LIGURI APUANI: ARCHEOLOGIA E STORIA DI UN POPOLO

In questo volume l’Autore ha voluto riordinare, in maniera organica, i dati forniti dai numerosissimi contributi scientifici che sono stati prodotti sulla storia del primo millennio a.C. in Lunigiana (province della Spezia e Massa Carrara), Garfagnana e Versilia (parte centro-settentrionale della provincia di Lucca).
Grazie all’esame di ogni singolo sito archeologico e a una coerente lettura in chiave storica, Ligures apuani si propone come punto di riferimento, fino ad oggi mancante, per lo studio del popolamento preromano dell’area. Il volume non vuole però essere solo uno strumento di lavoro per gli studiosi, ma si rivolge anche ad appassionati, curiosi e cultori del passato (locali e non) per fornire loro risposte scientifiche sull’argomento.

Indice
La Liguria Apuana: un territorio caratterizzato da una forte unitarietà dalla preistoria ad oggi
L’unitarietà e i confini del territorio apuano preromano
evidenziati dall’archeologia moderna
La storia del territorio ligure apuano attraverso i dati archeologici
I Liguri nella letteratura e nella storiografia antica
Schede relative ai siti archeologici preromani della Liguria Apuana
Legenda della carta archeologica della Liguria Apuana tra Bronzo recente-finale ed età imperiale
Appendice. Montramito ed il confine lunense-pisano in epoca romana
Ringraziamenti
Bibliografia
Indice dei luoghi

Nota sull’Autore
Michele Armanini è da sempre appassionato allo studio dell’area apuo-spezzino-lunigianese e garfagnino-versiliese, nella quale vive e dove si diramano le radici della sua famiglia.
Si laurea in Storia antica presso l’Università di Pisa nel 2006, con una tesi sui Liguri apuani, che si aggiudica il premio speciale degli storici lunigianesi al Premio Lunigiana Storica. Membro dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri e dell’Istituto Storico Lucchese, collabora con università e istituti di ricerca, conduce inchieste e interviste sul campo ed è autore di diversi articoli storico-archeologici e linguistico-etnografici.

E’ POSSIBILE CONSULTARE ON LINE UNA PARTE DELL’OPERA AL SEGUENTE INDIRIZZO :

IL PARCO ARCHEOLOGICO FIAVE’ -CARERA

Un affascinante viaggio nel tempo, un tuffo nel passato per immergersi nell’atmosfera del villaggio palafitticolo di Fiavé e sperimentare la vita dei nostri antenati dell’età del Bronzo. Tra il lago di Garda e le Dolomiti di Brenta, a Fiavé, nelle Valli Giudicarie, dove un tempo si estendeva l’antico lago Carera e sorgevano gli abitati palafitticoli, oggi si trova il nuovo Parco Archeo Natura, visitabile dal 27 giugno in un contesto ambientale di grande valore.

Un percorso di scoperta e conoscenza nello scenario suggestivo della riserva naturale di Fiavé-Carera, a poche decine di metri dall’area archeologica dove sono tuttora visibili i resti dei pali che sorreggevano le costruzioni preistoriche. Una zona di grande interesse storico e naturalistico sulla quale insistono tre riconoscimenti UNESCO.

Fiavé è una delle 111 località, insieme a Ledro, che costituiscono il sito dedicato alle palafitte preistoriche dell’arco alpino, entrate nel 2011 a far parte della lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità. Inoltre, il territorio delle Giudicarie è stato riconosciuto Riserva della Biosfera UNESCO, senza dimenticare le vicine Dolomiti di Brenta anch’esse dichiarate Patrimonio dell’Umanità.

Il Parco Archeo Natura e l’area archeologica assieme al Museo delle Palafitte, situato in un antico edificio rurale nell’abitato di Fiavé, costituiscono un vero e proprio polo archeologico, ricco di sorprese per i visitatori di ogni età. Un invito all’avventura e all’esplorazione del passato lungo un percorso coinvolgente con installazioni che illustrano la vita ai tempi delle palafitte, pannelli informativi, un centro visitatori con filmati e apparati multimediali, aree di sosta e spazi dedicati alle famiglie e ai più piccoli.

Nel corso dell’estate il Parco e il Museo delle Palafitte offrono un fitto e interessante programma di attività predisposto dai Servizi Educativi dell’Ufficio beni archeologici con visite partecipate, giornate di archeologia dimostrativa, laboratori didattici al teatro e ancora incontri con gli archeologi, letture animate, spettacoli e mostre.( DA CULTURA.TRENTINO.IT)

  

Vedi come raggiungere l’area archeologica e il Parco Archeo Natura: Mappa dal Museo al Parco.pdf 4,34 MB

  

Vedi la mappa del Parco Archeo Natura: Parco Archeo Natura Fiavé_mappa.pdf 10,85 MB

  

Vedi il programma delle attività dell’estate al Parco Archeo Natura e al Museo delle Palafitte di Fiavé: Archeologia estate_Fiavé_2021.pdf 34,07 MB

  

Vedi tutti gli appuntamenti con l’archeologia dell’estate 2021: Archeologia estate 2021.pdf 30,96 MB

  

Vedi il calendario e prenota le attività al Parco Archeo Natura e al Museo delle Palafitte di Fiavé

 

TRE PUNTE DI LANCIA CELTICHE SCOPERTE A MONTERENZIO

Monte Bibele, la montagna dove convissero Etruschi e Celti | TerreIncognite  Magazine

Il territorio appenninico ha ancora tanti segreti da rivelare. Monterenzio, che lo scorso Natale ha vissuto la bella storia a lieto fine del soldato americano, oggi ultra 90enne, Martin Adler, è ancora al centro dell’attenzione per una notizia positiva. Proprio accanto a quella che fu una trincea della 85ª divisione americana, quella dove Adler ebbe il principale accampamento, un cittadino ha trovato un tesoro celtico datato intorno al V-IV secolo avanti Cristo. Il destino ha voluto che il ritrovamento fortuito di tre punte di lancia di epoca celtica si sia verificato a Monterenzio vecchia grazie a Costantino Babini, appassionato locale di ricerche storiche. Le tre punte di lancia di epoca celtica, forse emerse grazie a smottamenti di terreni ed escavazioni, sono state immediatamente consegnate da Babini ai carabinieri di Monterenzio e in seguito sono state consegnate al museo Archeologico etrusco-celtico Fantini che le custodirà.

Museo Civico Archeologico L. Fantini - musei, gallerie a Monterenzio -  Appennino Bolognese

“Questo ennesimo ritrovamento, proprio nel luogo del principale accampamento del veterano Martin Adler che lo scorso natale ha ritrovato i tre fratelli Bruno, Mafalda e Giuliana Naldi fotografati nell’ottobre 1944, si ricollega incredibilmente alla storia narrata proprio nel libro scritto da Matteo Incerti – dichiara il direttore del museo Fantini, Antonio Gottarelli –. Gran parte dei tesori etrusco-celtici rinvenuti tra Monterenzio vecchia e Monte Bibele sono affiorati grazie a smottamenti dovuti ai crateri delle esplosioni della Seconda guerra mondiale e operazioni di sminamento post-belliche. Queste tre punte di lancia, che ora arricchiranno il nostro museo, potrebbero far parte di una tomba oppure essere una traccia di quell’abitato che da tempo cerchiamo”. A parlare di questa preziosa scoperta è lo stesso Babini: “Stavo passeggiando come mio solito in queste zone già conosciute. Sul bordo di una trincea americana ho notato tre punte metalliche. Una volta estratte ne ho subito capito il valore”. Le sue parole vengono sottolineate anche dall’amministrazione comunale: “L’amministrazione ringrazia Babini per il senso civico dimostrato e si rallegra per questo ulteriore tesoro a disposizione dei visitatori del nostro museo”.

Costantino Babini mostra le tre punte di lancia che ha trovato

DA IL RESTO DEL CARLINO articolo di Zoe Pederzini

ACCAMPAMENTO ROMANO REPUBBLICANO VICINO A TRIESTE

Vaste e complesse strutture di difesa, che svelano nuove conoscenze sull’architettura militare romana di II e I secolo a.C., sono state riportate alla luce durante una campagna di scavi condotta sul colle di San Rocco a San Dorligo della Valle (Trieste), sotto la direzione di Federico Bernardini del Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam e del Venice Centre for Digital and Public Humanities dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, in collaborazione con Università di Trieste, Istituto di Archeologia dell’Accademia Slovena di Scienze ed Arti e Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio del Friuli Venezia Giulia.
    L’altura di San Rocco – ricorda la Soprintendenza – è sede di uno dei più antichi accampamenti romani conosciuti in Europa, con ogni probabilità costruito poco dopo la fondazione di Aquileia (181 a.C.) nella prima metà del II sec. a.C.
    L’accampamento ha un’estensione di oltre tredici ettari. La principale struttura di fortificazione ha una forma quasi semicircolare (larga fino a circa 600 metri), mentre al suo interno si riconoscono varie murature. Tra queste, sulla sommità della collina, è riconoscibile una fortificazione rettangolare di circa 100×50 metri. Gli scavi hanno interessato parte di quest’ultima e un tratto della fortificazione esterna, con lo scopo di definire le tecniche costruttive e la cronologia delle strutture.

Ricostruzione elmi repubblicani tipo monfortino


    Le ricerche – spiega la Soprintentendenza – hanno permesso di mettere in luce “complesse opere difensive costituite da terrapieni associati a strutture in pietra e fossati, senza confronti nei pochi siti coevi noti nella penisola iberica. Più nel dettaglio, il muro di difesa esterno, largo circa 10 metri, presenta dall’esterno verso l’interno dell’accampamento un piccolo fossato che probabilmente ospitava una palizzata, una massicciata di pietre alta circa 1,5 metri, un ulteriore piccolo fossato con ogni probabilità utilizzato per il fissaggio di ostacoli lignei e infine, a una quota leggermente maggiore, un camminamento largo circa 5 metri composto da un muro a sacco e un terrapieno interno, in origine protetto da un parapetto ligneo”. La struttura conserva tracce evidenti di un incendio che ha raggiunto temperature molto elevate. Lo studio dei materiali ceramici rinvenuti, soprattutto anfore, e dei resti di carboni, con ogni probabilità – conclude la Soprintendenza – permetterà di precisare la cronologia della struttura e di comprendere se possa essere legata alla guerra del 178-177 a.C., come recentemente ipotizzato, o a un momento successivo. (ANSA).

CELTI E RETI: INTERAZIONI NELLA SECONDA ETÀ DEL FERRO

Autore:ROSA ROCANDOR (BraDypUS Communicating Cultural Heritage, Roma 2017)

Il volume presenta lo studio di alcune tipologie di oggetti tipo La Tène rinvenuti in ambito alpino centro-orientale ed è finalizzato a una migliore comprensione della complessa rete di rapporti instauratisi tra le popolazioni celtiche, stanziate non solo in territorio centro-europeo ma anche — a partire dal IV sec. a.C. — in ambito padano, e le popolazioni alpine, note dalle testimonianze degli autori greci e romani, con il nome di Reti. Mentre gli storici antichi propongono anche per questo territorio lo stereotipo secondo il quale, il popolamento di una regione si formava conseguentemente a una migrazione oppure in seguito alla cacciata delle popolazioni preesistenti, l’archeologia e l’epigrafia rivelano un quadro più complesso e articolato.

L’analisi crono-tipologica degli elementi dell’armamento (spade, foderi, elementi del sistema di sospensione, umboni di scudo, elmi e cuspidi/puntali di lancia), degli oggetti di ornamento (fibule, collari, braccialetti, cinture e anelli), di produzioni artistiche (dischi, bronzetti, placchette e raffigurazioni su armi e oggetti d’ornamento), di vasellame ceramico e metallico (vasi, situle e ciste), di instrumenta (falci) e di monete ha evidenziato le profonde interazioni tra Celti e Reti avvenute sin dalla fine VI – inizi V sec. a.C. fino al processo di romanizzazione (II sec. a.C.). Se nel VI/V sec. a.C. la presenza di alcuni oggetti di alto rango (ad esempio fibule, situle di bronzo, placchette e bronzetti votivi) sembrerebbe testimoniare contatti tra i livelli più alti della società, a partire dal IV sec. a.C., si assiste alla diffusione più generalizzata di numerosi elementi dell’armamento da mettere in relazione con gli spostamenti di popolazioni noti come “migrazioni celtiche”.

Ritrovamenti lateniani nell’ ‘arco alpino centro orientale

Questi contatti sfociano, a livello materiale, nella produzione, soprattutto per quanto riguarda gli oggetti d’ornamento, di prototipi locali ispirati a modelli lateniani che vengono però fortemente rielaborati. Si creano così modelli ibridi particolarmente diffusi nel corso del III sec. a.C. Con la graduale romanizzazione dei territori dell’Italia settentrionale, occupati in gran parte da tribù celtiche, si forma nel II sec. a.C., la cosiddetta “koiné gallo-romana” mentre a nord delle Alpi nasce la “civiltà degli oppida”: è con queste due entità che il mondo alpino centro-orientale interagisce fino alla sua completa assimilazione da parte dell’impero romano.

Ex voto da Sanzeno V Bronzetto votivo del IV secolo a.C.

Indice

  • Prefazione di Daniele Vitali
  • Introduzione
  • Capitolo 1. Storia degli studi e delle ricerche
  • Capitolo 2. Problematiche di ordine metodologico-interpretativo
  • Capitolo 3. Inquadramento cronologico e topografico
  • Capitolo 4. Elementi dell’armamento
  • Capitolo 5. Oggetti d’ornamento
  • Capitolo 6. Raffigurazioni artistiche
  • Capitolo 7. Altri indicatori di contatti tra Celti e Reti:
    ceramica, monete, lingotti bipiramidali e utensili di ferro
  • Capitolo 8. Testimonianze epigrafiche
  • Capitolo 9. Analisi di reperti riconducibili alla cultura materiale
    Fritzens-Sanzeno attestati in siti “celtici”
  • Conclusioni
  • Ringraziamenti
  • Appendice 1. Catalogo dei siti
  • Appendice 2. Tavole
  • Bibliografia

APPROFONDIMENTI DA ACADEMIA.EDU

Work in progress

DUE CASE RETICHE SCOPERTE IN ALTO ADIGE

BRESSANONE. Due case retiche del IV secolo a.C., risalenti alla prima fase dell’insediamento di Stufles, sono venute alla luce lungo via Elvas a Bressanone durante gli scavi per i nuovi garage di pertinenza del Comune. Le ricerche sono ora dirette dall’Ufficio beni archeologici della Provincia e sono finanziate dalla Coop Tiefgarage Stufles. Lo scavo eseguito dalla Società Ricerche Archeologiche di Bressanone si trova tra via Alta Angelo Custode e via Elvas.

«Negli anni – spiega Matthias Weger, ispettore dell’Ufficio beni archeologici – sono state documentate in zona decine di case retiche, strade percorribili con carri e un vallo che circondava l’abitato. Nell’attuale Stufles, si estendeva nella seconda età del Ferro (fino al 300 a.C. circa, ndr) un vasto insediamento con la funzione di capoluogo di vallata». È questo il momento della massima fioritura della cultura portata dai Reti, che accomunava per la prima volta l’attuale Trentino-Alto Adige con il Tirolo del Nord. Con gli scavi in corso, sono state messe in luce due case caratterizzate da un piano ligneo elevato sopra il livello del suolo e da un vano sotterraneo, raggiungibile attraverso una rampa.

Una sorpresa è stata la scoperta di una struttura di dimensioni inaspettate risalente sempre a questa fase dell’insediamento retico: è stata messa in luce solo una parte di questa imponente costruzione, dal momento che un altro vasto tratto si estende sotto via Elvas dove è impossibile condurre uno scavo. La vastità dei crolli indica che la struttura doveva avere dei muri alti e massicci. Lo spazio per la costruzione di questa struttura, continua Weger, «fu ricavato con un grande sbancamento nel pendio e rimuovendo la roccia, spezzata in grandi lastre, utilizzate poi proprio nei muri. Si potrebbe ipotizzare che si tratti di una struttura pubblica.

Casa retica:una ricostruzione
Ricostruzione di una casa camuna a Capo di Ponte

Al suo interno, su una sorta di soppalco costituito da terra e pietrame furono accesi fuochi. A infittire l’enigma c’è alla base della struttura una sepoltura di neonato o feto, sommariamente sepolto tra alcune pietre di delimitazione della fossetta tombale. Dopo un devastante incendio, che distrusse l’intero insediamento, forse ricollegabile all’invasione di genti celtiche, le case vennero ricostruite e riabitate tra III e I secolo a.C. Fra i reperti recuperati, ci sono coltelli, falcetti, una punta di lancia, pesi da telaio e frammenti di vasi che forniscono informazioni sulla vita quotidiana di questi lontani antenati». 

Gli scavi dureranno ancora 10 giorni circa, quindi si passerà alla raccolta della documentazione archeologica e riprenderanno i lavori del garage interrato: l’85% dei parcheggi sarà riservato ai residenti, il resto ai negozi. In zona sono previste 4 nuove villette e sopra i garage sarà realizzato un parco giochi.

Da altoadige.it

LUSSO E RICCHEZZA AD AQUILEIA

Lusso e ricchezza ad Aquileia in un breve video del Man museo archeologico nazionale di Aquileia sulla nuova mostra inaugurata il 28 di Maggio

Una mostra tutta da visitare quella inaugurata venerdì 28 maggio al Man (Museo archeologico Nazionale) di Aquileia, con la nuova sezione al secondo piano della Villa Cassis Faraone intitolata “Lusso e ricchezza”. Sono in mostra, dalla giornata di sabato 29 maggio e visitabili da tutti negli orari di apertura del Museo, gli oggetti in ambra, gemme intagliate, cammei, monete e raffinati gioielli abilmente creati dagli artigiani dell’epoca.

Gemme e ambre costituiscono le eccellenze della produzione artigianale aquileiese, insieme ai gioielli e ai più vari oggetti d’ornamento, accompagnavano le persone nella quotidianità e per il viaggio nell’aldilà: monili e beni preziosi erano infatti uno dei mezzi più diffusi per mostrare ricchezza e rango.

Si alternano accessori per la cura della persona, gioielli e oggetti in ambra a testimoniare l’importanza della cura del corpo. Le acconciature variavano infatti in base ai modelli dettati dalla famiglia imperiale i cui volti erano noti grazie a sculture, a ritratti e a riproduzioni sulle monete.

Gli spilloni venivano utilizzati nella toilette femminile per dividere le ciocche di capelli, per applicare unguenti e dividere le acconciature. Alcune scatolini impiegate per la preparazione di cosmetici o medicamenti erano dotate di un fondo scorrevole costituito da tavolette in pietra di colore scuro, mentre gli strigili erano utilizzati da donne e uomini per detergere il corpo: costruiti con strumenti a manico rettangolare e da un cucchiaio ricurvo con cui veniva raschiata la superficie della pelle precedentemente cosparsa di olio e polveri utilizzate come detergenti.

Il ruolo commerciale, l’importanza strategica e militare di Aquileia hanno favorito nei secoli un’intesa circolazione di monete. La loro varietà è ben rappresentata dalla collezione del museo che comprende decine di migliaia di esemplari in oro d’argento e bronzo, datati dal IV secolo a.C. al VI secolo d.C., oltre a numerosi esempi di età medievale. La natura e la provenienza delle monete forniscono importanti informazioni sulla circolazione di beni e persone ad Aquileia e sui contatti economico commerciale della città.

L’approvvigionamento dell’ambra, proveniente dal Mar Baltico e dal Mare del Nord, determinò fin dalla Preistoria la nascita di itinerari commerciali che univano l’Europa settentrionale al Mediterraneo. I territori orientali della pianura padana costituirono il terminale di molti di tali percorsi, noti come la via dell’ambra. Aquileia svolse un ruolo centrale nella lavorazione e nel commercio della resina fossile. Sono 145 i manufatti esposti.

Il museo vanta una delle più grandi raccolte di gemme romane, rinvenute quasi interamente nel territorio della città. Dei 6.000 esemplari dell’intera raccolta, ne sono stati selezionati ben 800. (Da bassaparola.it)

Per maggiori info scrivere a: museoaquileiadidattica@beniculturali.it


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IL SOGNO DI COSTANTINO IN UN TESORETTO DI AQUILEIA

Nel percorso “spirituale” di Costantino, però, ha un peso notevole la fede riposta nel dio Sole, divinità accolta nel pantheon pagano, ma di chiaro stampo monoteistico. La devozione dell’imperatore verso questa religione orientale la si osserva attraverso le numerosissime emissioni raffiguranti il Sole e soprattutto attraverso le emissioni di solidi e multipli mostranti al dritto i busti accollati del dio e dell’imperatore, che indubbiamente caratterizzano un’identificazione di Costantino verso il dio Sole. È proprio questo dio che fece da ponte fra il paganesimo e il cristianesimo: Eusebio ci ha tramandato che Costantino stesso aveva rivolto una preghiera al Sole e nel Sole si manifestò il segno di Cristo nel sogno rivelatore del 312. La storia ci mostra come la conversione fu dunque di natura politica, intesa come rapporto fra divinità e Stato, di cui l’imperatore era il giusto tramite e fu propagandata in maniera lenta, ma costante, fino a creare un “Impero cristiano”.

Il video presenta un particolare tesoretto di monete romane scoperte ad Aquileia. La particolarità sta nel fatto che sono tutte della stessa tipologia con una “X” che ci riporta al famoso sogno di Costantino prima della battaglia contro Massenzio a Ponte Milvio .