AQUILEIA: LA VILLA DI TITO MACRO APRE AL GRANDE PUBBLICO.

Dal 1 febbraio la Domus di Tito Macro sarà aperta tutti i giorni, con ingresso scaglionato ogni 30 minuti,nei seguenti orari:

  • Da novembre a febbraio | dalle 10.00 alle 16.00 durante la settimana; sabato, domenica e festivi fino alle 17.00 (eccetto la chiusura del 25/12)
  • Marzo e ottobre | dalle 10.00 alle 18.00 tutti i giorni
  • Da aprile a settembre | dalle 10.00 alle 19.00 tutti i giorni

Intero: 5€ – visitatori individuali dai 18 anni in su
Ridotto: 4€ – visitatori in gruppo (minimo 15 persone) dai 18 anni in su

L’ingresso è gratuito per:
Minori di 18 anni
Studenti fino alla scuola Secondaria di II Grado, inclusi gli insegnanti accompagnatori
Visitatori disabili previa presentazione in Biglietteria del certificato d’invalidità. In caso di non autosufficienza, la gratuità è estesa anche a un accompagnatore
Giornalisti
Guide turistiche e Tour Leader
1 accompagnatore per gruppo
Membri ICOMOS e ICOM
Residenti ad Aquileia

Link:

Domus di Tito Macro

http://www.arte.it/notizie/udine/ad-aquileia-brilla-la-domus-di-tito-macro-cinque-secoli-di-storia-in-una-dimora-senza-precedenti-17689

MIRABILIA DELL’ANTICHITÁ A MILANO : “RECYCLING BEAUTY”ALLA FONDAZIONE PRADA.

Dire che sono in mostra alla fondazione Prada di Milano dei capolavori della antichità è assolutamente riduttivo. Questa mostra è straordinaria , inaspettata, emozionante, bellissima. La cornice in cui vengono esposti questi reperti è poi di tutto rispetto : la fondazione Prada. Non solo si tratta di pezzi archeologici di una preziosità unica ma è anche estremamente intrigante la storia complessa del loro reimpiego e riuso durante i secoli . Per questo mi sono permesso di inserire questo post un po’ “fuori tema” qui. Mi perdoneranno i lettori. Vi invito a visitare questa mostra a Milano alla fondazione Prada fino al 27 febbraio 2023.

La Zingarella e il Moro Borghese sono opera del francese Nicolas Cordier (1567-1612), che uni parti di sua creazione a frammenti antichi in marmi pregiati. Le sculture sono qui presentate per la prima volta in “dialogo” fra loro, come lo erano in casa del cardinale Scipione Borghese intorno al 1613. Oggi il Moro è al Louvre, La Zingarella è rimasta a Roma.

https://vm.tiktok.com/ZMYLdSNDr/

Da fondazione Prada:

Questo e un altro pavone di bronzo dorato sono i soli sopravvissuti tra quelli che decoravano il mausoleo dell’imperatore Adriano (118-138 d.C.), che nel Medioevo
fu trasformato in residenza fortezza (Castel Sant’Angelo). due pavoni, insieme a una grande pigna antica di bronzo ornarono lungo una fontane davanti alla vecchia basilica di San Pietro, poi smontata nel Cinquecento quando venne costruita la nuova basilica

Recycling Beauty” è un’inedita ricognizione dedicata al tema del riuso di antichità greche e romane in contesti post-antichi, dal Medioevo al Barocco. Una mostra a cura di Salvatore Settis e Anna Anguissola con Denise La Monica il cui progetto allestitivo è ideato da Rem Koolhaas/OMA.

Composto da Nicolas Cordier a partire da una testa antica di moro, da un frammento – anch’esso antico – di torso in marmo nero e da un altro di alabastro, il Moro Borghese è una creazione interamente barocca. Secondo un poema del 1613, il Moro era disposto in coppia con La Zingarella: “A destra c’è un giovane moro […] che sorride lietamente e pare che inviti a danzare con lui una gentile fanciulla, anch’ella di pelle scura, che però fa la sdegnosa e non vuole ballare”.

La premessa di questa ricerca è la necessità di considerare il classico non solo come un’eredità del passato ma come un elemento vitale in grado di incidere sul nostro presente e futuro. Attraverso un innovativo approccio interpretativo e una modalità espositiva sperimentale, il patrimonio antico, e in particolare quello greco-romano, diventa, per usare le parole di Settis, “una chiave di accesso alla molteplicità delle culture del mondo contemporaneo”.


Nonostante la sua rilevanza culturale e la sua ampia diffusione, il reimpiego di materiali antichi è stato al centro degli studi archeologici solo di recente. Solo negli ultimi anni è stato approfondito il dato essenziale di questo fenomeno, ovvero la relazione visuale e concettuale fra gli elementi antichi riusati e il contesto post-antico, lontano da quello di origine, in cui sono stati inclusi. “Recycling Beauty”, al contrario, intende focalizzare l’attenzione sul momento in cui il pezzo antico abbandona la propria condizione iniziale o di rovina e viene riattivato, acquistando nuovo senso e valore grazie al gesto del riuso.

Considerata “meravigliosissima” da Michelangelo, questa scultura greca della fine del IV secolo a.C. apparteneva forse a una più vasta rappresentazione di Alessandro Magno a caccia. L’opera fu portata a Roma in antichità e nel Medioevo fu posta in Campidoglio, nel luogo in cui erano comminate le sentenze capitali, dove simboleggiò la potenza di Roma. Del famoso gruppo capitolino esistono numerose derivazioni in ogni materiale e di ogni dimensione.

Il progetto espositivo, concepito da Rem Koolhaas/OMA con Giulio Margheri, si sviluppa in due edifici della Fondazione, il Podium e la Cisterna, come un percorso di analisi storica, scoperta e immaginazione. Nel Podium un paesaggio di plinti bassi permette di percepire i pezzi esposti come un insieme, mentre le strutture simili a postazioni di lavoro incoraggiano un esame più ravvicinato grazie alla presenza di sedie da ufficio. Nella Cisterna i visitatori incontrano gli oggetti gradualmente, in una sequenza di spazi che facilitano l’osservazione da punti di vista alternativi. Due sale della Cisterna sono dedicate alla statua colossale di Costantino (IV sec. d.C.), una delle opere più importanti della scultura romana tardo-antica. Due monumentali frammenti marmorei, la mano e il piede destro, normalmente esposti nel cortile del Palazzo dei Conservatori a Roma, saranno accostati a una ricostruzione del Colosso in scala 1:1, mai tentata prima, che evidenzia come l’opera sia il risultato della rielaborazione di una più antica statua di culto, probabilmente di Giove. Questo progetto è il risultato di una collaborazione tra i Musei Capitolini, Fondazione Prada e Factum Foundation, la cui supervisione scientifica è stata seguita da Claudio Parisi Presicce, Sovrintendente Capitolino ai Beni Culturali.

La ricostruzione della ciclopica statua di Costantino originariamente posta bella basilica di Massenzio e Costantino . Frammenti originari un piede ed una mano

Evidenziando l’importanza dei frammenti, del riuso e dell’interpretazione, “Recycling Beauty” contribuisce a considerare il passato come un fenomeno instabile in costante evoluzione. La mostra ospita oltre cinquanta opere d’arte altamente rappresentative provenienti da collezioni pubbliche e musei italiani e internazionali come Musée du Louvre di Parigi, Kunsthistorisches Museum di Vienna, Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen, Musei Capitolini, Musei Vaticani e Galleria Borghese di Roma, Gallerie degli Uffizi di Firenze e Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Il torso in onice dorato, di età adrianea (118-138 d.C.), agli inizi del XVII secolo fu integrato dal fiammingo François Duquesnoy con testa, mani e piedi in bronzo, sostituiti in marmo nel 1766. Esportata in Francia, l’opera rimase nella collezione d’Orsay fino alle confische della Rivoluzione (1794).
Ritenuta a lungo di età greco-romana questa protome è opera di Donatello (1455 ca.). Era destinata al monumento equestre di Alfonso d’Aragona, re di Napoli. Per dono di Lorenzo il Magnifice (1471) venne in possesso di Diomede Carafa. Spiccava tra molti marmi antichi esposti nel cortile di Palazzo Carafa, tanto che esso veniva chiamato “Palazzo del Cavallo di bronzo”.
Il sarcofago (160-180 d.C. ca.), che mostra una battaglia di Dioniso/Bacco in India, fu riusato nel 1247 come tomba del Beato Guido. Nel 1282 lo scrittore Ristoro d’Arezzo ne diede una fantasiosa descrizione. Donatello lo vide in viaggio da Roma a Firenze e ne parlò con Filippo Brunelleschi, che subito si recò a Cortona per disegnarlo.

Altri link:

https://www.salonemilano.it/it/articoli/design/la-bellezza-si-ricicla-nella-grande-mostra-fondazione-prada

https://www.artribune.com/arti-visive/2022/11/mostra-recycling-beauty-fondazione-prada-milano/

ALEA JACTA EST! SULLE TRACCE DI CESARE LUNGO IL RUBICONE

UNA NUOVA IPOTESI SUL PERCORSO DI CESARE PRIMA DI ATTRAVERSARE IL RUBICONE.

Statua di Cesare sul Rubicone

Ha letto e riletto per anni gli scritti degli storici antichi e degli studiosi moderni, ma soprattutto ha analizzato i segni rimasti sul suolo, in particolare quelli della centuriazione d’epoca romana, e ha ragionato sulle mappe e sulle strategie militari. Alla fine, Giancarlo Brighi, acuto cultore cesenate del passato remoto, ha ricostruito così in modo dettagliato quello che probabilmente fu il percorso che Giulio Cesare fece durante il suo celebre attraversamento del fiume Rubicone. Un avvenimento che spalancò le porte alla caduta della Repubblica di Roma e al successivo avvento dell’Impero.

Colonna che segna il punto in cui secondo la tradizione Giulio Cesare pronuncia la frase Alea iacta est



La tesi di Brighi, minuziosamente argomentata e affascinante e spiegata in un libro che sarà presentato questa mattina alle 10 al circolo Endas di Ronta, è che sia di corto respiro una visione fissata in modo statico sul corso d’acqua del “dado è tratto”, attorno a cui esistono eterne dispute tra chi lo individua nel Pisciatello-Urgon cesenate, nel Rubicone-Fiumicino di Savignano o nell’Uso santarcangiolese. In realtà – sostiene Brighi – tra la zona di Ravenna nella Gallia Cisalpina e quella di Rimini, che era il limes dell’Italia romana, esisteva una sorta di “terra di nessuno”, a forma di triangolo rettangolo, che era una «trappola idraulica», cioè una zona allagabile con funzioni di difesa da possibili invasioni. E il fulcro di questa zona cuscinetto era Cesena, una piazzaforte in posizione rialzata rispetto al terreno inondato attorno, che sarebbe diventata un passaggio obbligato e quasi imprendibile per chi voleva evitare le sorvegliate vie consolari.
Sul lato nord-ovest questa area strategica aveva come perimetro il Savio, nel suo originario tracciato, poi modificato, che coincideva più o meno con l’attuale rio Granarolo. All’estremità sud-est c’era invece lo storico Rubicone al centro della vicenda più famosa dell’epopea cesariana, che Brighi identifica col Pisciatello, pur con un tracciato un po’ differente da quello odierno. È tra questi due «confini distinti e distanti» che fu lanciata la sfida alla Roma del Senato e di Pompeo.

Secondo Brighi, in quel gennaio dell’anno 49 .C. (il 10 secondo la tradizione, o forse l’11), Cesare uscì di sera da Ravenna, ma non si diresse direttamente verso Rimini lungo la via Popilia litoranea, su cui invece inviò alcuni legionari incaricati di simulare una diserzione. Scelse invece la via che conduceva verso le colline di Bertinoro, dove era concentrata metà della sua XIII legione. Poi, appena raggiunta la via Flaminia II, prolungamento ormai in disuso verso nord-ovest della Flamina, aveva intenzione di girare a est per raggiungere Rimini, attraversando la zona neutrale lungo le strade di confine tra la centuriazione cesenate e il territorio cervese. Ma vicino alle saline di Cervia trovò qualche ostacolo, probabilmente una zona allagata, e così fece una deviazione a sud, su terreni asciutti, e si smarrì, come narra Svetonio, forse anche per la nebbia. O magari si nascose? Fatto sta che finì per sbucare in un punto del Rubicone non previsto, usato dai contrabbandieri del tempo. A quel punto, attraversato il corso d’acqua, si incamminò verso la dimenticata Giovedia, località vicino al Rio Salto e all’attuale Torre di Villa Torlonia, a San Mauro Pascoli, per poi raggiungere il ponte di San Vito, sull’Uso. Oltrepassato anche quel torrente, raggiunse Casale e San Martino in Riparotta, vicino al Marecchia, e fu da lì che i suoi legionari piombarono poi su Rimini. Con un vantaggio: provenivano da una direzione che poteva fare pensare che fossero truppe pompeiane amiche arruolate ad Arezzo, in arrivo da là, e quindi ci fu l’effetto sorpresa, che facilitò l’occupazione della città

Il percorso ipotetico di Cesare

Altro link: l’accampamento di Cesare

VASI DI BRONZO IN GALLIA CISALPINA TRA IL IV -I SEC.a.C

Articolo originale : M.Bolla I recipienti di bronzo in Italia settentrionale dal VI al I sec. a.C.

http://www.core.ac.uk

https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://core.ac.uk/download/pdf/288222558.pdf&ved=2ahUKEwiQx6iyitz8AhUluaQKHXcYA4gQFnoECDYQAQ&usg=AOvVaw3Gyr0qOxn-wXrfMHcgpGKu

I vasi di bronzo costituiscono una particolare tipo di vasi ad uso domestico. Realizzati per durare a lungo , rappresentavano un patrimonio familiare che passava da madre in figlia per generazioni .
Questa particolare preziosità antica, rende più difficile una fine identificazione cronologica . Tuttavia è possibile in ogni caso identificare in Gallia Cisalpina almeno tre fasi principali di utilizzo del vaso di bronzo. Questi tre periodi vanno dal 388 aC al periodo augusteo e ricalcano la divisione cronologica del periodo La Tène. Lo studio cerca di definire le forme e le tipologie dei vasi di bronzo, il loro legame con il rango sociale in Cisalpina utilizzando come area privilegiata l’area veronese ( Povegliano soprattutto). Tale zona ha permesso di osservare infatti almeno 150 esemplari, databili dal IV/III secolo a.C. all’età augustea in gran parte recuperati da contesti funerari.

PRIMO PERIODO: (388-130a.C)

Nonostante l ‘invadione gallica del 388 a.C. prosegue la produzione locale, rappresentata da recipienti destinati al consumo del vino o di altri tipi di vevande fermentate. Nelle aree occupate dai Leponti e dagli Insubri sono attestate le situle (tipi Pianezzo, Cerinasca e Castaneda), le capeduncole,le brocche a becco (Tessiner Kannen). Sono recipienti prodotti nel Sopraceneri – per le brocche
a becco anche nel Comasco – e attestati nell’area occidentale della Cisalpina, tra il Canton Ticino e la Bergamasca, sui quali non mi soffermo in questa sede perché esaurientemente analizzati da
De Marinis in occasione della mostra sui Leponti , e ancora più recentemente, da Nagy e Tori per la necropoli di Giubiasco.
Produzioni locali sono ben attestate anche in area Cenomane – mi riferisco alle fiasche da pellegrino, con gli esemplari della tomba di Castiglione delle Stiviere e

Brocca a becco di area Lepontica

in area veneta e retica, dove permane
la produzione di situle a sbalzo e di simpula. Sono attribuite a officine locali, che continuano una tradizione lunga e feconda, Le situle di Este, da
quelle a corpo troncoconico e sinuoso della tomba Ricovero 23, la famosa tomba di Nerka Trostiaia, a quelle istoriate delle tombe Boldù-Dolfin 52–535.
Per le situle è stata identificata anche un’area di produzione tra le valli dell’Adige e del Piave, con uno o più ateliers che operano nel IV secolo unendo
elementi di tradizione halstattiana a motivi di influsso celtico ed etrusco. Anche i simpula prodotti a partire dal IV secolo riprendono e rielaborano il tipo etrusco a vasca emisferica e manico verticale,
ma con il manico a nastro applicato con ribattini alla vasca.Nel santuario di Lagole di Calalzo(Belluno) questi attingitoi sono utilizzati anche nei rituali delle acque.


Vasellame d’importazione

Per quanto riguarda invece le importazioni
di vasellame di bronzo dall’Etruria, che avevano caratterizzato tra VI e V secolo a.C. lo sviluppo dell’Etruria padana e della civiltà di Golasecca, si ha effettivamente una contrazione in seguito all’in￾vasione gallica del 388 a.C., che non sembra però
toccare l’area di Spina, dove recipienti e candelabri di bronzo caratterizzano sia le tombe dell’ultimo quarto del V secolo, sia quelle del primo quarto del secolo successivo.

SECONDO PERIODO ETÀ LT D

Con l’età tardorepubblicana, corrispondente in ambito padano al LT D (130–15 a.C.), la presenza di vasellame di bronzo d’importazione si fa numericamente più rilevante e più varia quanto a tipi rappresentati. Per la Gallia Cisalpina si possono considerare ancora validi i saggi sulle varie forme e le liste di distribuzione elaborati in occasione dellatavola rotonda di Lattes, La vaisselle tardo-républicaine en bronze (Feugère, Rolley (eds.) 1991), con aggiornamenti relativi all’asse Ticino-Verbano e, sul versante opposto, al Caput Adriae al territorio dell’attuale Lombardia, con specifiche dedicate al Comasco e al territorio di Bergamo; molto si attende, inoltre, dalle necropoli del Veronese che sono state scavate recentemente e sono attualmente in corso di studio. Più numerosi, a tutt’oggi, gli aggiornamenti e le pubblicazioni di recipienti di età tardorepubblicana in ambito europeo
In linea generale, si può osservare che alle padelle tipo Montefortino e Povegliano si sostituiscono le padelle tipo Aylesford, con vasca fortemente convessa e il caratteristico motivo a spina di pesce sul
labbro (cfr. Tav. 5: XXVI/7), che formano una coppia funzionale con le brocche carenate tipo Gallarate e, talora, anche con le brocche a corpo piriforme tipo Ornavasso-Ruvo,Ornavasso-Montefiascone,Kelheim e Kjaerumgaard.

Le brocche tipo Gallarate, bitroncoconiche a carena bassa con ansa terminante a foglia cuoriforme e puntale, sono a tutt’oggi, insieme alle padelle
Aylesford, le forme più rappresentate nei contesti funerari di questo periodo; che in Gallia Cisalpina le padelle rivestissero un ruolo fortemente simbolico all’interno dei servizi da banchetto, è indiziato dalla
frantumazione rituale del recipiente durante i riti di sepoltura e dalla deposizione sul rogo funebre.
Del successo delle brocche bitroncoconiche possono essere indicative le imitazioni “povere” in terracotta attestate già dal terzo quarto del II secolo a.C.
in Grecia, e la presenza, nel santuario di Delo,frequentato da mercanti e visitatori italici, di una matrice in calcare riferibile ad una forma a carena bassa di piccole dimensioni.

Padella tipo Aylesford. Museo di Mergozzo

TERZO PERIODO-ETA’ AUGUSTEA

Con l’età augustea, il nuovo dinamismo economico della Cisalpina, legato all’espandersi delle strutture produttive transpadane e all’apertura della zona centropadana a più veloci circuiti commerciali, vede la rapida diffusione di un repertorio di forme in parte legato alla serie tardorepubblicana, della quale vengono riproposti elementi strutturali e ornamentali, in parte del tutto innovativi.

Nella tomba 16 della necropoli del Colabiolo di Verdello (Bergamo), ad esempio, datata in base a una moneta
e un boccale del tipo Aco intorno al 20 a.C.88, è già presente una brocchetta “moderna”, di produzione verosimilmente campana89. Si tratta infatti di un recipiente riconducibile alle serie Tassinari C1224, che trova un confronto puntuale con una brocchetta di Levate (Bergamo), da una tomba di
età augustea .
Alcune forme tardorepubblicane, del resto,
risultano ancora in produzione, come le padelle tipo Aylesford, che continuano con una produzione bollata da Cornelius, alla quale sembrerebbe appartenere anche l’esemplare rinvenuto a Domodossola
in una tomba di età prototiberiana, e le brocche carenate tipo Gallarate con labbro arricchito da un kyma ionico91.
Anche i simpula-colini continuano ad essere prodotti con il tipo Radnόti 40, con vasca larga a fondo piatto (Fig. 17), datato tra il 20/15 a.C. e il 10/15 d.C.92
Appare legata alla serie tardorepubblicana
anche la brocca tipo Tassinari C1210, attestata in Italia centrale (a Pompei, nel Viterbese e in Val di Cornia) e in Italia settentrionale a Genova, Fino
Mornasco (Como), Castrezzato (Brescia).



CELTI RETI E CAMUNI: COME È AVVENUTA LA ROMANIZZAZIONE NEL BRESCIANO E NEL GARDA

Da ACADEMIA.EDU

Articolo originale di

 Simona MarchesiniProfile picture for Simona  MarchesiniSimona MarchesiniIDENTITÀ MULTIPLE O ETHNIC CHANGE DURANTE LA ROMANIZZAZIONEView PDF ▸Download PDF 

Area CAPITOLIUM Brescia Cenomane – da Brixia e le genti del Po’ Giunti
Area CAPITOLIUM Brixia fino all’ etá augustea da Brixia e le genti del Po’ Giunti

Il territorio attorno a Brescia e al Lago di Garda si presenta come un osservatorio privilegiato per lo studio di interazioni tra popoli già dal primo apparire della documentazione epigrafica, in età preromana. Tale vocazione, quella dello scenario di etnie multiple, si configura anche nell’età della romanizzazione, con modalità ben indagate e in gran parte già defi nite dagli studiosi. L’individuazione di ethne a partire dalla documentazione esistente non è però sempre di immediata evidenza, e porta spesso ad una sospensione del giudizio piuttosto che ad una soluzione univoca.
In questa sede cercherò di inquadrare fenomeni nel loro complesso già noti, come quelli che emergono dall’epigrafia e dall’onomastica, avvalendomi di strumenti «in dotazione» alla linguistica, come la sociografia, la neurolinguistica, la linguistica del contatto e l’etnolinguistica, per proporre al confronto critico nuove categorie di analisi. Dalla focalizzazione di alcuni documenti, in parte anche nuovi, vedremo anche emergere e delinearsi meglio una delle compagini che solitamente, negli studi sulla regio X, rimane di difficile identificazione: la componente camuna.


II. Lo scenario storico regio X, in particolare nella zona attorno a Brescia e al lago di Garda (1).


Il processo di assimilazione e acculturazione, come sappiamo, non fu per questa parte dell’Italia cruento e repentino, ma progressivo e lento. La strategia politica adottata da Roma verso queste popolazioni fu di rispetto delle autonomie e delle strutture socio-politiche esistenti, di cui «venivano conservate la compattezza, l’autonomia, e fi n dove possibile l’indipendenza e la stabilità demografica» (2).


Riassumo brevemente i termini cronologici:

− fine V-inizi IV sec. a.C.: inizia l’occupazione cenomana di
Brixia, che conosce anche la sua prima fase urbana;

− 225 a.C. durante la guerra Gallica i Cenomàni (che ormai occupano il territorio di Brescia) e i Veneti si alleano con i Romani
inviando 20.000 soldati contro le altre popolazioni celtiche;

− durante la guerra annibalica i Cenomani sono alleati di Roma insieme ai Veneti, Taurini e Anamari;

− 200 a.C. i Cenomani appoggiano gli Insubri e i Boii devastando Placentia e puntando in seguito su Cremona;

− 197 a.C. grazie all’intervento diplomatico del console C.
Cornelio Cetego presso i vici Cenomanorum e presso la stessa Brixia, la rivolta rientra e i Cenomàni abbandonano gli Insubri
che vengono vinti; si stipula un foedus tra Roma e i Cenomàni;

− 89 a.C. Lex Pompeia Strabonis de Transpadanis concede lo
ius Latii a tutte le popolazioni della Gallia Cisalpina, compresi i Cenomani;

− 51-49 a.C. con la Lex Roscia viene ratifi cata la cittadinanza
romana alle popolazioni celtiche e italiche della Cisalpina (Transpadani); Brixia diventa municipium;

− età augustea (16/15 a.C.): adtributio delle popolazioni nella
Val Sabbia e della sponda occidentale del Lago di Garda (Sabini e Benacenses); adtributio a Brixia anche dei Trumplini e dei Camunni (campagna militare di P. Silio Nerva);

27 a.C. (oppure 14 a.C. e comunque non dopo l’8 a.C.)
Brixia si fregia del titolo di colonia civica Augusta.

− tra 79 e 89 d.C. Benacenses e Trumplini sono in stato di inferiorità giuridica rispetto ai Bresciani (3).

Particolare della statua di Minerva dal santuario di Breno(BS)


In questo quadro di progressivo adeguamento della componente etnica locale al mondo romano, spicca la tendenza all’autonomia dei Camunni, che pur dopo l’adtributio e la concessione della civitas, si costituiscono come res publica separata da Brescia e vengono ascritti per la maggior parte alla tribù Quirina.

Questa situazione, che ha come sfondo un intenso spostamento di persone dal centro Italia e dal Sud verso Nord, nella Gallia padana e Cisalpina (4), porta alla creazione di popolazioni miste, che uniscono componenti più tipicamente italiche o centro italiche a quelle celtiche, venetiche, retiche o camune.

Puoi continuare a leggere l ‘articolo originale al link:

https://www.academia.edu/resource/work/1074727

LE LUCI DELLA SERA SUL CAPITOLIUM DI BRESCIA

LE ULTIME SCOPERTE SUL MONTE CIDNEO

Da il giornale di Brescia

https://www.giornaledibrescia.it/cultura-e-spettacoli/un-tesoro-ritrovato-mura-e-mosaici-romani-nel-castello-di-brescia-1.3817481

Una scoperta continua: il Cidneo non smette mai di sorprendere. Proseguono gli scavi che la Soprintendenza sta portando avanti nell’area antistante i magazzini oleari e appaiono sempre più evidenti l’imponenza delle strutture romane riaffiorate dopo due millenni, il loro ottimo stato di conservazione, la monumentalità di quel sistema di murature che stavano alla base del tempio costruito sulla sommità del colle, poi inglobato nei secoli successivi, nell’edificio oggi sede del Museo delle Armi.

Scavi in corso presso le mura del castello

Tra le rovine

Accompagnati dalla dottoressa Serena Solano della Soprintendenza, che dirige il cantiere avviato da qualche mese a poche decine di metri dal ponte levatoio, abbiamo potuto effettuare un sopralluogo nell’area di intervento, proprio prima della chiusura per i mesi invernali, osservando da vicino le archeologhe Ivana Venturini e Viviana Fausti all’opera, mentre spostavano – con l’ausilio di un piccolo escavatore e armate di picconi, pale e cazzuole – tutto il materiale che per secoli ha coperto e protetto questo articolato impianto di mura, vani e nicchie, da cui è riaffiorato anche un mosaico.

«Qui siamo in corrispondenza del Capitolium – ha spiegato Solano -. Dobbiamo immaginarci una imponente scenografia monumentale che collegava la piazza del foro al tempio costruito sulla cima del colle. Le strutture emerse si possono riferire a diverse fasi: la prima probabilmente di età augustea, quindi alla fine del I secolo a.C., la seconda di età flavia (fine I secolo d.C.). In epoca tardo antica poi l’area è stata utilizzata come balneum con tanto di vasche e impianto di riscaldamento a terra e a parete di cui si possono ancora notare le impronte lasciate dai tubuli».

In «letargo»

Per le prossime settimane gli scavi saranno coperti da teli in vista di riavviare i lavori con la bella stagione. Di certo ora si dovrà rivedere il progetto della Fondazione Brescia Musei che nell’area avrebbe voluto ospitare le sculture del lascito Bruno Romeda, su progetto dell’architetto Scherer.

«Noi proponiamo la conservazione delle mura romane e la loro musealizzazione. Ma questo non esclude che possano trovare una loro collocazione anche le opere d’arte contemporanea; le due cose possono convivere – ha dichiarato il Soprintendente Luca Rinaldi -. Dai lavori che stiamo portando avanti emerge che il Castello non ha solo la sua parte medievale ma anche questo importante scavo romano». Per ora questi ritrovamenti si possono solo osservare dall’alto, dalle aperture nelle mura all’ombra della torre Mirabella, ma in futuro l’area potrebbe essere resa fruibile a tutti. Sempre che Comune e Fondazione Brescia Musei sposino la proposta della Soprintendenza.

Autore:

Daniela Zorat

LEPONTI : NUOVE SCOPERTE IN TICINO A GIUBIASCO

Palasio alcune tombe con corredi, mentre 30 sepolture riemergono tra il viale 1814 e via Ferriere: trovati qui anche 4 tumuli, una novità in Ticino.

TRANSPADANA , RAETIA AI TEMPI DI AUGUSTO

Doppia importante scoperta archeologica a Giubiasco: nelle scorse settimane in una grande parcella di terreno situata tra il viale 1814 e la via Ferriere, durante i lavori per una nuova edificazione, sono emerse una trentina di tombe da riferire all’Età del Ferro, risalenti perciò al Sesto-Quinto secolo avanti Cristo. Il terreno – spiega l’Ufficio cantonale dei beni culturali in un comunicato stampa – era occupato da una serie di edifici a carattere industriale, demoliti per lasciare spazio alla costruzione di un palazzo residenziale, nel frattempo quasi giunto a tetto. Ma non è tutto: alcune centinaia di metri verso montagna, in via Rompeda nella zona del Palasio, area conosciuta da decenni dal profilo archeologico, sempre nel corso di un cantiere edile di dimensioni più ridotte sono emerse alcune tombe, pure risalenti all’Età del Ferro. In questo caso una sepoltura conservava un vaso pre-trottola, una ciotola e un bicchiere a calice in ceramica, così come due fibule in ferro, indica a ‘laRegione’ Rossana Cardani Vergani, caposervizio archeologia dell’Ufficio beni culturali, responsabile delle operazioni di scavo, ricerca, catalogazione e conservazione dei reperti. Cardani Vergani ricorda che «grazie alla raccolta dati della Mappa archeologica del Cantone Ticino, lavoro iniziato a fine anni 90, oggi l’Ufficio dei beni culturali è in grado d’inserire nei Piani regolatori (Pr) i cosiddetti Perimetri d’interesse archeologico (Pia)». E come detto la zona del Palasio, con le sue 700 sepolture emerse dagli anni 60 fino a oggi, rientra notoriamente in una di queste aree d’interesse.

Materiali celtici dalla tomba 423 di Giubiasco

‘Potrebbero cambiare la storia di questa grande area sepolcrale’

Lo scavo tra il viale 1814 e via Ferriere è ancora in corso (si concluderà a fine dicembre) e sta riportando alla luce un numero considerevole di sepolture a inumazione e cremazioni singole. Se i corredi che accompagnano le oltre trenta tombe finora scavate sono ricchi e interessanti – indice quindi di una popolazione che le vie di transito hanno reso di ceto alto –, stando al Servizio archeologico la grande sorpresa sta nei quattro grandi tumuli presenti, “una prima assoluta per il Ticino”. Il tumulo rimanda infatti alle famose tombe etrusche, dove una struttura costruita ‘a collina’ racchiudeva sepolture di grande importanza. I tumuli giubiaschesi verranno aperti in sequenza nei prossimi giorni. La tomba principale lo sarà nel corso della presentazione alla stampa in agenda il 28 novembre: “Le aspettative al proposito sono grandi e, se confermate, cambieranno la storia di questa grande area sepolcrale”.

La brocca in bronzo a becco d’anatra trovata nove anni fa

Tornando in via Rompeda, in zona Palasio già nel 2013 era stata scoperta una necropoli, «dalla quale sono state riportate alla luce una trentina di sepolture a inumazione, caratterizzate da ricchi corredi perlopiù maschili da riferire all’Età del Ferro». Un’area nota fin dal 1906, «in quanto (seppur in modo sporadico) nelle vicinanze erano state rinvenute alcune sepolture», precisa Cardani Vergani. Le tombe di via Rompeda sono dunque legate alla Necropoli del Palasio, visto che sono state trovate a pochi metri di distanza da essa. Ricordiamo che uno degli oggetti di maggior pregio riportati alla luce nel 2013, è stata una brocca in bronzo a becco d’anatra: una rielaborazione dei Leponti – popolo stanziato nelle Alpi centrali che alcuni secoli a.C. era presente pure nella zona di Bellinzona, ad Arbedo e, appunto, Giubiasco – di un modello tipico etrusco per servire il vino nei simposi. La brocca è stata esposta una prima volta nella casa comunale di Giubiasco assieme ad altri oggetti ritrovati nella necropoli per alcuni mesi nel 2016; oggi è l’‘oggetto simbolo’ presso il Museo di Montebello.

Tomba 31 Castione Bergamo d’Arbedo

Zone archeologicamente sensibili

Se da un lato il ritrovamento di reperti antichi genera sempre stupore e curiosità, dall’altro può anche provocare alcuni malumori per le ditte che devono parzialmente rallentare il cantiere. Tuttavia, l’istituzione di zone archeologicamente sensibili genera trasparenza: in questo modo le società di costruzione sono a conoscenza che il cantiere potrebbe, molto probabilmente, subire alcuni ritardi, di cui quindi si tiene conto al momento della pianificazione dei lavori. «L’inserimento a Pr dei Pia fa sì che ogni intervento previsto nei terreni che vi fanno parte venga annunciato al Servizio archeologico cantonale, che ha il dovere di preavvisare la domanda di costruzione o la notifica», rileva Cardani Vergani. «Il preavviso (di regola favorevole con condizioni) indica un solo obbligo agli istanti, che in base alla Legge sui beni culturali, sono tenuti a preavvisare per tempo l’inizio dei lavori, in modo che dai primi movimenti di terreno il Servizio sia presente e controlli la possibile presenza di sostanza archeologica».

Dal ritrovamento allo studio, fino all’esposizione, passando dal restauro

Ma concretamente cosa succede quando viene accertata la presenza di reperti archeologici in un cantiere? «Lo scavo meccanico viene interrotto e gli archeologi iniziano il loro intervento manualmente; solo in questo modo infatti la sostanza antropica ancora presente nel terreno viene identificata, rilevata e documentata, così che se ne possa ricostruire l’evoluzione», sottolinea la caposervizio. «Lo scavo scientifico condotto da archeologici permette così di riportare alla luce strutture legate a insediamenti, fortificazioni, luoghi di culto, necropoli, per citare i ritrovamenti più comuni. Accanto ai reperti immobili, l’indagine riconsegna molto spesso grandi quantità di reperti mobili integri o in frammenti: corredi da sepolture, oggetti di uso quotidiano da insediamento, armi da luogo difensivo». Ovviamente il percorso di un reperto archeologico non si ferma dopo il ritrovamento a seguito di uno scavo: in un secondo tempo si procede infatti con «la conservazione, il restauro, lo studio, la valorizzazione e infine l’esposizione».

Tomba 108 Cerinasca d ‘Arbedo

Il Cantone possiede oltre quarantamila reperti mobili

Cardani Vergani precisa poi che «i reperti mobili diventano per legge di proprietà dello Stato, mentre quelli immobili (se non distrutti) rimangono ancorati al terreno e quindi sotto la responsabilità del suo proprietario». In generale in Ticino sono stati mappati «circa tremila siti archeologici» e il Cantone possiede «più di quarantamila reperti mobili». Di questi ne sono stati esposti «unicamente un migliaio. Una minima parte, se si considera la grande ricchezza della collezione archeologica: dai vetri romani (una delle maggiori collezioni a livello europeo), ai numerosi reperti in ceramica, ferro, bronzo, argento e oro, che dal Neolitico ci portano all’alto Medioevo, ai frammenti di dipinti murali del pieno Medioevo».

Collezione destinata a crescere ancora

Una collezione, quella di proprietà dello Stato del Cantone Ticino, che, visti i frequenti nuovi ritrovamenti archeologici, è «destinata a crescere negli anni. Una collezione che tutti auspichiamo sempre di più diventi appannaggio non solo degli specialisti», ma di tutta la popolazione. Articolo di Fabio Barenco tratto da “la regione.ch”

ALTRI LINKS SULLA SCOPERTA:

Dopo 2500 anni aperte le tombe di Giubiasco

Dopo 2500 anni aperte le tombe di Giubiasco

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/A-Giubiasco-i-tesori-dellet%C3%A0-del-Ferro-15822394.html

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LA NECROPOLI DI GIUBIASCO

VOLUME 1:

https://www.academia.edu/resource/work/1818129

VOLUME 2:

https://www.academia.edu/resource/work/1818119

VOLUME 3

https://www.academia.edu/resource/work/1818136

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IL NUOVO MUSEO AL CASTELLO DI BELLINZONA.

Da M4.ti.ch

Archeologia Montebello – Il nuovo percorso espositivo all’interno del Castello di Montebello, Bellinzona

Dopo alcuni anni di interventi, svoltisi a tappe e seguiti dalla Sezione della logistica (Dipartimento delle finanze e dell’economia), e con un allestimento museale rinnovato a cura del Servizio archeologia, il Castello di Montebello ha riaperto al pubblico con un nuovo concetto espositivo, più innovativo e dal taglio divulgativo.

La nuova entrata al percorso espositivo “Archeologia Montebello”

La visita al maniero, trasformato architettonicamente al suo interno nel 1974 su progetto degli architetti Mario Campi, Franco Pessina e Niki Piazzoli, è organizzata in due distinti spazi.

Al Palazzetto – attraverso vecchi documenti, disegni, fotografie d’epoca e progetti architettonici – è presentata la storia del castello, dalla sua edificazione avvenuta alla fine del XIII secolo, passando attraverso gli ampi lavori di restauro e di ricostruzione del periodo 1902-1910, per giungere all’ultimo importante intervento architettonico risalente agli anni ’70 del secolo scorso.

La torre del castello ospita invece un’esposizione archeologica dove è presentata una selezione di rinvenimenti del territorio ticinese, con particolare attenzione alla regione del Bellinzonese e delle valli superiori. I reperti, tra cui alcuni pezzi rari e di pregio come ad esempio la brocca a becco d’anatra da Giubiasco-Palasio esposta all’entrata, invitano il visitatore alla scoperta di questo territorio attraverso elementi, legati alle risorse naturali e alla presenza umana, che lo caratterizzano fin dai tempi più remoti.

Brocca a becco d ‘anatra

La visita al mastio si sviluppa in verticale seguendo il filo del tempo in ordine cronologico, dal basso (il periodo più antico, il Mesolitico) verso l’alto (il periodo più recente, la Romanità). La sequenza – suddivisa in quattro piani espositivi, intercalati da tre piani evocativi – richiama le modalità della ricerca sul terreno, che riporta alla luce le testimonianze in base a una lettura stratigrafica: gli strati più profondi racchiudono gli elementi più antichi, quelli più superficiali i più recenti. In ogni piano la “Carta del tempo” ideata dall’Associazione Archeologica Ticinese e i relativi riferimenti cromatici ricordano al visitatore a quale epoca appartengono gli oggetti esposti e in quale contesto essi si inseriscono.

Estratto della “Carta del tempo” elaborata dall’Associazione Archeologica Ticinese

Una volta giunti al cosiddetto Belvedere, alcune vedute mostrano la morfologia attuale del territorio, mettendo l’accento sugli aspetti geografici.

Un altro percorso scende invece ai piani inferiori, dove si possono approfondire alcune tematiche: l’introduzione nelle nostre terre della prima forma di scrittura, avvenuta durante l’età del Ferro, e la sua diffusione, in epoca romana; l’abbigliamento, ossia come vestivano e si adornavano le nostre antenate e i nostri antenati; i riti funerari in uso nell’antichità.

Un approfondimento tematico dedicato all’introduzione della scrittura nelle nostre terre

Una guida in quattro lingue scaricabile su smartphone accompagna il visitatore lungo tutto il percorso espositivo.

Link:

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Scoperta-una-necropoli-a-Moghegno-15221758.html

I ROMANI SULLE ALPI IN EPOCA PREROMANA

MICHEL TARPIN “LA PENETRAZIONE DEI ROMANI SULLE ALPI PRIMA DI AUGUSTO”

Fin dal libro di Oberziner, più di un secolo fa,1 la conquista delle Alpi da parte di Roma
è stata oggetto di discussioni attorno alla natura dell’imperialismo romano. Nella storiografia, la conquista delle Alpi rimane maggiormente, quando non esclusivamente, opera di Augusto,2 che avrebbe avuto un piano d’insieme nel quadro di una sorta di ‘grand strategy’ di controllo dell’Europa e, per necessaria conseguenza, delle sue vie di comunicazione. La conquista delle Alpi avrebbe avuto come unico – o almeno principale – scopo l’apertura di strade tra l’Italia romanizzata e la Gallia / Germania, così come l’organizzazione dello spazio conquistato nel quadro di un sistema provinciale irrigidito dal Principe.3 Ciononostante, le sue possibili motivazioni non sono al centro di questa comunicazione. Vorrei, al contrario, sottolineare l’importanza delle Alpi prima di Augusto ed approfittare dell’evoluzione recente dell’archeologia per capire il rapporto dei Romani della Repubblica con la catena alpina e i suoi abitanti. Come ben rilevato da S. Martin Kilcher, la nostra visione della ‘romanizzazione’ delle Alpi dipende in modo eccessivo dalla letteratura e dalla propaganda augustea.4 Si sa da tempo che il commercio transalpino era già molto attivo nella prima età del ferro, come dimostrano diverse e a volte spettacolari scoperte, come i grandi vasi di bronzo di Vix o Grächwill, ma anche i graffiti di Montmorot.5 Lo sviluppo delle ricerche sulle «agglomérations ouvertes» della seconda età del ferro ha confermato il vigore del traffico commerciale tra l’Europa del Nord e l’Italia.6 Il ritiro dei ghiacciai e l’archeologia recente hanno messo in luce il ruolo di passi finora giudicati minori.7 Inoltre, i Romani sapevano perfettamente che diversi popoli avevano attraversato le Alpi in massa. Rimane inoltre possibile che diverse città latine abbiano fatto riscorso a mercenari Galli durante il IV sec. a.C.8 Attraverso scambi e migrazioni i Romani avevano probabilmente appreso almeno qualche elemento di geografia e di economia alpina. L’evoluzione rapida dell’archeologia alpina ci permette di riconsiderare

le fonti scritte utilizzate da Oberziner in un senso differente da quello che avevo seguito anch’io anni fa.9 Insomma, se rimane chiara l’esistenza di un discorso letterario convenzionale e ostile alle Alpi,10
è ora possibile esaminare le fonti scritte con un approccio più storico che
letterario, integrando la recente interpretazione politica delle banalità sull’insuperabilità della catena alpina.11 Le fonti geografiche, a guardarle bene, ci trasmettono una visione particolare delle Alpi, piuttosto differente dalla vulgata augustea, anche quando gli autori ripetono questa propaganda. È particolarmente il caso di Strabone, che sembra accettare i discorsi del casus belli augusteo, ma ricorre a fonti repubblicane di buona qualità. Logicamente le Alpi sono descritte alla fine del libro IV (Gallia), prima del libro V (Italia). A seconda delle fonti utilizzate, il geografo riesce a unire l’osservazione critica, abbastanza precisa di Posidonio, e l’ideologia augustea.12
Le
Alpi hanno uno spessore soprattuto etnologico, arricchito a volte di dettagli economici, ma un’ampiezza fisica precisa soltanto a proposito della strada attraverso il territorio dei Voconzii e il regno di Cozio, ossia esattamente 200 stadi.13
Però il geografo ricorda anche, seguendo Polibio, che ci volevano almeno cinque giorni per arrivare in cima (= ai passi).14 Non tralascia
di indicare le città di fondazione indigena, tutte πόλεις, o le strade più importanti. Ma l’elemento più significativo rimane il fatto che, dopo aver detto che la catena alpina era il limite tra Gallia e Italia, Strabone dà una vera consistenza alle Alpi, perché descrivendo la catena da ovest a est, va dal versante gallico al versante italico, per concludere sui popoli stanziati sulle cime, dando corpo al discorso di Polibio sull’identità etnico-linguistica dei due versanti.15 Passa poi ai popoli che si trovano ‘sopra’ Como. Però, questa volta, non ci sono due versanti, ma uno solo, quello dell’Italia. Inoltre parla delle strade alpine soprattuto a proposito di Como e dei popoli che inquadrano la città.16
Como, per lui, è un punto di rottura nella descrizione
della catena. Strabone, scrivendo al tempo di Tiberio e conoscendo l’importanza delle guerre augustee, ignora pure l’elenco dei popoli e sotto-popoli del trofeo della Turbie, o perché non lo conoscesse o perché ne diffidasse. Da Mela non ci si deve aspettare nulla. Non dice niente se non che le Alpi sono il limite di
diverse regioni.17 Plinio, come al solito, descrive prima il litorale e poi l’interno delle singole
regioni augustee, ripetendo a volte gli stessi nomi (fig. 1). Non c’è un capitolo alpino specifico.18
Per la Liguria, alla quale manca Veleia, troviamo due volte i Bagienni e Statielli: sotto il
nome delle loro città e in un capitolo a parte dedicato ai popoli della Liguria meridionale (tra Marsiglia e Veleia).19 A nord, le città della regio XI, Transpadana, sono tutte associate a un nome di popolo secondo un raggruppamento etnico, come si vede bene dal fatto che Bergamo, ad est dell’Adda, è associata a Comum e Forum Licinii, le altre città degli Oromobii. La fonte di questo discorso etnico potrebbe essere Catone, citato appunto a proposito degli Oromobii (III, 17, 124). Plinio

ricorre a formule anomale per i Galli come «Boii condidere, Insubres condidere» che ricordano l’interesse del censore per le origini delle città. Logicamente, anche se è assurdo, Eporedia, che non è registrata come colonia, è «a populo Romano condita», mentre la colonia di Augusta Praetoria è una città dei Salassi… L’associazione tra popoli indigeni e città – sempre con un riferimento a Catone – si presenta in modo differente per la Venezia. L’elenco delle città costiere segue l’uso normale, senza indicazioni di tipo etnico. Per l’interno, invece, Plinio ritorna alla procedura della Transpadana, raggruppando le città per popoli, ma senza mai ricorrere a condere.20
Fa la distinzione tra colonie di fondazione romana (Cremona, Aquileia, Iulia Concordia,21 Tergeste e Pola), senza
indicazione, e città come Brixia e Ateste, legate a popoli indigeni. Questa differenza è interessante perché potrebbe testimoniare l’esistenza di un elenco urbano-etnico, redatto prima della formazione delle colonie di Brixia e Ateste, e che Plinio avrebbe incrociato con la lista augustea. Il panorama delle Alpi è ancora più sconcertante e Plinio non riesce a raggruppare la catena in un capitolo unico. Sembra ignorare l’esistenza delle province alpine. Le Alpi si dividono in due parti. Ad est, nel Noricum, dopo la conclusione sull’Italia, «diis sacra»,22
s’incontrano delle città vere, elencate in ordine quasi circolare, da Celeia a Flavia Solva.23 Sono tutte delle fondazioni imperiali, soprattutto di Claudio. Il resto delle Alpi è maggiormente integrato all’Italia (III, 20, 133-138) e ci ritroviamo i Salassi, ma senza Aosta questa volta.24
Gli Octodurenses e i
Ceutroni sono stranamente di statuto latino, perché Plinio sembra ignorare i due fora creati da Claudio nelle loro valli. In un altro capitolo, dedicato alla Narbonensis, Plinio, dopo la lista delle regiones, elenca diversi nomi di popoli alpini al nominativo, come se fosse passato da una lista ufficiale dell’amministrazione romana ad una fonte di tipo etnologico, il che potrebbe corrispondere a un momento in cui questi popoli non erano ancora sottomessi.25 Claudio Tolomeo è ovviamente più sistematico (fig. 2). La maggior parte delle città è situata sulle grandi strade, in accordo con la Tabula Peutingeriana. Le città sono ordinate in province e poi in comunità etniche. Il confine dell’Italia è a volte indicato, ad esempio a Iulium Carnicum, limite tra Italia e Noricum.26
Ma, nel libro III, 1, 26-43, per l’Italia settentrionale e
l’Istria, la lista è ordinata per popoli. Come Plinio, Tolomeo ha conservato il nome Octodurus (Ἐκτόδουρον) per Forum Claudii Vallensium (II, 12, 5). La scelta etnologica può essere spiegata dal fatto che Tolomeo, come Plinio e Strabone, si serve anche di fonti invecchiate. Però hanno tutti e tre anche delle fonti ufficiali recenti. Secondo l’ipotesi del Van Berchem, il facchinaggio a pagamento riduceva le strade ai nomi dei popoli che ci vivevano.27 Questi tre autori danno poche indicazioni sul limite delle Alpi e sui confini. Plinio, in
particolare, integrava i Salassi, gli Oromobii, una parte dei Reti e i Tarvisani nella descrizione dell’Italia. Tolomeo integra nel capitolo III, 1, corrispondente all’Italia, la parte ligure delle Alpi meridionali, da Nizza a Genova, e poi le città delle Alpi Marittime, delle Alpi Cozie (sola Ocelum) e delle Alpes Graiae….

Cisalpina ed Alpi secondo Plinio

PER CONTINUARE A LEGGERE L ARTICOLO IL LINK È IL SEGUENTE:

https://www.academia.edu/resource/work/41551057

AVENTICUM SULLE TRACCE DEGLI ANTICHI ELVEZI.

Da swissinfo.ch

Aventicum rispetto ad ELVEZI, TIGURINI, LEPONZI E CISALPINI

Importanti scavi archeologici ad Avenches hanno rivelato qualcosa di più sugli Elvezi che popolavano l’Altipiano svizzero prima della conquista romana. Una collezione di manufatti presentati per la prima volta mette in discussione l’immagine che il pubblico ha generalmente dei popoli celtici dell’Età del Ferro.

Moneta celtica dei Sequani

Il passato romano di Avenches, nel Cantone di Vaud, ex capitale dell’Elvezia romana, era già noto. Tuttavia, dal 2014, dopo l’inizio dei lavori per ampliare un quartiere, gli archeologi e le archeologhe hanno effettuato scavi in diversi settori che hanno rivelato numerosi resti del I e II secolo a.C., cioè prima della colonizzazione romana della regione.

Tipici ornamenti in vetro di fattura celtica

Dalla fine di settembre, questi reperti sono presentati in una mostra temporanea presso il Museo romano di Avenches. Intitolata “Avenches la Gauloise”, l’esposizione rimarrà aperta fino al 1° ottobre 2023.

Oggetti di uso quotidiano

L’antica civiltà celtica ha lasciato poche tracce. Falegnami di talento, i celti hanno costruito edifici in legno, che sono però scomparsi. Nemmeno i reperti scritti sono numerosi: la loro civiltà era essenzialmente orale e la scrittura ha iniziato ad essere impiegata solo in epoca tardiva e principalmente per questioni amministrative.

“I Celti sono i cugini poveri della storia svizzera”, afferma Denis Genequand, direttore del sito e del Museo romano di Avenches. Storicamente, sappiamo molto poco di loro. Ci basiamo principalmente sui dati archeologici, molti dei quali sono relativamente recenti. Per molto tempo, per questo periodo celtico, ci siamo basati su fonti greche o romane che ci hanno dato una visione piuttosto parziale e distorta della realtà”.

In questo contesto, le scoperte archeologiche effettuate ad Avenches sono importanti per avere una migliore comprensione di questo periodo. Ma non bisogna aspettarsi oggetti spettacolari. “Abbiamo scavato una parte abitata della città, non un luogo di culto o una tomba, spiega l’archeologo Hugo Amoroso. Di conseguenza, non abbiamo trovato oggetti di prestigio, ma oggetti di uso quotidiano, resti, rifiuti. Ma ci dicono molto sullo stile di vita dell’epoca”.

Questi rinvenimenti dimostrano innanzitutto che l’antica capitale romana esisteva già prima della civiltà romana. “I grandi scavi effettuati a partire dal 2014 ci hanno permesso di scoprire strutture e oggetti che indicano l’esistenza di un vero e proprio agglomerato con un preciso ruolo politico ed economico. Si tratta di un completo cambiamento di paradigma, poiché si pensava che Avenches fosse una creazione romana ex nihilo risalente al 15 a.C.”, afferma con entusiasmo Denis Genequand.

Molto lontano da Asterix e Obelix

Le narrazioni nazionali del XIX secolo hanno fatto dei Galli e degli Elvezi i rispettivi antenati della Francia e della Svizzera, sebbene questi Paesi siano stati costruiti essenzialmente sull’eredità romana e poi germanica. Dell’eredità celtica rimane poco: circa 150 parole francesi, spesso legate all’agricoltura e all’artigianato (chêne – quercia, cheval – cavallo, alouette – allodola, javelot – giavellotto, ruche – alveare, caillou – sasso, boue – fango…), nomi di luoghi (Yverdon, Moudon, Chandon) e qualche invenzione (la cervogia, antenata della birra, la botte, la falce…).

Sperone celtico

Per molto tempo, la visione dei Galli che veniva trasmessa era quella di irsuti guerrieri che vivevano in capanne nella foresta e passavano il tempo a combattere e a cacciare cinghiali per nutrirsi. Questa immagine è stata ampiamente diffusa al grande pubblico attraverso i fumetti e poi attraverso i film delle avventure di Asterix il Gallo.

Anello in ferro di provenienza mediterranea

Le scoperte fatte ad Avenches non corrispondono affatto a questa immagine. “Gli scavi testimoniano un artigianato avanzato e un’agricoltura altamente efficiente, spiega Hugo Amoroso. Possiamo notare che la maggior parte della carne consumata proveniva dall’allevamento e non dalla caccia. Gli oggetti rinvenuti dimostrano anche l’esistenza di un commercio internazionale con l’importazione di materie prime per l’artigianato locale, ad esempio il vetro dal Vicino Oriente per la produzione di gioielli, e di prodotti alimentari come vino e datteri per il consumo di un’élite locale”.

Statua di epoca Gallo-romana. Donna con torques

Tra le ossa trovate, nemmeno un cinghiale! Alla faccia di Obelix. Per contro, altri resti animali mostrano che gli Elvezi mangiavano cavalli e cani, pratiche odiate dai Romani.

Tuttavia, i resti archeologici non fanno molta luce sulle pratiche funerarie e di culto dell’epoca. Sono stati rinvenuti urne funerarie e lo scheletro di un cane in posizione sacrificale, ma non è chiaro come gli abitanti celtici di Avenches immaginassero l’aldilà.

Città di pianura

L’archeologia sta mettendo in discussione anche la visione che si aveva finora degli insediamenti celtici sull’Altopiano svizzero. “Siamo nel mezzo di un progressivo cambiamento di paradigma”, sottolinea Denis Genequand. Il modello affermatosi negli anni Settanta era quello di un insediamento in piccoli agglomerati fortificati su alture (oppida). Ma il caso di Avenches e altri scavi a Vufflens-la-Ville, sempre nel Canton Vaud, dimostrano che in pianura esistevano grandi agglomerati che possono essere considerati città”.

Quando ritengono di essere ormai pronti per la partenza, incendiano tutte le loro città, una dozzina, i loro villaggi, circa quattrocento, e le singole case private che ancora restavano”.

Giulio CesareEnd of insertion

Nel suo De bello Gallico, Giulio Cesare racconta che gli Elvezi bruciarono i loro oppida e i loro villaggi prima di migrare in Gallia, dove furono battuti dall’esercito romano a Bibracte e poi costretti a tornare a casa. “Ma non ci sono prove a sostegno di questa storia, afferma Hugo Amoroso. Non abbiamo trovato alcuna traccia di grandi incendi in quel periodo. È più probabile che solo una parte della popolazione sia andata in esilio, ma che il resto sia rimasta sul posto”.

Ulteriori scavi ad Avenches miglioreranno certamente la nostra conoscenza degli Elvezi. Ma quale sarebbe il ritrovamento da sogno degli archeologi e delle archeologhe? “Un carnyx [strumento musicale gallico] completo, risponde Hugo Amoroso, ridendo. Ma questa è solo una battuta tra archeologi. Più seriamente, sarebbe davvero interessante scoprire i resti di un bastione in pianura. Ciò consentirebbe di smontare un po’ di più le teorie sugli insediamenti fortificati in altura”.Contenuto esterno

Traduzione di Daniele Mariani

DAGLI ELVEZI AI ROMANI.

Da aventicum.org

La città romana di Aventicum è nata all’inizio della nostra era. La sua popolazione è stimata in 20.000 persone nel I secolo d.C. J.-C.

Dalla fine dell’antichità, la città servì da cava, ma numerosi monumenti testimoniano ancora la sua passata grandezza.

La fondazione della città di Aventicum è probabilmente legata al tentativo fallito di migrare da parte degli Elvezi nel 58 aC e al loro forzato ritorno al punto di partenza. Il nome della città deriva da quello della dea protettrice celtica Aventia. Aventicum era la capitale degli Elvezi.

Non si sa nulla di preciso sulla data di fondazione della città. Negli ultimi anni nel sito sono stati più volte portati alla luce resti del tardo periodo celtico ( I secolo aC), in particolare sepolture e fosse a sud-ovest dei futuri quartieri della città.

Più a sud, esiste nella seconda metà del I secolo a.C. un oppidum (habitat alto). dC sulla vicina collina di Bois-de-Châtel.

Al più tardi intorno al 5/6 apr. J.-C., è attestato un insediamento portuale sul lago di Murten, mentre in città, è allestita una rete di strade ortogonali, caratteristica delle città romane. Più di 60 rioni così delimitati (lat. insulae ) sono disposti fino al II sec . La città ha un foro (piazza pubblica), diversi stabilimenti balneari (terme) e almeno otto templi. I cimiteri sono allestiti alle varie uscite dalla città.

La pietra da costruzione proviene principalmente dalla sponda giurassiana del lago di Neuchâtel. Grandi aree della città sono caratterizzate da un sottosuolo molto umido. Di conseguenza, i costruttori sono regolarmente obbligati a garantire la stabilità delle fondamenta impiantando prima pali di quercia nel terreno.

Questi legni sono stati spesso conservati e oggi possono essere datati con precisione grazie alla dendrocronologia (metodo di datazione basato sulla misurazione degli anelli di accrescimento del legno)

Aventicum, all’epoca probabilmente chiamato Forum Tiberii, conobbe il suo primo “periodo d’oro” negli anni 30-50 d.C. J.-C., sotto il regno degli imperatori Tiberio e Claudio. Testimone in particolare un gruppo scultoreo più grande del vero che rappresenta i membri della famiglia imperiale, che adorna il foro della città.

Nel 71/72 d.C. dC, l’imperatore Vespasiano, il cui padre e figli trascorsero parte della loro vita ad Aventicum, elevò la città al rango di colonia con il nome di Colonia Pia Flavia Constans Emerita Helvetiorum Foederata.

In questo momento iniziò la costruzione di un muro perimetrale lungo 5,5 km, che circondava un’area di 228 ettari. Poco dopo vennero costruiti anche il teatro, l’anfiteatro e il santuario del Cigognier, tre edifici caratteristici dell’architettura pubblica romana.

Ritratto di Vespasiano

L’imperatore Vespasiano

Lontana dai confini dell’Impero, lontana dalle crisi politiche regionali, Avenches conobbe un lungo periodo di prosperità fino all’inizio del III secolo . Se le incursioni degli Alemanni del 275 d.C. J.-C. sembra aver causato ingenti danni, le attività comunali sono ancora segnalate nel IV secolo , in particolare i lavori di fortificazione intorno al teatro.

La popolazione di Aventicum è probabilmente in gran parte composta da Helvetii. Le élite di questo popolo hanno indubbiamente mantenuto il loro status e sono loro che per prime ottengono la cittadinanza romana. Questi notabili sono quindi congiuntamente garanti della penetrazione della cultura romana e di una certa stabilità politica.

L’anfiteatro romano di Aventicum

L’interesse per i resti archeologici della città romana di Avenches nasce nel XVI secolo . Alcuni scavi archeologici furono effettuati a partire dal XVIII secolo , ma una vera e propria esplorazione sistematica iniziò solo con la costituzione dell’Associazione Pro Aventico nel 1885. Nel 1824 fu creato il Museo Romano.

Dal 1838 occupa la torre medievale costruita nell’XI secolo sui resti dell’anfiteatro romano.

Fino al VI secolo Avenches fu sede vescovile. Nel VII secolo apparve un nuovo toponimo, Wibili , che in seguito divenne Wiflisburg.

Dal piccolo stabilimento fondato nel 753 aC. J.-C., Roma costituisce nello spazio di otto secoli un Impero “mondiale”. Intorno al 300 a.C. J. – C., il dominio dell’Italia è completato. Intorno al 50 a.C. aC, vengono assorbite gran parte dell’Europa, del Vicino Oriente e del Nord Africa. La data del 117 d.C. dC segna la massima estensione dell’Impero. Settori significativi dei territori conquistati erano ora protetti dai popoli vicini da una cortina di fortificazioni posta ai loro confini ( limes ).

La presa di Roma sui territori conquistati poggia su cinque pilastri: un esercito potente, una legislazione omogenea, un’amministrazione comune, una moneta unica e una lingua ufficiale, anzi due, il latino in Occidente e il greco in Oriente.

Nel corso del III secolo, un deterioramento del clima, nonché una serie di crisi economiche e politiche segnano l’inizio di un declino, che porterà nell’anno 476 allo scoppio dell’Impero Romano.

La civiltà romana rimarrà comunque molto viva in Europa per quasi un millennio. Il latino rimase la lingua comune degli studiosi fino al XVI secolo. Il diritto romano funge anche da base per molte legislazioni attuali. Inoltre, il calendario romano, con qualche lieve accorgimento, è ancora in uso oggi.

La Svizzera in epoca romana

Questo non è più tardi del 15 a.C. J.-C. che il territorio dell’attuale Svizzera è annesso all’Impero Romano. Cinque diverse province si dividono queste terre: i Grigioni e gran parte della Svizzera orientale sono annessi alla Rezia, il Ticino e le valli grigionesi a sud delle Alpi appartengono all’Italia, il Vallese alle province alpine e Ginevra alla Gallia. L’altopiano, tra il Giura e le Alpi (territorio degli Elvezi) e la regione di Basilea (paese dei Raurachi) furono prima annessi alla Gallia belga, poi all’Alta Germania.

acquerello agosto

Augusta Raurica (Augst)Disegno Markus Schaub, Augst

Importanti assi di traffico sud-nord (la strada del Gran San Bernardo e quelle dei passi grigionesi) nonché un asse principale ovest-est attraverso l’altopiano) attraversano l’attuale territorio svizzero. Ci sono anche corsi d’acqua, in questo caso la rotta del Reno verso il Mare del Nord dai laghi di Neuchâtel e Morat, e quella del Mediterraneo, attraverso il Lago di Ginevra e il Rodano. Questi diversi assi sono utilizzati per il movimento delle truppe, il trasporto di persone nonché per gli scambi commerciali a breve e lunga distanza.

Nel I secolo una legione – 6.000 soldati più truppe ausiliarie – era di stanza nel campo di Vindonissa (Windisch, canton Argovia).

L’habitat sotto forma di città è quindi una novità. Si trovano a Nyon (Colonia Iulia Equestris), Augst (Augusta Raurica), Martigny (Octodurus / Forum Claudii Vallensium) e Avenches (Aventicum). Da queste città dipendono altri agglomerati più modesti, mentre una moltitudine di insediamenti rurali completano il paesaggio.

Pavimento musivo di Domus romana di Aventicum

Un’altra innovazione legata alla conquista romana, l’uso della muratura. Dapprima riservato ai monumenti pubblici, questo metodo di costruzione andrà via via ad imporsi nell’architettura privata, nelle aree urbane come in quella di campagna.

Il fondamento dell’economia regionale rimane soprattutto l’agricoltura. Tuttavia, diversi settori dell’attività artigianale si sono sviluppati parallelamente, raggiungendo talvolta una scala industriale. L’integrazione in una vasta rete commerciale permette anche l’importazione di molti prodotti fino ad ora sconosciuti, come, ad esempio, nel registro delle derrate alimentari, olio d’oliva, salse di pesce, datteri o ostriche

Altre INFO:

https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/012281/

https://www.romanoimpero.com/2018/04/aventicum-svizzera.html

ANTICHI POPOLI DELLA CISALPINA CELTI E NON CELTI

Quando parliamo dei popoli antichi che hanno abitato la regione Padana ed Alpina ,quella che sarà chiamata poi dai Romani Gallia Cisalpina , dobbiamo ovviamente pensare ad un vero e proprio mosaico di tante diverse popolazioni . Ad esempio, parlando dei Galli essi erano diversamente cugini tra loro . Insubri e Cenomani avevano avuto una diversa etnogenesi solo per fare un esempio.. Altri popoli Celti, i Boi e soprattutto i Senoni erano fortemente fuse con le popolazioni etrusche ed umbre tanto da creare una koinè celto- italica.

Nel Piemonte e sugli Appennini la commistione con Liguri fu ancora più forte. Altre popolazioni come i Camuni e i Triumphilini erano definiti come Euganei e seppur molto affini ai Reti avevamo assorbito anche molti elementi etruschi, celtici e venetici. I Reti sulle Alpi, affini ai Tirreni per lingua, avevano anche loro assorbito molti elementi celtici e venetici così come i Veneti ,affini a loro volta linguisticamente ai Latini. Nel video che qui segue il vicedirettore del Gruppo Archeologico Comasco ci descrive appunto questo complesso mosaico di popoli e nazioni. Buona visione .

Elmo Celto-Ligure da Berceto