VILLA ROMANA A NEGRAR:SCAVI AD OLTRANZA PER UN PARCO ARCHEOLOGICO

Da La Repubblica

villa romana negrar

di Cinzia Dal Maso

Scoperti metri e metri di tessere colorate che decoravano i pavimenti di un vestibulum del III secolo. Franceschini: “Si scaverà a oltranza per portarlo tutta alla luce”

Nel maggio scorso, le foto dei mosaici colorati che sbucavano sotto un metro e mezzo di terra e le vigne di amarone, hanno fatto il giro del mondo tanto erano sorprendenti. Ma ora che si è cominciato a portare i mosaici interamente alla luce, la meraviglia è ancora maggiore. Sono metri e metri quadri di tessere coloratissime che decoravano i pavimenti di una villa romana veramente grande e lussuosa.

La “Villa dei mosaici”- come la chiamano tutti oramai – di Negrar di Valpolicella, nel cuore della zona vitivinicola veronese. Una villa del terzo secolo d.C., così grande che non se ne conosce ancora l’estensione. “Un vero miracolo – come ha detto il Sovrintendente delle province di Verona, Rovigo e Vicenza durante la conferenza stampa odierna – che può rivaleggiare con gli splendori romani del centro e sud Italia”. E una cosa è certa: si scaverà a oltranza fino a portarla tutta alla luce, e si conta poi di realizzare uno splendido parco archeologico tra le vigne. Il Ministro della cultura Dario Franceschini, intervenuto alla conferenza odierna, ha assicurato l’impegno del Ministero in tal senso.

Quella della Villa dei mosaici è una storia bellissima e curiosa che risale addirittura al 1887, quando in zona si videro affiorare mattoni e intonaci antichi, e dai saggi di scavo emersero, tra l’altro, tre mosaici figurati molto pregiati. Ma non si andò oltre e si portò il tutto al Museo archeologico di Verona. Nel 1922, però, piogge incessanti causarono uno smottamento che rivelò la presenza di altri mosaici. Così si fece uno scavo vero e proprio che, diretto dall’archeologa Tina Campanile, mise in luce un’ampia porzione del settore residenziale della villa: una grande sala rettangolare affiancata da altri ambienti, e un ampio portico colonnato forse aperto su un giardino. Tutti pavimentati con mosaici pregiatissimi e in ottimo stato di conservazione. Ma anche questa volta fu tutto reinterrato, e col tempo si perse anche la conoscenza dell’ubicazione esatta della villa. Campanile aveva documentato tutto con precisione estrema con diari di scavo, disegni e belle fotografie, ma purtroppo non aveva collocato la villa in nessuna mappa.

C’era però il nome della località, “Villa”, a conservare il ricordo. E nel 1975 ci fu un ulteriore rinvenimento casuale di mosaici, durante la costruzione dell’abitazione dei proprietari del terreno, in quello che ora sappiamo essere l’ingresso della villa antica, il vestibulum. Ma neppure allora si continuò a scavare. E col tempo quella villa antica e favolosa divenne come l’araba fenice.

Un tormento per Gianni De Zuccato, archeologo responsabile di zona per la Soprintendenza. Specie quando è venuto a sapere della realizzazione di una cantina sotterranea nelle vicinanze, che lo ha fatto temere per l’integrità dei resti antichi. Così ha ottenuto l’appoggio entusiasta del sindaco Roberto Grison deciso, per parte sua, a invertire la rotta dell’urbanizzazione selvaggia della zona. E nel 2018 De Zuccato è riuscito a riprendere le indagini: con prospezioni geofisiche ha individuato anche altre strutture pertinenti al settore “di servizio”, la pars rustica e fructuaria della villa. Ma solo l’estate scorsa ha colpito nel segno, trovando finalmente i mosaici proprio tra i filari di vigne.

La vendemmia 2020, però, era alle porte, e si è dovuto reinterrare tutto per l’ennesima volta. Ma ora l’opera non è stata abbandonata. Comune e Ministero sono determinati, e ancor di più lo sono le aziende agricole La Villa di Benedetti e Franchini srl, che hanno acquistato il terreno dai due proprietari, lo hanno messo a disposizione, e ora stanno anche cofinanziando la campagna di scavo assieme al Ministero e al Bacino imbrifero montano dell’Adige. “Un vero modello di accordo pubblico-privato per la cultura” come ha affermato il ministro Franceschini. E nello scavo sono stati coinvolti anche gli archeologi dell’Università di Verona diretti da Patrizia Basso. La posizione della villa è splendida, su un’altura che domina i vigneti tutt’intorno. Quando sarà tutta portata alla luce, sarà veramente spettacolare. Speriamo che la determinazione di tutti continui e il parco archeologico delle meraviglie possa presto vedere la luce

Sullo stesso argomento abbiamo pubblicato qui:

OPITERGIUM L’ANIMA DELLE COSE NELLA VENETIA ROMANA

Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium

ODERZO CULTURA
PALAZZO FOSCOLO E MUSEO ARCHEOLOGICO ENO BELLIS

** MOSTRA PROROGATA AL 30 MAGGIO 2021 **

24 novembre 2019 > 14 febbraio 2021

Sei secoli di storia, dal I al VI secolo d.C., raccontati in un viaggio attraverso reperti inediti, alla scoperta dell’antico municipio romano e dei suoi abitanti.

“Ave lento viaggiatore, ti saluta Phoebe, schiava di Manilio, figlio di Tito: io che ottenni meritatamente ricompense pari ai compiti assolti”. 

Phoebe, è una degli abitanti della romana Opitergium, di cui la mostra in programma dal 24 novembre 2019 a Oderzo, Oderzo Cultura-Palazzo Foscolo e Museo Archeologico “Eno Bellis”, saprà risvegliare la memoria.

Il suo ricordo riemerge nelle parole scolpite nella stele a lei dedicata risalente al I secolo d.C., che conserva i volti di tre personaggi, due donne e un uomo, sullo sfondo di una grande conchiglia; così come il bellissimo cavallino in terracotta, dotato di ruote per il traino, rinvenuto in una tomba di fine II-III secolo d.C., narra di un bambino e dei suoi giochi infantili.

Personaggi, consuetudini, lo spaccato di una società attraverso i secoliil mondo dei vivi che riemerge dalla città dei morti, grazie all’esposizione promossa e organizzata dalla Fondazione Oderzo Cultura in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso e con il Polo Museale del Veneto.

Una mostra, “L’anima delle cose. Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium”, che per la prima volta presenta al pubblico, in una visione d’insieme, alcuni tra i corredi più belli e significativi rinvenuti grazie alle indagini archeologiche che, a partire dagli anni Ottanta, hanno interessato il centro di Oderzo, portando alla luce importanti evidenze dell’antica città romana e rivelando il glorioso passato dell’abitato.

Opitergium, romanizzata grazie alla costruzione della via Postumia – l’asse viario che metteva in comunicazione Genova con Aquileia – e soprattutto in seguito all’estensione della cittadinanza romana ai suoi abitanti negli anni compresi tra il 49 e il 42 a. C. (come per le popolazioni dell’intera Transpadana), ha infatti una storia rilevante di interventi urbani in chiave monumentale, in linea con il modello della capitale, ma anche di coinvolgimenti nelle vicende politiche e militari della stessa.

A fianco di Roma si posero i reparti opitergini nell’assedio di Ascoli Piceno tra il 90 e l’89 a.C.; mentre è tramandato da fonti storiche e letterarie il famoso atto eroico, di estrema fedeltà al partito cesariano, compiuto dal tribuno Caius Vulteius Capito e dei suoi 1000 uomini, tutti opitergini, che nella guerra tra Cesare e Pompeo del 49 a. C. furono protagonisti di un suicidio collettivo pur di non cadere nelle mani degli avversari. Cesare ricompensò la città con l’esenzione ventennale dal servizio militare e l’aggiunta di trecento centurie all’agro opitergino.

L’importanza e lo splendore di Oderzo e dei suoi abitanti in epoca romana, come pure la decadenza in età tardoantica, emergono con evidenza dalle indagini condotte nella necropoli della città di cui la mostra darà finalmente conto, esponendo ben 50 corredi funerari dei 94 appositamente selezionati e studiati dal comitato scientifico del progetto, composto dai Funzionari della Soprintendenza che hanno coordinato e sovrainteso alle diverse campagne di scavo – Marianna Bressan, Annamaria Larese, Margherita Tirelli e Maria Cristina Vallicelli – e da Marta Mascardi, Conservatore del Museo archeologico di Oderzo. 

Corredi per lo più inediti ed effettivamente rappresentativi per tipologia di rituale, arco cronologico, distribuzione topografica e materiali rinvenuti.

Le indagini archeologiche, effettuate dal 1986 al 2013 hanno in particolare interessato, in anni successivi, l’area del canale Navisego Vecchio Piavon e della cosiddetta lottizzazione Le Mutere (a ovest), l’area del sottopasso ferroviario e della lottizzazione dell’Opera Pia Moro (sud) e l’ampia area di via Spiné, via degli Alpini,via Caduti dei Lager (sud est) e, relativamente all’età tardoantica in una fase di contrazione dell’abitato, la zona delle ex Carceri di Oderzo: sono queste le principali aree di provenienza dei reperti in mostra, tutti restaurati grazie a finanziamenti della Regione del Veneto e del Comune di Oderzo.

Lo studio approfondito dei corredi selezionati, preliminare al progetto espositivo, ha portato a una lettura sistematica dei diversi settori di necropoli, messi in rapporto con il centro urbano e le principali direttrici di traffico, e ad un più ampio discorso sulla ritualità funeraria opitergina, completando la documentazione sino ad oggi edita.

Il progetto è accompagnato da un impegnativo catalogo Edizioni Ca’ Foscari, curato da Margherita Tirelli e Marta Mascardi, nel quale sono raccolti saggi di Marianna Bressan, Bruno Callegher, Claudia Casagrande, Silvia Cipriano, Francesca Ferrarini, Anna Larese, Marta Mascardi, Elisa Possenti, Giovanna Maria Sandrini, Margherita Tirelli e Maria Cristina Vallicelli.



La mostra si sviluppa dunque nelle sale di Palazzo Foscolo, ove sono esposti i corredi suddivisi per tipologie di deposizione – incinerazione diretta, incinerazione indiretta, inumazione – e prosegue nel salone centrale del Museo archeologico, che raccoglie numerosi reperti provenienti da contesti funerari, spesso riutilizzati negli edifici cittadini, ricostruendo idealmente l’assetto di una via che conduce ad Opitergium.

Dalla città dei morti, alla città dei vivi. Un racconto per oggetti dunque, attraverso sei secoli (dal I al VI secolo d.C.), che consente di fare nuova luce sulle pratiche funerarie in uso in età romana in città e di approfondire anche alcune questioni relative allo status economico e sociale dei defunti. 

Così per esempio un prezioso corredo scrittorio databile a età imperiale o lo stilo in ferro e il calamaio in vetro rinvenuti in tombe del I secolo, sono allusivi non solo della probabile attività del defunto, scriba o maestro, ma anche di una sua posizione sociale elevata; mentre appare evidente come, dopo la grande stagione del I-II secolo dopo Cristo in cui la necropoli opitergina conobbe la sua maggiore estensione e monumentalità, l’età tardoantica si connoti per la mancanza di strutture monumentali riferibili a ceti elevati e per la presenza di militari e stranieri (soprattutto orientali e talvolta germanici).

A testimoniarlo sarebbero il precoce diffondersi dell’inumazione (tipica nei territori orientali), la notevole quantità di vasellame ceramico e vetri e monili di importazione orientale (pensiamo ai pendenti a forma di brocchetta, in pasta vitrea scura con decorazioni a zig zag di filamenti applicati di colore giallo e azzurro, prodotti nelle regioni dell’Oriente mediterraneo a partire dal IV secolo d. C. e importati in Occidente come amuleti, da portare al collo, legati all’acqua e al bere che ritemprano) o alcuni elementi di corredi, come le fibule a cerniera e a testa di cipolla, fibbie in lamina ripiegata, particolari coltelli, ecc.



Filo conduttore dunque dell’esposizione è l’idea che, al di là del necessario confronto con il tema della morte, al quale il mondo romano si accosta in modo pragmatico, in una precisa scansione di rituali, gli oggetti del corredo siano strumenti per dare voce alle persone alle quali appartenevano.

Emergono in questo modo, muovendosi tra le sale, i ritratti degli antichi opitergini: una donna con i suoi gioielli e uno specchio, un bambino con un sonaglio (la statuina di Genius Cucullatus) donato come passatempo ma anche a protezione dagli spiriti maligni, forse un soldato romano con il suo coltello. 

I corredi presentano esempi pregiati di vetri (piatti, bottiglie, piccoli balsamari), giocattoli, materiale ceramico, fibule bronzee, oltre alle caratteristiche monete. 

Il percorso si conclude, a Palazzo Foscolo, con una sezione fotografica dedicata al lungo processo di studio, analisi, restauro ecc. che porta il bene archeologico dallo scavo alla sua esposizione al pubblico, coinvolgendo tante competenze diverse; mentre al Museo archeologico il pubblico potrà ammirare in conclusione i cosiddetti “reperti notevoli”, rinvenuti negli scavi della necropoli opitergina, ma non riconducibili a corredi precisi come un anello chiave, un bracciale in oro di probabile provenienza magno greca o un eccezionale secchio in bronzo rinvenuto all’interno di un pozzo della necropoli in Via Spiné grazie agli scavi del 2013 realizzato con un gran numero di laminette di reimpiego, assemblate tra loro con ribattini. 



L’attento restauro cui l’oggetto è stato sottoposto ha rivelato una laminetta figurata risalente addirittura alla seconda età del Ferro. Oderzo continua dunque a rivelare nuovi tasselli della sua storia e nuove incredibili testimonianze degli uomini e delle donne che hanno abitato queste terre.

Via degli Alpini (1994), US 201 Fibula ΙΙΙ secolo d.C. Bronzo e smalto rosso, blu e bianco; lacunosa, corrosa e leggermente Archivio fotografico SABAP – VE – MET (foto di Maddalena Santi)

TUTTE LE IMMAGINI: Archivio fotografico SABAP-VE-MET (foto di Maddalena Santi)

Tratto dal sito: mediterraneo antico.it

************************************

IL DIO CERNUNNOS SUL PIZZO BADILE

La sagoma creata dalla luce solare sulla cima del Pizzo Badile

Probabilmente gli antichi Camuni conoscevano bene quello che oggi è identificato come un magico gioco di luci creato dal Sole al tramonto, e che allora veniva letto come un messaggio divino. La sagoma di un cervo, associato al dio Cernunnos, si disegna da millenni sulla ripida parete quasi sulla sommità del Pizzo Badile, e pochi giorni fa anche Mariella Avanzini, artista ceramista di Cedegolo, l’ha scorta dal balcone di casa sua a Breno. Ha visto una macchia scura che si modificava e che «si ingrandiva, prendeva la forma di un grande animale dalle lunghe corna». Aiutandosi con un cannocchiale ha potuto vedere nitidamente che «si trattava di quella figura che si manifesta solo con una particolare inclinazione dei raggi solari, facendo risaltare sulla roccia l’animale sacro agli antichi Camuni».

Le corna del cervo sono visibili sul capo della divinità raffigurata in grandi dimensioni sulla roccia numero 70 di Naquane, assieme a un orante che porta un bracciale al braccio destro e impugna un coltello. E adesso, grazie ad Avanzini c’è anche una riproduzione del suggestivo effetto ottico. • da “Brescia oggi”

CARRI CELTICI: IL CARRO DELLA CA’ MORTA E QUELLO DI ZEVIO

Da archeologia.com

Attuale ipotesi ricostruttiva del carro della Ca Morta

Nel 2012 ecco la notizia dell’arrivo a Como di un’equipe di studiosi francesi guidati dal professor Bruno Chaume, direttore del programma internazionale Vix et son Environnement. Questo progetto ha lo scopo di studiare e valorizzare il sito archeologico di Vix (Borgogna), con il suo oppidum fortificato e la magnifica tomba principesca.
Proprio questa tomba, o meglio uno dei suoi oggetti di corredo, il carro in legno con elementi in metallo trovato al suo interno, ha portato a Como gli studiosi francesi. Secondo il prof. Chaume questo carro da parata a quattro ruote avrebbe forti analogie con quello rinvenuto a Como  nella necropoli della Ca’ Morta e ora conservato al Museo Civico P. Giovio (nella foto). Le somiglianze tra il carro della Ca’ Morta e quello di Vix denotano un ulteriore elemento di affinità tra le popolazioni che abitavano l’Italia durante la prima età del Ferro rappresentanti la cultura di Golasecca, e quelle celtiche transalpine portatrici della cultura di Hallstatt. Un legame che non deve stupire, nemmeno alla luce della distanza geografica tra esse, soprattutto per via dell’importante ruolo commerciale che la cultura di Golasecca svolgeva in questo periodo, quello di collegamento tra il mondo mediterraneo e quello transalpino hallstattiano.

L’oppidum fortificato di monte Lassois, situato nel comune di Vix, era disposto su un ampio sperone roccioso che controllava l’alta valle della Senna, in un punto strategico dove il fiume diventava navigabile, lungo l’importante via che lo stagno della Cornovaglia percorreva verso sud per raggiungere le regioni mediterranee. Abitato a fasi alterne fin dal Neolitico e abbandonato definitivamente solo in epoca gallo-romano, durante il VI e V secolo a.C. ha ospitato un importante insediamento della cultura di Hallstatt, dominato da un ceto principesco che basava la sua ricchezza sul controllo dei commerci che seguivano l’itinerario del prezioso metallo.
La tomba della “principessa di Vix” fu scoperta nel gennaio del 1953 da Maurice Moisson, incuriosito da una leggera sopraelevazione del terreno e da un insolito accumulo di pietre. Questo era quanto rimaneva di un antico tumulo di pietre e terra, completamente scomparso, che custodiva ancora intatta una ricca sepoltura. Alla luce di queste osservazioni preliminari Moisson chiese l’intervento di René Joffroy, un archeologo che si era occupato di studiare diverse sepolture celtiche, tra cui quella di Saint-Colombe-sur-Seine, e insieme si occuparono dello scavo e della documentazione della tomba, il cui corredo si rivelò di una ricchezza e prestigio assolutamente fuori dall’ordinario e che oggi è conservato nel museo di Chatillon-sur-Seine.
La camera funeraria, di forma leggermente trapezoidale e dalle misure di circa 3×3 metri, era foderata da assi di legno e coperta da un tumulo di pietre e terra che, con il collassare del soffitto, aveva invaso la tomba e schiacciato il corredo. Quest’ultimo era formato da un grande cratere in bronzo di fabbrica magnogreca associato ad un completo servizio per il simposio, il banchetto aristocratico: tre bacili in bronzo di provenienza etrusca, una patera in argento con ombelico dorato, un’oinochoe etrusca in bronzo, due coppe attiche. Si tratta di un cospicuo gruppo di oggetti di prestigio realizzati in momenti differenti del V secolo a.C. e pervenuti a Monte Lassois attraverso il commercio lungo la valle del Rodano con la colonia greca di Marsiglia (Massalia) e che, dopo essere stati accumulati nel corso di alcuni decenni, sono stati deposti in questa eccezionale sepoltura, relativa ad una sacerdotessa celtica di alto rango.

Il cratere di Vix

Lo straordinario cratere ha un’altezza di 164 cm, un peso di 208 kg, una capacità di 1100 litri ed è composto da diverse parti assemblate insieme. Il corpo in lamina bronzea, con fondo arrotondato, poggia su un piede realizzato a fusione ornato da modanature; le anse a volute, anch’esse realizzate a fusione, sono decorate da gorgoni e leoni rampanti; il collo, provvisto di una fascia a bassorilievo, presenta un motivo con otto quadrighe seguite da opliti con grossi scudi rotondi. Il coperchio, in lamina, è concavo, con al centro un ombelico sporgente sormontato da una statuetta femminile con peplo, il braccio proteso in avanti ad offrire un oggetto ormai perduto; il coperchio è forato ed aveva perciò la funzione di colino e filtro per il liquido che veniva versato nel cratere.

Il cratere non aveva una funzione utilitaristica in quanto le sottili pareti sottili non potevano contenere un tale volume di liquido e si pensa dunque che il recipiente bronzeo fosse usato per particolari cerimonie legate a libagioni sacrificali, a cui sembrano alludere anche la figura femminile sul coperchio e la presenza, nel corredo, della patera ombelicata in argento.

Cratere di Vix perticolare

Il corpo della principessa di Vix, scomparsa all’età di circa 35 anni, era stato adagiato sul cassone del carro e coperto da un panno decorato con motivi rossi e blu, di cui sono stati recuperati scarsissimi resti. La donna indossava una serie di oggetti di ornamento tipici del costume femminile dell’epoca: una collana formata da vaghi in diorite e ambra, un braccialetto in lignite (legno fossile), fibule in bronzo e ferro decorate con grani di corallo, anelli da caviglia in bronzo e un grande torques in oro al collo. Quest’ultimo richiama, con i cavalli alati che lo decorano, lo stile orientalizzante tipico dell’arte mediterranea ma è in realtà un oggetto prodotto da maestranze locali, come ha rivelato l’analisi chimica condotta sull’oro.

Il carro di Vix

Il carro da parata a quattro ruote era stato smontato e le ruote raggiate erano deposte ordinatamente su un lato della camera sepolcrale. Il carro presentava un pianale in legno decorato da elementi in bronzo e parti di rinforzo metalliche su cerchioni, raggi, assi e mozzi delle ruote. Si tratta della classica tipologia del carro da parata principesco che troviamo nelle tombe hallstattiane della Germania sudoccidentale, della Svizzera settentrionale e della Francia orientale, tutti databili al VI-V secolo a.C, un manufatto tipico quindi nella cerchia hallstattiana occidentale, mentre è totalmente assente in quella orientale. Nel periodo più antico la stragrande maggioranza delle tombe a carro è maschile (circa 95%) ma con il passare dei secoli, il progressivo mutare dell’articolazione sociale e l’aumentare dell’importanza della donna, si riscontra un numero sempre maggiore di tombe a carro femminili, che arrivano a superare il 30% del totale nelle fasi finali della cultura di Hallstatt.
La deposizione di carri all’interno delle sepolture è una tradizione antichissima diffusa nel territorio nord-alpino tra Svizzera ed Austria superiore, che affonda le sue radici nell’età del Bronzo, dove i carri erano associati ad armi e vasellame in lamina bronzea. Questi carri funebri, riferibili alla cultura dei Campi d’Urne (XIII-XII secolo a.C.), erano posti sul rogo e bruciati insieme al defunto, lasciandoci così ben poche possibilità di uno studio approfondito. Differente è la questione per le tombe ad inumazione hallstattiane dove, dopo un intervallo cronologico di qualche secolo, ricompare la sepoltura con carro. Il veicolo è qui utilizzato per il trasporto delle esequie e non si può escludere che esso avesse la funzione, durante la vita del proprietario, di ostentarne lo status sociale  in occasione della celebrazione di cerimonie o di particolari processioni sacre.

Gli oggetti di corredo della tomba di Vix presentano datazioni molto diverse. I manufatti di importazione sono stati realizzati nell’arco di qualche decennio con il cratere, il pezzo più antico, databile intorno al 530 a.C. e le coppe attiche in un momento immediatamente successivo (520 e 510 a.C. circa), la patera argentea e i bacili bronzei alla fine VI – inizi V secolo a.C. Si tratta di materiali che sono, dunque, arrivati a Monte Lassois nel corso del periodo Ha D2 ma sono stati deposti nella tomba nell’Ha D3, come indica la cronologia degli oggetti di fabbrica locale, le fibule e in particolare il carro a quattro ruote databile alla prima metà del V secolo a.C. Tutti questi elementi permettono perciò di collocare la sepoltura in un periodo compreso tra il 490 e il 470 a.C.

Nel complesso si tratta di una ricca sepoltura relativa ad un individuo femminile appartenente al ceto aristocratico, quasi sicuramente una sacerdotessa. Il corredo della tomba presenta notevoli analogie con quella di una donna rinvenuta a Sainte-Colombe-sur-Seine, dove insieme al carro da parata è deposto un grande cratere in bronzo di fabbrica etrusca. Queste tombe si inseriscono in una serie di tombe principesche celtiche (Hochdorf, Reinheim, Kleinaspergle, Waldalgesheim) che denotano una medesima ideologia che caratterizza le élites del tempo: presenza del carro da parata, di oggetti di prestigio (armi per gli uomini e ricchi ornamenti nelle donne), vasellame greco ed etrusco, in lamina bronzea o ceramica.
Recenti scavi hanno individuato all’interno dell’oppidum di Monte Lassois un gruppo di edifici monumentali che potevano essere la sede dell’élite di cui faceva parte anche la “principessa di Vix”: un edificio, in particolare, delle dimensioni di 35 x 21 metri, presenta una grande sala provvista di abside sul retro e veranda in antis nella parte anteriore. Si tratta di un edificio che non ha confronti in ambiente celtico e sembra piuttosto ispirarsi all’architettura mediterranea. Alla luce delle conoscenze attuali non è del tutto chiaro se questo centro si possa considerare davvero una residenza fortificata sede di una famiglia aristocratica o se si trattasse di un centro di concentrazione della popolazione locale in occasione di cerimonie sacre, oppure solo di un centro monumentale destinato a tenervi consigli o assemblee, forse a carattere militare. Quel che è certo è che dopo una prima occupazione durante il Bronzo Finale (IX secolo a.C.) con cinta fortificata e presenza di diversi tumuli funerari, l’altura è quasi totalmente abbandonata fino alla seconda metà del VI secolo a.C., momento in cui viene impiantata la cosiddetta residenza principesca; sembra però che l’altura rimase sempre un punto di riferimento politico e religioso per la comunità dispersa sul territorio anche prima della monumentalizzazione del luogo.

La Tomba del Carro della Ca’ Morta (tomba III/1928) fu recuperata a seguito di una frana nella cava Butti al Crotto di Lazzago, nella parte settentrionale della necropoli della Ca’ Morta (Como). La sepoltura è una delle più ricche qui rinvenute e il suo corredo era stato deposto in una fossa quadrata di 80 cm di lato, profonda 70 cm e coperta da un grande lastrone di serizzo delle straordinarie dimensioni di 1,8 x 1,4 metri e del peso di 18 quintali.

Ricostruzione “datata” del carro della Ca’Morta come esposta al Museo archeologico di Como


La storia del recupero di questi oggetti è alquanto tormentata e sembra che alcuni di essi rimasero in mano a privati e non vennero mai recuperati. Nel 1928, quando si verificò la frana a seguito dei lavori di estrazione di sabbia e ghiaia, il grande lastrone di pietra che copriva la sepoltura scivolò sul fondo della cava portando con sé numerosi detriti insieme agli oggetti conservati all’interno della tomba. Una parte di questi fu presa dagli operai e una parte recuperata dal proprietario della cava, Giuseppe Butti. Nel febbraio dell’anno successivo Antonio Giussani della Società Archeologica Comense notò il materiale ammassato nel magazzino del Butti e iniziò un lento processo di recupero degli oggetti di corredo sia presso il proprietario della cava che presso i suoi operai, interpellati diverse volte per invitarli a consegnare i resti ancora in loro possesso. Nel frattempo al Museo Civico di Como l’archittetto e allora direttore Luigi Perrone iniziò il lavoro di ricostruzione del carro che possiamo ammirare ancora oggi in una delle sale; attualmente tale opera andrebbe rivista alla luce delle più aggiornate conoscenze su questa tipologia di reperti, soprattutto per quanto riguarda le ruote che dovevano avere una corona più sottile e ottenuta con un solo pezzo di legno incurvato.

Ipotesi ricostruttiva del carro della Ca Morta


Insieme ai frammenti metallici del carro vi erano anche altri oggetti, ma è necessario precisare che, alla luce dei fatti appena esposti, non è possibile sapere con certezza se tutti gli oggetti recuperati dall’ingegner Giussani appartenessero davvero ad un’unica sepoltura o se fossero il risultato del raggruppamento di materiali provenienti da diverse tombe; o ancora quali e quanti oggetti della Tomba del Carro andarono perduti o sono tutt’ora in mano ai privati. In particolare il rinvenimento di un kylix attica a figure rosse, importante per datare la sepoltura, si presenta problematico: si tratta di un reperto non menzionato nelle prime notizie della scoperta ma che al museo venne esposto nella stessa vetrina contenente gli altri oggetti di questa tomba; si pensa perciò che la kylix fu recuperata solo in un secondo momento, dopo il 1930. Nonostante questi problemi, il prof. R.C. de Marinis sembra aver circoscritto un insieme di manufatti omogeneo per cronologia e tipologia e perciò riferibili alla medesima deposizione tra cui è presente anche la kylix attica.

Il carro della Ca

Le ceneri del defunto, secondo il rituale incineratorio tipico della cultura di Golasecca, erano deposte in uno stamnos in bronzo con coperchio in lamina. Il grande recipiente bronzeo, alto circa 30 cm, presenta spalla arrotondata, collo breve con orlo esoverso decorato da due scanalature e due costolature, piccolo piede leggermente svasato; il coperchio, in lamina bronzea, veniva  bloccato con un’asticella in bronzo che si inseriva in due anelli fissati sul bordo superiore dello stamnos.
Insieme a questo si sono recuperati un piccolo bacile in bronzo a labbro piatto e inspessito, fortemente lacunoso e una kylix attica, frammentaria, a figure nere. La scena sul fondo interno di quest’ultima raffigura il colloquio tra due individui ammantati, uno che sembra appoggiarsi ad un bastone e, nei pressi, una colonna dorica; la superficie è fortemente rovinata e non sono più riconoscibili i particolari interni delle figure. Attribuibile alla bottega del pittore di Pentesilea, questo oggetto, prodotto ad Atene nel secondo venticinquennio del V secolo a.C., permette di datare la tomba del carro intorno al 450 a.C., una datazione confermata anche dagli altri oggetti di ornamento rinvenuti nella sepoltura. Tra questi vi sono numerosi frammenti di fibule ad arco composto e a sanguisuga, alcuni anelli in bronzo, un disco decorato a sbalzo, diverse parti di armille a nastro con decorazione a sbalzo e incisa, un pendaglio a secchiello, una perla d’orecchino bitroncoconica in bronzo. La presenza di questo tipo di ornamenti permette di assegnare la tomba ad un individuo di sesso femminile, certamente di alto rango vista la qualità e quantità di essi.

Il carro da parata, a quattro ruote, presenta pianale sopraelevato, decorato da ricchi elementi in bronzo: colonnine a globetti e lamine ornate a sbalzo. Il veicolo era agganciato a una pariglia di cavalli tramite una stanga che si collegava all’asse delle ruote anteriori, come a Vix, mediante un sistema di sterzo composto da due elementi a testa cilindrica. I cerchioni delle ruote, in ferro, delimitavano la corona in legno di castagno (come hanno rilevato le analisi sui pochi resti lignei rimasti) che era sostenuta da raggi in legno, dieci per ruota, rivestiti di lamina bronzea, più lunghi di quelli ora presenti nella ricostruzione; il diametro delle ruote è di circa 90 cm.
Di grande pregio sono i mozzi delle ruote, in lamina bronzea, ricoperti dalla calotta realizzata a fusione. Qui erano praticati dei fori in cui veniva inserita una spina in bronzo ad estremità lunata – l’acciarino – per impedire che la ruota uscisse dal suo asse; ogni acciarino aveva incisi dei circoletti, uno per la prima ruota, due per la seconda e così via. Questi acciarini hanno puntuali confronti negli esemplari di Vix e del tumulo di La Motte.
Gli assi delle ruote, in legno, presentano una lamina bronzea bombata alle estremità, dove l’asse si inseriva nel mozzo della ruota, con la funzione di preservarlo dall’usura. L’asse era connesso al cassone del carro tramite alcune colonnine a globetti dotate all’estremità di un’asola all’interno della quale passava appunto l’asse; un bastone ricurvo a sezione ellittica, di cui rimane il rivestimento in lamina, svolgeva la stessa funzione sulle ruote posteriori. Il cassone del carro era formato da una tavola in legno sostenuta da longarine che si legavano agli assi tramite le colonne a globetti precedentemente citate; sul margine correva una balaustrina di colonnine a globetti alta circa 8 cm.
Il carro della Ca’ Morta trova precisi confronti in diversi esemplari di carri hallstattiani (Vix, St. Colombe, Kitzingen-Rippendorf), in particolare per quanto riguarda i dispositivi di supporto per la cassa su cui era deposto il defunto. Per via del rituale funerario, che prevedeva l’incinerazione e la frantumazione rituale del corredo, il carro della Ca’ Morta ha dovuto subire un complesso lavoro di studio e ricomposizione.

La Tomba del Carro della Ca’ Morta è, quindi, una ricca deposizione femminile databile al periodo Golasecca III A (480-390 a.C. circa). Questo periodo cronologico si rivela il momento culminante di quel processo di differenziazione sociale che ha portato alla formazione di una classe aristocratica in cui gli uomini si identificano nell’ideale del guerriero mentre le donne sono sacerdotesse. Ma il fondamento della loro ricchezza, e in definitiva del loro potere, è il controllo dei traffici commerciali attraverso la gestione delle vie d’acqua e di terra che portavano ai passi alpini. Como, nel V secolo a.C., è il più grande centro di traffico della cultura di Golasecca dove si incontrano due zone geografiche ed etniche diverse, in cui transitano genti e merci di ogni tipo.

Le due sepolture prese qui in esame presentano notevoli elementi in comune: innanzitutto si tratta di due tombe femminili di individui di alto rango, con un ruolo eminente all’interno della società, molto probabilmente quello di sacerdotesse; entrambe le tombe presentano, anche in ragione di questo fatto, un ricco corredo con numerosi oggetti di ornamento, diversi recipienti in lamina bronzea e in ceramica legati al rituale del simposio aristocratico, un ricco carro da parata a quattro ruote in legno e metallo; si tratta inoltre di due sepolture pressoché coeve, separate tra loro da un intervallo cronologico di qualche decennio, ma che si situano entrambe nel momento di maggiore fioritura dei commerci tra mondo mediterraneo e mondo celtico, un momento in cui, nell’Europa continentale le aristocrazie hallstattiane raggiungono l’apice del proprio potere mentre al di qua delle Alpi la cultura di Golasecca perviene alla sua massima fioritura proprio in virtù del suo ruolo di intermediaria in questi commerci.
Non ci deve perciò sorprendere il fatto di trovare così tanti elementi in comune tra due sepolture – quella di Vix ad inumazione e quella di Como ad incinerazione, secondo i costumi funerari delle due civiltà – separate da circa 400 km di distanza e dalla maggiore catena montuosa dell’Europa, le Alpi che, a quanto pare, già in tempi antichissimi erano percorse da uomini e merci.

Benché, già a partire dall’VIII secolo a.C., qualche prodotto di artigianato mediterraneo si rinvenga a nord delle Alpi, prevalentemente nel settore orientale, è solo a partire dal VI secolo a.C. che, nella zona occidentale della cultura di Hallstatt, si trovano numerosi oggetti di prestigio di fabbrica greca ed etrusca. Le sepolture dal corredo eccezionale e la presenza di insediamenti fortificati indicano l’emergere di un ceto aristocratico che ostenta il proprio potere attraverso alcuni simboli ricorrenti tra cui le armi e, appunto, i prodotti esotici importati dalle regioni mediterranee.
Se possiamo, in linea di massima, ricostruire gli itinerari seguiti dalle merci non siamo ancora in grado di comprendere come il commercio si svolgesse in particolare, cioè se i beni fossero inseriti in un sistema di doni reciproci tra individui altolocati o avvenissero veri e propri atti di compravendita, chi fossero e come operassero i mercanti, quali merci viaggiassero in direzione opposta, cioè dall’Europa celtica verso sud.
Indubbiamente era il vino il prodotto più richiesto, circostanza facilmente intuibile dal grande numero di anfore e recipienti simposiaci rinvenuti nelle tombe e negli insediamenti hallstattiani. L’utilizzo dei recipienti in lamina bronzea etrusca o di quelli in ceramica attica indica chiaramente l’adozione, da parte dei principi hallstattiani, dei caratteristici usi mediterranei legati al consumo di vino durante il banchetto. Non è però da escludere un diverso utilizzo elaborato in loco, legato ad ideologie locali e a schemi di pensiero autoctoni, durante cerimonie e riti particolari. Insieme al vino e ai recipienti ad esso legati viaggiavano altri prodotti: in particolare l’olio, ma anche tutti quegli elementi di fabbricazione mediterranea che erano richiesti dalle emergenti aristocrazie, come gli oggetti di ornamento e i monili in metalli preziosi, i tessuti pregiati, l’incenso, il corallo. Come contropartita commerciale i celti inviavano verso sud prodotti deperibili che difficilmente lasciano tracce nei contesti archeologici: bestiame, pelli, schiavi, ma sopratutto lo stagno che, introvabile nelle regioni mediterranee, era richiestissimo e veniva estratto nella lontana Cornovaglia. La maggior parte delle merci percorreva l’Europa sfruttando le vie fluviali ma non si può escludere – come testimonia Strabone (Geogr. V, 1, 8) per un’epoca posteriore – che olio e vino varcassero le Alpi anche in otri e barili.
Fondamentale fu, per i contatti tra mondo hallstattiano occidentale e Mediterraneo, la colonizzazione greca della Provenza e la fondazione di Massalia. Attraverso la via del Rodano e della Saône le merci potevano raggiungere il cuore dell’Europa centrale e da qui, risalendo il Doubs e con brevi percorsi terrestri giungere al Reno e al Danubio, due ulteriori vie fluviali facilmente navigabili. Alla metà del VI secolo a.C. inizia un periodo di grandi trasformazioni e, mentre gli Sciti invadono da est i territori hallstattiani dove vecchie dinastie cadono per essere sostituite da altre, nel 540 a.C. Etruschi e Cartaginesi sconfiggono i Focesi, determinando un nuovo assetto politico commerciale nel Mediterraneo orientale: gli Etruschi chiudono il Tirreno ai commerci Greci e i Cartaginesi bloccano il passaggio delle Colonne d’Ercole e quindi l’accesso allo stagno della Cornovaglia. Marsiglia è così impedita nei suoi commerci marittimi e deve rivolgersi all’interno, ai Celti e alla via fluviale che seguendo Rodano e Saône conduceva, dopo un breve tratto via terra, a Monte Lassois e di qui scendendo la Senna, fino alla Manica e alla Britannia. E’ proprio questo il momento in cui a Monte Lassois si crea quell’aristocrazia che fonda il suo potere sul controllo dei commerci e la cui ricchezza è magistralmente testimoniata dalla tomba di Vix.
Ma mentre i Greci cercano nuove vie commerciali, gli Etruschi, forti del controllo sul Tirreno, estendono il loro dominio sull’Italia settentrionale. I contatti con la cultura di Golasecca riprendono ora in modo vigoroso, dopo un periodo di interruzione, e sono indicati dai numerosi recipienti in lamina bronzea che si ritrovano lungo il Ticino. Sono i centri dell’Etruria interna, soprattutto Orvieto, a contattare i celti golasecchiani, attraverso i centri dell’Etruria padana e si assiste a una nuova configurazione territoriale dell’Italia settentrionale: alla grande colonizzazione dell’Etruria padana e alla rifondazione di Felsina (Bologna) si accompagna l’impianto degli empori commerciali adriatici di Spina ed Adria dove, risalito l’Adriatico, approdano navi greche colme di merci dall’oriente. A partire dal 480 a.C. la via commerciale che collega Etruria e cultura di Golasecca si sposta dal Ticino verso la zona di Como che riesce a monopolizzare tali traffici:  e così mentre il comasco vede il momento di sua maggiore fioritura il comprensorio proto-urbano ticinese sembra dissolversi. La principale direttrice commerciale che collega l’Etruria padana a Como percorre ora il Po e raggiunge il mantovano risalendo il Mincio; da qui, dove è impiantato l’importante centro etrusco del Forcello, le merci proseguono fino al Benacio e prendono la via terrestre pedemontana che collega Brescia e Bergamo a Como. Da qui partono una serie di itinerari lacustri e vallivi che conducono ai passi alpini e mettono in comunicazione la Pianura Padana con l’alto bacino del Reno attraverso i passi del S. Bernardino e quello del Gottardo.
E’ molto probabile che a Como arrivassero i mercanti etruschi con le loro merci – un fatto che è documentato da una moneta etrusca di Populonia e dalla ceramica etrusco-padana rinvenuta abbondante nella zona dell’abitato protostorico – e che qui le affidassero ai golasecchiani che le portavano verso nord. Questa situazione è documentata dalle fonti archeologiche, ricche di oggetti personali golasecchiani (fibule, ornamenti) anche nei territori oltre le Alpi, ma significativamente mute di oggetti etruschi di questo tipo. E’ necessario sottolineare che sono appunto gli oggetti di ornamento, e in particolare le fibule, degli utilissimi indicatore dell’identità etnica degli individui e della loro mobilità in quanto il costume antico era regolato da rigide norme che servivano a dichiarare la propria appartenenza a un determinato gruppo umano.

Nel momento in cui gli Etruschi concentrano tutti i loro traffici nella Pianura Padana e la cultura di Golasecca trasporta queste merci oltre le Alpi, a Como viene sepolta una sacerdotessa secondo un rituale tipicamente hallstattiano, quello in cui il cadavere è condotto verso la dimora eterna su un carro da parata a quattro ruote. E se sembra plausibile trovare questo tipo di affinità proprio in questo momento di così intensi contatti con il mondo celtico, bisogna altresì segnalare che i rapporti tra celti golasecchiani e mondo hallstattiano hanno radici ben più profonde e che, come fa notare il prof. de Marinis, “la cultura di Golasecca appare come un’appendice a sud delle Alpi del mondo hallstattiano occidentale” (de Marinis 1988, p. 197). E’ un aspetto che si nota in primo luogo nella presenza, nelle tombe golasecchiane, dei corredi da toilette tipici delle tombe celtiche transalpine,   dalla ceramica con la  superficie rossastra decorata in nero o rosso bruno, dai finimenti equini, dei tipici pugnali ad antenne hallstattiani. In direzione inversa, si riscontrano all’interno del mondo hallstattiano occidentale una serie di elementi tipici della cultura di Golasecca: l’uso dei pendagli a secchiello e delle situle del tipo renano-ticinese, la decorazione ceramica a stralucido con motivi a bande e reticolo.
Difficile è stabilire l’origine di questi contatti. E’ senz’altro vero che già verso la fine dell’età del Bronzo si nota una stretta affinità tra la cultura dei Campi d’Urne transalpina e la cultura di Canegrate, antenata di quella di Golasecca. Si tratta di una relazione che continuerà, con fasi alterne, per tutta l’età del Ferro e che è riconoscibile sia negli usi funerari (ad esempio l’impiego della sepoltura a tumulo nell’area ticinese) sia in diversi oggetti di fattura hallstattiana che, già verso la fine dell’VIII secolo a.C., iniziano ad essere presenti nelle tombe, segnando l’inizio di quel processo di differenziazione sociale che pone al vertice della società un ceto aristocratico guerriero. Nelle maggiori tombe del periodo – la tomba del Carrettino della Ca’ Morta e le due tombe di guerriero di Sesto Calende – compaiono diversi oggetti di prestigio di provenienza transalpina, tra cui sono da segnalare soprattutto le armi (pugnali ad antenne), i morsi ed i finimenti equini.
Legami di lunga data, quindi, che verranno spazzati via dai celti portatori della cultura di La Tène che, dalle loro sedi nella Champagne e Renania centrale, prima determineranno la scomparsa della cultura di Hallstatt e poi caleranno ancora più a sud invadendo l’Italia e mettendo fine a tutto quel complesso sistema di scambi che si era instaurato nei secoli precedenti con il conseguente declino dell’Etruria padana e del territorio occupato dai Golasecchiani.

Bibliografia di riferimento

Per la tomba di Vix, la sua scoperta e il suo corredo
BRUNO CHAUME, Vix et son territoire à l’Age du fer: fouilles du mont Lassois et environnement du site princier. Montagnac 2001.
BRUNO CHAUME, TAMARA GRÜBEL ET AL., Vix. Le mont Lassois. Recherches récentes sur le complexe aristocratique, in Bourgogne, du Paléolithique au Moyen Âge, Dossiers d’Archéologie N° Hors Série 11, Dijon 2004, pp. 30-37.
RENÉ JOFFROY, La tombe princière de Vix Côte d’Or, Boudrot 1961.
CLAUDE ROLLEY (a cura di), La Tombe princière de Vix, Dijon, 2003.

Per la tomba del Carro della Ca’ Morta si possono consultare i seguenti lavori, relativi a restauri e studi avvenuti nei momenti appena successivi alla scoperta
G. BASERGA, Tomba con carro ed altre scoperte alla Ca’ Morta, in RAComo 1929, pp. 25-44, tavv. 13-71.
E. GHISLANZONI, Il carro di bronzo della Ca’ Morta, in RAComo 1930, pp. 3-25, tavv. 1-3, figg. 1-10.
Uno studio approfondito, riguardante le modalità della scoperta e l’analisi della restante parte del corredo, con esauriente e ulteriore bibliografia si può trovare in:
R.C. DE MARINIS, Il periodo Golasecca III A in Lombardia, in Studi Archeologici I, Bergamo, 1981, pp. 63-68, tavv. 27-28.
In particolare, dello stesso autore, riguardo il problema della kylix attica e la conseguente datazione:
R.C. DE MARINIS, Questione della kylix della tomba del Carro, in RAComo 1968-69, pp. 137-142, tavv. XVIII A.

Riguardo i rapporti culturali tra Golasecca, mondo hallstattiano ed etrusco, e sul ruolo commerciale della cultura di Golasecca, è possibile consultare alcuni contributi inseriti nel catalogo della mostra tenuta a Mantova nel 1988, Gli Etruschi a nord del Po’, tra cui si segnalano:
R.C. DE MARINIS, I commerci dell’Etruria con i paesi a nord del Po dal IX al VI secolo a.C., in Gli Etruschi a nord del Po, vol. I, Mantova 1986, pp. 52-80, 84-86.
O. H. FREY, I rapporti commerciali tra l’Italia settentrionale e l’Europa centrale dal VII al IV secolo a.C., in Gli Etruschi a nord del Po, vol. II, Mantova 1986, pp. 1-17.
L. PAULI, La società celtica transalpina nel V sec. a.C., in Gli Etruschi a nord del Po, vol. II, Mantova 1986, pp. 18-30.
Si segnalano inoltre il lavoro di R.C. de Marinis, in particolare alle pagine che trattano i commerci della cultura di Golasecca (pp. 192-201 e 232-237) e quello di S. Casini relativo alla distribuzione di oggetti golasecchiani al di fuori dell’areale di origine.
R.C. DE MARINIS, Liguri e Celto-Liguri, in Italia omnium terrarum alumna, a c. di G. PUGLIESE CARRATELLI, Milano 1988, pp. 157-259.
S. CASINI, Il ruolo delle donne golasecchiane nei commerci del VI-V sec. a.C., in I Leponti tra mito e realtà, voI. 2, Milano 2000, pp. 75-100.Filed Under: ApprofondimentiItalia. LombardiaMusei e Parchinecropoli, corredi funeraripreistoria e protostoria Tagged With: Ca’ MortacarroceltiGolaseccaHallstattoppidumtumuliVixAbout Andrea Burzì

,****************************

Il CARRO CELTICO DEL PRINCIPE BAMBINO


Nel 2012 si svolse presso il comune di Zevio (VR) una interessante Mostra sul ritrovamento di una antica Tomba funeraria Celtica che racchiudeva i resti ed il corredo funebre di un “Principe bambino”. Chiaramente per noi di Carrozze & Cavalli l’interessamento era rivolto in particolare ai resti dell’antico carro sopra il quale erano adagiati i resti della piccola salma.

Non avendo avuto più notizie di quel carro ci siamo rivolti all’Associazione ARKE’ e al Curatore della Mostra, Sig. ALESSANDRO SIMBENI che gentilmente, a distanza di anni, ci ha fornito informazioni ed immagini di quell’evento. Nelle vesti di esperto del settore, ci ha pure informato sulle motivazioni che hanno creato questo silenzio che dura da anni.

Alessandro Simbeni “Per poter esporre dei reperti così antichi vennero eseguiti nel 2012 dei complessi lavori strutturali all’interno dell’area espositiva e venne allestita una particolare teca che preservasse i resti dal contatto con l’aria. E’ risaputo che le parti in ferro (dopo migliaia di anni) sono facilmente deteriorabili al contatto prolungato con l’aria.  Reperti datati come questi richiedono cure particolari e nei periodi in cui si svolgono tali mostre sarebbe importante intervenire numerosi “

Non possiamo che dar ragione al Sig. Alessandro Simbeni  per l’esaudiente spiegazione, purtroppo  moltissimi comuni mortali dotati di apparecchio televisivo negli ultimi anni sono stati informati “ampiamente” di quante fidanzate avesse avuto Maradona e Balotelli , ma del Carro del Principe bambino ci sono state grosse difficoltà a reperire info. !?RICOSTRUZIONE DEL CARRO AL MOMENTO DELLA SEPOLTURA

RICOSTRUZIONE DEL CARRO AL MOMENTO DELLA SEPOLTURA

Testi e Foto a cura di: ALESSANDRO SIMBENI  e Associazione ARKE’

Le ricchezze del principe bambino. Una sepoltura celtica del I secolo a.C.

Per la prima volta tornano a Zevio i preziosi reperti della tomba n. 7, risalente al I secolo a.C., rinvenuta nel 1998 in località Lazisetta a Santa Maria, conosciuta a livello internazionale come la “tomba del carro”. La sepoltura, che si distingue da tutte le altre per la particolare ricchezza del corredo e per l’eccezionale presenza dei resti di un carro funebre, apparteneva ad un individuo di età compresa tra i 5 e i 7 anni, come hanno dimostrato le analisi antropologiche eseguite sulle ossa combuste. Il ricco corredo funerario qualificava il bambino come appartenente ad una famiglia di stato sociale elevato, essendo costituito da armi (spada, lancia, giavellotto, umbone di scudo), attrezzi agricoli, vasellame bronzeo e ceramico ed elementi collegati al banchetto funebre, oltre che da una notevole quantità di monete d’argento e di bronzo. Tutti questi reperti saranno esposti in una mostra volta a ricostruire il tessuto urbano e sociale delle popolazioni celtiche stanziate nella pianura veronese, mettendo in luce le reti di commerci con l’Italia centrale, il fenomeno della romanizzazione del territorio, i riti funebri e la vita quotidiana. La mostra, la cui direzione scientifica è affidata a Luciano Salzani, già funzionario archeologo della Soprintendenza ai beni archeologici del Veneto, sarà realizzata con un allestimento speciale curato dalla SAP, società archeologica con sede a Mantova e dalla Kriterion, ditta di Bologna specializzata nel restauro di reperti archeologici. La mostra, curata e organizzata da Alessandro Simbeni, è stata realizzata grazie ad una proficua collaborazione tra Comune di Zevio e Soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto e grazie al sostegno della Banca Popolare di Verona.

PicMonkey Collage-4

L’inaugurazione della mostra si è tenuta sabato 14 aprile 2012 con un convegno dedicato all’archeologia a Zevio a cui parteciparono tra gli altri Luciano Salzani e Alberto Manicardi, gli archeologi che hanno diretto gli scavi di Santa Maria negli ultimi decenni. In quella occasione il Sig. Alessandro Simbeni ebbe modo di scattare alcune interessanti fotografie dei resti di quell’antico carro che oggi gentilmente ci propone.VASELLAME E PARTI DEL CARRO RINVENUTE

VASELLAME E PARTI DEL CARRO RINVENUTEDETTAGLI DELLE PARTI DEL CARRO

DETTAGLI DELLE PARTI DEL CARRO

 Molti di noi si sono sentiti dire in più occasioni che per quanto riguarda; l’addestramento, il mangiare e le abitudini del Cavallo da qualche centinaio di anni a questa parte c’è ben poco da inventare.  Volendo usare un termine tecnico diremo che sono stati adottati dei “correttivi e migliorie” ma le linee-guida restano immutate.  La dimostrazione è in questi “foto-confronti” che Vi proponiamo  nelle immagini che seguono.

PicMonkey Collage-1

Come possiamo notare nelle due immagini piccole a destra vediamo un morso, che è più corretto chiamare imboccatura, a “filetto” e un’altro modello  usato frequentemente nella “monta Western”, entrambi sono usati abitualmente oggi nel 2014, se guardiamo la foto grande a sinistra troviamo i reperti Celtici rivenuti nel Primo Secolo a.C. (oltre 2.000 anni fa!) dove le due “imboccature” dei cavalli di allora sono praticamente IDENTICHE a quelle odierne.IN BASSO UN MODELLINO DEL CARRO IN SCALA RICOSTRUITO

IN BASSO UN MODELLINO DEL CARRO IN SCALA RICOSTRUITO

PicMonkey Collage -2

Nelle foto sopra a sinistra vediamo la parte anteriore di una moderna carrozza da competizione con il sofisticato “blocco della ralla” e timone “basculante” con molle per evitare le rotture durante le brusche manovre , a destra il Carro Celtico e al centro la versione “antica” di un marchingegno che sicuramente da una parte dove vediamo la “chiave di timone” era presente il “timone” in legno con i due cavalli mentre nella parte opposta troviamo una struttura di collegamento al Carro che non era dotato di ralla sterzante perchè inventata molto più tardi.  Come vediamo dalle grandi ruote anteriori che non passano sotto la cassa del carro, il raggio di sterzata era minimo e consentiva solo percorsi molto rettilineii.  Probabilmente questo come altri Carri “da parata” non aveva funzioni diverse come viaggi o trasporti ma solo scopi funerari.  Non bisogna dimenticare che  i Celti disponevano a quei tempi di una modernissima tecnologia nella costruzione dei carri come risulta dai rarissimi carri rinvenuti. PARTI DEL CARRO ANCORA BEN CONSERVATE

PARTI DEL CARRO ANCORA BEN CONSERVATE

NOTIZIE DI ARCHEOLOGIA DA COMO

Da alcuni giorni è possibile consultare il sito della Società Archeologica Comense (www.archeologicacomo.it ) in una veste rinnovata  che permette una più facile consultazione delle diverse parti. In  particolare è stata potenziata e resa più visibile la voce ARCHEONOTIZIE, sezione ricca di contributi sull’archeologia  non solo del territorio comasco,  alla quale hanno collaborato e stanno collaborando numerosi soci.

E’ stata  aggiornata anche  la sezione legata alla Rivista Archeologica dell’Antica provincia e Diocesi di Como con l’inserimento degli indici degli ultimi dieci anni.

Inoltre dal 17 marzo  prossimo riprenderà la collaborazione con l’emittente Ciao Como per l’edizione 2021 di “ Pillole di archeologia “  dedicata alla scoperta di temi archeologici e monumentali poco conosciuti della nostra città e che verranno  inseriti nel sito Internet.

Pubblicazioni

La Società Archeologica Comense mette a disposizione sul sito Internet  anche la possibilità di acquistare , anche per i non soci,  le  pubblicazioni edite con lo sconto  del  50 % sul prezzo di copertina.

Il ricavato verrà destinato alle iniziative, tra cui una mostra archeologica,  che si stanno  progettando  per il prossimo 2022, anno che vedrà la celebrazione di  due significativi anniversari: il 150 ° della pubblicazione della  Rivista Archeologica dell’Antica Provincia e Diocesi di Como ( 1872 – 2022 ) ed il 120° della fondazione della Società ( 1902 – 2022 ).

Si segnala che è disponibile, sempre  a condizioni agevolate ( € 10,00 ),  la  seconda edizione  del volume “ Como nell’Antichità “ che consente di approfondire, con un ricco apparato fotografico e grafico,  la conoscenza  della storia del  territorio comasco  dall’età più antica agli inizi del medioevo.(da il corriere di Como)

Notizie della Società Archeologica Comense::

LA GROTTA DI RE TIBERIO: UN ANTICO SANTUARIO DEL FAENTINO

Una leggenda che si racconta a Borgo Rivola, antico paese della Valle del Senio nel Faentino (Ravenna) tra Riolo Terme e Casola Valsenio, narra come  in tempi molto antichi un re di nome Tiberio, per sfuggire alla profezia di un oracolo che gli aveva predetto una morte imminente perché colpito da un fulmine, si era insediato dentro una grotta esistente nei Gessi di Borgo Rivola. 

Lì era rimasto per molto tempo, forse per anni, insieme alla sua famiglia e ai suoi sudditi. Nel timore si potesse avverare l’infausta previsione, non usciva in sostanza mai dal suo antro. Un giorno però, stanco di quella volontaria clausura, chiese ad un servo di controllare quale tempo facesse all’esterno. La risposta fu tranquillizzante: tutto sereno, salvo un’innocua piccola nuvoletta. Montato a cavallo, Re Tiberio finalmente uscì dalla grotta e cavalcò verso il fiume, inebriato dalla luce del sole e dall’aria profumata dei fiori.  Poco dopo però l’innocua nube cominciò a crescere e diventare grande e scura, fino a coprire il sole. Visto il mutare della situazione, il re girò in fretta il cavallo e si precipitò al galoppo verso l’ingresso della cavità, ma non fece in tempo a entrarvi che l’accecante bagliore di un fulmine, seguito dal fragore cupo del tuono, lo colpì facendolo crollare a terra. Da allora la grotta porta il nome di Tana del Re Tiberio. L’origine di questa leggenda rientra nelle tradizioni popolari della valle faentina e si perde lontana nei tempi. Come quasi sempre accade, i racconti anche se fantastici  nascondono sempre qualche elemento di verità. Infatti l’origine di tale leggenda va ricercata nella storia antica riguardante questa grotta, nella quale affioravano numerosi reperti preistorici, rinvenuti da pastori o da occasionali visitatori (e da falsari di cui parleremo più avanti).

Cava di Monte Tondo
Cava di Monte Tondo

Le ricerche archeologiche
L’imolese Giuseppe Scarabelli (1820 – 1905), famoso geologo, archeologo e politico, viene considerato il fondatore dell’archeologia preistorica italiana, in quanto fu il primo a realizzare uno scavo stratigrafico. Vi furono diversi studiosi che seguirono questa sua metodologia, tra cui Francesco Orsoni, lo scopritore della Grotta del Farneto nel 1871, che effettuò uno scavo stratigrafico nella suddetta cavità preistorica. Fu però lo Scarabelli che, per primo nello stesso 1871, eseguì accurate ricerche archeologiche nella Grotta del Re Tiberio, da cui ricavò un’ingente quantità di reperti in ceramica e altri materiali.  La grotta fu interessata  infatti, come del resto altre cavità emiliane e romagnole, da diverse fasi di frequentazione umana antica.  La prima, la più antica, fu quella databile alla fine dell’Età del Rame (III millennio a.C.), con un utilizzo tipicamente sepolcrale.  Anche nella fase del Bronzo Antico (inizio II millennio a.C.) sono stati rinvenuti alcuni frammenti di ceramiche e un’ascia piatta di rame, oltre a scheletri umani e ad un livello stratigrafico contenente carboni di un focolare. Nella successiva seconda Età del Ferro, nella zona vicino all’ingresso fu realizzato un arcaico (ma efficiente) impianto di raccolta e di deflusso delle acque di stillicidio, scavando delle piccole vasche di raccolta nel gesso.

Bronzi votivi dell ‘età del ferro. Si notino i torques di fattura celtica

 Vi era, accanto alla grotta, anche un’area sacra di età umbra. Questo luogo, divenuto di culto delle acque dalla metà del I millennio a.C., si colloca tra i più importanti della regione. Infatti si ritiene che la raccolta delle acque di stillicidio fungesse da “tramite” per stabilire un contatto con la divinità.

L’utilizzo come santuario non ha mai avuto interruzioni fino all’epoca di Roma Imperiale, in altre parole fino al III sec. d.C. I tecnici romani eseguirono una risistemazione della cavità, livellando il piano di calpestìo, compreso un rimodellamento del sistema di drenaggio. La presenza di moltissimi bronzetti votivi e di centinaia di vasetti miniaturistici, sempre posti vicino alle vasche in cui si raccoglievano le acque, dimostrano una grande affezione cultuale per questo luogo particolare. Nel 2010 gli scavi effettuati dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna, hanno ricostruito l’intero sistema di vaschette votive presenti nella parete presso l’ingresso. Occorre arrivare al Medioevo, tra la fine del XIV e  fino al XV secolo, per ritrovare la Tana del Re Tiberio, questa volta in una veste certamente più profana. Infatti allora la cavità fu utilizzata, a più riprese, da falsari che battevano moneta, il cui materiale, verosimilmente, era ricavato fondendo i bronzetti che ancora si trovavano nel terreno vicino all’entrata. Sono stati scoperti, a tal proposito, residui metallici e monete riuscite male. Forse proprio da questi ultimi ritrovamenti, come accennato all’inizio, è nata la leggenda tra la gente del posto di un fantomatico Re Tiberio.

Visita
Visita

La grotta come Sepolcreto
Per quello che concerne le inumazioni antiche rinvenute in grotta, sono state fatte accurate ricerche. I primi ritrovamenti si devono a Giuseppe Scarabelli e a Giacomo Tassinari a metà del XIX secolo. Gli scheletri furono rinvenuti in una zona non lontana dall’ingresso. Nel1870 lo Scarabelli scoprì, a circa 5metri di profondità, ossa umane appartenute a due individui, rispettivamente di un adulto e di un giovane adolescente. I resti scheletrici erano deposti su uno strato di gesso e ricoperti da un livello di terra con abbondanti resti ceramici, databili all’Età del Bronzo. Negli anni ’70 e ’90 del secolo scorso, grazie alle ricerche del Gruppo Speleologico Faentino e dello Speleo GAM di Mezzano, sono stati rinvenuti nuovi resti umani risalenti al Bronzo Antico (XXIII-XXI sec. a.C.). Si tratta di sei individui adulti di ambo i sessi e di età giovanile. Nel 2004 sono stati individuati altri quattro scheletri maschili e femminili, di età compresa tra i sedici ed i trent’anni. Presente era anche un bambino di appena sei anni e un neonato di pochi mesi. Nel 2010, nella parte più lontana dal corridoio d’ingresso della grotta, sono venuti alla luce altri quattro resti umani di cui uno di età adulta (maschio), un ragazzo di circa 14 /16 anni, un bambino di circa sei anni ed un neonato.  In tutto, finora, sono stati scoperti sedici individui di varia età e sesso. Tuttavia oggi gli archeologi ritengono che il sepolcreto romagnolo fosse di dimensioni maggiori ma, a causa dei lavori della attigua e sottostante cava di gesso, tali escavazioni avrebbero provocato la perdita di numerosi reperti. (da terreincognitemagazine.it)

Per maggiori approfondimenti:

https://www.academia.edu/3616034/Il_sito_archeologico_del_Re_Tiberio

NUOVA VITA PER IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI PIACENZA

APERTURA PREVISTA IL 10 APRILE 2021

Piacenza – Nei sotterranei riqualificati di Palazzo Farnese, all’interno del nuovo allestimento che accoglie la Sezione Romana del Museo Archeologico, l’antica Placentia brilla di una nuova luce.
Suddiviso in quindici sale che accolgono, tra gli oltre mille reperti, anche il celebre Fegato di Piacenza o l’imponente statua panneggiata firmata dallo scultore ateniese Kleoménes, il percorso espositivo, valorizzato dal nuovo allestimento, restituisce alla città il suo volto più prezioso, consentendo al visitatore di ripercorrerne le vicende, dalla fondazione, nel 218 a.C., all’insediamento dei Longobardi nel VI secolo d.C.

Mosaico con cigli e lira, fine I secolo a.C, inizi I secolo d.C | Foto: © C.Vannini

Fegato di Piacenza, prima metà I secolo a.C, Piacenza, Musei Civici di Palazzo Farnese | Foto: © Carlo Vannini

Da sabato 10 aprile si alza il sipario sul nuovo allestimento della sezione archeologica romana dei Musei civici, al centro di un progetto di restauro e rifunzionalizzazione che ha interessato i sotterranei di Palazzo Farnese.
Dal territorio piacentino, prima della colonizzazione romana, alla fondazione, dall’economia al ruolo del Po, dalla vita quotidiana nella città, con i suoi monumenti funerari e le necropoli, alla fine del mondo romano, il nuovo percorso di visita invita a ricostruire la storia della Placentia romana, ammirando alcune chicche imperdibili. Come il “fegato etrusco”, un modello bronzeo di fegato di pecora con iscrizioni etrusche, usato dai sacerdoti aruspici per le divinazioni, o il letto funerario, ricostruito in legno, che faceva parte degli arredi di una tomba. O le antefisse di cultura ellenistico-orientale, ritrovate nel 1947 e nel 2000, che hanno consentito di ricostruire l’apparato ornamentale di un tempio, forse posto nella parte settentrionale di Piacenza colonia romana, e ancora la Sfinge alata che doveva abbellire un monumento funerario a edicola, sicuramente appartenuto a una famiglia importante.

Mosaico con cigni e lira, Piacenza, Musei Civici di Palazzo Farnese I Foto: © Carlo Vannini

Nella sala dedicata alla domus romana brillano i raffinati mosaici pavimentali. Il visitatore vi ritroverà anche una serie di lucerne, contenitori per il trucco, attrezzi per la filatura e la cura della casa e persino una scacchiera del II-III secolo d.C. in terracotta.

Nell’ultimo ambiente, un tremisse in oro – una moneta del tardo impero romano coniata a Piacenza tra il 712 e il 744 durante il regno di Liutprando – è muto testimone del passaggio della città alla dominazione longobarda.

La nuova Sezione Romana del Museo archeologico di Palazzo Farnese, alla quale si accede con il biglietto d’ingresso dei musei, è parte del progetto di Piacenza 2020/21.

Scacchiera in terracotta, II-III sec. d.C. e pedine da gioco in pasta vitrea I-IV sec. d.C., Piacenza, Musei Civici di Palazzo Farnese | Foto: © Carlo Vannini

Articolo originale da: arte.it di SAMANTHA DE MARTIN

Sullo stesso argomento da Artemagazine.it

I visitatori potranno ammirare ben 1200 i reperti, attraverso i quali sarà possibile ripercorrere gli eventi che hanno caratterizzato la storia di Placentia romana, dalla sua fondazione nel 218 a.C. sino all’insediamento dei Longobardi nel VI secolo d.C.

Suddiviso in quindici sale, secondo un’impostazione tematica e didattica, il percorso si apre con un inquadramento territoriale e cronologico dell’epoca, nel quale si dà spazio alla storia delle scoperte e alla metodologia archeologica e si conclude con un video che ripercorre le tappe più significative della storia della città. 

Questi i diversi temi affrontati: le preesistenze nel territorio piacentino prima della colonizzazione romana; la fondazione, la forma urbis e le istituzioni della nuova città romana; l’economia, i commerci, la produzione e il ruolo del fiume Po; l’edilizia residenziale e la vita quotidiana; i culti e gli edifici religiosi; i monumenti funerari e le necropoli; la fine del mondo romano e il passaggio all’alto-medioevo.

All’interno della Sezione Romana si ritrovano alcune eccellenze, come il celebre Fegato di Piacenza o l’imponente statua panneggiata firmata dallo scultore ateniese Kleoménes, entrambe valorizzate dal nuovo allestimento, oltre ad alcuni importanti reperti inediti in grado di restituire il volto della città e di ricostruire la vita nella Placentia romana.

Tra questi uno straordinario letto funerario, ricostruito in legno e con un rivestimento in osso bovino di gusto ellenistico, che faceva parte degli arredi della tomba rinvenuta nella zona di Cantone del Cristo durante gli scavi per la costruzione di un nuovo reparto dell’ospedale Guglielmo da Saliceto e le Antefisse, ovvero gli elementi decorativi finali delle tegole dei templi, di cultura ellenistico-orientale, rinvenute nel 1947 e nel 2000, che hanno permesso di ricostruire l’apparato ornamentale di un tempio, probabilmente posto nella parte settentrionale di Piacenza colonia romana.

Nella sala dedicata alla domus romana si possono ammirare eleganti mosaici pavimentali e oggetti di uso quotidiano, come frammenti di mobilio e lucerne, strumenti per la scrittura, balsamari per unguenti e profumi, contenitori per il trucco e ornamenti personali, attrezzi per la cura della casa, la filatura e la tessitura, resti dei giochi da tavolo, tra cui una scacchiera del II-III secolo d.C. in terracotta.

Anche i monumenti funebri testimoniano con la loro dimensione e la ricchezza degli apparati il rango dei defunti; ad esempio, è esposta una Sfinge alata, elemento decorativo di un monumento funerario a edicola, sicuramente appartenuto a una famiglia eminente.

La sfinge alata di Piacenza

Interessanti anche i reperti dell’ultima sala che testimoniano il passaggio della città alla dominazione longobarda, tra cui un tremisse in oro – moneta del tardo impero romano – coniato a Piacenza tra il 712 e il 744 durante il regno di Liutprando. La nuova Sezione Romana del Museo archeologico di Palazzo Farnese è parte del progetto di Piacenza 2020/21, il calendario di eventi culturali, promosso dal Comune di Piacenza, dalla Fondazione. 

Il progetto di restauro e rifunzionalizzazione dei sotterranei di Palazzo Farnese e l’allestimento della nuova Sezione archeologica romana sono stati possibili grazie ai fondi europei stanziati dalla Regione Emilia-Romagna, a cui il Comune di Piacenza ha aggiunto ulteriori proprie risorse; coordinato da un Comitato Scientifico, il progetto è stato realizzato in stretta e costante sinergia con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza.

LA STATUA DI APOLLO DI CLEOMENES

La scoperta

1938il centro medievale di Piacenza è sconvolto dal “piccone risanatore” del regime, che vuole erigere in perfetto stile razionalista i palazzi dell’Ina e dell’Inps. Nell’agosto, le maestranze, scavando le fondamenta, trovano la metà inferiore di una statua di marmo.. Gli esperti non hanno dubbi. Si tratta di una statua di marmo pentelico, risalente al I secolo avanti Cristo, quando Piacenza, allora Placentia, era il quartier generale di Giulio Cesare. Liberata la scultura dal terriccio, ecco un’altra sensazionale scoperta. È firmata da Cleomene ateniese, uno scultore greco attivo nella Gallia cisalpina, com’era chiamata allora la pianura padana.

SCOPERTA UNA NUOVA TESTA DI STATUA STELE IN LUNIGIANA

Straordinario ritrovamento archeologico in provincia di Massa e Carrara. A Pontremoli, nei pressi del monte Galletto è stata infatti ritrovata una testa di statua stele in ottimo stato di conservazione.

A scoprirla un cittadino di Carrara di origini pontremolesi, Paolo Pigorini, che aveva notato una roccia dalla forma bizzarra, lasciata da un contadino ai margini di un orto insieme a un mucchio di pietre risultati dalla preparazione di un terreno per l’aratura. Pigorini avrebbe raccolto la pietra e, riconosciuto che si trattava della testa di una statua stele, l’ha consegnata al direttore del Museo delle Statue Stele di Pontremoli, Angelo Ghiretti, che ha riconosciuto l’opera come un autentico reperto risalente all’età del rame, e ha avvisato la funzionaria della soprintendenza, Marta Colombo, e il sindaco di Pontremoli, Lucia Baracchini.

Le statue stele sono rarissimi manufatti preistorici e protostorici, tipici della zona della Lunigiana, prodotti in antico dai Liguri Apuani, e raffiguranti personaggi maschili o femminili stilizzati e connotati nel genere dagli oggetti che portano (armi o monili). Le statue risalgono a un periodo compreso tra il III millennio a.C. e il VI secolo a.C. Se ne conoscono in tutto 80 esemplari, classificabili in tre gruppi (A, B e C a seconda della loro forma) e il Museo di Pontremoli è quello che ne conserva di più. La testa appena rinvenuta si può classificare nel gruppo “B”: presenta la testa con la tipica forma della mezza luna e gli occhi e il naso ricavati scavando la pietra con una forma simile a quella di una “U”, altro elemento caratteristico delle statue stele dei gruppi A e B (il fatto che però la testa sia staccata dal tronco la iscrive senza dubbio nel gruppo B). Si tratta di una testa femminile, come si evince dagli orecchini stilizzati che la statua presenta.

L’opera è già stata inserita nel catalogo delle statue stele col numero 85, e secondo Ghiretti risale a circa 5.000 anni fa. Secondo il direttore del museo di Pontremoli si tratta di un ritrovamento insolito perché avvenuto “all’imbocco della gola dell’Annunziata”, dove “si trova l’attraversamento forzato per eccellenza della testata di valle”, ha ricordato Ghiretti in una nota, ovvero un luogo molto perlustrato dagli studiosi alla ricerca di statue stele. Ci sono stati del resto altre scoperte in zona, nel passato: “È il caso dei ritrovamenti di molte Statue Stele: Groppoli sul Geriola, Talavorno sul Mangiola, Pontevecchio sul Bardine, Ponticello sul Caprio, Venelia IV sul Civiglia. Va però precisato che la pista antica non oltrepassava la gola (ciò avverrà frequentemente solo dopo la fondazione della SS. Annunziata nel XV secolo) ma risaliva il fianco Nord di monte Galletto per poi ridiscendere verso la bassa valle dopo aver intercettato sulla sella l’antica percorrenza proveniente da Arzengio. Proprio sulla sella del monte si deve immaginare che esistesse, quasi cinquemila anni fa, un allineamento di statue-stele (di cui l’ultima ritrovata sarebbe, con ogni probabilità, un frammento caduto nel campo sottostante), situazione che ricorda molto da vicino il Santuario di Minucciano col suo valico, cerniera naturale tra Lunigiana e Garfagnana”.

In definitiva, per Ghiretti si tratta di “un altro passo importante sul cammino straordinario delle stele verso la meta, la comprensione del loro significato oggi un po’ meno misterioso”.

Eccezionale scoperta archeologica in Lunigiana: trovata testa di una rara statua-stele
L ‘eccezionale scoperta in Lunigiana

Da finestresullarte: https://www.finestresullarte.info/archeologia/pontremoli-scoperta-testa-di-una-statua-stele

DALLA MEDIOLANUM CELTICA ALLA ROMANIZZAZIONE NEGLI SCAVI DI VIA MONETA

Ciotole dipinte, scodelle, monete, focolari, tracce di strutture edilizie in legno. Gli scavi in via Moneta, accanto alla Banca d’Italia, avviati nel 1986, e trent’anni di studi su quei ritrovamenti confermano i racconti di Tito Livio sulle origini della città, la sua fondazione ad opera dei celti, e vanno molto oltre.

Quegli scavi segnarono l’inizio dell’archeologia urbana. In questi giorni, nelle teche dell’Antiquarium Alda Levi in via De Amicis, sono esposti alcuni di quegli oggetti studiati nel volume «Lo scavo di via Moneta a Milano. Protostoria e romanizzazione», curato dall’ex soprintendente Anna Ceresa Mori e fresco di stampa.

Trent’anni possono sembrare molti, non però quando si parla di archeologia. Allora, scrive Ceresa Mori, «la conoscenza della ceramica protostorica non era ancora abbastanza avanzata da consentire un’ agevole comprensione della stratigrafia alla luce dei dati cronologici forniti dai reperti».

Poco distante da via Moneta, c’è il foro romano, venuto alla luce durante lavori nella Biblioteca Ambrosiana. Nella pancia della Banca d’Italia, all’inizio del ‘900 era già riemersa la zecca romana. Milano fu conquistata dai romani nel 220 a.C.

Ma questi scavi riavvolgono il nastro della storia di altri 400 anni, fino al VI sec. a.C. Forse Alba fu il nome della città prima di chiamarsi Mediolanum. Nel ‘91, durante gli scavi della linea 3, gli esperti rifiutavano di uscire da una visione romanocentrica e non li sfiorava l’idea che Milano ospitasse il centro principale e fortificato (Oppidum) dell’ intera tribù celtica degli Insubri, figurarsi un insediamento minore (Vicus) come raccontano questi oggetti.(da corriere.it)

Da ACADEMIA.EDU I RISULTATI DEGLI SCAVI: