LEPONTI : NUOVE SCOPERTE IN TICINO A GIUBIASCO

Palasio alcune tombe con corredi, mentre 30 sepolture riemergono tra il viale 1814 e via Ferriere: trovati qui anche 4 tumuli, una novità in Ticino.

TRANSPADANA , RAETIA AI TEMPI DI AUGUSTO

Doppia importante scoperta archeologica a Giubiasco: nelle scorse settimane in una grande parcella di terreno situata tra il viale 1814 e la via Ferriere, durante i lavori per una nuova edificazione, sono emerse una trentina di tombe da riferire all’Età del Ferro, risalenti perciò al Sesto-Quinto secolo avanti Cristo. Il terreno – spiega l’Ufficio cantonale dei beni culturali in un comunicato stampa – era occupato da una serie di edifici a carattere industriale, demoliti per lasciare spazio alla costruzione di un palazzo residenziale, nel frattempo quasi giunto a tetto. Ma non è tutto: alcune centinaia di metri verso montagna, in via Rompeda nella zona del Palasio, area conosciuta da decenni dal profilo archeologico, sempre nel corso di un cantiere edile di dimensioni più ridotte sono emerse alcune tombe, pure risalenti all’Età del Ferro. In questo caso una sepoltura conservava un vaso pre-trottola, una ciotola e un bicchiere a calice in ceramica, così come due fibule in ferro, indica a ‘laRegione’ Rossana Cardani Vergani, caposervizio archeologia dell’Ufficio beni culturali, responsabile delle operazioni di scavo, ricerca, catalogazione e conservazione dei reperti. Cardani Vergani ricorda che «grazie alla raccolta dati della Mappa archeologica del Cantone Ticino, lavoro iniziato a fine anni 90, oggi l’Ufficio dei beni culturali è in grado d’inserire nei Piani regolatori (Pr) i cosiddetti Perimetri d’interesse archeologico (Pia)». E come detto la zona del Palasio, con le sue 700 sepolture emerse dagli anni 60 fino a oggi, rientra notoriamente in una di queste aree d’interesse.

Materiali celtici dalla tomba 423 di Giubiasco

‘Potrebbero cambiare la storia di questa grande area sepolcrale’

Lo scavo tra il viale 1814 e via Ferriere è ancora in corso (si concluderà a fine dicembre) e sta riportando alla luce un numero considerevole di sepolture a inumazione e cremazioni singole. Se i corredi che accompagnano le oltre trenta tombe finora scavate sono ricchi e interessanti – indice quindi di una popolazione che le vie di transito hanno reso di ceto alto –, stando al Servizio archeologico la grande sorpresa sta nei quattro grandi tumuli presenti, “una prima assoluta per il Ticino”. Il tumulo rimanda infatti alle famose tombe etrusche, dove una struttura costruita ‘a collina’ racchiudeva sepolture di grande importanza. I tumuli giubiaschesi verranno aperti in sequenza nei prossimi giorni. La tomba principale lo sarà nel corso della presentazione alla stampa in agenda il 28 novembre: “Le aspettative al proposito sono grandi e, se confermate, cambieranno la storia di questa grande area sepolcrale”.

La brocca in bronzo a becco d’anatra trovata nove anni fa

Tornando in via Rompeda, in zona Palasio già nel 2013 era stata scoperta una necropoli, «dalla quale sono state riportate alla luce una trentina di sepolture a inumazione, caratterizzate da ricchi corredi perlopiù maschili da riferire all’Età del Ferro». Un’area nota fin dal 1906, «in quanto (seppur in modo sporadico) nelle vicinanze erano state rinvenute alcune sepolture», precisa Cardani Vergani. Le tombe di via Rompeda sono dunque legate alla Necropoli del Palasio, visto che sono state trovate a pochi metri di distanza da essa. Ricordiamo che uno degli oggetti di maggior pregio riportati alla luce nel 2013, è stata una brocca in bronzo a becco d’anatra: una rielaborazione dei Leponti – popolo stanziato nelle Alpi centrali che alcuni secoli a.C. era presente pure nella zona di Bellinzona, ad Arbedo e, appunto, Giubiasco – di un modello tipico etrusco per servire il vino nei simposi. La brocca è stata esposta una prima volta nella casa comunale di Giubiasco assieme ad altri oggetti ritrovati nella necropoli per alcuni mesi nel 2016; oggi è l’‘oggetto simbolo’ presso il Museo di Montebello.

Tomba 31 Castione Bergamo d’Arbedo

Zone archeologicamente sensibili

Se da un lato il ritrovamento di reperti antichi genera sempre stupore e curiosità, dall’altro può anche provocare alcuni malumori per le ditte che devono parzialmente rallentare il cantiere. Tuttavia, l’istituzione di zone archeologicamente sensibili genera trasparenza: in questo modo le società di costruzione sono a conoscenza che il cantiere potrebbe, molto probabilmente, subire alcuni ritardi, di cui quindi si tiene conto al momento della pianificazione dei lavori. «L’inserimento a Pr dei Pia fa sì che ogni intervento previsto nei terreni che vi fanno parte venga annunciato al Servizio archeologico cantonale, che ha il dovere di preavvisare la domanda di costruzione o la notifica», rileva Cardani Vergani. «Il preavviso (di regola favorevole con condizioni) indica un solo obbligo agli istanti, che in base alla Legge sui beni culturali, sono tenuti a preavvisare per tempo l’inizio dei lavori, in modo che dai primi movimenti di terreno il Servizio sia presente e controlli la possibile presenza di sostanza archeologica».

Dal ritrovamento allo studio, fino all’esposizione, passando dal restauro

Ma concretamente cosa succede quando viene accertata la presenza di reperti archeologici in un cantiere? «Lo scavo meccanico viene interrotto e gli archeologi iniziano il loro intervento manualmente; solo in questo modo infatti la sostanza antropica ancora presente nel terreno viene identificata, rilevata e documentata, così che se ne possa ricostruire l’evoluzione», sottolinea la caposervizio. «Lo scavo scientifico condotto da archeologici permette così di riportare alla luce strutture legate a insediamenti, fortificazioni, luoghi di culto, necropoli, per citare i ritrovamenti più comuni. Accanto ai reperti immobili, l’indagine riconsegna molto spesso grandi quantità di reperti mobili integri o in frammenti: corredi da sepolture, oggetti di uso quotidiano da insediamento, armi da luogo difensivo». Ovviamente il percorso di un reperto archeologico non si ferma dopo il ritrovamento a seguito di uno scavo: in un secondo tempo si procede infatti con «la conservazione, il restauro, lo studio, la valorizzazione e infine l’esposizione».

Tomba 108 Cerinasca d ‘Arbedo

Il Cantone possiede oltre quarantamila reperti mobili

Cardani Vergani precisa poi che «i reperti mobili diventano per legge di proprietà dello Stato, mentre quelli immobili (se non distrutti) rimangono ancorati al terreno e quindi sotto la responsabilità del suo proprietario». In generale in Ticino sono stati mappati «circa tremila siti archeologici» e il Cantone possiede «più di quarantamila reperti mobili». Di questi ne sono stati esposti «unicamente un migliaio. Una minima parte, se si considera la grande ricchezza della collezione archeologica: dai vetri romani (una delle maggiori collezioni a livello europeo), ai numerosi reperti in ceramica, ferro, bronzo, argento e oro, che dal Neolitico ci portano all’alto Medioevo, ai frammenti di dipinti murali del pieno Medioevo».

Collezione destinata a crescere ancora

Una collezione, quella di proprietà dello Stato del Cantone Ticino, che, visti i frequenti nuovi ritrovamenti archeologici, è «destinata a crescere negli anni. Una collezione che tutti auspichiamo sempre di più diventi appannaggio non solo degli specialisti», ma di tutta la popolazione. Articolo di Fabio Barenco tratto da “la regione.ch”

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LA NECROPOLI DI GIUBIASCO

VOLUME 1:

https://www.academia.edu/resource/work/1818129

VOLUME 2:

https://www.academia.edu/resource/work/1818119

VOLUME 3

https://www.academia.edu/resource/work/1818136

I ROMANI SULLE ALPI IN EPOCA PREROMANA

MICHEL TARPIN “LA PENETRAZIONE DEI ROMANI SULLE ALPI PRIMA DI AUGUSTO”

Fin dal libro di Oberziner, più di un secolo fa,1 la conquista delle Alpi da parte di Roma
è stata oggetto di discussioni attorno alla natura dell’imperialismo romano. Nella storiografia, la conquista delle Alpi rimane maggiormente, quando non esclusivamente, opera di Augusto,2 che avrebbe avuto un piano d’insieme nel quadro di una sorta di ‘grand strategy’ di controllo dell’Europa e, per necessaria conseguenza, delle sue vie di comunicazione. La conquista delle Alpi avrebbe avuto come unico – o almeno principale – scopo l’apertura di strade tra l’Italia romanizzata e la Gallia / Germania, così come l’organizzazione dello spazio conquistato nel quadro di un sistema provinciale irrigidito dal Principe.3 Ciononostante, le sue possibili motivazioni non sono al centro di questa comunicazione. Vorrei, al contrario, sottolineare l’importanza delle Alpi prima di Augusto ed approfittare dell’evoluzione recente dell’archeologia per capire il rapporto dei Romani della Repubblica con la catena alpina e i suoi abitanti. Come ben rilevato da S. Martin Kilcher, la nostra visione della ‘romanizzazione’ delle Alpi dipende in modo eccessivo dalla letteratura e dalla propaganda augustea.4 Si sa da tempo che il commercio transalpino era già molto attivo nella prima età del ferro, come dimostrano diverse e a volte spettacolari scoperte, come i grandi vasi di bronzo di Vix o Grächwill, ma anche i graffiti di Montmorot.5 Lo sviluppo delle ricerche sulle «agglomérations ouvertes» della seconda età del ferro ha confermato il vigore del traffico commerciale tra l’Europa del Nord e l’Italia.6 Il ritiro dei ghiacciai e l’archeologia recente hanno messo in luce il ruolo di passi finora giudicati minori.7 Inoltre, i Romani sapevano perfettamente che diversi popoli avevano attraversato le Alpi in massa. Rimane inoltre possibile che diverse città latine abbiano fatto riscorso a mercenari Galli durante il IV sec. a.C.8 Attraverso scambi e migrazioni i Romani avevano probabilmente appreso almeno qualche elemento di geografia e di economia alpina. L’evoluzione rapida dell’archeologia alpina ci permette di riconsiderare

le fonti scritte utilizzate da Oberziner in un senso differente da quello che avevo seguito anch’io anni fa.9 Insomma, se rimane chiara l’esistenza di un discorso letterario convenzionale e ostile alle Alpi,10
è ora possibile esaminare le fonti scritte con un approccio più storico che
letterario, integrando la recente interpretazione politica delle banalità sull’insuperabilità della catena alpina.11 Le fonti geografiche, a guardarle bene, ci trasmettono una visione particolare delle Alpi, piuttosto differente dalla vulgata augustea, anche quando gli autori ripetono questa propaganda. È particolarmente il caso di Strabone, che sembra accettare i discorsi del casus belli augusteo, ma ricorre a fonti repubblicane di buona qualità. Logicamente le Alpi sono descritte alla fine del libro IV (Gallia), prima del libro V (Italia). A seconda delle fonti utilizzate, il geografo riesce a unire l’osservazione critica, abbastanza precisa di Posidonio, e l’ideologia augustea.12
Le
Alpi hanno uno spessore soprattuto etnologico, arricchito a volte di dettagli economici, ma un’ampiezza fisica precisa soltanto a proposito della strada attraverso il territorio dei Voconzii e il regno di Cozio, ossia esattamente 200 stadi.13
Però il geografo ricorda anche, seguendo Polibio, che ci volevano almeno cinque giorni per arrivare in cima (= ai passi).14 Non tralascia
di indicare le città di fondazione indigena, tutte πόλεις, o le strade più importanti. Ma l’elemento più significativo rimane il fatto che, dopo aver detto che la catena alpina era il limite tra Gallia e Italia, Strabone dà una vera consistenza alle Alpi, perché descrivendo la catena da ovest a est, va dal versante gallico al versante italico, per concludere sui popoli stanziati sulle cime, dando corpo al discorso di Polibio sull’identità etnico-linguistica dei due versanti.15 Passa poi ai popoli che si trovano ‘sopra’ Como. Però, questa volta, non ci sono due versanti, ma uno solo, quello dell’Italia. Inoltre parla delle strade alpine soprattuto a proposito di Como e dei popoli che inquadrano la città.16
Como, per lui, è un punto di rottura nella descrizione
della catena. Strabone, scrivendo al tempo di Tiberio e conoscendo l’importanza delle guerre augustee, ignora pure l’elenco dei popoli e sotto-popoli del trofeo della Turbie, o perché non lo conoscesse o perché ne diffidasse. Da Mela non ci si deve aspettare nulla. Non dice niente se non che le Alpi sono il limite di
diverse regioni.17 Plinio, come al solito, descrive prima il litorale e poi l’interno delle singole
regioni augustee, ripetendo a volte gli stessi nomi (fig. 1). Non c’è un capitolo alpino specifico.18
Per la Liguria, alla quale manca Veleia, troviamo due volte i Bagienni e Statielli: sotto il
nome delle loro città e in un capitolo a parte dedicato ai popoli della Liguria meridionale (tra Marsiglia e Veleia).19 A nord, le città della regio XI, Transpadana, sono tutte associate a un nome di popolo secondo un raggruppamento etnico, come si vede bene dal fatto che Bergamo, ad est dell’Adda, è associata a Comum e Forum Licinii, le altre città degli Oromobii. La fonte di questo discorso etnico potrebbe essere Catone, citato appunto a proposito degli Oromobii (III, 17, 124). Plinio

ricorre a formule anomale per i Galli come «Boii condidere, Insubres condidere» che ricordano l’interesse del censore per le origini delle città. Logicamente, anche se è assurdo, Eporedia, che non è registrata come colonia, è «a populo Romano condita», mentre la colonia di Augusta Praetoria è una città dei Salassi… L’associazione tra popoli indigeni e città – sempre con un riferimento a Catone – si presenta in modo differente per la Venezia. L’elenco delle città costiere segue l’uso normale, senza indicazioni di tipo etnico. Per l’interno, invece, Plinio ritorna alla procedura della Transpadana, raggruppando le città per popoli, ma senza mai ricorrere a condere.20
Fa la distinzione tra colonie di fondazione romana (Cremona, Aquileia, Iulia Concordia,21 Tergeste e Pola), senza
indicazione, e città come Brixia e Ateste, legate a popoli indigeni. Questa differenza è interessante perché potrebbe testimoniare l’esistenza di un elenco urbano-etnico, redatto prima della formazione delle colonie di Brixia e Ateste, e che Plinio avrebbe incrociato con la lista augustea. Il panorama delle Alpi è ancora più sconcertante e Plinio non riesce a raggruppare la catena in un capitolo unico. Sembra ignorare l’esistenza delle province alpine. Le Alpi si dividono in due parti. Ad est, nel Noricum, dopo la conclusione sull’Italia, «diis sacra»,22
s’incontrano delle città vere, elencate in ordine quasi circolare, da Celeia a Flavia Solva.23 Sono tutte delle fondazioni imperiali, soprattutto di Claudio. Il resto delle Alpi è maggiormente integrato all’Italia (III, 20, 133-138) e ci ritroviamo i Salassi, ma senza Aosta questa volta.24
Gli Octodurenses e i
Ceutroni sono stranamente di statuto latino, perché Plinio sembra ignorare i due fora creati da Claudio nelle loro valli. In un altro capitolo, dedicato alla Narbonensis, Plinio, dopo la lista delle regiones, elenca diversi nomi di popoli alpini al nominativo, come se fosse passato da una lista ufficiale dell’amministrazione romana ad una fonte di tipo etnologico, il che potrebbe corrispondere a un momento in cui questi popoli non erano ancora sottomessi.25 Claudio Tolomeo è ovviamente più sistematico (fig. 2). La maggior parte delle città è situata sulle grandi strade, in accordo con la Tabula Peutingeriana. Le città sono ordinate in province e poi in comunità etniche. Il confine dell’Italia è a volte indicato, ad esempio a Iulium Carnicum, limite tra Italia e Noricum.26
Ma, nel libro III, 1, 26-43, per l’Italia settentrionale e
l’Istria, la lista è ordinata per popoli. Come Plinio, Tolomeo ha conservato il nome Octodurus (Ἐκτόδουρον) per Forum Claudii Vallensium (II, 12, 5). La scelta etnologica può essere spiegata dal fatto che Tolomeo, come Plinio e Strabone, si serve anche di fonti invecchiate. Però hanno tutti e tre anche delle fonti ufficiali recenti. Secondo l’ipotesi del Van Berchem, il facchinaggio a pagamento riduceva le strade ai nomi dei popoli che ci vivevano.27 Questi tre autori danno poche indicazioni sul limite delle Alpi e sui confini. Plinio, in
particolare, integrava i Salassi, gli Oromobii, una parte dei Reti e i Tarvisani nella descrizione dell’Italia. Tolomeo integra nel capitolo III, 1, corrispondente all’Italia, la parte ligure delle Alpi meridionali, da Nizza a Genova, e poi le città delle Alpi Marittime, delle Alpi Cozie (sola Ocelum) e delle Alpes Graiae….

Cisalpina ed Alpi secondo Plinio

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https://www.academia.edu/resource/work/41551057

GUIDA ALLE TERRE DEGLI ANTICHI VENETI

Un viaggio immaginario alla scoperta del mondo dei Veneti antichi, lungo il I millennio a.C., dalle origini fino al contatto con il mondo romano.

Vengono riuniti centinaia di oggetti emersi dagli scavi archeologici che ci raccontano come viveva questo popolo antico, come costruiva le abitazioni, come si procurava il cibo, come seppelliva i propri defunti, come si rivolgeva alle divinità, come si rapportava ai popoli confinanti e a quelli più lontani con cui entrava in contatto. Vengono inoltre messi in luce aspetti di grande rilevanza culturale: la pratica della scrittura e il suo legame con la realtà del sacro, ma anche la padronanza nella lavorazione del bronzo e la sua traduzione, sul piano dell’espressione artistica, nei repertori decorativi dell’arte delle situle, dove animali fantastici si intrecciano a scene di vita quotidiana, a momenti rituali, a processioni e a teorie di guerrieri.

Grande attenzione è dedicata al cavallo, animale importantissimo nella cultura protostorica: famosi erano già nell’antichità i cavalli dei Veneti decantati dalle fonti letterarie, effigiati su lamine votive, su monumenti funerari, riprodotti sotto forma di bronzetti e, non di rado, sepolti in apposite aree di necropoli e a volte addirittura abbinati, nel viaggio oltremondano, alla persona che di essi si era occupata durante la vita. Un viaggio nel tempo e nello spazio alla riscoperta dei nostri progenitori.

Il Catalogo : https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://iris.unive.it/retrieve/handle/10278/3679958/83857/Venetkens%25201.pdf&ved=2ahUKEwjJoILYnrz7AhWFg_0HHbx6AVAQFnoECBQQAQ&usg=AOvVaw2HUVyJWu7NIW5ekSo0wgj_

ALTRI LINKS:

http://www.archeoveneto.it/portale/?page_id=1471

ALTO GARDA/DOSS PENEDE : DAL BRONZO ATTRAVERSO RETI E ROMANI

La campagna di scavo condotta dall’Università di Trento con la Soprintendenza per i beni culturali e il Comune di Nago Torbole

È l’archeologia delle Alpi, quella che racconta come dalla seconda età del Ferro, che ha inizio alla fine del VI secolo a.C, si passò, nel I secolo a.C. al dominio di Roma. Lo scavo archeologico di Doss Penede (Nago-Torbole, Tn), dell’università di Trento, è un sorprendente incontro di un vasto insediamento retico in un punto dominante tra Alto Garda, valle del Sarca e assi di penetrazione verso nord, nel cuore delle alpi e poi nell’Europa settentrionale. Ora ci sono i ruderi del castello medievale (XII secolo), ma sicuramente già nell’età del Ferro la sommità era occupata. Quel che è certo è che, nella collina sottostante, in un punto panoramico mozzafiato, ora occupato dalla boscaglia, una serie di terrazzamenti formavano un insediamento piuttosto imponente, sia sotto Roma, sia in precedenza, quando questi erano i territori dei Reti.

Il mondo retico, nella sua parte meridionale, è caratterizzato, dal punto di di vista archeologico, dalla cosiddetta Cultura di Fritzens-Sanzeno, ben riconoscibile per alcune tipologie materiali, ceramiche a strisce, fibule, ma soprattutto la tipologia abitativa, la casa retica, che a Doss Penede non manca. Poi arrivano i Romani. In questa parte del mondo retico sembra che il loro insediamento avvenga lentamente, con un assorbimento della cultura della potenza mediterranea da parte delle popolazioni locali. Con la campagna di Druso, del 15 a.C. in altre aree retiche andò diversamente. (Da Archaeoreporter Angelo Cimarosti)

Doss Penede

L’ultima campagna di scavo condotta dall’università di Trento con la soprintendenza per i beni culturali della provincia di Trento e il comune di Nago Torbole nel sito archeologico di Doss Penede ha permesso di portare alla luce nuovi rinvenimenti che vanno dall’Età del bronzo alla seconda Età del ferro, fino al periodo romano. L’area – informa una nota – era conosciuta già a partire dagli anni Novanta, ma è divenuta oggetto di indagine solo a fine 2018

Quello che abbiamo scoperto finora ci permette di ipotizzare che l’insediamento non sia nato come iniziativa spontanea di una comunità locale, ma piuttosto come progetto organico, frutto di un’iniziativa pubblica, probabilmente legata alla città di Brixia (Brescia)”, spiega Emanuele Vaccaro, ordinario di Archeologia classica all’Università di Trento e responsabile scientifico dello scavo. “Doss Penede – prosegue il docente – conosce tre grandi periodi di occupazione: la prima, più antica, risale all’Età del bronzo, tra la metà del 14/o secolo a.C. e il secolo successivo. Il sito si caratterizza poi per un’espansione significativa nella seconda Età del ferro, quando il territorio altogardesano era abitato dalle popolazioni retiche. L’ultima grande occupazione si colloca tra la romanizzazione e la tarda età imperiale, all’incirca tra la metà del 1/o secolo a.C. e gli inizi del 4/o secolo d.C”.


    I risultati della campagna 2022 hanno permesso di circoscrivere il sito a più di tre ettari, occupati capillarmente. “È un luogo estremamente importante nell’ambito della ricerca archeologica del Trentino, in primo luogo per l’estensione, ma anche per lo stato di conservazione stupefacente e per il ruolo particolare di questo luogo rispetto alle testimonianze emerse finora nell’Alto Garda. Le prospettive di ricerca sono davvero importanti, soprattutto considerando che fino ad ora è stata indagata una minima parte dell’area”, aggiunge Cristina Bassi, archeologa della Soprintendenza per i beni culturali.


    La campagna di scavo 2022, che coinvolge anche studenti dell’università di Trento, Ferrara, Modena, Reggio Emilia e Verona, si fermerà nei prossimi giorni per la consueta pausa invernale. (ANSA).

LINK:

https://www.researchgate.net/publication/344953664_Il_sito_preromano_e_romano_del_Doss_Penede_Nago-Torbole_TN_la_campagna_di_scavo_2019

MARCHI CELTICI SULLE SPADE LATENIANE DI MILANO

Da sagittabarbarica.org

L’uso di imprimere marchi sulle lame delle spade è attestato prevalentemente in Svizzera, da cui proviene la stragrande maggioranza dei ritrovamenti. Diversi marchi sono conosciuti anche in Germania meridionale, Ungheria e Slovenia, altrove si hanno testimonianze molto più sporadiche.

Anche se comunemente classificati come marchi di fabbrica, in realtà sembra che il loro significato fosse di carattere talismanico e apotropaico. Prevalentemente si trovano rappresentazioni di maschere umane inserite in una mezzaluna e cinghiali, rappresentati come di consuetudine nell’arte celta, con le setole del dorso irsute.
In alcuni casi, tra le zampe del cinghiale sono collocate tre palline, forse a rappresentare, in modo stilizzato, un triskel, in altri casi, come ad esempio sul punzone della spada di Magenta, tra le zampe vi è un simbolo circolare, il quale potrebbe essere un simbolo solare.
Il cinghiale era uno degli animali di culto per eccellenza tra i Celti, simboleggiava la forza, la virilità, la guerra e spesso lo si ritrova raffigurato sia su monete, spade e suppellettili vari.
Le spade di Magenta, sono quindi un prodotto di artigianato celta, inconfondibile, attribuibile certamente agli Insubri, inoltre dimostrano l’esistenza di strettissimi contatti con l’altopiano elvetico, con i Leponti, da cui potrebbero anche provenire tramite gli scambi commerciali.

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Lama di spada con punzonatura raffigurante un cinghiale (ingrandito nel particolare) e fodero di spada con decorazione incisa raffigurante un triskel, da Magenta (Mi), 250-175 a.C.

Catena sistema di sospensura porta spada, in ferro, da Magenta (Mi), 250-175 a.C.
Un esemplare del tutto simile è stato rinvenuto in una sepoltura con armi, datata anch’essa tra il 250-200 a.C. a Malnate (Va)

Raffigurazione di cinghiale, da una moneta coniata dalla tridù degli Osismii, celti stanziati in Gallia, nelle terre dell’attuale Bretagna.
Si noti la similitudine con la raffigurazione sulla spada di Magenta.

Da persee.fr

MARCHI DELLE SPADE LA TENE AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI MILANO

Articolo di Marco Tizzoni

https://www.persee.fr/doc/ecelt_0373-1928_1984_num_21_1_1756

LE CAVIGLIERE DEI CELTI INSUBRI.

GLI ANELLI DA CAVIGLIA O CAVIGLIERE SONO UN ORNAMENTO TIPICAMENTE FEMMINILE DIFFUSO NEL TERRITORIO INSUBRE E IN QUELLO CELTICO TRANSALPINO SOPRATTUTTO CENTRO-ORIENTALE.

In primo piano cavigliere insubri-Castello Sforzesco Milano Museo Archeologico  III sec a.C
Cavigliere Insubri -a sinistra-del museo archeologico di Milano – Castello Sforzesco

Tra numerosi materiali di ornamento   tipici della cultura insubre e non solo , una categoria di ornamenti personali si distingue per qualità e quantità: si tratta delle cosiddette “CAVIGLIERE AD OVOLI”. I contesti confermano che questi elementi, la cui popolarità raggiunge l’apice nel mondo celtico nel III secolo d.C., erano di esclusivo appannaggio femminile.

A sinistra cavigliere Insubri . Museo A.Levi Milano
Cavigliere ad ovuli Insubri dal museo di Arona

La diffusione disomogenea nel territori gallici fa presumere l’adozione selettiva di anelli da caviglia nel costume femminile solo da parte di alcune tribù, stanziate a macchia di leopardo” nelle aree della Moravia e delle limitrofe regioni dell’Europa centro- orientale, nella Champagne francese e, in Italia settentrionale, nel comprensorio Insubre, tra Sesia e Oglio.

Cavigliera ad ovuli dal territorio Orobico III sec a.C.-museo archeologico Bergano

Per lo studio del dettagli costruttivi e dei modi di indossare le cavigliere, talvolta abbinate anche ad analoghi bracciali sempre portati in coppia, la necropoli di Dormelletto, scavata e indagata con grande puntualità scientifica, è di grande importanza, poiché, a eccezione di essa, tutti gli anelli ad ovoli noti dal territorio insubre sono di provenienza sporadica o da collezione, e non se ne conoscono le precise circostanze di rinvenimento.

Cavigliere ad ovuli dal territorio elvetico. Da catalogo I Celti Bombiani

I resti di materia organica trovati aderenti ad alcuni esemplari di Dormelletto hanno permesso di ricostruire che gli anelli, muniti di un sistema di apertura a cerniera, venivano fissati anche con l’ausilio di cordicelle di lana e servivano a stringere calzari che si sviluppavano ad avvolgere la caviglia, assolvendo a una duplice funzione pratica e ornamentale.

Al centro donna insubre- museo archeologico di Lecco
Donne celtiche dal gruppo storico ” Insubria Gaesata”
Cavigliera ad ovuli in bronzo provenienza insubre III sec a.C. area milanese.

LINK:

lL COSTUME DEGLI ANELLI DA CAVIGLIA AD OVOLI CAVI IN ETÀ LATENIANA.

Rielaborazione da articolo originale di NICOLA BIANCA FABRY

Il mondo celtico è stato sempre attratto dai gioielli e dai monili.

L ‘uso degli anelli in coppia sul braccio o sulle caviglie caratterizza la parure femminile ha una origine antica nel mondo celtico Mentre altri tipi di gioielli quali il torquis (collare), l’armilla, il bracciale omerale e l’anello digitale rientrano anche nella sfera maschile, l’utilizzo di cavigliere appare invece solo esclusivamente nel mondo femminile.

Le cavigliere seguono una propria vera evoluzione tipologica un po’ come avviene per tutti gli oggetti di moda .

Nella fase piú antica LT B2 si riscontra l’introduzione di un tipo a serie di piccoli ovoli cavi (da 14 a 18 ovoli). La progressiva evoluzione tipologica   è dimostrato da forme intermedie ibride, articolate da costolature massicce, con ovoli cavi( es c tomba 5 di Kuřim in Moravia e alcuni dell’Alta Baviera pubblicati da W. Krimer.)

Anelli da caviglia da Klettham -Baviera III sec a.C

Lo studioso R.Gephart , basandosi su reperti centroeuropei (provenienti da Moravia Boemia Baviera meridionale e Svizzera ) riconosce come  indicatore cronologico proprio la  riduzione del numero degli ovuli cavi.

Le cavigliere  con più di 10 ovoli compaiono nella fase LT B2a.

Quelli con meno di 10 caratterizzano la fase LT B2b/ C la

I tipi con meno di 5 e quelli con 3 o 4 ovoll ipertrofici- detti forme tarde – sono presenti nel LT C1. 

Tale fenomeno è presente anche sulle armille .Va specificato che sul numero degli ovoli cavi influisce anche la destinazione per cui un’armilla può presentare un numero minore di ovali rispetto a quelli presenti sulle cavigliere dello stesso contesto funerario.

Anelli da caviglia/cavigliere Insubri da Milano Bettola III sec a.C. Milano Civiche raccolte Archeologiche castello Sforzesco .foto da I Celti – Bompiani

La diffusione di questa moda nel mondo celtico ha probabilmente seguito due modalità.

Nel primo caso si assiste ad una moda importata senza l’arrivo di nuovi gruppi etnici. .

Nel secondo caso, si tratta della diffusione del costume attraverso migrazioni ed immigrazioni la mobilità degli individui. Nell’Italia del nord o nel caso emblematico del La Champagne studiato da V. Kruta, non si assiste soltanto all’arrivo di una nuova forma ornamentale ad anelli, ma prima di tutto ad un nuovo costume-l’utilizzo di anelli in coppia sulle caviglie che segnala i movimenti o la migrazione di gruppi allogeni.

Per quanto riguarda l’area italiana, gli anelli da caviglia ad ovoli cavi si possono dividere in

A) tipi d’importazione transalpina , con una particolare concentrazione a Marzabotto( che evidenzia legami con l’area boema-morava attorno alla metà del III secolo a.C).

B) tipo ibrido (s stipe Baratella ad Este) che nella distribuzione e decorazione plastica degli ovoli mostra elementi padani ad elementi transalpini

C) forme locali, distribuite prevalentemente nell’area transpadana occidentale, riferibile ai Galli Insubri. I due tipi (“Bettola” e “Lodi Vecchio”). rispetto agli esemplari transalpini, presentano la particolarità di utilizzare una notevole quantità di metallo e inoltre ovoli allungati e un “doppio ovolo”, normalmente diviso da due solcature verticali

Questa tipologia “insubre” che non corrisponde alla sequenza evolutiva transalpina , conta 12 ovali nonostante faccia parte di contesti del LT C l

Nella necropoli di Dormelletto sembrerebbe possibile che l’utlizzo degli anelli da caviglia rifletta caratteri regionali. Le diversità di forma potrebbero essere espressione di una ulteriore articolazione sociale o locale .

Purtroppo, eccetto necropoli di Dormelletto e ritrovamenti sporadici, in Padania non sono documentati altri complessi funerari utili per un confronto preciso ad ampio raggio.

Gli anelli da caviglia ad ovoli cavi del tipo insubre hanno comunque similitudini in terre lontane: nell’area del Medio Reno / Mosella, Paesi Bassi, dove, ad esempio, nella tomba isolata di Koningsbosch, datata alla seconda metà del III secolo a.C., la coppia di anelli da caviglia presenta forma allungata e un maggior numero di ovoli cavi.

Articolo originale:

https://www.academia.edu/resource/work/2185618

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https://www.academia.edu/resource/work/29925609

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ANELLI DA CAVIGLIA DEI GALLI BOI articolo di Heidi Geschwind

Cavigliere dei Boi diffusione in Cispadana e centroeuropa

Cavigliere a Marzabotto: Marzabotto (prov. Bologna/I) è uno dei siti archeologici più importanti per la ricerca sulla mobilità delle donne celtiche. Dal 19° secolo sono stati trovati e studiati sei ‘Hohlbuckelringe’ (cavigliere con emisferi cavi/anelli nodosi) non decorati. Questo tipo di gioielleria nasce nel medio periodo di La Tène nell’Europa centrale, dove alcune varianti si svilupparono in diverse regioni. Per gli studi sulle cavigliere di Marzabotto si può ipotizzare un’influenza celtica in LT B2 in Emilia -Romagna, che ha le sue origini nell’area della Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca. Per la prima volta a Marzabotto, i gioielli da donna La Tène sono al centro del dibattito sulla provenienza.

Articolo qui sotto:

Heidi_Geschwind_78-97.pdf

AVENTICUM SULLE TRACCE DEGLI ANTICHI ELVEZI.

Da swissinfo.ch

Aventicum rispetto ad ELVEZI, TIGURINI, LEPONZI E CISALPINI

Importanti scavi archeologici ad Avenches hanno rivelato qualcosa di più sugli Elvezi che popolavano l’Altipiano svizzero prima della conquista romana. Una collezione di manufatti presentati per la prima volta mette in discussione l’immagine che il pubblico ha generalmente dei popoli celtici dell’Età del Ferro.

Moneta celtica dei Sequani

Il passato romano di Avenches, nel Cantone di Vaud, ex capitale dell’Elvezia romana, era già noto. Tuttavia, dal 2014, dopo l’inizio dei lavori per ampliare un quartiere, gli archeologi e le archeologhe hanno effettuato scavi in diversi settori che hanno rivelato numerosi resti del I e II secolo a.C., cioè prima della colonizzazione romana della regione.

Tipici ornamenti in vetro di fattura celtica

Dalla fine di settembre, questi reperti sono presentati in una mostra temporanea presso il Museo romano di Avenches. Intitolata “Avenches la Gauloise”, l’esposizione rimarrà aperta fino al 1° ottobre 2023.

Oggetti di uso quotidiano

L’antica civiltà celtica ha lasciato poche tracce. Falegnami di talento, i celti hanno costruito edifici in legno, che sono però scomparsi. Nemmeno i reperti scritti sono numerosi: la loro civiltà era essenzialmente orale e la scrittura ha iniziato ad essere impiegata solo in epoca tardiva e principalmente per questioni amministrative.

“I Celti sono i cugini poveri della storia svizzera”, afferma Denis Genequand, direttore del sito e del Museo romano di Avenches. Storicamente, sappiamo molto poco di loro. Ci basiamo principalmente sui dati archeologici, molti dei quali sono relativamente recenti. Per molto tempo, per questo periodo celtico, ci siamo basati su fonti greche o romane che ci hanno dato una visione piuttosto parziale e distorta della realtà”.

In questo contesto, le scoperte archeologiche effettuate ad Avenches sono importanti per avere una migliore comprensione di questo periodo. Ma non bisogna aspettarsi oggetti spettacolari. “Abbiamo scavato una parte abitata della città, non un luogo di culto o una tomba, spiega l’archeologo Hugo Amoroso. Di conseguenza, non abbiamo trovato oggetti di prestigio, ma oggetti di uso quotidiano, resti, rifiuti. Ma ci dicono molto sullo stile di vita dell’epoca”.

Questi rinvenimenti dimostrano innanzitutto che l’antica capitale romana esisteva già prima della civiltà romana. “I grandi scavi effettuati a partire dal 2014 ci hanno permesso di scoprire strutture e oggetti che indicano l’esistenza di un vero e proprio agglomerato con un preciso ruolo politico ed economico. Si tratta di un completo cambiamento di paradigma, poiché si pensava che Avenches fosse una creazione romana ex nihilo risalente al 15 a.C.”, afferma con entusiasmo Denis Genequand.

Molto lontano da Asterix e Obelix

Le narrazioni nazionali del XIX secolo hanno fatto dei Galli e degli Elvezi i rispettivi antenati della Francia e della Svizzera, sebbene questi Paesi siano stati costruiti essenzialmente sull’eredità romana e poi germanica. Dell’eredità celtica rimane poco: circa 150 parole francesi, spesso legate all’agricoltura e all’artigianato (chêne – quercia, cheval – cavallo, alouette – allodola, javelot – giavellotto, ruche – alveare, caillou – sasso, boue – fango…), nomi di luoghi (Yverdon, Moudon, Chandon) e qualche invenzione (la cervogia, antenata della birra, la botte, la falce…).

Sperone celtico

Per molto tempo, la visione dei Galli che veniva trasmessa era quella di irsuti guerrieri che vivevano in capanne nella foresta e passavano il tempo a combattere e a cacciare cinghiali per nutrirsi. Questa immagine è stata ampiamente diffusa al grande pubblico attraverso i fumetti e poi attraverso i film delle avventure di Asterix il Gallo.

Anello in ferro di provenienza mediterranea

Le scoperte fatte ad Avenches non corrispondono affatto a questa immagine. “Gli scavi testimoniano un artigianato avanzato e un’agricoltura altamente efficiente, spiega Hugo Amoroso. Possiamo notare che la maggior parte della carne consumata proveniva dall’allevamento e non dalla caccia. Gli oggetti rinvenuti dimostrano anche l’esistenza di un commercio internazionale con l’importazione di materie prime per l’artigianato locale, ad esempio il vetro dal Vicino Oriente per la produzione di gioielli, e di prodotti alimentari come vino e datteri per il consumo di un’élite locale”.

Statua di epoca Gallo-romana. Donna con torques

Tra le ossa trovate, nemmeno un cinghiale! Alla faccia di Obelix. Per contro, altri resti animali mostrano che gli Elvezi mangiavano cavalli e cani, pratiche odiate dai Romani.

Tuttavia, i resti archeologici non fanno molta luce sulle pratiche funerarie e di culto dell’epoca. Sono stati rinvenuti urne funerarie e lo scheletro di un cane in posizione sacrificale, ma non è chiaro come gli abitanti celtici di Avenches immaginassero l’aldilà.

Città di pianura

L’archeologia sta mettendo in discussione anche la visione che si aveva finora degli insediamenti celtici sull’Altopiano svizzero. “Siamo nel mezzo di un progressivo cambiamento di paradigma”, sottolinea Denis Genequand. Il modello affermatosi negli anni Settanta era quello di un insediamento in piccoli agglomerati fortificati su alture (oppida). Ma il caso di Avenches e altri scavi a Vufflens-la-Ville, sempre nel Canton Vaud, dimostrano che in pianura esistevano grandi agglomerati che possono essere considerati città”.

Quando ritengono di essere ormai pronti per la partenza, incendiano tutte le loro città, una dozzina, i loro villaggi, circa quattrocento, e le singole case private che ancora restavano”.

Giulio CesareEnd of insertion

Nel suo De bello Gallico, Giulio Cesare racconta che gli Elvezi bruciarono i loro oppida e i loro villaggi prima di migrare in Gallia, dove furono battuti dall’esercito romano a Bibracte e poi costretti a tornare a casa. “Ma non ci sono prove a sostegno di questa storia, afferma Hugo Amoroso. Non abbiamo trovato alcuna traccia di grandi incendi in quel periodo. È più probabile che solo una parte della popolazione sia andata in esilio, ma che il resto sia rimasta sul posto”.

Ulteriori scavi ad Avenches miglioreranno certamente la nostra conoscenza degli Elvezi. Ma quale sarebbe il ritrovamento da sogno degli archeologi e delle archeologhe? “Un carnyx [strumento musicale gallico] completo, risponde Hugo Amoroso, ridendo. Ma questa è solo una battuta tra archeologi. Più seriamente, sarebbe davvero interessante scoprire i resti di un bastione in pianura. Ciò consentirebbe di smontare un po’ di più le teorie sugli insediamenti fortificati in altura”.Contenuto esterno

Traduzione di Daniele Mariani

DAGLI ELVEZI AI ROMANI.

Da aventicum.org

La città romana di Aventicum è nata all’inizio della nostra era. La sua popolazione è stimata in 20.000 persone nel I secolo d.C. J.-C.

Dalla fine dell’antichità, la città servì da cava, ma numerosi monumenti testimoniano ancora la sua passata grandezza.

La fondazione della città di Aventicum è probabilmente legata al tentativo fallito di migrare da parte degli Elvezi nel 58 aC e al loro forzato ritorno al punto di partenza. Il nome della città deriva da quello della dea protettrice celtica Aventia. Aventicum era la capitale degli Elvezi.

Non si sa nulla di preciso sulla data di fondazione della città. Negli ultimi anni nel sito sono stati più volte portati alla luce resti del tardo periodo celtico ( I secolo aC), in particolare sepolture e fosse a sud-ovest dei futuri quartieri della città.

Più a sud, esiste nella seconda metà del I secolo a.C. un oppidum (habitat alto). dC sulla vicina collina di Bois-de-Châtel.

Al più tardi intorno al 5/6 apr. J.-C., è attestato un insediamento portuale sul lago di Murten, mentre in città, è allestita una rete di strade ortogonali, caratteristica delle città romane. Più di 60 rioni così delimitati (lat. insulae ) sono disposti fino al II sec . La città ha un foro (piazza pubblica), diversi stabilimenti balneari (terme) e almeno otto templi. I cimiteri sono allestiti alle varie uscite dalla città.

La pietra da costruzione proviene principalmente dalla sponda giurassiana del lago di Neuchâtel. Grandi aree della città sono caratterizzate da un sottosuolo molto umido. Di conseguenza, i costruttori sono regolarmente obbligati a garantire la stabilità delle fondamenta impiantando prima pali di quercia nel terreno.

Questi legni sono stati spesso conservati e oggi possono essere datati con precisione grazie alla dendrocronologia (metodo di datazione basato sulla misurazione degli anelli di accrescimento del legno)

Aventicum, all’epoca probabilmente chiamato Forum Tiberii, conobbe il suo primo “periodo d’oro” negli anni 30-50 d.C. J.-C., sotto il regno degli imperatori Tiberio e Claudio. Testimone in particolare un gruppo scultoreo più grande del vero che rappresenta i membri della famiglia imperiale, che adorna il foro della città.

Nel 71/72 d.C. dC, l’imperatore Vespasiano, il cui padre e figli trascorsero parte della loro vita ad Aventicum, elevò la città al rango di colonia con il nome di Colonia Pia Flavia Constans Emerita Helvetiorum Foederata.

In questo momento iniziò la costruzione di un muro perimetrale lungo 5,5 km, che circondava un’area di 228 ettari. Poco dopo vennero costruiti anche il teatro, l’anfiteatro e il santuario del Cigognier, tre edifici caratteristici dell’architettura pubblica romana.

Ritratto di Vespasiano

L’imperatore Vespasiano

Lontana dai confini dell’Impero, lontana dalle crisi politiche regionali, Avenches conobbe un lungo periodo di prosperità fino all’inizio del III secolo . Se le incursioni degli Alemanni del 275 d.C. J.-C. sembra aver causato ingenti danni, le attività comunali sono ancora segnalate nel IV secolo , in particolare i lavori di fortificazione intorno al teatro.

La popolazione di Aventicum è probabilmente in gran parte composta da Helvetii. Le élite di questo popolo hanno indubbiamente mantenuto il loro status e sono loro che per prime ottengono la cittadinanza romana. Questi notabili sono quindi congiuntamente garanti della penetrazione della cultura romana e di una certa stabilità politica.

L’anfiteatro romano di Aventicum

L’interesse per i resti archeologici della città romana di Avenches nasce nel XVI secolo . Alcuni scavi archeologici furono effettuati a partire dal XVIII secolo , ma una vera e propria esplorazione sistematica iniziò solo con la costituzione dell’Associazione Pro Aventico nel 1885. Nel 1824 fu creato il Museo Romano.

Dal 1838 occupa la torre medievale costruita nell’XI secolo sui resti dell’anfiteatro romano.

Fino al VI secolo Avenches fu sede vescovile. Nel VII secolo apparve un nuovo toponimo, Wibili , che in seguito divenne Wiflisburg.

Dal piccolo stabilimento fondato nel 753 aC. J.-C., Roma costituisce nello spazio di otto secoli un Impero “mondiale”. Intorno al 300 a.C. J. – C., il dominio dell’Italia è completato. Intorno al 50 a.C. aC, vengono assorbite gran parte dell’Europa, del Vicino Oriente e del Nord Africa. La data del 117 d.C. dC segna la massima estensione dell’Impero. Settori significativi dei territori conquistati erano ora protetti dai popoli vicini da una cortina di fortificazioni posta ai loro confini ( limes ).

La presa di Roma sui territori conquistati poggia su cinque pilastri: un esercito potente, una legislazione omogenea, un’amministrazione comune, una moneta unica e una lingua ufficiale, anzi due, il latino in Occidente e il greco in Oriente.

Nel corso del III secolo, un deterioramento del clima, nonché una serie di crisi economiche e politiche segnano l’inizio di un declino, che porterà nell’anno 476 allo scoppio dell’Impero Romano.

La civiltà romana rimarrà comunque molto viva in Europa per quasi un millennio. Il latino rimase la lingua comune degli studiosi fino al XVI secolo. Il diritto romano funge anche da base per molte legislazioni attuali. Inoltre, il calendario romano, con qualche lieve accorgimento, è ancora in uso oggi.

La Svizzera in epoca romana

Questo non è più tardi del 15 a.C. J.-C. che il territorio dell’attuale Svizzera è annesso all’Impero Romano. Cinque diverse province si dividono queste terre: i Grigioni e gran parte della Svizzera orientale sono annessi alla Rezia, il Ticino e le valli grigionesi a sud delle Alpi appartengono all’Italia, il Vallese alle province alpine e Ginevra alla Gallia. L’altopiano, tra il Giura e le Alpi (territorio degli Elvezi) e la regione di Basilea (paese dei Raurachi) furono prima annessi alla Gallia belga, poi all’Alta Germania.

acquerello agosto

Augusta Raurica (Augst)Disegno Markus Schaub, Augst

Importanti assi di traffico sud-nord (la strada del Gran San Bernardo e quelle dei passi grigionesi) nonché un asse principale ovest-est attraverso l’altopiano) attraversano l’attuale territorio svizzero. Ci sono anche corsi d’acqua, in questo caso la rotta del Reno verso il Mare del Nord dai laghi di Neuchâtel e Morat, e quella del Mediterraneo, attraverso il Lago di Ginevra e il Rodano. Questi diversi assi sono utilizzati per il movimento delle truppe, il trasporto di persone nonché per gli scambi commerciali a breve e lunga distanza.

Nel I secolo una legione – 6.000 soldati più truppe ausiliarie – era di stanza nel campo di Vindonissa (Windisch, canton Argovia).

L’habitat sotto forma di città è quindi una novità. Si trovano a Nyon (Colonia Iulia Equestris), Augst (Augusta Raurica), Martigny (Octodurus / Forum Claudii Vallensium) e Avenches (Aventicum). Da queste città dipendono altri agglomerati più modesti, mentre una moltitudine di insediamenti rurali completano il paesaggio.

Pavimento musivo di Domus romana di Aventicum

Un’altra innovazione legata alla conquista romana, l’uso della muratura. Dapprima riservato ai monumenti pubblici, questo metodo di costruzione andrà via via ad imporsi nell’architettura privata, nelle aree urbane come in quella di campagna.

Il fondamento dell’economia regionale rimane soprattutto l’agricoltura. Tuttavia, diversi settori dell’attività artigianale si sono sviluppati parallelamente, raggiungendo talvolta una scala industriale. L’integrazione in una vasta rete commerciale permette anche l’importazione di molti prodotti fino ad ora sconosciuti, come, ad esempio, nel registro delle derrate alimentari, olio d’oliva, salse di pesce, datteri o ostriche

Altre INFO:

https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/012281/

https://www.romanoimpero.com/2018/04/aventicum-svizzera.html

AI FATI ED ALLE FATE DI CASTEL TOBLINO

Frammenti di storie di vite antiche

Da riflesso.info

È il più celebre dei castelli del Trentino. Deve la sua fama alla singolare posizione e al bellissimo ambiente che lo circonda. Attraversato il ponte che divide il Lago di S. Massenza da quello di Toblino, la Valle del Sarca si apre ariosa verso il Lago di Garda. Quasi a custodire questo orizzonte, emerge dal lago il Castello di Toblino, arroccato su di una piccola penisola.

Frammento di affresco proveniente dalla villa romana di Sirmione

Lo spettacolo è suggestivo, specie nelle giornate autunnali quando i colori più caldi rafforzano il sapore romantico di questa zona che assieme all’alone di mistero emanato dal vecchio maniero immerso in un verde parco, afferrano i sentimenti dei turisti, specialmente quelli che per la prima volta giungono in questi luoghi. La valle gode di un clima mite grazie all’effetto benefico del Lago di Garda. Ecco allora il castello circondato da essenze arboree mediterranee come il leccio, l’olivo, il terebinto. Il castello deve la sua notorietà alla bellezza dell’ambiente e alle numerose leggende che esso ha suscitato. Circa 2.000 anni fa si pensava fosse abitato dalle fate e a loro, nel corso del III secolo, fu dedicata la costruzione di un tempietto, di cui abbiamo notizia grazie ad una piccola lapide murata nel portico del maniero. Si tratta di una testimonianza esclusiva che l’archeologo Paolo Orsi non ha esitato a definire “unica nel suo genere nella realtà epigrafica romana”. Con il passare del tempo, il tempio, avvolto nella sua aurea magica e religiosa, venne trasformato in una roccaforte di notevole importanza militare e strategica.

 CIL V, 5005; Inscr.It. X.5 nr. 1098; PACI 2000, pp. 455; 464-465.

Località di rinvenimento e caratteristiche: ( da http://alpiantiche.unitn.it/epig_dett.asp)

Trovata a Castel Toblino; attualmente è murata nel portico d’ingresso del castello Iscrizione sacra su lastra in calcare. Databile all’inizio del III secolo d. C.

Testo originale: Fatis Fata[bus] / Druinus M(arci) No[ni] / Arri Muciani c(onsulis) [opp. c(larissimi viri)?] / actor praedioru[m] / Tublinat(ium), tegurium / a solo inpendio suo fe/cit et in tutela eius / sestertios n(ummos) CC conlustrio / fundi Vettiani dedit.

Traduzione italiana:”Ai Fati e alle Fate. Druino, (schiavo) del console [dell’illustrissimo?] Marco Nonio Arrio Muciano, amministratore delle tenute di Toblino, eresse a sue spese dalle fondamenta un tempietto e per il suo mantenimento offrì duecento sesterzi in occasione della cerimonia di purificazione del podere di Vezzano

Nota esplicativa:L’iscrizione rivela l’antichità quasi bimillenaria degli insediamenti e dei toponimi di Toblino e di Vezzano, e vi attesta la presenza del culto dei Fati e delle Fate, divinità legate al mondo naturale e tutelari delle nascite, forse di origine celtica. Il dedicante, uno schiavo evidentemente benestante che portava il nome celtico di Druino, amministrava le tenute di Toblino appartenenti a un importante personaggio di ricca famiglia bresciana, Marco Nonio Arrio Muciano, che fu console nel 201 d. C. Druino aveva fatto costruire a sue spese un piccolo tempio (tegurium indicherebbe un’edicola sorretta da quattro colonne) e aveva stanziato una discreta somma, per finanziarne la manutenzione e le attività di culto. Fra queste ricadeva evidentemente anche la cerimonia annuale di purificazione (conlustrio) del podere di Vezzano, dove forse l’edificio sacro era stato costruito.

I CELTI NEL TERRITORIO CREMONESE. LE ULTIME SCOPERTE

Riassunto. I ritrovamenti di epoca celtica nel territorio dell’attuale provincia di Cremona, nella media valle del Po, sono piuttosto rari. Le informazioni sui vecchi ritrovamenti di cui disponiamo si limitano spesso a brevi e sommarie notizie edite sulle storie locali, prive delle riproduzioni graiche e fotograiche dei materiali rinvenuti, talvolta senza precisa collocazione topograica. A queste si sono aggiunte negli ultimi anni nuove scoperte : la tomba isolata di guerriero rinvenuta a Romanengo (seconda metà III secolo a.C.), e la piccola necropoli di Isengo (ine II-prima metà del I secolo a.C.), indagate con metodo stratigraico, consentono di accrescere le nostre conoscenze su un territorio considerato zona cuscinetto tra il mondo insubre e cenomane.

ROMANENGO -LA SPADA CELTICA

ROMANENGO CORREDO CELTICO

DA ACADEMIA.EDU

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Dalla preistoria all’età del ferro:

IL RIPOSTIGLIO DI RIVOLTA D’ADDA

Il ripostiglio fu scoperto a Rivolta d’Adda (CR) nell’aprile del 1975 nel corso di lavori
edili per la realizzazione di un muretto, a circa mezzo metro di profondità. L’operaio addetto allo scavo, accortosi della presenza di un oggetto grossomodo sferico, temendo che fosse un residuo bellico, ruppe il contenitore ceramico rivelando la presenza di un ammasso confuso di piccoli oggetti metallici (fig. 1). Raccolto tutto, se lo portò a casa. La pulizia di uno dei pezzi rivelò la portata del rinvenimento1. Le modalità del tutto casuali di scoperta non consentono di sapere se il tesoretto mone-
tale fosse stato occultato in prossimità di un abitato. Il ripostiglio, a seguito della dispersione di un numero imprecisato di pezzi, apparentemente non molto consistente, è attualmente composto da 115 dracme padane (tav. I).

Nella pubblicazione del complesso a opera di Ermanno Arslan2 si evidenzia la presenza
di tre tipi diversi di dracme, indicati con il numero corrispondente della tipologia proposta dallo stesso Arslan3: XVI (87 esemplari, 75,65%), XVII (27 esemplari, 23,47%) e X (1 esemplare, 0,87%). Sulla base di questa composizione, l’Arslan ipotizza una formazione del ripostiglio fra terzo e quarto venticinquennio del II secolo a.C., arco cronologico che appare compatibile con la tipologia del contenitore, un vaso a trottola, mancante della bocca, inquadrabile nella fase finale del LTC2. L’attribuzione ipotetica dei tipi XVI e XVII, ovvero della quasi totalità del ripostiglio, alle popolazioni residenti fra Piemonte orientale e Lombardia occidentale induce a ipotizzare che il gruzzolo si sia formato in quest’area e che, per ragioni imprecisabili, sia poi stato trasportato più ad oriente dove probabilmente sarà stata aggiunta la dracma del tipo X, assegnata a zecca cenomane.


Allo stato attuale delle conoscenze appare pressoché impossibile comprendere le ragioni di questo spostamento, come pure dell’occultamento e del successivo mancato recupero del gruzzolo monetale. La possibile testimonianza della mobilità di persone da occidente a oriente risulta, comunque, interessante per comprendere le dinamiche del popolamento in Lombardia nella seconda metà del II secolo a.C. ( da Grazia Facchinetti)

LEPONTI : I CELTI DELLE ALPI TRA COMO E TICINO

Tratto dal depliant della mostra ” LEPONTI TRA MITO E REALTÀ”Locarno anno 2000

Particolare della testa del toro in cui si può osservare al cura nella resa dei dettagli Ticino, Giubiasco(?). Tomba 262 – IV sec. a.C

La riscoperta dell’importanza e dell’esatta localizzazione della popolazione alpina dei Leponti è un’acquisizione della moderna archeologia protostorica.

Scarse e brevi sono infatti le notizie le notizie delle fonti letterarie antiche greche e romane, e non anteriori alla metà circa del II sec. a.C. quando Catone il Censore, a proposito delle tribù dell’area alpina e subalpina, ci informa che «i Leponti e i Salassi sono di stirpe taurisca», notizia ripresa oltre due secoli dopo da Plinio il Vecchio. Quest’ultimo riferisce inoltre una curiosa interpretazione del nome dei Leponti basata su una falsa etimologia greca: questo popolo sarebbe stato così chiamato perché «discendente dai compagni di Ercole abbandonati li per aver avuto le membra congelate durante il passaggio delle Alpi» (in greco, infatti, il verbo ‘abbando- nare’ suona ‘leipein’). Plinio aggiunge poi che la popolazione «leponzia» degli Uberi è stanziata presso le sorgenti del Rodano.

Da Strabone e da Giulio Cesare (I sec. a.C.) si desume infine qualche indizio sulla nozione dell’ampiezza in senso sud-nord del territorio dei Leponti. Il primo afferma che al di sopra di Como, posta alla base delle Alpi, abitano da un lato Reti e Vennoni, rivolti ad oriente, dall’altro Leponti, Tridentini e gli Stoni, e un gran numero di popoli che occupavano un tempo l’Italia», mentre il secondo osserva che il Reno nasce nel paese dei Leponti che abitano sulle Alpi.

La documentazione archeologica ha dimostrato come i Leponti facessero parte di un più ampio raggruppamento culturale, denominato civiltà di Golasecca, comprendente anche altre popolazioni, come quelle stanziate nella regione di Milano (Insubri) e fra Como e Bergamo (Orobi). Esse svolsero un ruolo importantissimo di intermediari negli scambi commerciali dal VII agli inizi del IV secolo a.C. tra Etruschi e Celti transalpini. Le invasioni galliche del 338 a.C. posero fine a questi fiorenti commerci tra mondo mediterraneo ed Europa centrale.

I Leponti, popolazione alpina della civiltà di Golasecca, continuarono a mante nere a lungo le proprie tradizioni culturali, ma ben presto subirono dapprima l’influenza della nuova civiltà di La Tène, introdotta nella pianura padana dai Celti (Galli) invasori, e in seguito quella romana di età tardo repubblicana.

Territorio dei Leponti e degli altri popoli della civiltà di Golasecca

Nonostante le profonde trasformazioni determinate da questi processi di acculturazione, ancora in età romana imperiale si manifestano nella regione dei Leponti tratti peculiari e autonomi.

I TRAFFICI ED IL COMMERCIO

Nelle civiltà antiche il vasellame metallico rappresentò sempre un prodotto di lusso utilizzato dalle classi sociali superiori: nei servizi per bere durante fe ste e banchetti; durante riti; come og getto di corredo nelle tombe più ricche. Lo studio analitico dei corredi funerari con vasellame bronzeo di importazio ne etrusca ha evidenziato che esso ve niva apparentemente deposto quasi esclusivamente nelle tombe di uomini. Un sicuro caso di corredo femminile con una Schnabelkanne è quello della tomba 1 di Pazzallo presso Lugano.”

Nell’ambito della cultura di Golasecca tra VIII e IV sec. a.C. si conoscono almeno duecentocinquanta vasi di metallo. La documentazione archeologica proviene per quattro quinti dalle necropoli di sole quattro aree: dintorni di Como, Golasecca, dintorni di Bellinzona, Castaneda, con un graduale spostamento nella frequenza dei rinvenimenti dall’area lombarda (VIII-VI sec.a.C.) a quella leponzia (a partire dal V sec. a.C. e, in modo quasi esclusivo, per tutto il IV), per motivi in parte dovuti all’effettivo declino di alcuni centri (comprensorio di Golasecca), in parte alle lacune della ricerca (dintorni di Como), in parte ai mutamenti intervenuti nel 388 a.C. con le invasioni galliche della pianura padana. 20% circa del vasellame bronzeo rinvenuto nel territorio della cultura di Golasecca è importato dall’Etruria. Si tratta di recipienti che nel mondo mediterraneo fanno parte del servizio per la preparazione e la consumazione del vino durante il simposio: sono attesta te soprattutto Schnabelkannen (brocche a becco per mescere), ma anche situle stamnoidi (contenitori per liquidi), kyathoi (piccole brocchette per at tingere), colini e bacili.

Nell’ambito della cultura di Golasecca e localizzabile uno dei più importanti centri di fabbricazione di vasi in lamina bronzea della prima età del Ferro: qui, tra Vill e IV sec. a.C., si conoscono almeno 250 recipienti metallici. Ad eccezione di un discreto nucleo che risulta importato dall’Etruria, essi appartengono nella grande maggioranza (80% circa) a produzioni di officine locali atti ve tra l’inizio del VII e il IV sec. a.C. localizzabili dapprima nei pressi di Gola secca e di Como e quindi anche nei dintorni di Bellinzona. Alcuni di questi prodotti, come le ciste a cordoni di tipo ticinese e le situle di tipo renano-ticine se, venivano anche esportati oltralpe. nell’ambito dei commerci tra mondo mediterraneo e mondo celtico transalpino che seguivano una rotta principale attraverso i valichi controllati dalle genti della cultura di Golasecca.

L ‘AMBRA 

L’ambra è una resina fossile, secreta da conifere vissute per lo più nel Terziario (più di cinquanta milioni di anni fa) e oggi estinte. Essa si rinviene principalmente in giacimenti che formavano un tempo il fondale di lagune o foci fluviali: rami e tronchi caduti fluitati con la corrente dei fiumi verso il mare sono stati in tempi lunghissimi ricoperti dai sedimenti e la loro resina si è trasformata in ambra. I giacimenti d’ambra terziaria nel mondo non sono molto numerosi. In Europa se ne contano soltanto tre: in Sicilia, presso Catania; nei Carpazi rumeni; e il vastissimo deposito sulle rive del Mar Baltico.

Tazza in legno usata per attingere .

Grazie al sofisticato metodo di analisi della spettroscopia di assorbimento dell’infrarosso è possibile riconoscere la composizione dell’ambra, che è caratteristica per ogni singolo giacimento, e determinarne cosi la provenienza. L’ambra dei Leponti, esclusivamente di origine baltica, è testimoniata da più di tremilacinquecento oggetti per un pe so complessivo di circa 6,5 kg (grandi perle infilate in orecchini a forma di staffa o a cerchio; elementi decorativi dell’arco di fibule; vaghi di collane; se paratori di collane; pendagli) che ne fanno forse il maggior complesso noto di ambre preistoriche. L’enorme quantità di ambra presente in territorio leponzio, soprattutto tra VI e IV sec. a.C. testimonia una volta di più l’importante ruolo di passaggio di flussi commerciali svolto da questa regione e pone il problema, attualmente in corso di studio, di comprendere se essa vi sia giunta come merce di scambio diretta mente dalle regioni transalpine o dal Caput Adriae attraverso la via padana.

L’ABBIGLIAMENTO

Come si vestivano uomini e le donne nel Ticino-Insubria della prima e seconda etá del Ferro

Nell VI -V secolo a.C. le donne indossavano un abito fissato sulle spalle da fibule, sotto quale veniva portata una tunica . In vita portavano cinture chiuse con placche di lamina bronzea di forma foliata o con fermagli quadrangolari . Indossavano, inoltre, orecchini con perle d’ambra, collari in bronzo, bracciali collane con vaghi d’ambra e di vetro ed anche con pendagli o bronzo.

L’abbigliamento maschile doveva essere più sobrio; gli uomini utilizzavano fibule ad arco serpeggiante, più raramente e solo nelle fasi  piú  antiche spl loni, sia di ferro che di bronzo, e ferma in ferro, Al fianco è probabile che portassero un coltello, sempre di ferro. Nella seconda meta del V secolo si introducono anche presso i Leponti ele menti caratteristici della civita celtica di La Tene, dapprima nel costume maschile e gradualmente in quello femminile , che rimane più a lungo legato alla tradizione golasecchiana, come per esempio ganci a traforo in bronzo e in ferro Le fibule La Tene sostituiscono poco a poco i tipi precedenti che dalla metà del III secolo scompaiono definitivamente .

La descrizione dell’ abbigliamento maschile  delle popolazioni celtiche da parte delle fonti classiche, potrebbe almeno in parte valere anche ser popolazioni lepontiche del Ticino durante  la seconda eta del Ferro: -vestono con abiti stravaganti dele tuniche   colorate dove si mescolano tutti  i colori e dei pantaloni che chiamano braghe. Vi agganciano sopra de saii rigati di stoffa, a pelo lungo d’inverno e liscia d’estate, a fitti quadrettini di tutte le gradazioni (Diodoro Siculo, Biblioteca storica, V, 28-30), cosí come il  gusto, definito smodato per gli ornamenti: portano dei gioielli d’oro, catene intorno al collo, anelli attorno alle braccia e ai polsi (Strabone Geograha, N. 4, 51 )Al fianco era sospesa una lunga spada, che poteva avere ina impugnatura e puntale decorati con in crestazioni di smalto o corallo.

LE ARMI

I Rinvenimenti di armi nella quasi totalita da corredi funerari, indicano con chiarezza che i Leponti non svilupparono un armamento originale, ma si ispirarono  all’equipaggiamento di altre popolazioni, in parte utilizzando elementi importati in parte producendone imitazioni.

Durante la prima eta del Ferro nell ‘area della cultura di Golasecca, dove le armi si rinvengono solo nelle più ricche tombe dell’elite guerriera, si rivela un complesso intreccio di influssi dalle regioni in transalpine nord-occidentali e dal mondo etrusco e piceno.

Verso la meta del VI sec. viene rielaborato localmente a partire da un modello i del Piceno  un tipo  di elmo a calotte con borchie e gola, documentato da pochi esemplari . Particolare importanza assume nel V sec. l ‘ elmo tipo Negau caratteristico elemento dell armamento da difesa etrusco: in ambito golasecchiano ne sono testimoniali sia esemplari importati sia imitazioni locali.

Molto precocemente avverte anche influsso della nuova cultura La Tene, le cua tipiche lunghe spade in ferro con fodero con puntale trilobato compaiono in Canton Ticino nella seconda meta del V secolo a.C. Appartengono a questa tradizione anche elmi  in ferro anziche in bronzo come era invece di uso comune nel mondo mediterraneo . Nel corso del III- II sec. a.C. il numero delle tombe di guerriero cresce vertiginosamente nelle necropoli leponzie sia in Ticino che nella Val d’Ossola . Durante il I secolo a.C. si fa evidente l’influsso dell’equipaggiamento de legionari romani nella spada corta e dotata di fodero in legno con bande metalliche, simile  al gladius, e in esemplari  isolati di pugnali ed elmi

Dopo L annessione del territorio leponzio  all’impero romano cessa definitivamente l’uso di deporre armi nelle tombe.

LA LINGUA E L’ALFABETO

Nel 1817 fu ritrovata a Davesco una stele funeraria con due figure antropo- morfe che racchiudevano un’iscrizione ciascuna in un alfabeto ancora scono sciuto. Da allora sono state scoperte altre iscrizioni simili su pietra, una doz- zina nel Sottoceneri ed altre ancora nella zona di Como, a Vergiate, e in alcune località della provincia di Novara. Brevi iscrizioni graffite un alfabeto molto simile si notarono anche tra le ceramiche che si scoprivano nelle necropoli della zona di Como e, più numerose, in quelle di Ornavasso, di Solduno, di Giubiasco, e nell’abitato protostorico dei dintorni di Como.

Oggi possediamo un patrimonio relati vamente ampio di iscrizioni riferibili al territorio delle popolazioni della civiltà di Golasecca (Leponti, Orobi e Insubri), databili da fine Vil-inizi VI sec, a.C. al Bronzo. I sec. a.C. e che permettono di rico- struire le vicende linguistiche preromane di quest’area.

L’alfabeto in cui sono redatte fu deno- minato nordetrusco nel 1853 da Theo dor Mommsen e di Lugano- (termine utilizzato ancor oggi) da Carl Pauli nel 1885. Inoltre, il Pauli defini leponzio.

la lingua di queste iscrizioni, afferman done l’appartenenza alla famiglia delle lingue celtiche, fatto che venne defini tivamente dimostrato solo nel 1971 da Michel Lejeune.

Stele di Davesco. Slania figlia di Verkos Kuimitros, Valauna figlio Ranienos, insieme a tanti altri loro contemporanei, hanno parlato. Tocca ora a noi prestare loro l’attenzione La stele di Davesco, conservata al Museo Retico di Coira. (© Rätisches Museum Chur)

Nell’alfabeto leponzio, si riconosce oggi un’evoluzione in due fasi: la più antica è databile al VI, V e parte del IV sec. a.C., la più recente dalla fine del IV fino a tutto il I sec. a.C. L’accertamento della datazione delle prime iscrizioni le ponzie al VI e al V sec. a.C. è di notevole importanza poiché dimostra che nell’area della cultura di Golasecca era parlata una lingua celtica ben prima delle invasioni galliche dell’Italia setten trionale (388 a.C.) e quindi che la celticità delle popolazioni di tale area si è formata in un’epoca molto antica, risalendo probabilmente fino all’età del bronzo.

Le iscrizioni leponzie appartengono, allo stato attuale delle conoscenze, a poche categorie: dediche votive; epitaffi sepolcrali su stele di pietra; marchi di proprietà graffiti sulle ceramiche; legende monetali; cui si aggiunge un caso isolato di serie alfabetica parziale.

LA MONETAZIONE

La moneta appare pressoché assente nell’area leponzia fino al II- inizi del Isec. a.C. quando, in tutto l’attuale Cantone Ticino, sono attestate numerosissime monete celtico-padane, sia in ripostigli che in corredi funerari, mentre risulta assente la moneta romana medio e tardo-repubblicana.

Celti. Gallia Cisalpina, Leponzi. Dracma, imitazione del tipo massaliota, II sec. a.C. D/ Testa di Artemide a destra. R/ Toutiopouos in caratteri leponzi e , leone stilizzato gradiente a destra. Cf. Pautasso, Pl. LIII, 273 ff. AG. g. 2.06 mm. 16.00 RR. SPL.

Tale territorio per il quale si possono escludere emissioni locali-era quindi estraneo alle correnti di traffico che impiegavano moneta romana e importava unicamente moneta argentea padana, utilizzandola sporadicamente in tomba o raccogliendola in complessi forse di natura votiva e creati da un accumulo di singole offerte protrattosi nel tempo. Simili modalità di formazione, a carattere rituale e votivo e non economico né di tesaurizzazione, possono spiegare sia la coesistenza di monete emes se anche a distanza di molti decenni che non possono aver circolato insieme, sia la selezione degli esemplari con l’esclusione della moneta romana. L’area si sarebbe quindi mantenuta a lungo in una cultura premonetaria, nella quale il circolante, proveniente tutto dalle zecche celtiche della pianura padana, non supportava ancora forme di economia avanzata, alla quale invece avevano ormai accesso le popolazioni oltre il confine. Nel territorio del Basso Toce, invece, dove erano stanziate gen ti pagate dai Romani per proteggere i confini, le monete sono quasi tutte ro mane, con pochi esemplari celtico-padani.

E forse solo nel sec. a.C., a ridosso delle guerre alpine di Augusto e quindi dell’integrazione nel territorio controllato direttamente da Roma, che tra i Leponti penetra una prima cultura monetaria, con una spiccata preferenza per le ultime emissioni insubri, con legenda rikoi, che vengono ritrovate anche isolate.

Analoga cultura monetaria, non sappiamo però se più legata alla pratica della deposizione votiva o alla funzione commerciale, si sviluppava nello stesso periodo nel Vallese, tra Veragri, dove però si giunse a coniazioni locali di imitazione.

Dopo l’annessione del territorio leponzio tra il 24 e il 15 a.C., come per le altre valli -pacificate dalle armi romane, l’integrazione nella cultura italico-romana avvenne in termini accelerati, certo favorita dalla riapertura dei traffici attraverso i passi alpini, con la riattivazione sicura di molti percorsi prima controllati dalle popolazioni alpine. Il territorio dell’attuale Canton Ticino entrò allora nella cultura monetaria della pianura, come dimostrano gli scavi di Muralto-Park Hotel, dove la monetazione augustea è molto ben rappresentata ed è invece assente la moneta celtico-padana.

Link sulle dracme padane di area lepontica:

https://www.academia.edu/resource/work/15033110

https://rolandomirkobordin.jimdofree.com/catalogazione-delle-monete-dei-celti-padani/insubri-leponzi-pirakos/

LA ROMANIZZAZIONE

Il contatto fra la popolazione lepontica ed i Romani avviene in modo graduale a seguito dell’espansione romana nella pianura padana nel Il secolo a.C. In questo periodo è presumibile che anche i Leponti siano stati indirettamente o di rettamente in contatto con i Romani impegnati negli scontri con gli Insubri ei Comensi. D’altro canto contatti commerciali e culturali con gruppi stanziati nella pianura padana, che vengono progressivamente integrati nel sistema amministrativo ed economico romano, proseguono senza interruzione anche nel Il e nel I secolo a.C.

Vetri di epoca romana dal territorio dei Leponti

Nella seconda metà del I secolo a.C. nel corredi tombali del Cantone Ticino si nota una maggiore presenza di materiali di tipo romano (ceramiche, bronzi, monete) che rivelano l’intensificarsi dei rapporti. Le tappe più importanti di questo processo sono: nel 59 a.C.la fondazione da parte di Cesare di una colonia di veterani a Como (Novum Comum); – nel 42 a.C. l’unione giuridica e amministrativa della Cisalpina al resto dell’Italia;

  • dal 35 al 15 a.C. le campagne militari di Augusto, volte a sottomettere le popolazioni alpine per assicurare, fra l’altro, i transiti commerciali e mi litari attraverso le Alpi.

Anche parte dei territori dell’odierno Cantone Ticino vengono integrati nella Regio XI Transpadana; in base alle po che testimonianze epigrafiche si può desumere che il Sottoceneri è assegnato amministrativamente al municipio di Como, il Locarnese verosimilmente a quello di Milano, mentre i territori più settentrionali fanno parte del la provincia della Rezia.

In Ticino sono molto scarse le tracce di abitati della fine del I secolo a.C.: in questo periodo viene fondato il villaggio (vicus) di Muralto, che funge da testa di ponte dei commerci provenienti dalla pianura padana tramite la via d’acqua Po’ Ticino Verbano e diretti a nord; Muralto diviene così il centro d’irradiazione della cultura romana nella regione. Sulla collina di Castel Grande a Bellinzona doveva esistere probabilmente una postazione di guardia, mentre villaggi sparsi nel Sottoceneri sono finora sconosciuti.

LA ROMANITÀ SI AFFERMA

A partire dagli inizi del I secolo d.C. l’in flusso della cultura romana diventa predominante nei modi di vita e nei costumi della popolazione lepotica.

Il processo di trasformazione, testimoniato soprattutto dagli oggetti che vengono deposti nelle tombe come corredo funerario, si afferma però in modo più lento nelle valli alpine rispetto alla pianura lombarda; all’interno del terri torio ticinese si nota inoltre che gli influssi esterni vengono adottati più velocemente e in modo più completo nei piccoli centri, come a Muralto, rispetto alla periferia e alle valli.

Nelle necropoli legate vicus di Muralto i ceti più alti della popolazione, rappresentati dalle famiglie che erano state a capo delle comunità celtiche dell’età del Ferro, ostentano la propria ricchezza e la propria posizione di potere locale tramite la costruzione di tombe a camera (a inumazione) con piccoli monumenti funerari di tipo ro mano e corredi particolarmente ricchi. La cremazione, diffusa nel Sottoceneri, più direttamente in contatto con il centro di Como, è invece molto limita ta nelle necropoli del Sopraceneri, a riprova del perdurare anche in epoca romana di differenziazioni locali già presenti durante l’età del Ferro.

Gli insediamenti noti nel Sottoceneri sono rappresentati da resti di ville rurali, a cui dovevano essere legati appezzamenti non molto estesi di terreno coltivabile, e gravitavano nella sfera di influenza di Como; pure attestata è la pesca, come a Melano. A Bioggio é stato rinvenuto l’unico tempio di tipo ro mano di tutto il territorio cantonale, da tato al Il secolo d.C.. un piccolo edifi cio su podio, dedicato a Giove, come indica l’iscrizione sull’ara ivi rinvenuta. La piccola necropoli di Roveredo, nella valle Mesolcina, presenta gli elementi della Romanità peculiari del Soprace neri, dove nel I secolo d.C. persistono elementi di tradizione lepontica sia nel l’abbigliamento che nel rito funerario accanto ad importazioni di gusto romano,

IL TEMPIO DI ROLDO

https://www.ossolanews.it/2021/05/02/leggi-notizia/argomenti/la-storia-intorno-a-noi-1/articolo/il-tempio-lepontico-di-roldo-eredita-pagana-in-val-dossola.html

Ricostruzione del tempio Gallo-romano di Roldo in Val D’ Ossola.
Attuali resti del tempio di Roldo

LINK:

LA NECROPOLI DI GIUBIASCO :https://www.academia.edu/resource/work/1818136

https://www.academia.edu/resource/work/34763280

https://archeologiagalliacisalpina.wordpress.com/category/leponti/

https://www.archeologica.ch/pubblicazioni

https://www.azione.ch/societa/dettaglio/articolo/lalfabeto-di-lugano.html