (Cevins), Bastita (La Bâthie), Turres (Tours-en-Savoie), Oblimum (Albertville), Hillium (Gilly-sur-Isère), Camusellum (Chamousset), Castrum Novum Allobrogum (Châteauneuf), Capanna ad Melianum Montem (La Chavanne), Riparia (La Ravoire), Camberiacum (Chambéry), Nanciae (Nances), Dulinum (Dullin), Verale Bellomontium (Verel-de-Montbel), Bellus Mons ad Tramonaecum (Belmont-Tramonet), Romagnieu (Romagnieu) terminando a Lugdunum (Lione).

VIENNE

Vienne è stata prima di essere romana , la capitale degli Allobrogi , una potente tribù gallica . Il termine Allobrogi significava probabilmente che essi erano una popolazione celtica proveniente da altre aree( Allobrogi in celtico “allo brox ” ovvero quelli di un altro territorio). Nel 123 a.C. dopo aver ospitato il re dei Salluvi Tutomotulo, in fuga dai Romani, gli Allobrogi furono attaccati dai Romani che riuscirono a battere nell’agosto del 123 questo popolo . Inizia poi un periodo di intensa romanizzazione.

MUSEO GALLO-ROMANO DI SAINT ROMAIN EN GAUL

La prima tappa che abbiamo raggiunto è stata quella di visitare il sito di Saint Romain EN Gaul-VIENNE a circa 30 km a sud di Lione, sulla riva destra del Rodano. Il museo gallo-romano di recente inaugurazione è bellissimo! La parte musealizzata contiene tantissimi tesori( eccezionali mosaici , pitture ceramiche, etc) tutti esposti con moderni criteri di fruizione per il pubblico. L’ ambiente è luminoso ed accogliente .Al momento sono stati scavati tre ettari di una parte di un quartiere della città romana di Vienne, una delle città più ricche della Gallia romana già importante centro dei Galli Allobrogi. Vi consigliano di farvi dare una audioguida in italiano. Al di fuori del museo si estende l’area archeologica con i resti delle domus , delle abitazioni, dei centri termali etc. Molto suggestive sono le anastilosi con la ricostruzione delle fontane dove sgorga acqua fresca.

Mosaico degli atleti vincitori III sec d.C Vienne
Affresco dalle pareti delle terme dei littori. L’ affresco era posizionato sulle pareti delle lattine pubbliche delle terme. Scoperto nel 1991-Vienne
Mosaico degli atleti vincitori.inizio III Sec.d.C.
Mosaico dei due fiumi.scoperto a Vienne nel 1981. Museo di Saint Romain EN Gaul-VIENNE
Mosaico dello scudo II sec d.C
Mosaico dello scudo II SEC d.C. Saint Romain EN Gaul-VIENNE
Affreschi Museo archeologico di Saint Romain EN Gaul-VIENNE
Affreschi .museo archeologico di Saint Romain EN Gaul-VIENNE
Mosaico dalla villa del cratere e degli uccelli Saint Romain EN VIENNE II sec.d.C.
Mosaico dalla villa del cratere e degli uccelli II sec.d.c Vienne
Mosaico di Orfeo fine II sec d.C. Saint Romain EN VIENNE museo archeologico. Orfeo nel mosaico originale si trovava al centro attorniato da vari animali
Mosaico di Orfeo fine II sec d.C. Saint Romain EN Gaul-VIENNE museo archeologico
Mosaico di Orfeo fine II sec d.C. VIENNE museo archeologico Saint Romain EN Gaul-VIENNE
Afrodite sulla destra e sul fondo gli affreschi del ninfeo dei trampolieri Saint Romain EN Gaul-VIENNE.
Affreschi del ninfeo dei Trampolieri. Saint Romain EN Gaul-VIENNE
Statua di Afrodite scoperta nel 1845 non lontano dal museo che ora la ospita. II – inizio III sec.d.C. sullo sfondo l affresco del ninfeo dei Trampolieri I sec d.C.
Statua di Afrodite inquadrata da dietro II- inizio III sec d.C.
Frammento di affresco della villa dei Due Oceani .Saint Romain EN Gaul Vienne II sec d.C.
Frammento di affresco da Saint Romain EN Gaul-VIENNE
Altorilievo del dio gallico Sacellus

Intorno a questi oggetti rinvenuti a Vienna o nei dintorni si trovano collezioni da siti lontani: oggetti provenienti da necropoli di Champagne dell’età del bronzo donati dal curatore Vassy, ​​o necropoli predinastiche di Khozan (Egitto) e antiche necropoli di Koban (Ossezia) donate da l’archeologo lionese Ernest Chantre.

Ceramiche votive falliformi e lucerne erotiche – Museo delle belle arti di Vienne
Altorilievo del dio gallico Sacellus. La divinità veste alla gallica e porta un martello sulla spalla sinistra ed un olla nella mano destra.un cane sta ai suoi piedi. II sec d.C.Vienne.
Passeggiando per le strade di Saint Romain EN Gaul-VIENNE

Intorno a questi pezzi eccezionali sono serie notevoli: antefisse, tubi di piombo, lucerne, sigillata, cristalleria, ceramica comune…

Passeggiando per le vie di Saint Romain EN Gaul-VIENNE
Area archeologica di Saint Romain en Gaul Vienne
Passeggiando per le vie di Saint Romain EN Gaul-VIENNE
Il teatro di Vienne.

IL MUSEO DELLE BELLE ARTI DI VIENNE: Questo museo benché sia progettato ed esposto con un taglio un po’ ottocentesco ha al suo interno dei pezzi pregevoli sulla storia della citta’.

la ricchezza dell’antica città di Vienna si riflette nelle collezioni di questo periodo. Diversi bronzi monumentali (statua a grandezza naturale a tondo di Pacaziano, II secolo dC, rilievo in bronzo dorato di delfini, frammenti di una statua equestre) costituiscono un insieme notevole.

Il deposito di Place Camille-Jouffray è stato scoperto nel 1984, durante il salvataggio di Place Camille Jouffray. Fu trovato in una casa, situata a est della strada principale e vicino a un fanum, un tempietto di tradizione gallica. Il ritrovamento comprende una serie di oggetti metallici risalenti all’inizio del IV secolo[9].

Comprende elementi in ferro (utensili), bronzo (stoviglie) e soprattutto argento: sepolto all’inizio del IV secolo, si compone di stoviglie (piatto con decorazione pastorale, tridente in miniatura in particolare), due portaspezie, oggetti relativi a ornamento (specchio) e un oggetto di culto (patera).

Armi dei Galli Allobrogi-Vienne museo delle belle arti
Tesoro romano in argento -. Vienne museo delle belle arti
Scrigno di avorio di testa di giovane e sullo sfondo statua in bronzo di Pacaziano-Vienne museo delle belle arti
Delfini di bronzo- Vienne museo belle arti
lucerne con scene gladiatorie

LUGDUNUM (LIONE)

Lugdunum (o Lugudunum ), oggi Lione , è il nome del sito gallico dove venne poi fondata una colonia romana dal Governatore della Gallia Lucio Munatius Plancus nel 43 a.C. ovvero un anno dopo l’uccisione di Cesare. In tale sito furono ospitati i coloni scacciati dagli Allobrogi dalla vicina Vienne . Dal 27 a.C divenne la capitale delle tre Gallie. La città Romana dalla collina di Fourviere si estese successivamente fino alla penisola tra i due fiumi. Recenti ritrovamenti hanno evidenziato che l’area era già occupata da popolazioni celtiche.

Origine del nome della città

Dibattuta è l’origine del nome Lugdunum o nella versione Lugudunum . Deriverebbe da parole celtiche :

1 ipotesi da Lug Dunum ovvero la fortezza del Dio Lug ( una delle principali divinità galliche)

2 ipotesi dal Leucos Dunum ovvero la fortezza luminosa

In Gallia altre spesso associati a un alto santuari, portavano il nome di Lugdunum , tra gli altri, Laon in Aisne , Saint-Bertrand-de-Comminges ( Lugdunum Convenarum ) in Haute-Garonne . Il nome di Leida ( Leithon in 860 Legihan per * Legthan del ix °  secolo) nei Paesi Bassi è probabile un antico Lugdunum.

LUGDUNUM

Da

PUBBLICAZIONE DI ADA GABUCCI SULLA DISTRIBUZIONE DELLA CERAMICA SIGILLATA GALLICA LUNGO L ASSE DEL PO

LINKS: https://books.openedition.org/efr/3248#tocfrom3n1

(…)Colonia Copia Felix Munatia Lugdunum LUGDUNUM viene fondata nel 43 a.C. da L. Munazio Planco, come egli stesso ricorda nell’iscrizione del suo mausoleo a Gaeta84, con il tradizionale rito del solco tracciato con l’aratro trainato da una giovenca e un bue bianchi, preceduto e seguito da tutte le usanze e le cerimonie connesse alla sacralità dell’atto. Le tracce del primo impianto della colonia sono emerse solo di recente e sono molto labili, poiché si trattava di una città di terra e di legno, edificata sullo schema dei campi legionari, per la quale non si riconoscono edifici pubblici tranne uno pseudo santuario di Cibele85. In età augustea, con la riorganizzazione della provincia voluta da Agrippa, Lugdunumdiventa non solo la capitale della Gallia Lugdunense, ma anche la sede del potere imperiale e di quello religioso per le tre Gallie, e si avvia a essere la « métropole économique des Gaules »86 ; nel 15 a.C. nasce la zecca di Lugdunum.

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La vera trasformazione urbanistica avviene però solo in età claudia, probabilmente anche grazie ai favori che il principe elargisce alla sua città natale, ma non sono molte le opere che gli si possono attribuire con sicurezza87.

Sappiamo dalle fonti di un incendio devastante scoppiato nel 64, che avrebbe provocato danni tanto ingenti da spingere Nerone a restituire alla città quattro milioni di sesterzi inviati a Roma prima del disastro. Di questo evento, però, non è mai emersa alcuna traccia archeologica sicura88.

Elemento cardine della città, sulle pendici della Croix-Rousse, è il santuario federale delle Tre Gallie ( https://it.wikipedia.org/wiki/Santuario_federale_delle_Tre_Gallie), il cui aspetto ci è noto dalle raffigurazioni sulle monete di età giulio-claudia, ma della cui organizzazione sappiamo molto poco.

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anfiteatro di Lugdunum e sotto moneta con raffigurazione della Altare delle tre Gallie

Risultati immagini per SANTUARIO FEDERALE DELLE TRE GALLIE

Lugdunum, grazie alla sua felice posizione geografica, alla confluenza tra la Saône e il Rodano, diventa ben presto uno snodo commerciale, un porto e un centro di produzione di primo piano, come testimonia anche una eccezionale concentrazione di iscrizioni (almeno una trentina) che ricordano artigiani diversi tra i quali produttori di sapone e di tessuti, tintori, mercanti di vino e di ceramica89, oltre a un negotiator argentarius et vascularius90. Ben attestati sono soprattutto i nautaedelle corporazioni legate alla navigazione fluviale sul Rodano e sulla Saône e, più in generale, i negotiatoresattivi nei commerci tra i due versanti alpini, come Sennius Metilius, originario di Treviri, noto da un cippo rinvenuto a Lione nel 188491.

Lugdunum impiantano grandi filiali anche alcuni produttori italici, come il ceramista pisano Cn. Ateius92, che si rendono conto di poter così gestire meglio l’approvvigionamento degli eserciti stanziati sul limes renano, e in breve la città attira artigiani e mercanti da centri vicini e lontani, come un anziano 

produttore di vetri di origine cartaginese93 o i negotiatores vinarii di Alba94 e di Treviri95. Sono noti intermediari attivi in diversi rami, come C. Sentius Regulianus che commercializzava vino, ma importava anche olio della Betica, ed è probabile che almeno parte dei battellieri gestisse delle vere e proprie imprese di trasporti sia fluviali che terrestri96.

Sulla Saône sono stati individuati a più riprese diversi porti probabilmente destinati alla gestione di merci differenti e, in anni recenti, sulla riva destra, nello scavo per la realizzazione del parcheggio Saint-Georges, sono stati rinvenuti ben sedici relitti databili tra il I e il XVIII secolo ; di questi, sei sono di epoca romana (I-III secolo). Si tratta di chiatte a fondo piatto, prive di chiglia, che arrivano a superare i 30 metri di lunghezza e i 5 di larghezza ; profonde fino a 120 cm, potevano caricare circa 150 tonnellate, una portata di tutto rispetto, che fa pensare a traffici regolari e probabilmente destinati anche a centri lontani. Le chiatte erano in grado di navigare nei due sensi, scendendo lungo il fiume e risalendo poi la corrente al traino di bardotti o animali da tiro97.

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Ricostruzione Lugdunum

Dozzine di piombi da dogana scoperti nell’Ottocento sono una ulteriore testimonianza dell’intensa attività commerciale di Lugdunumtra il I secolo e gli inizi del V e l’identificazione recente di una produzione di anfore in città avvalora l’ipotesi di un grande centro di ridistribuzione di merci, poiché si ritiene che i contenitori servissero a confezionare prodotti importati sfusi in botti o dolia per smerciarli poi per via fluviale o terrestre98. A questo si aggiunge ancora almeno una considerazione : se davvero gli enormi magazzini venuti alla luce a Vienne, poco a valle di Lione, servivano, come è stato proposto, allo stoccaggio delle derrate usate per il pagamento in natura delle imposte che le province galliche inviavano a Roma (tessuti, cereali, pelli, minerali, vino ecc.), bisogna allora pensare che tutta questa gigantesca massa di merci transitasse in qualche modo da Lugdunum99. ( …)

IL MUSEO GALLO-ROMANO DI FOURVIERE

Il museo è stato progettato dall’architetto Bernard Zehrfuss e inaugurato nel 1975. L’edificio si trova al limite dell’area archeologica, semi nascosto sul versante della collina. All’interno, il museo è costituito da una rampa in cemento che scende a spirale, ramificandosi verso dei pianerottoli destinati alle collezioni del museo. Dall’interno del museo è possibile ammirare i resti del teatro e dell’odeon accanto.

Ricchissime le collezione, strepitosi i mosaici di notevoli dimensioni, bellissimi i tanti oggetti della vita comune e della architettura monumentale della città. Tra i pezzi famosissimi troviamo la tabula Claudiana ricomposta in frammenti che riporta in bronzo il discorso dell’imperatore Claudio sull’accesso dei Galli al Senato di Roma. Un altro reperto famosissimo è la tavola di Coligny che permette di allineare calendario lunare antico a calendario solare.

Sarcofago di Bacco

ARMI E ARMATI

Umbone gallico
Umbone e resti di cotta di maglia di epoca imperiale

MOSAICI

Mosaico corsa lungo il circo – Lione museo gallo romano.

DIVINITÀ

.

Divinità galliche: le Matrone museo Gallo-Romano di Lione
Le Matrone divinità di origine celtica .museo gallo romano di Lione
Venere . Museo gallo romano di Lione

TESORO DI VAISE

VIDEO LUGDUNUM E VIENNE

APP/ APPLICAZIONI PER IPHONE ED ANDROID: EO LUGDUNUM

https://play.google.com/store/apps/details?id=fr.orpheo.eolugdunum

https://apps.apple.com/it/app/eo-lugdunum/id1548252219

ULTERIORI SCOPERTE:

https://www.sotterraneidiroma.it/blogpost.php?id=125

CELTI SENONI A SERRA S.ABBONDIO

La storia del borgo di Serra S.Abbondio nelle Marche , al pari del suo attuale aspetto è prettamente medievale. Eppure questo borgo nell’alta valle del Cesano, in provincia di Pesaro-Urbino, è stata un tempo la terra dei Celti. Il ritrovamento di lunghe spade e dei relativi foderi in ferro tra i corredi funerari del IV e III secolo a.C. riportati alla luce, hanno consentito di aggiungere Serra Sant’Abbondio tra le località marchigiane in cui compaiono oggetti di tradizione gallica. Ecco allora una raccolta archeologica decisamente da vedere per saperne di più.

Eppure la storia di questo luogo è ben più antica e con protagonisti di tutto rilievo. La sorpresa arriva visitando la raccolta archeologica allestita nel Municipio, fortemente voluta dall’amministrazione comunale e fattivamente sostenuta dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche. “Un tentativo di valorizzare ulteriormente un’area dai pregevoli valori naturalistici e ambientali e a forte vocazione turistico-culturale, mettendo a frutto le risorse impiegate nello scavo attraverso la presentazione at pubblico dei dati, anche se al momento solo preliminari, derivanti da queste scoperte – ci dice il sindaco Ludovico Caverni – testimonianze che aggiungono un importante tassello sul passaggio epocale che interessò il territorio marchigiano quando si estese il dominio romano”.

I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica
I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica
I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica

Dunque i Celti a Serra Sant’Abbondio. E’ la presenza delle lunghe spade e dei foderi in ferro tra i corredi funerari del IV e III secolo a.C. rinvenuti nelle antiche sepolture casualmente tornate alla luce di annoverare questo territorio tra quelli in cui sono spuntati reperti di tradizione gallica. Reperti di grande interesse, quindi, per gli studiosi. “Da tempo il riconoscimento di armi e altri elementi tipici della civiltà di La Tene (nome con cui si indica la cultura archeologica dei Celti nei secoli precedenti la romanizzazione) è stato messo in relazione con lo stanziamento nel territorio della Romagna sud-orientale e delle Marche settentrionali di gruppi appartenenti al popolo dei Sènoni – ci spiegano nel corso della visita alla raccolta archeologica – questa tribù faceva parte del grande popolo dei Celti, chiamati Galli dai Romani, provenienti dalle regioni centro-europee a nord delle Alpi.

L’arrivo dei Sènoni sulla penisola italiana si colloca all’inizio del IV secolo a.C., al culmine delle massicce migrazioni the avevano visto numerosi popoli celtici insediarsi in Italia settentrionale”. Una vicenda per certi versi misteriosa e decisamente intrigante: i Sènoni sono infatti ricordati dagli storici antichi come il più turbolento ed irrequieto del popolo dei Celti, e tra i principali responsabili dell’assedio di Roma nel 387-386 a.C., che occuparono indisturbatamente per alcuni mesi. “Questo evento segnò il loro prepotente ingresso nella storia del mondo mediterraneo: da questo momento le fonti storiche mettono in evidenza il peso che acquisirono le popolazioni galliche nello scacchiere politico della penisola italiana intervenendo con contingenti mercenari in favore di tiranni e città” spiegano gli archeologi.

I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica
I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica

Il rinvenimento dei reperti dei Celti è avvenuto in occasione della realizzazione di infrastrutture e di opere di urbanizzazione in un’area tra Pian Santa Maria e Campietro, sulla strada che da Serra Sant’Abbondio conduce a Frontone, con l’individuazione di una piccola necropoli. Lo scavo, diretto da Gabriele Baldelli della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, durata per più anni, ha consentito di recuperare e studiare una cinquantina di sepolture databili alle ultime fasi dell’età picena e all’epoca romana, che presentano una suggestiva commistione di elementi culturali umbro-piceni, gallici, ed etrusco-romani nella fase di passaggio tra le due età, tra il IV e il III secolo a.C. In quattordici tombe sono state ritrovate armi che fanno pensare: “Se la maggior parte degli individui erano equipaggiati con una semplice lancia, cinque si distinguono per la presenza di una spade di tradizione celtica. Del cinturone non resta spesso che qualche raro anello. Non c’è, invece, nessun indice di armamento difensivo come elmi o scudi. A volte collocate alla testa del defunto, le armi, quasi sempre piegate, erano il più delle volte riposte in corrispondenza delle gambe, mentre le spade e i foderi sono deposti separatamente” raccontano gli studiosi.

Le spade e i foderi, di tipo La Téne, che segnalano le elités celtiche degli ultimi cinque secoli a.C., sono ben documentati in Italia, nella regione padana e lungo l’Adriatico, nel territorio piceno e umbro, la dove la tradizione colloca i Sènoni, gli ultimi Celti a stabilirsi nella penisola. Nella regione, gli esempi non mancano, come indicano i ricchi corredi messi alla luce alla fine del XIX secolo a Montefortino. Gli usi funerari praticati a Serra Sant’Abbondio evocano di più i costumi, in apparenza più sobri, caratteristici di alcuni

gruppi delle Marche settentrionali, come Piobbico, che quelli dei ricchi complessi di Montefortino e Filottrano (caschi e vasellame in bronzo). Una storia insomma avvincente e ammirare da vicino i reperti esposti, evoca le vicende di quegli uomini che si resero protagonisti della quotidianità in un territorio estremamente vivace.

( Da turismoitalianews.it articolo originale: Giovanni Bosi, Serra Sant’Abbondio / Marche)

I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica

Da visitare nei d’intorni :

https://www.turismoitalianews.it/abbiamo-visto-per-voi/14162-da-sentinum-a-sassoferrato-nel-museo-archeologico-i-reperti-raccontano-l-antica-battaglia-delle-nazioni-dei-romani

I CAMPI RAUDI

101 aC: la Battaglia dei Campi Raudii, chiamata anche Battaglia di Vercelli, fu combattuta fra un esercito della repubblica Romana, comandato dal console Gaio Mario ed un potente corpo di spedizione composto da tribù germaniche di Cimbri, vicino all’insediamento di Vercellae, nel territorio di quella che a quel tempo era la Gallia Cisalpina. I Cimbri furono letteralmente distrutti, con più di 140.000 morti e 60.000 prigionieri, compresi moltissimi fra donne e bambini. Una gran parte del merito di questa vittoria fu attribuito a Lucio Cornelio Silla, legato del proconsole Quinto Lutazio Catulo, che comandava la cavalleria romana e degli alleati italici.

La tradizione suole identificare Vercellae, il luogo citato da Plutarco nelle sue “Vite Parallele“, con l’odierna Vercelli; ciò porterebbe a pensare che i Cimbri avessero valicato le Alpi attraverso la Val d’Ossola. Alcuni storici pensano però che il termine potrebbe non essere il nome proprio di una località e dunque sarebbe da tradurre come nome comune ossia i vercelli, termine molto diffuso nella Gallia Cisalpina, con cui si indicavano zone minerarie sotto sfruttamento, situate alla confluenza di corsi d’acqua e quindi ricche di minerali metalliferi. Del termine raudius sono state date varie spiegazioni. Se la parola raudius fosse, come si è detto, un antico termine tecnico della metallurgia, l’espressione “Campi Raudii” starebbe perciò a significare un complesso minerario-industriale alimentato dal materiale alluvionale concentrato alla confluenza di due o più fiumi. Secondo altri il termine starebbe per terreni gerbidi, incolti o non adatti alla coltivazione, oppure ancora fondo esente da dominio, fondo pubblico, terreno libero. 

Secondo Floro i Campi Riudii avevano una grande estensione (in patentissimo quem Raudium vocant campum). E doveva essere in effetti una pianura molto vasta se i soli Cimbri, procedendo a schiera quadrata, occupavano per ciascun lato lo spazio di 30 stadii (= 5,321 km) con un’armata di 200.000 uomini e 15.000 cavalieri. I romani contrapponevano 52.000 combattenti. 

La questione dell’individuazione del campo di battaglia è controversa e non vi sono prove certe a favore di nessuna ipotesi. Il sito è stato collocato nelle più svariate aree del nord Italia. La principale ipotesi alternativa a Vercelli situa il luogo della battaglia nella piana tra Ferrara e Rovigo. Secondo questa ipotesi i Cimbri si stavano dirigendo verso Roma dopo aver percorso la Val d’Adige e oltrepassato Verona; lo scontro finale coi Romani sarebbe avvenuto presso la riva sinistra del Po. Dopo il grande massacro, un gruppo di superstiti si sarebbe rifugiato sui monti a nord di Verona; quivi, nel corso del tempo sarebbero stati romanizzati come tutti gli altri popoli della Val Padana, mantenendo della loro antica origine soltanto il nome nazionale, Cimbri. Anche questa ipotesi presenta però numerosi punti deboli, non essendo corroborata né dalla toponomastica, né da nomi personali, né da un qualsiasi vocabolo continuatosi nei dialetti locali. Lo stesso nome di Cimbri compare sui Lessini soltanto a partire dall’inizio del Trecento, quindi ben tredici secoli dopo i Campi Raudii. In quella zona del Polesine sarebbe anche stato difficile traghettare carri e bestiame sul Po; più semplice il guado più a monte, in territorio piemontese.

Plutarco è l’unico autore che parla della collocazione dei Campi Raudii, collocandoli “nella piana presso Vercellae“. I ritrovamenti nell’area in sponda sinistra (orografica) del fiume Sesia, poco a nord di Borgo Vercelli e circa a 5 km di distanza dalla città di Vercelli, sono portati sostegno della tesi che identifica Vercellae con Vercelli, ma non vi sono elementi certi che possano ricondurli alla battaglia, ecaso mai ci parlano delle strategie di insediamento da parte delle ultime popolazioni celtiche, presenti con continuità nel passaggio alla piena età romana.

L’espansione romana dal III al I secolo a.C. 

Le frecce indicano le discese

cartaginesi di Asdrubale ed Annibale
Sezione del cartogramma tratto dall’Atlante storico del mondo – Touring Club Italiano

La localizzazione nei pressi di Vercelli è comunque utilizzata nell’analisi del Mommsen riportata sotto ed è condivisa dalla maggioranza degli studiosi. Ecco la ricostruzione di Theodor Mommsen:

I due eserciti si incontrarono presso Vercelli, non lontano dalla confluenza del Sesia con il Po, proprio nello stesso luogo in cui Annibale aveva combattuto la sua prima battaglia sul suolo italiano. I Cimbri erano ansiosi di battersi e, come loro usanza, inviarono una delegazione al campo romano per concordare tempo e luogo. Mario li accontentò, e propose il giorno seguente (era il 30 luglio del 101 a.C.) e la piana di Raudii, un vasto luogo pianeggiante, che avrebbe reso più agevoli le manovre della cavalleria romana, superiore a quella germanica. La cavalleria dei Cimbri, muovendosi nella densa foschia mattutina, fu colta di sorpresa da quella romana, con cui fu costretta ad ingaggiare un combattimento ravvicinato prima che potesse disporsi in formazione di attacco, e fu quindi ricacciata indietro verso la propria stessa fanteria, che stava proprio in quel momento schierandosi a battaglia. Al termine i Romani ottennero una schiacciante vittoria, riportando solo leggere perdite, mentre i Cimbri furono letteralmente annientati.
Quelli che trovarono la morte in battaglia, cioè la maggior parte dei Cimbri, compreso il valoroso re Boiorix, poterono chiamarsi fortunati, sicuramente più fortunati di coloro che, venduti a Roma al mercato degli schiavi, trovarono un padrone desideroso di vendicarsi su di loro, uomini del nord, che avevano osato sfidare Roma per conquistare le terre del soleggiato sud prima che i tempi della Storia fossero maturi per questa impresa.
Alla notizia della disfatta i Tigurini, che erano rimasti al di là delle Alpi, col proposito di unirsi successivamente ai Cimbri, rinunciarono immediatamente all’impresa e fecero ritorno alle loro sedi. La valanga umana, che per tredici lunghi anni aveva seminato terrore fra i popoli stanziati fra il Danubio, l’Ebro, la Senna ed il Po, si trovava sepolta sotto l’erba oppure soggiogata in schiavitù. Il destino del grande miraggio della migrazione germanica si era compiuto, il popolo senza patria dei Cimbri ed i loro compagni di avventura non esistevano più.

La vittoria dei Campi Raudii, immediatamente successiva alla sconfitta dei Teutoni, avvenuta l’anno precedente sempre ad opera di Mario nella Battaglia di Aquae Sextiae, pose termine al tentativo germanico di invadere i territori controllati da Roma. Questa battaglia, inoltre, ebbe anche una profonda influenza sulle vicende politiche di Roma stessa, segnando l’inizio della rivalità fra Mario e Silla, che sfociò successivamente nello scoppio della prima delle grandi guerre civili. Come ricompensa per il loro prezioso e coraggioso servizio, Mario concesse la cittadinanza romana ai soldati degli alleati italiani, senza nemmeno prima consultare il senato.

Quando alcuni dei senatori gli chiesero di giustificarsi egli ironicamente rispose che nella concitazione della battaglia gli era stato difficile capire se la voce di Roma era quella degli alleati oppure quella della legge. Da questo momento in poi tutte le legioni italiane sarebbero state automaticamente considerate legioni romane. Fu anche la prima volta che un generale vittorioso osasse sfidare apertamente il Senato. Non sarebbe stata nemmeno l’ultima; nell’ 88 a.C., Silla, sfidando sia il Senato che le tradizioni, avrebbe guidato le sue truppe all’interno delle stesse mura cittadine, mentre Gaio Giulio Cesare, quando nel 49 a.C. ricevette dal Senato l’ordine di abbandonare il comando e di presentarsi a Roma per rispondere dell’accusa di cattiva condotta delle operazioni, attraversò il confine del Rubicone con una delle sue legioni e marciò sulla capitale.

Quest’ultimo episodio rappresentò l’inizio della guerra civile fra Cesare e le forze fedeli al Senato guidate da Pompeo, segnando di fatto la fine della Repubblica Romana. Da comune di Santhià

PER UNA INDAGINE ARCHEOLOGICA PIU ‘ DETTAGLIATA POTETE LEGGERE IL SEGUENTE TESTO ( DA ACADEMIA.EU)

UNA ALTRA NAVE SI AGGIUNGE A IULIA FELIX

I carabinieri del nucleo per la Tutela del patrimonio culturale di Udine hanno ritrovati i resti di un’imbarcazione di epoca romana mai censita prima. La scoperta è avvenuta nell’ambito del periodico controllo dei siti archeologici sommersi che i carabinieri Tpc svolgono sul territorio nazionale. Nello specifico i militari stavano effettuando il monitoraggio di un vasto specchio d’acqua compreso tra Grado (GO) e le Foci del Timavo, in collaborazione con il Centro Subacquei di Genova, la Soprintendenza di Trieste e l’Università di Udine.
In corrispondenza dell’isola gradese di Pampagnola sono stati rinvenuti i resti di un’imbarcazione di epoca romana mai rilevata in precedenza.

Il relitto si trova ad una profondità di circa 5 metri e risulta in maggior parte interrato, tuttavia dall’osservazione si è
potuto già appurare che è stato costruito con la tecnica detta a “mortasa-tenoni”. La porzione di scafo al momento visibile ha una lunghezza pari a metri 12,20, ma considerata la conformazione del legno esposto potrebbe risultare di estensione almeno doppia e larghezza stimata non inferiore a 8 metri.

L’attività è proseguita presso il Canale delle Mee di Grado, lo storico ingresso al porto fluviale di Aquileia, con il rinvenimento di
due anfore acefale tipo “Lamboglia 2” di 60 x 35 cm, risalenti al I secolo a.C., nonché di un collo di brocca ed uno di anfora risalenti al II-III secolo d.C. Il monitoraggio è quindi proseguito in corrispondenza dell’area del canale Locovaz e dei tre rami della foce del fiume Timavo, zona in corrispondenza della quale in epoca romana era stata edificata una importante villa, intesa come centro di produzione agricolo e ittico, con annesse thermae e assolvendo anche alla funzione di statio lungo la strada che collegava Aquileia a Tergeste e alla Dalmatia. Non è la prima volta che l’area di Grado restituisce relitti di imbarcazioni di età romana. Uno degli esempi più noti è la “Iulia Felix“,

( Da Avvenire)

IULIA FELIX

Iulia Felix è un’imbarcazione romana del II sec. d.C. naufragò nelle acque dell’Adriatico, a circa 6 miglia al largo dell’isola di Grado. Il suo nome antico non è conosciuto ma fu dato il nome di «Julia Felix» a questo relitto.
Fu ritrovata nel 1986 da Agostino Formentin, pescatore di Marano Lagunare, a 16 metri di profondità sui fondali marini. Il carico di anfore fu danneggiato nella parte più superficiale dai ramponi delle barche da pesca.
L’imbarcazione, lunga 18 e larga 5-6 metri, è stata rinvenuta intatta con il suo carico di 560 anfore.


Gli scavi furono condotti dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali Architettonici Archeologici Artistici e Storici del Friuli-Venezia Giulia, con il coordinamento del Servizio Tecnico per l’Archeologia Subacquea del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali.
Sono stati recuperati tre borrelli di varie misure, che allora come oggi servivano a giuntare le cime. Anche le bitte sono tre – due fisse e una mobile – di cui una è di particolare pregio in quanto raffigura l’effige intagliata di un busto femminile. Carrucole e pulegge servivano con ogni probabilità a manovrare il pennone della vela quadra dell’albero di maestra.
Vicino alla chiglia c’è un tubo di piombo largo almeno 7 cm e lungo 1,3 metri, che penetra lo scafo. Gli archeologi ritengono che sia stato possibile pompare acqua di mare per l’uso a bordo, presumibilmente per trasportare pesci vivi. Considerando la presenza di un acquario dietro l’albero della nave, che misura circa 3,5 x 1 m per una capacità di circa 7 metri cubi. Se mantenuto correttamente, potrebbe mantenere almeno 200 kg di pesci vivi come la spigola o l’orata.


«Gli storici credono che, prima dell’invenzione del congelatore, l’unica possibilità per il commercio del pesce fosse di salarla o di asciugarla; ora sappiamo che era anche possibile mantenerli in vita per una lunga distanza», spiega il ricercatore Carlo Beltrame, archeologo dell’Università Ca ’Foscari di Venezia. Plinio il Vecchio ha parlato del trasporto di pesci pappagallo dal Mar Nero alla costa di Napoli .
La nave di Grado costituisce un caso emblematico di commercio di redistribuzione e riutilizzo.
La nave trasportava un carico di alimenti (pesce in salamoia) e frammenti di vetro, forse destinati agli artigiani della vicina Aquileia. è stata trovata anche una botte piena di vetro in frantumi, destinato alla rifusione, pratica economicamente vantaggiosa poiché il vetro riciclato ha una minore temperatura di fusione e consuma quindi meno combustibile.
La nave conteneva entro più di 600 anfore in gran parte riutilizzate, provenienti da varie regioni del Mediterraneo: Egeo orientale, Tripolitania, Tunisia, Campania, Emilia Romagna, alto Adriatico.
Le anfore, giunte per varie vie e da posti diversi in un emporio, erano state svuotate del contenuto originario (vino egeo, olio tripolitano e tunisino, vino adriatico, ecc.) e immagazzinate per essere reimpiegate dal produttore della merce. Contenevano la salsa, il garum, com’è indicato nelle iscrizioni dipinte – vere e proprie etichette – sul collo dei contenitori.
A bordo sono stati ritrovati anche alcuni manufatti, tra i quali due teste bronzee di Poseidone e di Minerva.

Conservazione:
Il relitto della Iulia Felix, recuperata nel 1999, è in fase di restauro e di studio.
Per ospitare i resti della nave a Grado è stata avviata la realizzazione di un Museo di Archeologia subacquea, nella ex scuola Scaramuzza di Grado.
Per la mostra a Trieste, nel 2018, una sezione trasversale del bastimento fu realizzata dall’ERPAC, riproduzione storicamente fedele, con parte del carico originale.

Fontewww.marine-antique.net, 23 mar 2019

Vedi anche: La nave romana di Grado, P. Lopreato

Vedi anche: Le anfore del relitto di Grado ed il loro contenuto, Rita Auriemma

Vedi anche: Lo_studio_ricostruttivo_della_nave_romana di Grado

STAMPA SCHEDA IN PDF ]

Da archeocartafvg.it

VETRI ROMANI DELLA COLLEZIONE STRADA IN MOSTRA A VIGEVANO

Da Orobie.com

Raccoglie una selezione di 45 oggetti archeologici appartenenti alla collezione Strada. Formata da Antonio Strada (1904-1968) a partire da un nucleo di reperti rinvenuti nei terreni di famiglia già nel XIX secolo e arricchita anche con successivi acquisti da altre collezioni, raccoglie 269 pezzi appartenenti a un arco cronologico che si estende per oltre 18 secoli, dalla preistoria all’età longobarda, con particolare concentrazione di oggetti databili tra l’età della romanizzazione (II-I secolo avanti Cristo) e la prima epoca imperiale romana (I-II secolo dopo Cristo).

Oggetti in vetro di età romana

Il nucleo più prezioso è costituito dagli oggetti in vetro di età romana tra i quali spicca la splendida coppa firmata da Aristeas, databile al secondo quarto del I secolo dopo Cristo, un vero e proprio unicum per la qualità e l’eccezionale stato di conservazione.

Balsamario biansato in vetro soffiato blu, con anse bianche applicate, da Garlasco. Prima metà I secolo d.C.

Si tratta di un’anteprima, preludio all’esposizione dell’intera collezione che avverrà entro l’anno. Anteprima doverosa perché conclude, garantendo la fruizione pubblica, una azione di tutela da parte del ministero della Cultura che ha inizio nel 1999, quando la collezione fu dichiarata di eccezionale interesse.

Ricchezza eccezionale

Conservata nel castello di famiglia a Scaldasole, la collezione Strada era nota agli studiosi già a partire dagli anni Sessanta del Novecento, soprattutto per la ricchezza e la qualità del vasellame in vetro.

Brocca piriforme monoansata, in vetro soffiato color ambra con decorazione applicata a macchie bianche, da Scaldasole. Metà I secolo d.C.

Tuttavia l’importanza dell’insieme, la ricchezza in relazione al contesto lomellino, la qualità e l’eccezionalità di alcuni oggetti consigliavano l’acquisizione a favore di un museo pubblico, per garantirne una più ampia fruibilità, favorirne lo studio e diffonderne la conoscenza. Il ministero ha perciò deciso di avviare la procedura di esproprio per pubblica utilità con assegnazione al Museo archeologico nazionale della Lomellina.

La mostra è progettata dalla Direzione regionale Musei Lombardia, con a capo Emanuela Daffra, e dal Museo archeologico nazionale della Lomellina diretto da Stefania Bossi.

IL MUSEO ARCHEOLOGICO DELLA LOMELLINA DI VIGEVANO

La Collezione

Da Lombardia.cultura.gov.it

Il percorso si snoda nelle diverse sale in ordine cronologico. La sala I ospita la documentazione relativa all’età preistorica e protostorica. La seconda sala espone i corredi funerari di età romana (fine I secolo a.C. – II secolo d.C.). La terza sala espone oggetti relativi agli abitati e alla vita quotidiana, mentre la quarta raccoglie manufatti di epoca tardo antica e altomedioevale (III – VII secolo d.C.). L’ultima sala infine è adibita a mostre ed esposizioni temporanee.

Corredo maschile da Gambolò
Corredo di Gambalò
Vetri
Vetri romani
Tomba del guerriero
Tomba del guerriero di Valeggio
  • Corredo maschile da GambolòAll’interno dell’urna decorata coperta da una ciotola è stato rinvenuto un ricco corredo appartenente sicuramente a un personaggio d’alto rango, data la grande concentrazione di bronzi. Si tratta di oggetti decorativi tra cui spilloni fermavesti, anelli, frammenti di cintura (anelli e pendagli), armille e collari.
  • VetriNei corredi tombali (soprattutto femminili) di età romana sono stati rinvenuti diversi recipienti in vetro soffiato, prevalentemente databili al I secolo d.C. Di forma elegante e piacevoli nei colori, erano utilizzati per diversi scopi, sia come contenitori di cibi e liquidi che come boccette per profumi, unguenti e balsami.
  • Tomba del guerriero Il corredo di questa tomba, proveniente dalla necropoli di Valeggio, presenta elementi che caratterizzano il defunto come guerriero, tra cui una spada ancora racchiusa nel fodero, la punta di una lancia, i resti di uno scudo e un coltello. A questi si aggiungono: utensili da toeletta (rasoio e pinzette in bronzo), recipienti in ceramica grezza e una moneta in argento.
  • Statuetta del vignaiuolo .Queste statuette, realizzate a stampo e talvolta dipinte, compaiono nei corredi funerari della Lomellina, tra l’età lo augustea e la metà del I secolo d.C. Qui
Tesoretto di Antoniani dell’epoca di Gallieno

NUOVA ACQUISIZIONE.

Una nuova, prestigiosa, acquisizione per il Museo archeologico della Lomellina: si tratta dell’ara votiva di Manilius Iustus, concessa in deposito al museo e recentemente restaurata. L ‘ara in marmo di Candoglia rappresenta il sacrificio del celebrante Manilius Iustus di un toro agli antenati ( rappresentati nei tre busti). La datazione è del secondo venticinquennio del I sec d.C.

NUOVI SCAVI A BEDRIACUM

Da laprovinciacr.it

 Le mani nella terra e subito dopo su pc, droni e tablet. È divisa così l’attività di scavo che sta coinvolgendo una quindicina tra studenti e addetti ai lavori a Calvatone, sotto la guida di Lorenzo Zamboni, docente di archeologia classica e archeologia della Cisalpina romana dell’Università degli Studi di Milano.

Un nuovo scavo quindi e nuove rivelazioni sull’antico insediamento romano di Bedriacum, famoso per due battaglie combattute nel 69 d.C. per il dominio dell’impero romano, ma famoso anche per alcuni ritrovamenti di grande interesse: una statua della Vittoria Alata — scoperta alla fine dell’800 e conservata all’Hermitage di San Pietroburgo — il Mosaico del Labirinto — scoperto nel 2014 — e 140 monete — nel 2018 — databili all’età di Gallieno (253-268 d.C.) e grande valore storico.
«Sta emergendo un vicus di circa 10 ettari — dice Zamboni — rilevato grazie agli esami geofisici e ai droni».

l lavoro di uno scavo archeologico è necessariamente lento e minuzioso, ogni pezzo che la terra restituisce viene isolato, lavato, catalogato, e immagazzinato con estrema cura, mentre, in parallelo, viene quotidianamente aggiornato un «diario di bordo» che riporta il lavoro e i progressi dello scavo. Il nuovo cantiere, partito nei giorni scorsi e che si chiuderà il 15 luglio, ha già portato alla luce la parte superiore di un muro. Ai non addetti ai lavori potrebbe sembrare di poca importanza, ma per gli archeologi non è così.

Sgabello di epoca augustea discoperto a Bedriacum

«Ci conferma — prosegua Zamboni — quello che ipotizziamo su Bedriacum. Non c’è l’immensità di Pompei, ma ci sono alcuni punti di estremo interesse, come i mosaici e le pareti con intonaci colorati. Questo manufatto è rivolto a est e sembra un muro di contenimento. Bedriacum ero un centro — che le nostre stime ci fanno ipotizzare di circa 4mila persone — con zone residenziali e artigianali posto tra il fiume Oglio e la Via Postumia, quindi uno snodo commerciale. Spesso gli scavi servono anche per capire quello che non c’è più. Le faccio un esempio: tramite questi cantieri speriamo di poter ricostruire il percorso originario della via Postumia».

Mosaico rinvenuto a Bedriacum nelle precedenti campagne di scavo


Bedriacum è famoso, da decenni, anche per essere una zona battuta dai tombaroli. «Cercano soprattutto monete — sottolinea Zamboni — e arrivano dal Piemonte, dal Veneto e dal Friuli. Molti sono semplici collezionisti, altri immettono i ritrovamenti nel mercato clandestino». Più si scava quindi e più si tengono lontani i tombaroli. «Per questo devo ringraziare tutte le istituzioni che finanziano il nostro progetto e il Comune di Calvatone che paga un terzo delle spese. Senza il suo aiuto non riusciremmo a fare gli scavi». Finché rimangono aperti gli scavi sono visitabili il giovedì e il venerdì alle 15 e alle 16, meglio se dietro prenotazione.

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Links:

«Battaglia» vinta a Calvatone: «Le monete restano in paese»

L’annuncio dell’archeologa Palmieri: saranno esposte nel Visitors Centre che aprirà a dicembre

LA SICCITÀ FA RIEMERGERE UN INSEDIAMENTO PALAFITTICOLO SUL FIUME OGLIO

Da la Repubblica


La siccità che tanti problemi sta creando in Lombardia riserva anche grandi sorprese dal punto di vista archeologico e paleontologico: dopo i resti di animali di circa 180mila anni fa rinvenuti nel Po nei mesi scorsi e oggi custoditi al Museo naturalistico paleoantropologico di San Daniele Po (nel Cremonese), è la volta dei resti di un sistema di palafitte risalenti probabilmente all’Età del Bronzo (dal 2300 al 700 a.C.), emersi dal fiume Oglio in secca nella zona tra Canneto sull’Oglio e Calvatone (fra le province di Mantova e Cremona).

Quelli che a un occhio disattento possono sembrare dei banali paletti di legno infissi nel letto del fiume non sono passati inosservati ai membri del gruppo Klousios – Centro studi e ricerche del Basso Chiese, che si occupa di archeologia di superficie. Dopo la loro segnalazione è intervenuta la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio di Cremona, Lodi e Mantova, che ha subito fatto transennare la zona del ritrovamento in collaborazione con i carabinieri.

Attualmente l’area è costantemente pattugliata dalle forze dell’ordine, per evitare che qualche curioso comprometta gli antichi resti prima che gli esperti abbiano modo di completare un’approfondita indagine, necessaria anche per stabilire con precisione la datazione. Per ora è certo che quei resti erano già stati rivelati dalla secca del fiume risalente a un’altra estate di caldo record, ovvero quella del 2003. Stavolta però la visibilità è migliore, perché il livello dell’acqua è addirittura più basso rispetto a 19 anni fa.

I pali delle palafitte si trovano in un’ansa che con ogni probabilità un tempo era morta, cioè sostanzialmente priva di corrente: questo spiegherebbe anche perché fosse stata scelta per costruire un insediamento abitativo. Informazioni più attendibili in merito potranno essere però fornite solo dalle ricerche della Soprintendenza, che per il momento mantiene il più assoluto riserbo e anzi scoraggia il più possibile la diffusione di notizie relative ai resti.

I curiosi che negli ultimi giorni si sono avvicinati troppo al sito sono già stati segnalati ai carabinieri. I lavori degli esperti dovrebbero concludersi tra un paio di settimane

LA CARICA DELLE TRECENTO MONETE ROMANE TROVATE A S.BASILIO NEL POLESINE

ARIANO NEL POLESINE –

 Una moneta con l’effige dell’ imperatore Triboniano Gallo; è il ritrovamento più importante fatto dalla squadra dell’Università di Padova durante la nuova campagna di scavi che si sta concludendo nella villa romana a San Basilio.

Una moneta di Treboniano Gallo

A darne notizia è la professoressa Caterina Previato, direttrice scientifica dello scavo, durante la seconda e ultima visita guidata nell’ambito di “Scavi aperti”, l’iniziativa promossa dal Consorzio Deltapoolservice in collaborazione con le guide di Co.Se.Del.Po.

Una ricognizione, quella che è iniziata il 23 maggio scorso, che rientrava in un progetto congiunto dell’Università, della Soprintendenza Abap (Archeologia belle arti e paesaggio) di Verona, Rovigo e Vicenza con il supporto della Fondazione Cariparo. «È una di quelle occasioni che permettono di riscoprire la storia di questo territorio – ha sottolineato Sandro Vidali, assessore di Ariano nel Polesine che ha accompagnato i visitatori – Per i prossimi tre anni sono in programma altre campagne: due sono legate sempre alla Villa romana mentre un’altra riguarda i legami con gli etruschi. Grazie ad un finanziamento Gal siamo inoltre riusciti a ripristinare le vetrine del centro turistico e con il dipartimento di Archeologia classica dell’Università di Padova si mira a creare una sorta di museo immersivo».

GLI SCAVI DEL 2022

Ad accompagnare i partecipanti sono state Stefania Paiola di Studio D e Mara Santarato di Co.Se.Del.Po mentre la professoressa Previato ha illustrato il lavoro svolto. Una visita avvincente, che ha permesso di entrare fisicamente nella zona degli scavi e vedere quel che resta della cosiddetta “Villa romana” che si trovava proprio lungo la Via Popilia, che collegava Rimini ad Altino

NUMEROSI RITROVAMENTI

Sono stati numerosi i ritrovamenti che adesso saranno esaminati più a fondo. Gli archeologi hanno trovato elementi decorativi in marmo bianco di cui alcuni pregiati provenienti dall’Asia minore e resti di anfore che lasciano presagire come a San Basilio arrivassero prodotti dal Nordafrica, dal mar Egeo e dall’area padana. E poi tanti resti di ceramiche, vetri, frammenti di vita quotidiana come pesi da pesca, chiavi e spilloni e tante monetine in bronzo tra cui una più grande con – appunto – l’effige dell’imperatore Treboniano, che regnò tra il 251 e il 253 dopo Cristo. «Si tratta di una moneta molto rara, dato che questo imperatore ha regnato solo due anni. Quelle piccole ci hanno fatto gioire per la grande quantità in cui le abbiamo trovate, ma questa è importante per qualità» – ha spiegato ai visitatori la docente universitaria.( Da il gazzettino.it)

Da archeoreporter:

Scavi archeologici a San Basilio, fra Etruschi e Veneti nel Delta del Po – Il video degli scavi “in diretta”

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GLI SCAVI DEL 2020

La terra su cui si ergeva la Grande Quercia di Dante, in territorio di San Basilio, nel Delta Veneto del Po, continua a far emergere altre testimonianze della sua millenaria storia”. Lo spiega il comunicato stampa di studio Esseci.

“Da San Basilio non transitò solo Dante, naturalmente. All’epoca del passaggio del Divin Poeta qui sorgeva un romitorio collegato all’Abbazia di Pomposa e poco più. Ben diverso era l’aspetto di questo lembo del Delta, oggi lontano chilometri dal mare. Le Dune fossili, sui cui sorge la chiesetta romanica di San Basilio, un tempo delimitavano il mare. Il porto che qui era attivo dialogava con quelli di Adria e di Spina nella gestione dei traffici nel mondo allora conosciuto”.

In epoca romana da qui transitava la Via Popillia che, attraverso Adria, congiungeva Rimini all’importante colonia romana del Nord Italia, Aquileia, protesa verso le ricchezze del Norico. Proprio a San Basilio è da identificare la stazione di posta e cambio cavalli, la /mansio Hadriani/, segnalata nella Tabula peutingeriana, la più antica carta stradale romana conosciuta. E magnifici sono i resti di una lussuosa villa romana e di un battistero paleocristiano ancora visitabili in un’area musealizzata nei pressi della chiesetta”.

“Ma l’attenzione degli archeologici ha, da qualche anno, puntato sulla San Basilio ancora precedente, quella presente in epoca etrusca. Gli scavi che in questi mesi sono in corso a cura delle Università di Venezia e di Padova, insieme alla Soprintendenza di territorio e al Museo archeologico nazionale di Adria, stanno delineando la presenza di un sito di una certa importanza già prima dei noti insediamenti romani”.

Alberta Facchi, Direttore del Museo di Adria, dove sono conservati diversi manufatti provenienti dal territorio di San Basilio, sottolinea come da queste ultime indagini sia emerso un dato affatto prima scontato. Ovvero la possibile continuità tra l’insediamento etrusco e quello romano, senza che, come si pensava in passato, ci sia stata una interruzione temporale tra la presenza etrusca, documentata dallo scorcio del VII secolo, e quella romana del II sec. a.C. Benché costruito con materiali locali che poco si conservano nel corso dei secoli (anche gli scavi recenti hanno restituito solo strutture in legno e argilla), l’insediamento etrusco di San Basilio riveste importanza particolare per il fatto che sembra essere il più antico punto di approdo dei naviganti greci della età del ferro in questa area, una ventina di anni prima di Adria”.

“E’ qui che si sperimenta per la prima volta quella presenza multiculturale di genti venete, etrusche e di naviganti greci, che qui convergevano al fine di commerciare. Come nella vicina Adria, anche a San Basilio i Greci scambiavano i prodotti di lusso provenienti dal Mediterraneo, tra cui il vino e pregiati unguenti profumati, con i prodotti della pianura, i metalli dell’Oltralpe e la preziosa ambra del Baltico”.

“Gli scavi recenti consentono quindi di ipotizzare che il sito non fu offuscato e cancellato dalla nascita della vicina Adria (che nel VI secolo divenne una vera e propria città ), ma mantenne un ruolo nel sistema di commercio tra Etruschi e Greci. Questo ruolo e le sue modalità di sviluppo che i prossimi scavi e le tesi di laurea ad essi connessi si prefiggono di indagare.
Il progetto di scavo a San Basilio, realizzato con il sostegno congiunto della Fondazione Cariparo e del progetto Interreg Value, E’ stato sospeso per quest’anno a causa dell’emergenza Covid 19. Riprenderà nella primavera 2021 con il suo duplice volto di indagine scientifica e operazione di turismo partecipativo”.

(fonte: polesine24.it)

Il” Museo” di San Basilio

PASSEGGIATE NELLA PREISTORIA DELLA VALTELLINA

L’edizione 2022 del progetto prende avvio dalle giornate Europee dell’Archeologia (17-18 giugno) e si conclude ad ottobre. Sono previste numerose iniziative, visite guidate, laboratori, conferenze a Castione Andevenno, Sondrio, Teglio, Grosotto, Grosio e Sondalo.



Scarica la locandina con il calendario completo

Scarica locandine e materiali sulle singole iniziative:

17-18 giugno | Passeggiate rupestri a Castione, Sondrio e Teglio.

Locandina | Programma e itinerari Teglio

24 settembre | Il paesaggio rituale nelle preistoria Valtellinese.

Programma e itinerari Teglio
2 agosto, 25 settembre, 15 ottobre | Parco delle incisioni rupestri di Grosio e Grosotto.

Programma Grosio

BRESCELLO / BRIXELLUM PRIMA DI DON CAMILLO

BRESCELLO ED IL MUSEO

Rinnovato nel 2007, ha sede presso il Centro Culturale San Benedetto ed espone il patrimonio del precedente antiquarium comunale sorto nel 1958 e incentrato sulle antichità del territorio di Brescello. Fondato probabilmente, come oppidum cenomane a nord del Po, quando il fiume aveva un diverso corso, già in età romana il centro risulta localizzato a sud del fiume ed abitato dalla tribù Arnensis, a differenza degli altri centri emiliani che appartenevano alla tribù Pollia. Guado non difficile, Brescello costituì un punto di importanza strategica sul percorso fluviale. Il patrimonio museale annovera, fra altri materiali, una serie di lapidi funerarie, due mosaici del I secolo d.C. e frammenti marmorei. Per la sua unicità in Italia settentrionale, si segnala la statua raffigurante un uomo vestito di lacerna, il mantello con cappuccio indossato dai battellieri del Po. La scultura è databile alla seconda metà del I secolo d.C.

Al piano terra le sale dedicate alla Necropoli ed alla Domus sono ricche di reperti storici di grande valore, tra i quali spiccano due statue acefale: la prima, proveniente dal Museo di Parma, effigia un personaggio togato, la seconda rappresenta probabilmente un commerciante del fiume, a testimonianza della ricchezza raggiunta dall’antica Brixellum. La sezione del piano superiore è dedicata al territorio e alle opere realizzate durante il periodo romano, con approfondimenti relativi alle anfore e agli oggetti ritrovati nel corso di scavi recenti e ad una ricostruzione degli ambienti domestici.

Una sezione del museo è dedicata al territorio, con pannelli che mostrano le opere romane dell’area. Un secondo settore è invece completamente dedicato alle anfore e agli oggetti ritrovati negli scavi più recenti scavi.

Una terza parte ricostruisce infine gli ambienti domestici. Grazie ai pannelli espositivi ed agli schermi per le proiezioni, si cerca di ricreare l’illusione di entrare fisicamente nella città romana seguendo un percorso che ricostruisce fedelmente le strade di accesso al centro.

Statua di togato e di mercante fluviale

Portico dei Marmi e Chiostro

Si è molto dibattuto sulla condizione di Brixellum nell’ambito dell’VIII Regio. Una colonia vi fu probabilmente dedotta nella prima età augustea, sfruttando la possibilità di guado sul Po in relazione con la rete dei collegamenti viari fra le due sponde del fiume. La fioritura della città si svolge fra la fine del I secolo a.C. e la media età imperiale. In età tardo antica si avvertono segnali di crisi. Nel V secolo è sede vescovile sino alla distruzione della città nel 603 da parte dei bizantini di fronte ad un’offensiva longobarda. Nella galleria settentrionale sono esposti epigrafi e frammenti di monumenti funerari che Chierici aveva ottenuto dal Comune di Brescello sin dal 1863. Altri marmi sono stati acquisiti nel nostro secolo. Si segnala un grande capitello corinzio pertinente ad un monumento funerario a cuspide dalla necropoli di Goleto. Dalla stessa località provengono parti del recinto del monumento sepolcrale dei Concordii (oggi ricostruito nei Giardini Pubblici) e tre stele funerarie della gens Vibia. I corredi di alcune tombe della stessa necropoli sono esposti nelle adiacenze delle epigrafi. Due cippi ad ara commemorano membri della famiglia dei Julii, fra i quali la giovinetta Julia Graphis, i cui giocattoli in piombo sono esposti nel Museo Chierici. Dal territorio di Poviglio proviene la stele dei Papinii, che commemora nove membri di una medesima famiglia. Un cippo a forma di sarcofago egittizzante che ricorda Publeia Tertia, sacerdotessa di Iside, fu rinvenuto fra Campegine e Castelnovo

Lapide di Iulia Graphis nel Portico dei Marmi di Palazzo dei Musei di Reggio Emilia

Il monumento dei Concordii

Monumento dei Concordii trovato nei pressi di Brescello ma ricostruito nei giardini pubblici di Reggio Emilia

Nel 1929, durante lo scavo di un canale di bonifica, venne alla luce un sepolcreto monumentale di età imperiale romana. Si trattava principalmente di un recinto rettangolare dotato di stele con iscrizione dedicatoria ad esponenti della Gens Concordia. Il Sovrintendente alle antichità d’Emilia, Salvatore Aurigemma, dispose il trasporto e la ricostruzione nei Giardini Pubblici di Reggio Emilia e garantì in prima persona un adeguato contorno botanico al monumento nella sua nuova collocazione, proponendo la creazione di uno spazio verde, mai caduco, come sfondo scuro per far risaltare in ogni stagione lo splendore del monumento. La ricostruzione si limitò alla fronte del recinto originario e a una piccola parte dei lati brevi, con una sistemazione a U, ponendo l’accento sugli elementi decorativi e lasciando in vista lo zoccolo in mattoni su cui poggiava il paramento marmoreo. La nuova sistemazione venne inaugurata il 28 ottobre 1930.

Il monumento dei Concordii. I sec. d.C.

Il luogo di ritrovamento della stele dista poco più di due chilometri dall’antica Brixellum (Brescello) e corrisponde certamente alla necropoli orientale della città. Era attorniato da altre sepolture, tre delle quali segnalate da stele iscritte appartenenti alle Gens Vibia.

Particolare del monumento dei Concordii

Il monumento commemorava alcuni tra i più illustri cittadini della comunità di Brescello. L’imponenza dell’opera non fu il solo mezzo utilizzato per esprimere il prestigio della famiglia: ad essa si aggiunse tutto il complesso decorativo, scelto con cura e attenzione. 

Il recinto formava un quadrilatero all’interno del quale furono rinvenuti quattro ustrini, evidentemente corrispondenti alle deposizioni dei defunti menzionati nell’iscrizione e ritratti sulla stele. Al di sopra del basamento in mattoni, uno zoccolo in marmo di Botticino sostiene una balaustra con pilastrini sistemati ad angolo. Al centro della fronte un massiccio plinto sopporta il peso della stele commemorativa con i ritratti dei defunti, inquadrata da due semicolonne a scanalature elicoidali coronate da capitelli corinzi. Queste sorreggono una trabeazione a cui erano sospese a festone ghirlande di bronzo, delle quali non restano che i fori per il fissaggio. alle due estremità della balaustra si trovano cippi angolari, ognuno dei quali decorato con l’immagine dolente di Attis, rappresentato con il caratteristico berretto frigio e una fiaccola capovolta, e sormontato da un’urna in pietra. Gli apparati figurativi contengono riferimenti ai temi dello scorrere del tempo, del trapasso, della vita nell’aldilà. Entro una specchiatura del plinto di base della stele sono raffigurate a rilievo le quattro Stagioni. Scene di caccia con amorini, a rilievo molto basso, movimentano la fronte dello stilobate. Un secondo rilievo, al di sopra della trabeazione, è animato da esseri marini. Sull’attico della stele due piccoli geni a tutto tondo, recanti ciascuno una fiaccola abbassata, sostengono una conchiglia che circoscrive due ritratti. Una grande patera al di sopra dell’iscrizione contiene invece due busti femminili. I nomi dei quattro personaggi sono restituiti dal testo epigrafico. La liberta Munatia Rufilla dedica il monumento funebre a Caius Concordius Primus, a Caius Concordius Rhenus e alla figlia Concordia Festa. I due Concordi, entrambi liberti, avevano ricoperto la carica del sevirato, dedicandosi al culto dell’imperatore. 
L’età presunta di realizzazione del monumento è il terzo venticinquennio del I secolo d.C. e l’utilizzo di marmo di Botticino suggerisce l’ipotesi che i realizzatori dell’opera fossero di origine bresciana e non emiliana.

Elementi:

  • Due amorini che spengono una fiaccola premendola verso terra (un diffuso motivo funerario dell’età romana);
  • una valva di conchiglia con i busti-ritratto dei due liberti ricordati nell’iscrizione funeraria;
  • un tondo, inquadrato da due semicolonne tortili, raffigurante due donne;
  • un fregio orizzontale con scene di caccia
  • un riquadro a bassorilievo che presenta la personificazione delle quattro stagioni

IL TESORO DI BRESCELLO:

https://www.academia.edu/resource/work/26742471

Fonti: regione Emilia-Romagna, la repubblica, Wikipedia, accademia.eu