LE PIU RECENTI SCOPERTE ARCHEOLOGICHE IN LOMELLINA E VIGEVANO

Un aggiornamento sulle importanti ricerche e studi archeologici degli ultimi vent’anni relativi al territorio della Lomellina e di Vigevano.

Quando: il 18/12/2021 dalle 10:30 alle 12:00

Dove: Museo Archeologico Nazionale di Lomellina in Vigevano – Castello Visconteo – Sforzesco di Vigevano.

Gli Atti raccolgono le ricerche di nove illustri archeologhe e di un Accademico dei Licei su vasti e approfonditi argomenti come le dinamiche del popolamento tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro in Lomellina; i centri egemoni di Gropello e Garlasco nella Lomellina dell’età del Ferro; i guerrieri liguri di Garlasco tra età del Bronzo e romanizzazione; la cultura materiale legata ai modi di vita ed ai commerci come emersi dallo scavo di Villa Maria di Gropello; le sorprendenti decorazioni parietali di tipo pompeiano dalla villa romana di Santo Spirito di Gropello Cairoli; la preziosità e l’originalità del vetro romano in Lomellina; le ascendenze colte della coroplastica in Lomellina; i reperti archeologici della necropoli longobarda di Gambolò-Belcreda; infine, il contributo archeologico della Lomellina alle Collezioni Civiche Milanesi.

MUSEO ARCHEOLOGICO DELLA LOMELLINA

https://museilombardia.cultura.gov.it/musei/museo-archeologico-nazionale-della-lomellina/

Tesoretto di Antoniani scoperto nel 1978 a Morsella ora nel museo di Vigevano. Io e mio papà abbiamo partecipato con il gruppo archeologico Milanese alla scoperta

IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI GAMBALÒ

IL MUSEO ARCHEOLOGICO LOMELLINO

APPROFONDIMENTI :

IL SOGNO DI COSTANTINO IN UN TESORETTO DI AQUILEIA

Nel percorso “spirituale” di Costantino, però, ha un peso notevole la fede riposta nel dio Sole, divinità accolta nel pantheon pagano, ma di chiaro stampo monoteistico. La devozione dell’imperatore verso questa religione orientale la si osserva attraverso le numerosissime emissioni raffiguranti il Sole e soprattutto attraverso le emissioni di solidi e multipli mostranti al dritto i busti accollati del dio e dell’imperatore, che indubbiamente caratterizzano un’identificazione di Costantino verso il dio Sole. È proprio questo dio che fece da ponte fra il paganesimo e il cristianesimo: Eusebio ci ha tramandato che Costantino stesso aveva rivolto una preghiera al Sole e nel Sole si manifestò il segno di Cristo nel sogno rivelatore del 312. La storia ci mostra come la conversione fu dunque di natura politica, intesa come rapporto fra divinità e Stato, di cui l’imperatore era il giusto tramite e fu propagandata in maniera lenta, ma costante, fino a creare un “Impero cristiano”.

Il video presenta un particolare tesoretto di monete romane scoperte ad Aquileia. La particolarità sta nel fatto che sono tutte della stessa tipologia con una “X” che ci riporta al famoso sogno di Costantino prima della battaglia contro Massenzio a Ponte Milvio .

TESORETTO DI DENARO DI ARZERGRANDE (PD)

Da “il Mattino” di Padova.

Oltre seicento monete d’argento emerse da un fondo agricolo di Arzergrande: il valore materiale del “tesoretto”, come l’hanno ribattezzato gli archeologi del Bo, è evidente anche ai meno esperti, ma è ben poca cosa rispetto all’inestimabile valore della scoperta, destinata a riscrivere la storia della presenza romana nel Veneto.



A segnalare per primo la presenza delle monete è stato un pensionato del posto: andava tranquillamente a passeggio per i campi, quando – proprio come nelle fiabe – ha intravisto luccicare qualcosa. L’anziano si è fermato e, con encomiabile onestà, ha avvisato e consegnato tutto alla Soprintendenza. La storia risale a circa tre anni fa: è seguito un lungo silenzio, dovuto ad uno studio minuzioso che ha reso possibile l’emergere di una precisa interpretazione sul ritrovamento, che porta con sé novità finora impensabili.

«È la scoperta archeologica più importante del nuovo millennio nel nord Italia» assicura il professor Giulio Carraro, autore del volume “Il tesoro di Arzegrande – Pecunia citissime percurrunt” (la locuzione latina significa, più o meno, che i denari spariscono molto in fretta). «Inizialmente» continua Carraro «si era pensato a un rinvenimento di poco conto: dall’800, infatti, tutta la zona endolagunare restituisce sporadicamente reperti archeologici, e non è raro che, in periodo di aratura, arrivino segnalazioni per ritrovamenti di monetine antiche. Una scoperta così sensazionale, però, non era mai stata fatta. È un vero e proprio tesoro sia di fatto che in senso scientifico, per almeno tre motivi: prima di tutto, nonostante le monete non fossero conservate dentro un’anfora o altro recipiente, si sono conservate in perfetto stato; in secondo luogo, questa conservazione così perfetta ci ha permesso di rintracciarne con un buon grado di approssimazione il proprietario; terzo le monete, che sono di epoca romana a cavallo tra la Repubblica e l’impero, smentiscono molte delle convinzioni sulla presenza romana in Veneto».

Le affascinanti rivelazioni saranno rese note con la presentazione del volume curato dal professor Carraro: l’evento, aperto a tutta la cittadinanza, si svolgerà venerdì 1 febbraio alle 17, al museo Bottacin (Palazzo Zuckermann, corso Garibaldi). L’incontro, a cui sarà presente anche il professor Giovanni Gorini (docente di Numismatica antica all’università di Padova) è organizzato con la Società archeologica veneta e dal Circolo numismatico patavino.

Silvia Quaranta

GALLI E LIGURI NEL VERCELLESE

I ritrovamenti d’epoca preistorica in quella zona che comunemente s’intende per “ ager vercellensis” pur non essendo rari, hanno carattere sporadico così da non consentire allo stato attuale delle ricerche una visione chiara ed unitaria. Le tracce della presenza dei Liguri nel territorio vercellese, prima d’essere sommersi e integrarsi con l’invasione celtica, sarebbe data da alcuni nomi con suffissi in asco (Salasco, Rimasco, Civiasco),
Nel II secolo a.C il greco Polibio (Storie II-16) afferma: “Gli Appennini a partire dalla zona di Marsiglia e dalla convergenza con le Alpi sono abitate dai Liguri che si estendono, anche sul lato rivolto al mare Tirreno e nella pianura, lungo il mare fino alla città di Pisa che è la prima città etrusca per chi va verso occidente e nell’entroterra fino alla zona di Arezzo.”
Dal VI secolo nell’area piemontese-lombarda cominciano a infiltrarsi tribù celtiche provenienti dal nord Europa ma si tratta di gruppi sparsi, ognuno con un proprio capo secondo la forma associativa dei Celti.


Tito Livio nel quinto dei suo libri “ad urbe condita” (giocato su due avvenimenti centrali: assedio e presa di Veio, caduta di Roma nel 386/7 nelle mani dei Galli Senoni e sua liberazione per mano di Camillo) nel rapido excursus dei capitoli 33-35 ci dà le notizie necessarie per capire la realtà delle ondate di popolazioni che investirono la pianura padana in un periodo attorno al 400 a.c.. Nella valle Padana si stabilirono fra gli altri i Cenomani, i Libui, i Salluvi gli Insubri e infine i Senoni che dovevano dirigersi verso chiusi e occupare per brevissimo tempo Roma 386/7 secondo la cronologia di Polibio, nel 390 secondo la cronologia tradizionale. Le popolazioni celtiche che occuparono la zona del Vercellese ci sono note attraverso alcune testimonianze qui ordinate cronologicamente.
Nel secolo II a.C. Polibio (II,17)ci tramanda : “Nella regione prossima alle sorgenti del Po abitavano i Lai e i Lebici; dopo questi gli Insubri, più oltre presso il fiume i Cenomani”. In età Augustea Livio (V-35) scrive “ Libui considunt post hos Salluviique, prope antiquam gentem Laevos Ligures incolentes circa Ticinum amnem” ( I Libici sono insediati dopo questi e anche i Salluvi, presso l’antica stirpe dei Levi Liguri che abitavano le zone attorno al fiume Ticino). Plinio il vecchio poi nel (N.H.III-24) I sec d.C. afferma “Vercellae Libicorum ex Salluis ortae” ( Vercelli dei Libici di origine salluvica). Infine Tolomeo nel II secolo dopo Cristo (III,1,132) ci tramanda la notizia che “Vercelli e Lomello (Mortara) erano città dei Libici assoggettate dagli Insubri). Nella visione generale polibiana non vi è cenno d’un’occupazione specifica del territorio da parte dei Libici, c’è solamente l’affermazione che i Libici si insediarono nel territorio ad ovest degli Insubri che avevano occupato la valle Padana ad est del Ticino e il territorio di Mediolanum.
Le popolazioni quindi ricordate come adiacenti ai Libici e ai Salluvi a ovest e ai Cenomani a est venuti in possesso dei territori “dove ci sono le città di Brescia e Verona” (Livio V-35) sono gli Insubri insediatosi, come si è detto, nel territorio di Mediolanum.
Ricordiamo il passo di Polibio (II-17): “ Nella regione prossima alle sorgenti del Po abitavano i Lai e i Lebeci, dopo questi gli Insubri; più oltre presso il fiume i Cenomani. La zona che si estende verso il mare Adriatico era abitata da un’altra stirpe molto antica che ha il nome di Veneti, di poco differenti dai Celti per condizioni e costumi, ma diversi per lingua… La zona oltre il Po, vicino all’Appennino , era abitata nella prima parte dagli Anamari, poi dai Boi. Di seguito a questi verso l’Adriatico erano i Linoni e ultimi lungo il mare i Senoni”.
Continuando nell’analisi delle fonti osserviamo che i primi riferimenti ben chiari a una presenza gallica nell’”ager” vercellese sono enunciati nel passo di Plinio il vecchio (N.H.III-124). Nella descrizione geografica della Transpadana, Plinio ci informa che la fondazione dell’insediamento fu dovuta ai Salluvi mentre in un secondo tempo Vercellae è in possesso dei Libici. Con questa testimonianza bene si lega quella di Tolomeo che, illustrando le condizioni geografiche della Cisalpina anteriormente all’occupazione romana(III, 1,132), ci tramanda che Vercellae e Laumellum (mortara) abitate dai Libici erano passate in seguito sotto il dominio degli Insubri.
I Sallui o Salluvi erano una tribù celto-Ligure molto potente che occupavano la zona tra il Rodano e le alpi marittime. Nel passo citato da Livio (V,35,2): “Libui considunt post hos (Cenomanos) Salluviique” e cioè “Dopo questi (i Cenomani) hanno le loro sedi i Libici e i Salluvi”, i Libici-Salluvi sono una popolazione celtica discesa nella valle del Po alla fine del V secolo a.C. che prende possesso della regione “prope antiquam gentes Laevos Ligures incolentes circa Ticinum amnem” ( presso l’antica stirpe dei Levi Liguri che abitano presso il fiume Ticino). È chiaro che preesistenti popolazioni di ceppo ligure dovevano vivere nella zona tra Elvo, Cervo e Sesia e che avvenne anche qui quel processo di fusione per cui gli storici antichi parlavano giustamente e prudentemente di popolazioni celto-liguri.
Circa i Salluvi e le loro origini le fonti non sono concordi: secondo Plinio il vecchio (III,47): “Ligurum celeberrimi ultra Sallui, Deciates, Oxubii” (I più numerosi dei Liguri oltre le Alpi sono i Sallui, Deciates, Oxubii). Quindi l’origine dovrebbe essere ligure e in questa direzione concordano la testimonianza delle liste trionfali (C.I,L I p.460) “de Liguribus Vocontiesìsque Salluveisque” e quella di Giulio Obsequente ( De prodigiis,90).
Livio, invece, non ha dubbi sulla loro origine celtica in Epitome LX quando afferma “missus in auxilium Massiliensibus adversus Saluvios Gallos” e li elenca tra le popolazioni celtiche discese nella valle Padana alla fine del V secolo (V, 35,2). Egli ci informa altresì in XXI,26,3, che “P. Cornelius…praeter oram Etruriae Ligurumque et inde Saluvium montes pervenit Massiliam” e cioè:” P. Cornelio lungo la costa dell’Etruria e dei Liguri e poi per i monti dei Salluvi pervenne a Marsiglia”. Anche qui la distinzione tra Liguri e Salluvi appare chiara.
A chiarire il dilemma Liguri o Celti è un passo di Strabone (IV,6,3): “i più antichi degli scrittori greci chiamano i Salluvi Liguri e occupano il territorio ligure che hanno i Massalioti, quelli più recenti li definiscono Celti -Liguri.”. Quindi per Stradone, che scrive in età augustea, c’era una trasformazione del giudizio degli scrittori greci certamente informati attraverso la colonia greca di Marsiglia: in un primo tempo i Salluvi erano considerati Liguri, mentre in un secondo tempo la componente celtica aveva acquistato grande importanza.
Questo tipo di sovrapposizione avvenuta nel sud-est delle Gallie dovette ripetersi nelle zone di ceppo ligure della valle Padana con l’arrivo di popolazioni guerriere di tipo celtico che si sovrapposero alle antiche genti, per cui quando i Romani penetrarono nei territori della Cisalpina si trovarono dinanzi a popolazioni ormai fortemente celtizzate ( è questa l’opinione dei comandanti romani come si riflette in Polibio II,17 e II,35,4)
Per delineare meglio le condizioni dei Salluvi dobbiamo servirci di Strabone, particolarmente profuso su di essi certamente in relazione alla colonia focese (regione della grecia) di Marsiglia fondata verso il 600 a.C in territorio salluvico e sempre premuta da questa popolazioni.
Strabone (IV,6,3) c’informa che la regione compresa tra Monaco e Marsiglia apparteneva a loro come anche le regioni costiere tra le Alpi e il fiume Varo (IV,1,6 e IV,1,9).
Erano di origine salluvica le città di Tarascona ed Arles secondo le testimonianze di Plinio il vecchio (N:H: III-36). Nel medesimo passo Plinio il vecchio aggiunge che la capitale di queste popolazioni era Aix (Aquae Sextiae Saluviorum) la più antica città romana della Gallia. Destinata a divenire il centro di collegamento con le province iberiche conquistate dai romani, nel basso impero è ancora ricordata col nome di Salluvi da Ammiano Marcellino (XV-11-15).
I Libici erano una popolazione all’interno del gruppo salluvico: secondo le fonti antiche sono chiaramente riferibili all’area celtica come si deduce dal passo di Polibio già citato (II,179 e da quello di Livio (XXI,38,7) dove, in occasione del passaggio di Annibale in Italia,parla di loro dicendo che passando per i monti abitati dai Salassi ( Valle d’ Aosta ) si giunge a”ad Libuos Gallos”
Secondo Plinio il vecchio infine (N.H.III,3) erano attestati nel delta del Rodano: “Libica appellantur duo eius Rhodani ora modica; ex his Hispaniense, alterum Metapinum e cioè “Libici sono chiamati due sbocchi modesti del Rodano; uno di questi si chiama Hispaniense, l’altro Metapino”. Quindi mentre i Libici occupavano due rami minori del Rodano, i greci di Marsiglia erano insediati nella foce maggiore del Rodano in una posizione tale da resistere alle spinte galliche e a “incivilire “ le popolazioni come ci attesta ad esempio Trogo-Giustino in età augustea(XLIII,3). Le tribù libiche dovettero essere inglobate nel momento dell’espansione salluvica e seguirla poi in Italia.
Dal momento che Srabone (IV,6,4) ci da tutta una serie di notizie sui Salluvi e che chiaramente Plinio il vecchio ci dà la sequenza degli insediamenti a Vercelli possiamo concludere che la zona in questione era certamente considerata d’un certo interesse strategico anche per la presenza dei fiumi Cervo e Sesia.
Se teniamo conto che le fonti del II e del I secolo danno come abitatori i Libici, si dovrà dare ragione all’ ipotesi di Philip (Philip: Pauly-Wissowa XII-p.112-s.V “Libici”), secondo la quale le due popolazioni erano affini e che in un primo tempo siano giunte delle popolazioni salluviche seguite poi da gruppi libici i quali s’ imposero gradualmente fino a coniare una moneta propria. Seguendo quindi le fonti antiche e con la necessaria cautela possiamo fissare l’estensione del territorio delle tribu libiche in questo modo: a nord dei libici fra il corso dell’Agogna e quello del Ticino erano saldamente presenti i Vertacomacori che avevano fondato Novara (Plinio il vecchio –N.H.III-124). A nord-est vi erano i Laevi mentre i Marici erano insediati a sud-est oltre Laumellum (Mortasa) abitata ancora da genti libiche. Ad ovest erano libiche le popolazioni insediate presso gli affluenti di sinistra della Dora Baltea in quanto la Serra costituiva una linea divisoria tra queste popolazioni e le tribù salasse. Infine a nord-ovest si trovavano i temibili Salassi e ad ovest i Taurini (Livio XXI-38,7).I libici tenevano saldamente in pugno il territorio vercellese che giungeva a sud fino al Po e, facendo capo a Laumellum (Mortara), si estendeva lungo le due rive del Sesia probabilmente fino alla confluenza del fiume col Po.

Tratto da “Vercelli dai Celti al Cristianesimo” Giuseppe Bo,

WORK IN PROGRESS

DA ACCADEMIA.EDU

GALLI E LIGURI NEL VERCELLESE:

ARCHEOLOGIA VERCELLESE:

http://www.archeovercelli.it/download.htm

MONETE CELTICHE DELLA CISALPINA

Introduzione

Dracma di Massalia ( Marsiglia)
Dracma padana

Le monete celtiche della cosiddetta “Gallia Cisalpina” sono in argento coniato ad imitazione della dracma di Massalia , la colonia Greca che attraverso i commerci marittimi esercitò una notevole influenza sulle coste del Mediterraneo occidentale, ma anche sui territori circostanti.
L’esistenza di frequentati itinerari lungo la costa marittima ligure e gli attraversamenti dei passi delle Alpi occidentali ci dimostrano per quali vie si svolgessero le relazioni con i territori dell’Italia Settentrionale ancora lontani dal mondo romano.

La dracma padana (chiamata così per la zona di maggior diffusione) prende infatti a modello quella massaliota che porta nel “Dritto”, una testa femminile volta a destra, cinta di fronde d’ulivo, adorna di lunghi orecchini a tre pendenti e collana di perle, raffigurante la dea Diana Efesina.

Nel “Rovescio” della dracma un leone andante a destra, che nella sequenza delle varie emissioni massaliote, è espressa in numerose variazioni: fermo oppure balzante, o con una zampa anteriore levata in atto di artigliare; mentre nel Dritto anche la testa di Diana presenta mutamenti sensibili, pur mantenendo inalterata la sua fondamentale impostazione.
Nella forma la moneta celtica è caratterizzata da una sensibile forma scodellata, con il Dritto sulla faccia convessa ed il Rovescio su quella concava.
I tipi della dracma padana, pure ispirandosi alla dramma massaliota, costituiscono vari gruppi differenziati. Infatti il loro linguaggio espressivo si manifesta con differenze da luogo a luogo ed anche nel tempo, data la notevole durata del ciclo in cui avvennero le successive emissioni.

La monetazione celtico-padana

Nell’Italia Settentrionale, le monetazioni galliche assumono un’ampiezza notevole, dando luogo ad un fenomeno monetario che interessa tutta la valle padana ed inizia dopo più di un secolo dalla grande invasione gallica che, ai primi del IV secolo a.C., aveva occupato tutto il  Piemonte, la Liguria, la Lombardia, l’Emilia le Marche e la Toscana orientale. In Emilia, nelle Marche ed in Toscana non risultano emesse monetazioni galliche; qui probabilmente le tribù stanziatesi (i Boi in Emilia, i Lingoni e Senoni in Romagna, nelle Marche ed ai margini orientali della Toscana) avevano evidentemente assunto l’uso della già esistente moneta etrusca e romana. È nelle regioni transpadane dell’area cisalpina che si batterà moneta gallica prendendo a modello la dramma di Marsiglia. La monetazione celtica cisalpina prende il suo avvio dalle regioni occidentali, nell’area dell’odierno Piemonte, dove si riscontra un grandissimo numero di varietà, poi altre emissioni avvengono in Lombardia ed infine nell’area veneta.

DRACME PADANE del tesoretto di Manerbio(BS)

 

Una prima caratteristica differenzia le emissioni cisalpine da quelle celtiche in genere: l’unicità del tipo monetario adottato. Esse infatti nel corso di oltre due secoli, imitano sempre e soltanto la dramma di Marsiglia, con le caratteristiche tipologiche sopracitate. L’esistenza di un unico tipo monetario cisalpino fa in oltre ritenere che le varie tribù galliche, quando varcarono le Alpi dilagando in Italia, non disponessero di un proprio numerario, poiché non avrebbero atteso oltre un secolo per iniziare le loro emissioni ma avrebbero continuato alla produzione e nell’uso dei loro numerari differenziati.

Il riferimento ad un solo soggetto tipologico offre pure gli elementi per un interessante parallelo con le varie espressioni formali, poiché si manifestano con particolare evidenza le diverse versioni figurative di un unico tema. È una documentazione di grande rilievo, anzi l’unica vera e propria testimonianza archeologica dell’arte figurativa, oltre alle sporadiche ed assai rare manifestazioni dell’arte celtica nella valle padana.

Se la figura del leone, animale sconosciuto ai coniatori cisalpini, cambia rapidamente in una figura irreale che di fatto si stabilizza nel cosiddetto tipo “scorpione”. La testa di Diana offre argomento ad una multitudine di variazioni formali, dalla compostezza classica di una volonterosa imitazione del prototipo massaliota a quella dalla chioma scompigliata.

Le imitazioni accentrate nell’area milanese fino al Ticino e al Po, nel territorio occupato dalla tribù gallica degli Insubri, si distinguono per una diversa imitazione del leone, che si traduce in termimi meno irreali: frutto evidente di una propria derivazione diretta dal prototipo massaliota.

Nell’area orientale della regione lombarda, tra l’Adda ed il Mincio, in cui erano stanziati i Galli Cenomani, è documentato un altro tipo di monetazione, di stile vigoroso.

Particolare legenda Toutiopouos

A nord, nella zona che si stende dal Lago Maggiore al Lago di Como, un gruppo di emissioni monetarie si caratterizza spiccatamente non soltanto per lo stile che tende ad una equilibrata e corretta semplificazione, ma sopratutto per l’adozione di leggende in caratteri nord-etruschi (TOUTIOPOUOS oppure RIKOI), di quell’alfabeto detto “leponzio” perché ha le sue testimonianze archeologiche nella zona prealpina delle Alpi Lepontine, in un’area che può essere idealmente iscritta in un cerchio del raggio di 50 Km avente come centro Lugano.

Ad oriente dell’Adige, la regione veneta partecipa con una propria emissione, in una versione alquanto rozza in cui la testa di Diana, con viso turgido e grande occhio dilatato, ha fattezze che richiamano  la dea Reitia che aveva culto in quella regione. Nel Rovescio, il leone assume una fantasiosa trasformazione in cui spiccano il muso aguzzo ed enormi artigli.

Esistono dei sottomultipli della dramma cisalpina detti oboli provenienti dalla Liguria e attualmente non risultano ritrovamenti in nessun’altro territorio padano.

I CENOMANI

La coniazione di monete nell’area cenomane inizia nei primi decenni del II secolo a.C. e continua fino al I secolo a.C.

DRITTO: La consueta testa di Diana è resa in pochi tratti vigorosi ed espressivi, col viso incorniciato da ciocche di capelli gettati all’indietro in una serie di brevi volute parallele. Orecchino a tre pendenti affianca il collo in tutta la sua lunghezza, collana appena accennata. Tracce di perlinatura appaiono frammentariamente al contorno.

ROVESCIO: La figura dello “scorpione” è particolarmente tozza e rudimentale, accompagnata da una gruppo di puntini variamente disposti sotto la criniera. Nella parte superiore pochi segni fusiformi senza nesso tengono approssimativamente il posto della leggenda d’origine.

Da ambatii.wordpress.com

LINK UTILI:

https://www.academia.edu/resource/work/6063085

https://rolandomirkobordin.jimdofree.com/catalogazione-delle-monete-dei-celti-padani/

https://www.academia.edu/resource/work/15033110

https://www.academia.edu/resource/work/49601414

https://www.academia.edu/resource/work/15032374

https://www.yumpu.com/it/document/read/16340924/argento-di-genti-celtiche-ermanno-a-arslan

http://www.mariojan.com/monete/centro_galliera_mar_82.html

Dalla dracma massaliota a quella padana

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LA RIPRODUZIONE DI UN CONIO DEI GALLI CENOMANI

Nel 2012 il gruppo di ricostruzione storica ” Teuta Kenomanes Ambati ” nell’ ambito ha pubblicato questo post dedicato alla riproduzione delle modalità di coniazione delle dracme padane che noi riprendiamo qui sotto:

Come fonti di ricostruzione, partendo dal ritrovamento effettuato nell’oppidum elvetico di Mont Vully (fig.1) e poi da quelli scoperti in Germania a Niederaltheim (fig.2)  tutti datati II-I sec. a.C., abbiamo realizzato il conio interamente in bronzo.

Fig.1 – Conio celtico di Avanches (Svizzera)

Fig.2 – Conii celtici rinvenuti a Niederaltheim (Germania)

Il conio “incudine” riporta l’immagine della testa femminile mentre il conio “martello” quella del leone-scorpione. Il metallo fuso da noi utilizzato per realizzare le monete e simulare l’argento, è lo stagno che viene scaldato su fiamma in un crogiolo di metallo e successivamente versato in appositi stampi in argilla seccata (fig.3). Sistemata sul conio incudine la moneta “vergine” viene poi “timbrata” o “battuta” dal conio martello posto sopra di essa (fig.4).

Fig.3 – Stampo in argilla seccata

Fig.4 – Fase della coniazione

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MONETE CELTICO PADANE: IMITAZIONE DI OBOLI DI MASSALIA

https://www.academia.edu/resource/work/15033008

https://www.academia.edu/resource/work/15032708

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DRACME PADANE ALCUNI ESEMPI

( da asta.inasta.com)

https://asta.inasta.com/it/cat/17/14/monete-celtiche/1/

VIDEO:

DRACME PADANE