AI FATI ED ALLE FATE DI CASTEL TOBLINO

Frammenti di storie di vite antiche

Da riflesso.info

È il più celebre dei castelli del Trentino. Deve la sua fama alla singolare posizione e al bellissimo ambiente che lo circonda. Attraversato il ponte che divide il Lago di S. Massenza da quello di Toblino, la Valle del Sarca si apre ariosa verso il Lago di Garda. Quasi a custodire questo orizzonte, emerge dal lago il Castello di Toblino, arroccato su di una piccola penisola.

Frammento di affresco proveniente dalla villa romana di Sirmione

Lo spettacolo è suggestivo, specie nelle giornate autunnali quando i colori più caldi rafforzano il sapore romantico di questa zona che assieme all’alone di mistero emanato dal vecchio maniero immerso in un verde parco, afferrano i sentimenti dei turisti, specialmente quelli che per la prima volta giungono in questi luoghi. La valle gode di un clima mite grazie all’effetto benefico del Lago di Garda. Ecco allora il castello circondato da essenze arboree mediterranee come il leccio, l’olivo, il terebinto. Il castello deve la sua notorietà alla bellezza dell’ambiente e alle numerose leggende che esso ha suscitato. Circa 2.000 anni fa si pensava fosse abitato dalle fate e a loro, nel corso del III secolo, fu dedicata la costruzione di un tempietto, di cui abbiamo notizia grazie ad una piccola lapide murata nel portico del maniero. Si tratta di una testimonianza esclusiva che l’archeologo Paolo Orsi non ha esitato a definire “unica nel suo genere nella realtà epigrafica romana”. Con il passare del tempo, il tempio, avvolto nella sua aurea magica e religiosa, venne trasformato in una roccaforte di notevole importanza militare e strategica.

 CIL V, 5005; Inscr.It. X.5 nr. 1098; PACI 2000, pp. 455; 464-465.

Località di rinvenimento e caratteristiche: ( da http://alpiantiche.unitn.it/epig_dett.asp)

Trovata a Castel Toblino; attualmente è murata nel portico d’ingresso del castello Iscrizione sacra su lastra in calcare. Databile all’inizio del III secolo d. C.

Testo originale: Fatis Fata[bus] / Druinus M(arci) No[ni] / Arri Muciani c(onsulis) [opp. c(larissimi viri)?] / actor praedioru[m] / Tublinat(ium), tegurium / a solo inpendio suo fe/cit et in tutela eius / sestertios n(ummos) CC conlustrio / fundi Vettiani dedit.

Traduzione italiana:”Ai Fati e alle Fate. Druino, (schiavo) del console [dell’illustrissimo?] Marco Nonio Arrio Muciano, amministratore delle tenute di Toblino, eresse a sue spese dalle fondamenta un tempietto e per il suo mantenimento offrì duecento sesterzi in occasione della cerimonia di purificazione del podere di Vezzano

Nota esplicativa:L’iscrizione rivela l’antichità quasi bimillenaria degli insediamenti e dei toponimi di Toblino e di Vezzano, e vi attesta la presenza del culto dei Fati e delle Fate, divinità legate al mondo naturale e tutelari delle nascite, forse di origine celtica. Il dedicante, uno schiavo evidentemente benestante che portava il nome celtico di Druino, amministrava le tenute di Toblino appartenenti a un importante personaggio di ricca famiglia bresciana, Marco Nonio Arrio Muciano, che fu console nel 201 d. C. Druino aveva fatto costruire a sue spese un piccolo tempio (tegurium indicherebbe un’edicola sorretta da quattro colonne) e aveva stanziato una discreta somma, per finanziarne la manutenzione e le attività di culto. Fra queste ricadeva evidentemente anche la cerimonia annuale di purificazione (conlustrio) del podere di Vezzano, dove forse l’edificio sacro era stato costruito.

NUOVA VITA PER IL MUSEO ARCHEOLOGICO OLIVERIANO DI PESARO

IN OTTOBRE LA RIAPERTURA CON UN NUOVO ALLESTIMENTO

Oggetti in bronzo museo archeologico di Pesaro

Da “la Repubblica”

Nel cuore del centro storico di Pesaro, tra vie e case scampate alla Seconda guerra mondiale che danno un senso di un delicato equilibrio urbano, a palazzo Almerici al numero 97 di via Mazza tra ottobre o, con più probabilità novembre, riapre un gioiellino dell’archeologia: il Museo Archeologico Oliveriano.

Da raccolta privata a cosa pubblica per spirito civico

A piano terra in quattro sale con volte e laterizi in vista si dispiega una raccolta di oltre 200 reperti che copre un arco di tempo dal VII secolo a.C. circa all’epoca paleocristiana, al IV secolo d.C.. Al di là dei pezzi esposti, il Museo Oliveriano rappresenta un caso esemplare di quelle donazioni innervate di spirito civico da cui si genera una raccolta di tutto rispetto: il nucleo infatti è formato dal lascito alla città dell’erudito e intellettuale Annibale degli Abbati Olivieri (1708-1789), che inglobava i reperti avuti in dono dall’amico Giovan Battista Passeri (1684-1780), e che nel testamento dispose che fossero unite “perché la cittadinanza in un sol luogo e ad uso pubblico potesse liberamente disporre di tutto quello che due cittadini avevano saputo amorosamente raccogliere”. Olivieri lasciava alla città anche una ricca biblioteca.

Museo e biblioteca Olivieri di Pesaro

Una proprietà privata diventava dunque cosa pubblica a beneficio di tutti. Il museo aprì in un altro edificio nel 1793, si trasferì a palazzo Almerici, rimase chiuso dal 1928 al 1967. Nel 2012 pesanti infiltrazioni d’acqua nell’edificio obbligarono il Comune a chiudere, riaprì tra il 2014 e il 2015, richiuse: servivano lavori complessivi.

La riapertura con un nuovo allestimento

La prolungata chiusura del museo aveva generato negli anni discussioni in città. L’amministrazione comunale guidata oggi dal sindaco Matteo Ricci non stava però a guardare: insieme alla Fondazione Ente Olivieri presieduta da Fabrizio Battistelli che gestisce la raccolta archeologica e la biblioteca al piano superiore e con una spesa di 1,2 milione di euro ha riallestito, restaurato e adeguato le sale anche in vista di Pesaro Capitale italiana della cultura nel 2024.

Mosaico e Eros in bronzo. Pesaro museo archeologico

Ha curato il progetto scientifico l’archeologa del Ministero della cultura Chiara Delpino; ha firmato l’allestimento e il progetto museografico lo studio Startt. Il Comune fa sapere che bookshop e servizi vari verranno approntati per la riapertura al pubblico. Intanto la raccolta è già allestita, i giornalisti sono ammessi e possono descrivere un viaggio che dall’età del bronzo passa per la romanizzazione e la fondazione della colonia romana nel 184 a.C. conduce fino ai sarcofagi paleocristiani in una classica sequenza di culture susseguitesi nel medesimo territorio.

 Pesaro Museo archeologico oliveriano, testa di Augusto
 Pesaro Museo archeologico oliveriano, testa di Augusto  

La stele con la battaglia navale

L’incipit lo dà la prima sala con tre “stele di Novilara”, da un gruppo di otto stele dalla necropoli picena dell’VIII-V secolo a.C. scoperta vicino a Pesaro nel 1860. Il pezzo più impressionante sembra un grosso fumetto di pietra su una scena navale: ha una nave a vela e tanti piccoli rematori nella fascia superiore, due imbarcazioni con combattenti che si fronteggiano nella fascia inferiore.

Come riporta il pannello espositivo, un’altra stele con iscrizioni è un falso di fine ‘800 mentre l’originale di quella con figure in lotta e a caccia è al Museo Pigorini del Museo della civiltà di Roma e tuttavia, avverte sempre il Museo Oliveriano, probabilmente è anch’essa opera di un falsario. In ogni caso apre il percorso un affascinante “anemoscopio di Boscovich”, ovvero un disco solare inciso sui venti e per osservazioni astronomiche del II secolo d.C. e scoperto a Roma nel 1759.

Anemoscopio di Pesaro

Perché sta all’ingresso? Perché Annibale Abbati degli Olivieri lo dispose in modo chiaro: l’anemoscopio doveva aprire la raccolta e così è. Per inciso: il restauro dei corredi della Necropoli di Novilara è stato finanziato dall’Ufficio Cultura del Governo Svizzero. 🇨🇭

La direttrice Paolini: “I pezzi forti? Dall’epigrafe ad Augusto”

 “Il museo ha quattro sezioni. La prima appunto è su Novilara. La seconda è sul Lucus Pisaurensis, un bosco sacro e luogo di culto che individuò qui vicino Olivieri nel 1737. La terza sezione è sulla Pesaro romana, la quarta è sulle collezioni Olivieri e Passeri”, spiega Brunella Paolini, che dirige l’ente Olivieri compresa la biblioteca al piano superiore del palazzo e aperta al pubblico. Facendo da guida a Repubblica.it  e invitata a indicare tre pezzi forti della collezione, cosa sceglie la direttrice? “Partirei dall’epigrafe bilingue in latino ed etrusco del I secolo d.C. – risponde – Dimostra la presenza di un aruspice a Pesaro.

Eros in bronzo

In secondo luogo indico gli oggetti dalla domus pesarese, con i mosaici, il brano d’affresco, l’amorino o eros in bronzo del II secolo d.C.”.

Quale terzo pezzo forte, Brunella Paolini suggerisce la sequenza di quattro teste romane con Augusto, sua moglie Livia, il cui padre era pesarese, e due bambini, un figlio sicuro della donna “mentre il più piccolo non è stato identificato”.

Ex voto
Pesaro Museo archeologico oliveriano, Ercole bronzetto
Pesaro Museo archeologico oliveriano, Ercole bronzetto 

La vetrina dei bronzetti

Di suo gusto la direttrice invece predilige “la vetrina dei bronzetti, oggetti votivi molto comunicativi anche per il nostro tempo”. Annotazione pertinente. La vetrina espone un’elaborata “hydria” del VI secolo a.C. di origine greca, da un’anfora, come numerosi pezzi per lo più etrusco italici, dal frammento di un braccio con panno a una mano che impugna un serpente saettante fino a un piccolo Ercole con clava. “Il bronzetto, del VI-V secolo a.C., era stato rubato negli anni ’60, fu recuperato negli Stati Uniti nel 2015 dal comando dei carabinieri del patrimonio artistico”, ricorda la direttrice. Il catalogo, informa il Comune, sarà pronto in autunno.  Info su https://oliveriana.pu.it

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LA DOMUS DI VIA DELL’ABBONDANZA DI PESARO

L’area archeologica di via dell’Abbondanza (nota anche come Domus di via dell’Abbondanza) è stata scoperta nel corso di lavori edili nel 2004 e scavata fino al 2005; musealizzata da fine agosto 2015, oggi è aperta e accessibile al pubblico con modalità di fruizione all’avanguardia.

L’odierna sistemazione è il risultato del progetto di lavoro a cura della Soprintendenza Archeologia delle Marche, del Comune di Pesaro e di Sistema Museo.

Museo archeologico Pesaro

Si tratta di un esempio di abitazione signorile della prima età imperiale romana. L’importanza e la disponibilità economica del proprietario si esprimono sia nella posizione della domus nel tessuto urbano, con l’ingresso principale aperto sul cardine, sia nella ricchezza dell’apparato decorativo.

Costruita fra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C., fu restaurata più volte e continuò a essere abitata almeno fino agli inizi del III secolo d.C.

La planimetria e lo schema architettonico appaiono molto regolari. Lo spazio era organizzato intorno all’asse che dall’ingresso passava attraverso l’atrium, posto oltre i limiti di scavo in direzione del Duomo, e arrivava al peristilio, di cui è conservata buona parte della struttura porticata, con basi di colonne disposte lungo i lati interni, a margine delle canaline di raccolta dell’acqua piovana.

Ai lati del peristilio si aprivano le stanze riservate alla vita privata della famiglia, alle quali si accedeva attraverso importanti soglie a mosaico. I mosaici, tutti in bianco e nero, sono ampiamente conservati e costituiscono l’elemento più affascinante della casa, grazie anche a una recente e accurata opera di restauro.

Degli affreschi restano solo porzioni alla base di alcuni ambienti, ma numerosi frammenti sono stati rinvenuti negli scavi insieme a stucchi e a rare decorazioni in terracotta.
Al V secolo d.C. si data la costruzione dell’impianto termale documentato dall’ambiente a ipocausto su suspensurae, ricavato scavando una delle stanze originarie della domus, già abbandonata da tempo. ( da pesaromusei.it)

UN CISALPINO IN PANNONIA

Liberamente tradotto ed adattato da : https://dennikn.sk/blog/596304/najstarsi-nahrobny-rimsky-napis-zo-slovenska/

La Chiesa dell’Assunzione della Vergine Maria si trova in Slovacchia nel villaggio di Boldog e dista meno di 30 km dall’antico confine dell’Impero Romano sul Danubio. nelle vicinanze vi sono altre testimonianze di epoca romana (a Cíferi-Páci, si trova una sito romano barbarico del 4° secolo oltre a diverse necropoli germaniche (Kostolná pri Dunaji, Sládkovičovo, Abrahám) risalenti al I e II secolo. Anche uno dei rami della Via dell’Ambra passava da questa località archeologicamente ricca, dove è stata ritrovata la stele romana.

Durante i lavori di restauro della chiesa di Boldog nel 1976 rimuovendo parte dell’intonaco , venne alla luce l’originario ingresso alla parte romanica della chiesa oltre alla iscrizione tombale romana in una porzione laterale della chiesa .  ” 

. Le dimensioni attuali della lapide sono 175 x 76 x 17 a 18 cm. Il lato sinistro della cornice profilata è sabbiato, il che significa che la larghezza originale della stele era di circa 87 cm. Non si può escludere che la stele originariamente presentasse nella parte superiore da un timpano triangolare. L’iscrizione di 11 righe sulla stele è di facile lettura, ma non sempre chiaramente interpretabile.

L'originario ingresso alla parte romanica della chiesa che utilizzava una lapide come rivestimento sinistro
L’originario ingresso alla parte romanica della chiesa che utilizzava una lapide come rivestimento sinistro

Qui di seguito la traduzione di P. Valachovič, che è pubblicata in Fonti sulla storia della Slovacchia e Slovaks I: “Quintus Atilius Primus, figlio di Spuri dal tribuno Veturiano, interprete XV. legione, suo centurione e mercante. Fu sepolto qui all’età di 80 anni. Quinto Atilius Cogitatus, Atilia Fausta, Quintus, Privatus e Martialis furono felici di costruire come eredi”.

Il punto più problematico nella traduzione è la parola nella terza riga – INTERREX. Una parola che può essere letta in quattro diversi modi.  .

Titus Kolník presenta la traduzione inter (p) rex – “interprete“. Secondo T. Kolník, lo scalpellino dietro la sillaba MVS, che è elencata all’inizio della terza riga, ha perso troppo spazio, e quindi ha cancellato la lettera P nella parola interprex, oppure ha visto la lettera P nella lettera R.,

Magda Pichlerová e Alfred R. Neumann, non vede l’errore dello scalpellino, ma la corretta trascrizione di , interrex- “re intermedio“. Questa funzione era già nota a Roma durante il periodo regio. Durante il periodo repubblicano fu così chiamato il funzionario che garantiva il corretto svolgimento delle elezioni nel caso in cui entrambi i consoli fossero morti e la carica principale fosse rimasta vacante. Tali funzionari erano presenti anche nei municipia (città con autogoverno totale o parziale), quindi secondo gli autori potrebbero essere esistiti anche nei castra (città militari). Un ulteriore problema nasce qui perchè Augusto abolì questa carica e la sostituì con quella di prefetto (praefectus). Per questo motivo, entrambi i ricercatori presumono che la denominazione originaria sia stata mantenuta per “‘abitudine “anche dopo l’abolizione, oppure sia stata reintrodotta.

Radislav Hošek legge la parte contesa come un’abbreviazione inter tr (ecenarios) ex leg (ione) – “soldati che appartenevano ai soldati scelti della legione”. Trecenarios era stato una carica a Roma sin dai tempi dell’imperatore Nerone e corrispondeva al grado di centurione della coorte.

L’abbreviazione nella parola citata è letta infine da Péter Püspöki Nagy, la cui interpretazione è data nella tabella accanto alla stele stessa. La sua lettura è inter r (iparios) ex leg (ione) – “soldati tra le sponde”, ovvero soldati a guardia della sponda del Danubio tra il corso d’acqua e il suo braccio, il Piccolo Danubio. Tuttavia, gli esperti non propendono per questa interpretazione .. Quinto Atilius Primus proveniva da Voturi, risp. Il tribuno Veturi, che era una specie di affiliazione domestica. Era un libero cittadino romano originario della Gallia Cisalpina, situata nell’Italia settentrionale.

Ricopriva il grado di centurione nell’esercito, cioè Capitano XV. la legione, che aveva sede a Carnunto capoluogo della provincia della Pannonia.  Nel caso dell’inter (p) rex come interprete, non sappiamo quale interprete di lingua fosse. Forse dei popoli di lingua germanica come i Quadri e i Marcomanni oppure di altre etnie quali i Daci o il resto della popolazione celtica. Non possiamo escludere la possibilità di un interprete multilingue. Tuttavia, Interprex non era solo un interprete linguistico, ma anche un consigliere per gli affari della tribù o delle tribù barbare. Poteva svolgere la sua funzione non solo per i bisogni dell’esercito, ma anche per la carica di governatore della provincia.

D. Atilius Primus ha trascorso gran parte della sua lunga vita di negoziatore, termine che va inteso nel senso di imprenditore e non di comune uomo d’affari. Aveva diversi presupposti per questa attività. Da centurione aveva uno stipendio più alto di un soldato regolare, inoltre, se faceva l’interprete, significava per lui non solo un doppio stipendio, ma anche un doppio pensionato quando lasciava l’esercito per diventare un veterano. Grazie a questo reddito sopra lo standard, aveva una buona base finanziaria per avviare un’impresa. Come interprete, conosceva la lingua dei barbari e le condizioni barbariche, cosa che gli dava un vantaggio significativo nel fare affari al di fuori dell’Impero. Il suo altro vantaggio era la posizione situata sulla rotta di due importanti rotte commerciali. Per prima cosa scelse Carnuntum come sua sede,

Non sappiamo con cosa commerciava Q. Atilius Primus. Per i grandi imprenditori come Quinto in un primo momento, vengono prese in considerazione le esportazioni di olio, vino, “frutti di mare” oltre a pregiate ceramiche italiane, orci in bronzo e vetro e prodotti simili dall’Italia. D’altra parte, l’importazione di colture agricole (soprattutto grano), bovini, pellicce, lana, ambra e forse schiavi dai barbari all’Impero Romano.

Vasi in ceramica (skyphos e kantharos) realizzati nell'Italia settentrionale e rinvenuti in tombe a cremazione germaniche, I sec.  nl, Kostolná pri Dunaji e Sládkovičovo
Vasi in ceramica (skyphos e kantharos) realizzati nell’Italia settentrionale e rinvenuti in tombe a cremazione germaniche, I sec. nl, Kostolná pri Dunaji e Sládkovičovo

Alla fine della lapide, scopriamo chi ha fatto realizzare la stele dell’ottantenne Quinto. Suo figlio Quinto Atilius Cogitatus molto probabilmente viene prima. Atilia Fausta, seconda, era la moglie del defunto, che aveva lo status di licenziamento prima del matrimonio, ma dopo aver contratto il matrimonio acquisiva lo status e lo status giuridico di suo marito, libero cittadino. Tra gli eredi, alla fine sono elencati Privato e Martialis. Secondo il nome semplice, forse gli schiavi che venivano liberati.

Infine, abbiamo altre due domande a cui rispondere. Quando è stata realizzata la stele e da dove è stata portata a Boldog.

Il punto di datazione più importante è l’affiliazione di Q. Atilia Prima alla XV. legione. Questa legione fu trasferita a Carnuntum nel 14 d.C. e vi rimase fino al 62 d.C. Fu quindi schierata per combattere in Oriente contro i Parti e gli Ebrei. Ritornò solo nel 71 e rimase a Carnunto fino al 114, al più tardi nel 118 (119), quando fu definitivamente distaccata e sostituita dal XIV. legione. La stele, secondo vari autori, risalirebbe alla seconda metà del I secolo o alla prima metà del II secolo. Tuttavia, anche una datazione precedente non cambia il fatto che si tratta di un monumento notevole e allo stesso tempo il più antico di questo tipo del territorio della Slovacchia.

Ricostruzione della città di Carnunto
Porzione ricostruttiva della citta di Carnunto
Resti arco trionfale a Carnunto
Ricostruzione arco trionfale Carnunto

Oltre alla stele, nella chiesa in muratura di Boldog sono presenti diversi blocchi lapidei, che rappresentano probabilmente un materiale da costruzione di seconda mano, probabilmente proveniente da un edificio romano.  Si presume che la stele, o altri materiali da costruzione correlati, possano provenire dalle vicinanze piuttosto che essere dalla lontana Carnuntum, ma piuttosto da un luogo più vicino, come un sito romano fino ad ora sconosciuto. È possibile che Q. Atilius Primus abbia esercitato la professione di mercante nel territorio dell’attuale Slovacchia, tanto che potrebbe essere stato sepolto più vicino a Boldog che a Carnuntum stessa. Non dimentichiamo che a soli 10 km da Boldog a Cíferi-Pácy c’era un complesso di edifici costruiti da costruttori romani nel 4° secolo. Non si può escludere che da qui sia stato importato il materiale per la costruzione della chiesa. In tal caso, però, si tratterebbe di un uso terziario,

Nonostante opinioni divergenti sull’interpretazione dell’iscrizione e diverse domande senza risposta, la stele di Boldog è uno dei monumenti epigrafici più importanti non solo in Slovacchia, ma nell’intera regione di Podujan.

Nota:
i manufatti sono datati da: KOLNÍK, Titus. 1979. Gemme dell’antichità in Slovacchia.

Riferimenti:

HOŠEK, Radislav – MAREK, Václav. 1990. Roma di Marco Aurelio . Praga: Mladá fronta, 1990. 280 p. ISBN 80-204-0083-4, 80-204-0147-4.

KOLNÍK, Tito. 1977. Iscrizione romana da Boldog. Nell’archeologia slovacca . 1977, vol. 25, n. 2, pag. 482 – 500.

KOLNÍK, Tito. 1979. Gemme dell’antichità in Slovacchia . Bratislava: Tatran, 1979. 156 p.

KOLNÍK, Tito. 1980. Recenti ritrovamenti archeologici sul soggiorno dei romani in Slovacchia. In Laugaricio. Atti di studi storici sul 1800° anniversario dell’iscrizione romana a Trenčín . Košice: Východoslovenské vydavateľstvo, 1980. p. 37 – 72.

KOLNÍK, Tito. 2000. Stele di Boldog – la più antica lapide in Slovacchia. In Monumenti e musei . ISSN 4335-4353, 2000, vol. 49, n. 3, pag. 20 – 21.

KOLNÍK, Tito. 2000. Cífer-Pác – un mistero per il sequel. Residenza germanica o addirittura stazione militare romana? In Monumenti e musei . ISSN 4335-4353, 2000, vol. 49, n. 3, pag. 41 – 44.

KOLNÍK, Tito. Cimitero teutonico a Kostolná pri Dunaji . [in linea]. [cit. 25 settembre 2016]. Disponibile su Internet:
http://www2.rgzm.de/Transformation/Slovakia/KOSTOLNA/Kostolna_Kolnik_SK.htm

NOVOTNY, Bohuslav. 1995. Parola e spada: la Slovacchia in epoca romana . Martin: Vydavateľstvo Matice slovenskej, 1995. 152 pag. ISBN 80-7090-330-9.

PICHLEROVA, Magda – NEUMANN, Alfred. 1979. Lapide romana a Boldog. (Interrex nella legione di cannabis di Carnuntum?). In Atti del Museo Nazionale Slovacco . 1979, vol. 73, Storia 19, p. 51 – 61.

VALACHOVIC, Pav. 2013. Epigrafia latina in Slovacchia . Krakov / Trnava: Spolok Slovákov v Poľsku / Facoltà di Lettere, Università di Trnava a Trnava, 2013. 82 p. ISBN 978-83-7490-671-5.

Nonostante opinioni divergenti sull’interpretazione dell’iscrizione e diverse domande senza risposta, la stele di Boldog è uno dei monumenti epigrafici più importanti non solo in Slovacchia, ma nell’intera regione di Podujan.

Nota:
i manufatti sono datati da: KOLNÍK, Titus. 1979. Gemme dell’antichità in Slovacchia.

Riferimenti:

HOŠEK, Radislav – MAREK, Václav. 1990. Roma di Marco Aurelio . Praga: Mladá fronta, 1990. 280 p. ISBN 80-204-0083-4, 80-204-0147-4.

KOLNÍK, Tito. 1977. Iscrizione romana da Boldog. Nell’archeologia slovacca . 1977, vol. 25, n. 2, pag. 482 – 500.

KOLNÍK, Tito. 1979. Gemme dell’antichità in Slovacchia . Bratislava: Tatran, 1979. 156 p.

KOLNÍK, Tito. 1980. Recenti ritrovamenti archeologici sul soggiorno dei romani in Slovacchia. In Laugaricio. Atti di studi storici sul 1800° anniversario dell’iscrizione romana a Trenčín . Košice: Východoslovenské vydavateľstvo, 1980. p. 37 – 72.

KOLNÍK, Tito. 2000. Stele di Boldog – la più antica lapide in Slovacchia. In Monumenti e musei . ISSN 4335-4353, 2000, vol. 49, n. 3, pag. 20 – 21.

KOLNÍK, Tito. 2000. Cífer-Pác – un mistero per il sequel. Residenza germanica o addirittura stazione militare romana? In Monumenti e musei . ISSN 4335-4353, 2000, vol. 49, n. 3, pag. 41 – 44.

KOLNÍK, Tito. Cimitero teutonico a Kostolná pri Dunaji . [in linea]. [cit. 25 settembre 2016]. Disponibile su Internet:
http://www2.rgzm.de/Transformation/Slovakia/KOSTOLNA/Kostolna_Kolnik_SK.htm

NOVOTNY, Bohuslav. 1995. Parola e spada: la Slovacchia in epoca romana . Martin: Vydavateľstvo Matice slovenskej, 1995. 152 pag. ISBN 80-7090-330-9.

PICHLEROVA, Magda – NEUMANN, Alfred. 1979. Lapide romana a Boldog. (Interrex nella legione di cannabis di Carnuntum?). In Atti del Museo Nazionale Slovacco . 1979, vol. 73, Storia 19, p. 51 – 61.

VALACHOVIC, Pav. 2013. Epigrafia latina in Slovacchia . Krakov / Trnava: Spolok Slovákov v Poľsku / Facoltà di Lettere, Università di Trnava a Trnava, 2013. 82 p. ISBN 978-83-7490-671-5.

IL SARCOFAGO ROMANO DEL DUOMO DI IVREA

  • NOTIZIE STORICO CRITICHE
  • sarcofago di notevole interesse in quanto rappresenta la migliore testimonianza artistica di epoca romana che si conservi ad Iivrea. Originariamente, come attesta l’iscrizione incisa in una delle due facce maggiori, custodì le spoglie mortali di Caio Atecio Valerio questore, edile, duumviro e giudice della quinta decuria che dovette essere un personaggio di rilievo nella vita pubblica eporediese dal momento che figli e nipoti ebbero la possibilità di dargli sepoltura in un luogo pubblico, con decreto ufficiale dei decurioni (locus datus decreto decurionum).
  • La carica rivestita da Caio Atecio Valerio di giudicedella quinta decuria è assai significativa per stabilire la datazione dell’iscrizione e quindi del sarcofago stesso; poichè infatti fu l’imperatore Caligola (37-41 d.C.) a istituire in aggiunta alle quattro già esistenti, una quinta decuria, ne consegue che l’arca può essere asssegnata alla seconda metà del I secolo d. C. (C. Gazzera, 1854, pp. 23-24) (G. Corradi, 1931, pp. 6-7) (F. Perinetti, 1965, pp. 126-130).
  • Il sarcofago in oggetto, di buon livello qualitativo, si impone all’attenzione come un significativo nonchè raro esempio di arte funeraria romana in Piemonte e trova un convincente parallelo culturale nell’arca di P. Elio Sabino conservata al Museo di Tortona cui è infatti affine per tipologiae ornamentazione. Altro termine di confronto è rappresentato dai rilievi provenienti dal Teatro romano di Ivrea, decorati con motiv di “eroti” alternati a ghirlande, scudi, maschere ed attualmente custoditi al Museo Civico eporediese (C. Carrucci, 1968, pp. 61-64). Il sarcofago è stato studiato da vari autori, sia sotto il profilo artistico sia per l’iscrizione che reca incisa; in particolare essa è riportata dal Gazzera (C. Gazzera, 1854, p. 24), dal De Jordanis (G. De Jordanis, 1900, p. XXXII), dal Corradi (G. Corradi, 1931, pp. 6-7) che fornisce inoltre una descrizione del sarcofago dando anche precise notizie circa la collocazione, l’utilizzo e la datazione dello stesso. Lo storico eporediese Pietro Giustiniani Robesti, vissuto nel sec. XVIII, lo riproduce in un accurato disegno (P.G. Robesti, manoscritto 1763, ed. 1977, p. 92).
  • Non si conosce l’ubicazione originaria del sarcofago, ma è certo che esse venne conservato ed arrivò fino a noi grazie al fatto che nel sec. X fu utilizzato come arca per custodire le reliquie del corpo di San Besso martire, patrono di Ivrea, traslato da Ozegna a Ivrea nell’anno 1000 per volontà del marchese Arduino (G. Benvenuti, manoscritto fine sec. XVIII, ed. 1976, pp. 218-221). In tale occasione infatti il sarcofago, col suo prezioso contenuto, fu collocato nella Cripta della Cattedrale presso l’altare dedicato al Santo. Fu lì che lo vide Mons. Ottavio Asinari, come risulta dagli (Atti della Visita Pastorale, 1650, f. 656) nei quali infatti si legge: “Retro post altare collocata est magna urna, seu capsa lapidea, ita tm ab humo hiblevata, ut sub eam transiri possit”.
  • L’attento vescovo si avvide altresì dell’iscrizione, che tuttuavia non riuscì a leggere, come più avanti afferma: “A cuius letere dextero…cernitur quedam inscriptio litteris maiusculis excavata, quae cum in medio reperta fuit corrosa, legi non potuit”. La zona definita “corrosa” dal vescovo Asinari è in effetti una lastra rettangolare più chiara usata per occluderel’apertura praticata nel mezzo della scritta, forse nel secolo X, con lo scopo di poter esporre il corpo di San Besso alla venerazione dei fedeli senza bisogno di toglierlo dall’urna (C. Gazzera, 1854, p. 23). Il sarcofago viene successivamente menzionato da Mons. Lambert che lo descrive come un “magnum depositum marmoreum clausum, et a terra p. tres pedes altitudinis elevatum, et infixum in muro versus limina” (Atti della Visita Pastorale di Mons. Alessandro Lamberti 1699, f. 1349 v.). Anche Mons. G. O. Pochettini non tralasciò di osservare l'”urnam lapideam, aut potius marmoreum perantiquam, et magnae molis” in cui si custodiva il corpo di San Besso.
  • Il vescovo però, constatata la grande umidità regnante nella cripta, decise di sospendere l’altare di San Besso e, fatto aprire il sarcofago il 13 marzo 1789, procedette alla ricognizione delle reliquie del Santo, ordinando che fosser poi traslata nel reliquiario comune (Atti della Visita Pastorale di Mons. G. O. Pochettini 1789, ff. 998-999) (G. Benvenuti, op. cit. p. 221). E’ probabile che in questa occasione il sarcofago sia stato rimosso dalla cripta e collocato nell’atrio della Cattedrale dove attualmente si trova
  • CODICE DI CATALOGO NAZIONALE0100033786-0
  • ENTE COMPETENTE PER LA TUTELA
  • Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici del Piemonte

IL MONUMENTO FUNERARIO DI GNATIUS GERMANUS A MONTICHIARI

Nel 1995 scavi per la costruzione di silos per cereali in un mangimificio situato km 1,5 a SW dell’abitato di Montichiari rinvenivano a m 3 di profondità quattro grandi elementi lapidei in pietra di Botticino pertinenti ad un monumento funerario d’età romana affondato nei ghiaioni di un paleoalveo del fiume Chiese la cui traccia, in parte ancora avvertibile da dislivelli altimetrici, è stata precisamente descritta da recenti studi geomorfologici.
Secondo ogni apparenza il monumento apparteneva all’area funeraria privata della villa romana, di cronologia non ancora ben definita, localizzata a brevissima distanza da ricerche di superficie condotte nel 1989. Questo insediamento che è il più orientale di un gruppo di 6 siti che si distribuiscono su un’area di kmq 2 a poche centinaia di metri a W dall’attuale corso del fiume, fu evidentemente eroso da una divagazione del corso d’acqua che provocò il collasso della struttura e il suo slittamento nel nuovo alveo dove fu sepolto dai sedimenti ghiaiosi pervenendo quindi eccezionalmente intatto fino a noi.
Il monumento del quale si potrà apprezzare appieno l’imponenza, una volta che è stato ricomposto come previsto nella nuova sede dei servizi culturali di Montichiari, misura m 2,96 di altezza, m 2,13 di larghezza e m 1,78 di profondità per un peso complessivo vicino alle 12 tonnellate.


Sul basamento costituito da due blocchi parallelepipedi accostati e saldati con grappe metalliche, poggia uno zoccolo a due gradoni che sostiene l’ara con base e cornice modanate, conclusa da due volute cilindri che e da un risalto triangolare centrale.
Mentre i fianchi e il lato posteriore sono semplicemente appianati ,il fronte reca su tre righe entro una cornice a listelli l’iscrizione: L(ucius) Gnatius / Germanus / Pob(lilia tribu) (sex)vir (probabilmente il proprietario della vicina villa) seguita da un ampio spazio libero. Nella faccia delle volute sono inoltre incise le lettere V(ivus) F(ecit) sotto le quali stanno due piccoli fori che probabilmente ospitavano ganci metallici per la sospensione di ghirlande o altre offerte. Il monumento, databile sulla scorta delle caratteristiche epigrafiche entro la fine del I° sec. d.c., è stato pubblicato dal compianto Albino Garzetti in Tribù romane e confini municipali in Imperium Romanum. Studien zu Geschichte und Rezeption. Festschrift fur Karl Christ zum 75 Geburstag, Stuttgart 1998, pp. 275-287.
(A.B.)

Chi era Lucius Gnatius Germanus? Beh, di lui sappiamo quasi niente: giusto quel poco che è scritto sul monumento funerario: «L. Gnatius Germanus poblilia sexvir». Parole incise nella pietra, dalle quali possiamo intuire che questo personaggio romano era membro della Tribus Poblilia. Tutto qui. Molto di più, invece,sappiamo del monumento funerario: realizzato in pietra di Botticino, è alto quasi tre metri e ha un basamento di 2,12 per 1,78 metri, il tutto per un peso di 120 quintali.

Da archeologiamontichiari.it

ROMANI FAMOSI A MANTOVA AL TEMPO DI VIRGILIO: GENS CAEPIA

Monumento della gens Caepia (Mantova)

Presso il museo archeologico di Mantova è possibile ammirare i resti e la ricostruzione del monumento funerario ad edicola della gens Caepia (I a.C. – I d.C.), ricomposto da frammenti rinvenuti a Mantova presso il Seminario Vescovile. Secondo l’iscrizione dedicatoria Lucio e Publio Caepio, figli di Lucio, lo edificarono per la madre, Acuzia Massima. I personaggi sono ritratti da tre statue: la donna, abbigliata con una tunica e ornata di gioielli, è affiancata da due figure maschili con la toga, imposta da Augusto come abito distintivo della classe senatoria. il monumento è di epoca augustea e quindi la Gens Caepia era contemporanea dell’autore dell’Eneide, Virgilio.

Monumento funerario gens Caepia -Museo archeologico Mantova
Monumento funerario gens Caepia -Museo archeologico Mantova
Modellino del Monumento funerario gens Caepia -Museo archeologico Mantova
Monumento funerario gens Caepia -Museo archeologico Mantova

UN LEGIONARIO COMENSE A BUDAPEST

Un legionario romano originario di Como era in stanza a Budapest , l ‘antica Aquincum. Lá sorvegliava il confine e proteggeva l ‘Italia da possibili incursioni dei Barbari. Dall’iscrizione della lapide sappiamo che il legionario morì dopo 13 anni di servizio all ‘etá di 38 anni. La vita del legionario era dura e purtroppo la fortuna non ha arriso al soldato. Si possono vedere nella lapide l’armamento tipico del guerriero romano del tempo: gladio a destra , pugnale a sinistra ,pilum. Lo scudo presenta un umbone in rilievo con Gorgone e fulmini. Particolare invece è l ‘ Elmo che sembra dotato di corna più verosimilmente di due penne.

DescrizioneAquincum, Pietra tombale di un soldato della legione II Adiutrix

Periodo: inizio II sec.d.C.

Particolari

C(aius) Castricius-
s Cai Off(entina) Vict-
o Como mil(es)
leg(ionis) II Ad(iutricis) |(centuria) M(arci)
Turbonis an(norum)
XXXVIII stip(endiorum) XIIII
h( ic) s(itus) e(st) L(ucius) Lucilius fr(ater)
et he(res) posuit p(ro) p(ietate

Riguardo all ‘elmo è discusso se sono presenti due corna o più verosimilmente due piume.
Si noti lo scudo con umbone in rilievo con figura di Gorgone e saette

LA STELE GALLO-ROMANA DI BEE

È stata scoperta nel 2020 a Bée nel Verbano una pietra iscritta all’interno di un muro di contenimento di un’abitazione privata. A luglio 2021 la pietra è stata prelevata per essere studiata meglio. Ad estrarla è stato un gruppo di collaboratori del Gruppo archeologico Mergozzo e del Civico museo archeologico, con la supervisione della funzionaria della Soprintendenza Elisa Lanza. «A dicembre 2020 con metà epigrafe sepolta si leggeva solo una parte – spiega l’archeologa Poletti – mentre ora l’iscrizione è completa e si comprende meglio. È confermato che si tratta di una scritta funeraria che indica il nome del defunto e il suo patronimico com’era usanza ai tempi nelle popolazioni celtiche e galliche dell’Italia settentrionale».

La stele di Bee nel Verbano

La scritta (disposta su tre righe) sulla lapide ritrovata a Bée recita «Diucone figlio di Atluce». «I nomi gallici avevano sempre un significato e in questo caso Diuco significa comandante – dice Poletti -. Indica la sepoltura di un personaggio di prestigio: ricopriva un certo ruolo e anche il fatto che si utilizzasse la scrittura è indicativo. Basti pensare che nelle tante necropoli della zona tra Mergozzo, Gravellona e Ornavasso, non c’è una lapide con un’iscrizione così precisa». Per il tipo di scrittura – ancora irregolare – il reperto di Bée è databile agli inizi della romanizzazione.

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Un’incisione, un’epigrafe funebre riporta Bee indietro di 2.000 anni: la scoperta del reperto antico è fresca e permette di fare la conoscenza di due dei più vecchi abitanti dell’Alto Verbano.

Al reperto archeologico si è arrivati mediante una serie di eventi concatenati che hanno portato l’archeologa Elena Poletti, conservatrice del museo Civico di Mergozzo, a Bee: l’esperta doveva verificare sul posto elementi circa il ritrovamento di una testimonianza di epoca romana recuperata oltre 40 anni fa e di recente consegnata al museo; è stata in questa occasione che lo storico del paese Guido Canetta le ha mostrato una pietra con segni incisi, inserita in un muro di contenimento di un’abitazione.

Dopo aver acquisito la documentazione fotografica e analizzato il rilievo dell’iscrizione, si è giunti alla conclusione che si tratta di una testimonianza di età romana.

La lastra di serizzo mostra incise alcune lettere. È stata rinvenuta dai proprietari del terreno dove era stata murata rovesciata. Non sono riconoscibili le scritte, ma un’analisi comparata con reperti simili fa ritenere che si tratti di un’epigrafe funeraria. È curioso come si sia arrivati alla conclusione: «La pietra menziona due persone – spiega Poletti -: alla prima riga si può ricostruire un nome incompleto di tradizione celtica, “-uco”, che può essere ricostruito in Diuco-Diuconis, che pure si trova su una stele di Brisino esposta al museo di Mergozzo. La seconda riga invece propone una “F” abbreviativa della filiazione, cioè che sta a significare “figlio di”, al quale segue un altro nome relativo al padre, di cui restano le lettere Louc. Anche in questo caso si tratta di una radice di origine celtica che può stare per “Louk-Leuk” tradotto in bianco, splendente. Lo stesso nome si ritrova su epigrafi di carattere funerario nel Cuneese e, nella variante “Leuc”, su una stele romana rinvenuta a Zoverallo e oggi parte della collezione del museo del Paesaggio di Verbania».

Nomi e «impaginazione» della stele fanno propendere per la datazione a cavallo tra la fine del primo secolo a.C. e gli inizi del primo secolo d.C.

«Le lettere sono ancora grezze e più simili all’alfabeto leponzio, dunque si parla degli inizi della romanizzazione – spiega Poletti -. Non abbiamo il contesto di provenienza perché la tomba non è stata ritrovata nella sua interezza ma si tratta del tipico modo di “scrivere” le epigrafi funerarie delle nostre zone: nome e patronimico, ovvero “Tizio figlio di Caio”. Va infine considerato che in quell’epoca i luoghi di sepoltura si trovavano “diffusi” lungo le vie di accesso ai nuclei abitati, e può essere dunque pure il caso di Bee».

Alla scoperta dell’epigrafe funeraria romana si aggiunge la consegna al museo di Mergozzo, da parte del privato Emanuele Villa, di un’olpe (brocca utilizzata per lo più per il vino) risalente al primo-secondo secolo d.C.

Solo quest’anno sono stati diversi i reperti arrivati ad arricchire le collezioni del museo archeologico della Bassa Ossola: l’associazione ossolana Canova ha consegnato un antico peso da telaio in pietra ollare ritrovato a Ghesc (Montecrestese) e altri hanno portato una lama di coltellino di ferro recuperata, affiorante dal terreno, all’alpe Devero e una lama in selce preistorica raccolta a Ceppo

Da La Stampa

SANGUE E ARENA: LA STORIA DEL GLADIATORE URBICUS DI MEDIOLANUM

Quando Milano stava acquistando un peso sempre maggiore sullo scenario politico e strategico dello scacchiere imperiale romano, la città offriva ai propri cittadini grandi celebrazioni di giochi negli edifici pubblici tra cui il grande anfiteatro: era questo il luogo più cruento per gli spettacoli.

Urbicus gladiatore a Mediolanum

Poco ci è rimasto come testimone delle vicende di questo colosso monumentale ma una lapide, conservata nell’antiquarium Alda Levi, narra in breve la storia di uno dei grandi protagonisti dell’arena: Urbicus.

Fiorentino di nascita, vissuto nel III secolo d.C. a Milano, Urbicus era un secutor ovvero un gladiatore armato di elmo tondeggiante, scudo rettangolare con angoli smussati, gladio, para-tibia e manica metallica o di cuoio, specializzato nei combattimenti contro il retiarius, equipaggiato con rete, tridente, manica e pugnale.

Il monumento funebre del gladiatore parla di tredici scontri e della morte sopraggiunta a ventidue anni lasciando una piccola figlia, Olimpia, una seconda figlia, Fortunense, e la moglie Lauricia, da sette anni sposata con Urbicus. La dedica delle tre donne si chiude con l’avvertimento al rivale che uccise e sconfisse Urbicus che la memoria del ragazzo sarebbe rimasta viva grazie ai suoi tifosi.

Un bassorilievo mostra il campione dell’arena in vesti da combattimento con spada corta, schinieri, scudo e manica posizionato di fronte ad un cane (il suo probabilmente) e ad un palo su cui sta l’elmo.

Possiamo dedurre che Urbicus si sposò a 15 anni e per motivi ignoti giunse a Milano con la moglie e forse la prima figlia. Qui divenne gladiatore, non è dato sapere se per debiti o per scelta personale in cerca di facili guadagni, vincendo 12 combattimenti e morendo al tredicesimo. Non sappiamo per quanto abbia praticato questo mestiere ma è certo che la sua fama fu ben nota agli appassionati dell’arena.

La lapide è stata trovata in via Sforza a Milano, a poche centinaia di metri dalle mura romane di Mediolanum.

Il testo tradotto della lapide recita: “Agli Dei Mani. A Urbico fiorentino, inseguitore di prima scelta, che combatté tredici volte, visse ventidue anni; lasciò Olimpia, figlia di cinque mesi e la figlia Fortunense e la moglie Lauricia che (dedica) al marito benemerito, con cui visse sette anni. Ti avverto, chiunque tu sia che uccidi chi hai vinto: i suoi tifosi terranno viva la sua memoria.” da milanofree.it articolo di Stefano Todisco.

Bibliografia:

AA.VV. Immagini di Mediolanum. Archeologia e storia di Milano dal V secolo a.C. al V secolo d.C., p. 101.

LINGUA DEI CELTI CISALPINI

LINGUE E SCRITTURE DELLE ALPI OCCIDENTALI PRIMA DELLA ROMANIZZAZIONE. STATO DELLA QUESTIONE E NUOVE RICERCHE
FRANCESCO RUBAT BOREL*

In Italia grazie all’insegnamento di Massimo Pallottino gli studi sulle culture del I millennio a.C. danno grande importanza ai rapporti tra archeologia e linguistica. La lingua è un elemento importante nell’identità in un gruppo umano, magari non sempre il principale ma comunque da tener presente. Infatti nella prospettiva di una ricostruzione delle culture antiche (e questo è il caso soprattutto della protostoria) non si può prescindere da nessun dato e quelli linguistici sono importanti esattamente quanto quelli paleoambientali o antropologici. D’altro canto, ciò che noi sappiamo di queste lingue, tranne poche glosse negli autori greci e romani, viene da contesti archeologici su reperti archeologici. Perciò, se da un lato c’è bisogno dello specialista (il linguista), dall’altro è l’archeologo a contestualizzare l’iscrizione e svilupparne i risultati nella ricostruzione culturale e storica2. Così la conoscenza delle lingue celtiche antiche è enormemente progredita negli ultimi decenni grazie a nuove analisi e a lavori di sintesi a seguito delle nuove scoperte e dell’edizione di corpora di iscrizioni e di fonti storiche3. La regione delle Alpi occidentali, tra il Ticino e il Rodano4, ha alle due estremità due concentrazioni di testimonianze epigrafiche preromane in celtico: l’area della cultura di Golasecca e degli Insubri (in alfabeto di Lugano, noto anche come alfabeto leponzio, derivato dall’alfabeto etrusco, dalla seconda metà del VII secolo a.C. ai primi decenni del I secolo d.C.) e il territorio attorno a Massalia (in alfabeto greco, dalla fine del III al I secolo a.C.)5. La restante parte della regione è priva di iscrizioni, portando così a un disequilibrio nella documentazione e quindi nella ricostruzione complessiva della protostoria dell’area. Nell’affrontare situazioni così disomogenee è necessario considerare alcune caratteristiche sia documentali che più generali

ed agire su più campi di ricerca che verranno presentati con esempi ed approfondimenti mirati dopo una introduzione sulla realtà linguistica della regione.
Nel territorio tra il polo golasecchiano-insubre e quello massaliota l’uso della scrittura è scarso o assente, come nell’area ligure dove sono presenti solamente poche iscrizioni con onomastica celtica in alfabeto etrusco non adattato (in Lunigiana, di fine VII-VI secolo a.C.) o in lingua e formule etrusche (Genova, Amelia, Busca)6. Qui non è mai avvenuto l’adattamento grafico, ma anche ideologico, dell’alfabeto etrusco come alfabeto pienamente utilizzabile per la lingua locale, come accade anche nella Gallia sudoccidentale dove troviamo onomastica celtica in lingua e scrittura iberica7. Recentissima è l’identificazione da parte di Jürgen Zeidler dei segni e dei marchi di vasaio del mondo celtico orientale dell’alto Danubio, dell’Austria e della Repubblica Ceca come lettere di un alfabeto derivato dall’alfabeto di Lugano e dagli altri alfabeti dell’Italia settentrionale derivati da quello etrusco e da lui chiamato (Eastern) La Tène alphabet 8.
Le lingue preromane della regione sono state scritte in alfabeto di Lugano o in alfabeto greco.

Alfabeto di Lugano

L’alfabeto di Lugano è attestato anche in aree celtofone all’esterno dell’areale golasecchiano-insubre, aperte all’influsso delle culture dell’Italia centro-settentrionale e dove mercanti golasecchiani erano ben presenti. Lo troviamo così nell’abitato hallstattiano di Montmorot (Lons-le-Saunier, Jura) tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C. nell’iscrizione pri´s su un frammento di parete vascolare di fabbricazione locale9, in samoritos su una perla in vetro da contesto funerario da Münsingen presso Berna (fine III-inizi II secolo a.C.)10 e nel II secolo a.C. addirittura nella parte meridionale della Valle del Rodano a contatto con la tradizione in alfabeto greco in alcune legende monetali e al Baou de Saint-Marcel presso Marsiglia nell’iscrizione graffita su un fondo di ceramica a vernice nera (Campanienne A) ]oi´sai[, destrorsa con lettura dell’ultima lettera incerta (in frattura, più che una i potrebbe essere parte di un’altra lettera)11. Certo è che mentre l’alfabeto di Lugano, di uso più antico e proprio ed esclusivo di una lingua celtica, è usato anche nella Gallia meridionale, al contrario per una lingua celtica della Cisalpina non verrà mai impiegato l’alfabeto greco, seppure prestigioso e così diffuso nella Transalpina: l’alfabeto di Lugano durante la romanizzazione assume aspetti di identità etnica della celticità cisalpina fortissimi, ed è da notare che proprio tra II e I secolo a.C., in quel momento di romanizzazione e integrazione che porterà alla concessione dello ius Latii nell’89 a.C., aumentano sensibilmente le testimonianze epigrafiche (l’esempio del contatto con una cultura, quella

romana, dove si scrive molto è stato sicuramente determinante)12. Significativa al riguardo l’assenza di iscrizioni dal territorio della colonia latina di Cremona, circondato verso il Pavese, Bergamo e la Bassa Bresciana di siti che hanno dato epigrafia in alfabeto di Lugano.
In tutta la regione alpina occidentale nel I millennio a.C. sono attestate lingue celtiche: celtico cisalpino o “leponzio” nell’area golasecchiana-insubre (dal bacino della Sesia all’Adige presso Verona), ligure a sud del Po, gallico nella valle del Rodano e forse una lingua o dialetto (del celtico cisalpino? del ligure? del gallico?) definibile preliminarmente taurisco nel Piemonte nordoccidentale e sulle Alpi Cozie e Graie. Usiamo qui la definizione di celtico cisalpino al posto dell’improprio leponzio: Aldo L. Prosdocimi e Patrizia Solinas hanno impiegato celtico in Italia, che tuttavia in questa sede può generare ulteriori confusioni con il ligure, anch’egli celtico in Italia ma con caratteri che lo differenziano dalla lingua delle iscrizioni in alfabeto di Lugano. Celtico cisalpino può essere definizione più ristretta ma ugualmente valida, perché comprende sia i Celti golasecchiani e i loro discendenti Insubri, sia i Cenomani di origine transalpina con i quali non si può ravvisare alcuna differenza sul piano epigrafico e linguistico. Resta da meglio definire e comprendere la celticità o meno delle iscrizioni in alfabeto camuno e dell’onomastica epicoria del Bresciano, comunque diversa dal “leponzio” sia più antico che più recente13. Il celtico cisalpino è stato per lungo tempo chiamato convenzionalmente “leponzio”, dalla popolazione dei Leponzi, stanziati nel Canton Ticino dove si rinvenne buona parte delle prime iscrizioni conosciute14. Oggi si tende ad usare con cautela o evitare la denominazione di “leponzio”15 perché la lingua e le iscrizioni coinvolgono una realtà assai più ampia di quella dei Leponzi sicché si sono generati numerosi equivoci negli studiosi non specialisti della materia: Andrea Pautasso attribuì ai Leponzi Uberi dell’alto Vallese le emissioni monetali con legenda “leponzia”, addirittura Joachim Grzega al termine del suo lavoro sul lessico di substrato celtico nell’Italia settentrionale vuole classificare come «lepontoromanisch» le parlate romanze del territorio dell’antica Cisalpina sul modello di galloromanzo, retoromanzo, dacoromanzo16. Benché si vedano differenze rispetto al gallico transalpino sia per motivi cronologici (quasi cinque secoli tra le prime testimonianze della Cisalpina e quelle della Transalpina) sia per ovvi motivi geografici, non si può tuttavia riconoscere una sostituzione linguistica all’arrivo di elementi transalpini a partire dalla fine del V secolo a.C., con la cosiddetta invasione gallica che comunque investì soprattutto aree dove l’epigrafia in lingua celtica è assente (l’Emilia-Romagna e le Marche di Boi, Lingoni e Senoni) o attestata molto tardi (la Bassa Bresciana e il Veronese dei Cenomani)17……… Per leggere l’articolo completo collegatevi ad ACADEMIA.EDU al link qui sotto:

https://www.academia.edu/resource/work/3674045

SEMPRE DI RUBAT BOREL:

CHE POTETE LEGGERE AL SEGUENTE LINK:

https://www.academia.edu/resource/work/1946519

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David Stiffer ha pubblicato questo volume che cerca di fare il punto sugli studi e le ricerche sul Celtico della regione Gallia Cisalpina.

L’autore:

DAVID STIFTER è professore di irlandese antico e medio presso la Maynooth University (Irlanda) e PI del progetto Chronologicon Hibernicum, finanziato dall’ERC, che studia la variazione e il cambiamento nell’antico irlandese con metodi statistici avanzati. I suoi interessi di ricerca sono la linguistica e la filologia dell’irlandese antico e delle lingue celtiche antiche (lepontica, gallica, celtiberica) e della linguistica comparativa celtica e indoeuropea. Il suo libro Sengoídelc. Old Irish for Beginners (Syracuse University Press 2006) è il libro di testo introduttivo più popolare per Old Irish.

Il VOLUME

Nel primo millennio a.C., due antiche lingue celtiche erano parlate nell’attuale Italia settentrionale e nella Svizzera meridionale, lungo la parte settentrionale del fiume Po e nelle valli intorno ai grandi laghi sulle pendici meridionali delle Alpi. Queste lingue, lepontiche e galliche, sono raggruppate insieme come celtico cisalpino, cioè ‘celtico su questo lato delle Alpi’, visto dalla prospettiva degli antichi romani, in contrasto con la lingua gallica transalpina sul lato opposto delle Alpi nella moderna Francia. Conosciute da oltre 400 iscrizioni che coprono circa 600 anni, le due lingue condividono lo stesso sistema di scrittura, preso in prestito dagli Etruschi a sud. Questo volume della serie AELAW offre un’introduzione a ciò che si conosce della grammatica e del lessico di queste lingue, come leggere la scrittura e come interpretare i vari tipi di iscrizioni (graffiti su ceramica, lapidi, formule dedicatorie). Questo è accompagnato da oltre quaranta nuove immagini e disegni degli oggetti inscritti. Completano il volume un censimento delle iscrizioni oggi conosciute e una sintetica bibliografia. Il libro contiene 2 mappe, 2 tabelle e 28 figure.

Cisalpine Celtic. Language, writing, epigraphy

David Stifter

  • Año de edición: 2020
  • Nº páginas: 44
  • Temática: Lingüística
  • Colección: Aelaw Booklet
  • Nº edición: 1.ª
  • Idioma: inglés
  • Dimensiones: 14 x 21 cm
  • Encuadernación: Grapado
  • Serie: Aelaw Booklet
  • ISBN: 978-84-1340-053-2

9,00 €

Il volume é disponibile per l’acquisto al sito :

https://puz.unizar.es/2369-cisalpine-celtic-languge-writing-epigraphy.html

RECENTI SCOPERTE LINGUISTICHE :

Marchesini Simona “Iscrizioni celtico-italiche dalle tombe ad incinerazione di Seminario Maggiore(Ve)”

Abstract

Le iscrizioni celtiche dell’Italia settentrionale esistono solo in un piccolo corpus di testi frammentari, per lo più nella scrittura lepontica volgare (derivata dall’etrusco settentrionale), e riflettono due lingue diverse, ma strettamente correlate, lepontico e gallico. Recenti ritrovamenti dalla necropoli del Seminario Vescovile di Verona hanno ampliato questo corpus. Queste iscrizioni sono interessanti per diversi motivi: innanzitutto provengono da un’area molto a est della regione centrale dell’alfabetizzazione italo-celtica, in secondo luogo appartengono alla fase tarda dell’italo-celtico quando la popolazione era già sotto forte influenza romana e, infine, gran parte delle iscrizioni appartengono a sepolture di bambini. Questo articolo discute gli aspetti culturali, sociolinguistici e linguistici-comparativi di queste iscrizioni tombali.

https://www.academia.edu/resource/work/41497545

ALTRE RISORSE:

https://mnamon.sns.it/index.php?page=Risorse&id=59