VETRI ROMANI DELLA COLLEZIONE STRADA IN MOSTRA A VIGEVANO

Da Orobie.com

Raccoglie una selezione di 45 oggetti archeologici appartenenti alla collezione Strada. Formata da Antonio Strada (1904-1968) a partire da un nucleo di reperti rinvenuti nei terreni di famiglia già nel XIX secolo e arricchita anche con successivi acquisti da altre collezioni, raccoglie 269 pezzi appartenenti a un arco cronologico che si estende per oltre 18 secoli, dalla preistoria all’età longobarda, con particolare concentrazione di oggetti databili tra l’età della romanizzazione (II-I secolo avanti Cristo) e la prima epoca imperiale romana (I-II secolo dopo Cristo).

Oggetti in vetro di età romana

Il nucleo più prezioso è costituito dagli oggetti in vetro di età romana tra i quali spicca la splendida coppa firmata da Aristeas, databile al secondo quarto del I secolo dopo Cristo, un vero e proprio unicum per la qualità e l’eccezionale stato di conservazione.

Balsamario biansato in vetro soffiato blu, con anse bianche applicate, da Garlasco. Prima metà I secolo d.C.

Si tratta di un’anteprima, preludio all’esposizione dell’intera collezione che avverrà entro l’anno. Anteprima doverosa perché conclude, garantendo la fruizione pubblica, una azione di tutela da parte del ministero della Cultura che ha inizio nel 1999, quando la collezione fu dichiarata di eccezionale interesse.

Ricchezza eccezionale

Conservata nel castello di famiglia a Scaldasole, la collezione Strada era nota agli studiosi già a partire dagli anni Sessanta del Novecento, soprattutto per la ricchezza e la qualità del vasellame in vetro.

Brocca piriforme monoansata, in vetro soffiato color ambra con decorazione applicata a macchie bianche, da Scaldasole. Metà I secolo d.C.

Tuttavia l’importanza dell’insieme, la ricchezza in relazione al contesto lomellino, la qualità e l’eccezionalità di alcuni oggetti consigliavano l’acquisizione a favore di un museo pubblico, per garantirne una più ampia fruibilità, favorirne lo studio e diffonderne la conoscenza. Il ministero ha perciò deciso di avviare la procedura di esproprio per pubblica utilità con assegnazione al Museo archeologico nazionale della Lomellina.

La mostra è progettata dalla Direzione regionale Musei Lombardia, con a capo Emanuela Daffra, e dal Museo archeologico nazionale della Lomellina diretto da Stefania Bossi.

IL MUSEO ARCHEOLOGICO DELLA LOMELLINA DI VIGEVANO

La Collezione

Da Lombardia.cultura.gov.it

Il percorso si snoda nelle diverse sale in ordine cronologico. La sala I ospita la documentazione relativa all’età preistorica e protostorica. La seconda sala espone i corredi funerari di età romana (fine I secolo a.C. – II secolo d.C.). La terza sala espone oggetti relativi agli abitati e alla vita quotidiana, mentre la quarta raccoglie manufatti di epoca tardo antica e altomedioevale (III – VII secolo d.C.). L’ultima sala infine è adibita a mostre ed esposizioni temporanee.

Corredo maschile da Gambolò
Corredo di Gambalò
Vetri
Vetri romani
Tomba del guerriero
Tomba del guerriero di Valeggio
  • Corredo maschile da GambolòAll’interno dell’urna decorata coperta da una ciotola è stato rinvenuto un ricco corredo appartenente sicuramente a un personaggio d’alto rango, data la grande concentrazione di bronzi. Si tratta di oggetti decorativi tra cui spilloni fermavesti, anelli, frammenti di cintura (anelli e pendagli), armille e collari.
  • VetriNei corredi tombali (soprattutto femminili) di età romana sono stati rinvenuti diversi recipienti in vetro soffiato, prevalentemente databili al I secolo d.C. Di forma elegante e piacevoli nei colori, erano utilizzati per diversi scopi, sia come contenitori di cibi e liquidi che come boccette per profumi, unguenti e balsami.
  • Tomba del guerriero Il corredo di questa tomba, proveniente dalla necropoli di Valeggio, presenta elementi che caratterizzano il defunto come guerriero, tra cui una spada ancora racchiusa nel fodero, la punta di una lancia, i resti di uno scudo e un coltello. A questi si aggiungono: utensili da toeletta (rasoio e pinzette in bronzo), recipienti in ceramica grezza e una moneta in argento.
  • Statuetta del vignaiuolo .Queste statuette, realizzate a stampo e talvolta dipinte, compaiono nei corredi funerari della Lomellina, tra l’età lo augustea e la metà del I secolo d.C. Qui
Tesoretto di Antoniani dell’epoca di Gallieno

NUOVA ACQUISIZIONE.

Una nuova, prestigiosa, acquisizione per il Museo archeologico della Lomellina: si tratta dell’ara votiva di Manilius Iustus, concessa in deposito al museo e recentemente restaurata. L ‘ara in marmo di Candoglia rappresenta il sacrificio del celebrante Manilius Iustus di un toro agli antenati ( rappresentati nei tre busti). La datazione è del secondo venticinquennio del I sec d.C.

LE ABITAZIONI ROMANE DI MEDIOLANUM

Dottorato di ricerca dal titolo

L’EDILIZIA ABITATIVA DI MILANO IN ETÀ ROMANA Autori: 

MASSARA, DANIELA

https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://air.unimi.it/retrieve/handle/2434/616907/1147445/phd_unimi_R11330.pdf&ved=2ahUKEwj8geuUwtj3AhXJPOwKHSPKDl8QFnoECAQQAQ&usg=AOvVaw2bFMk5NS8jVWQVAAjb3EZB

Fai clic per accedere a phd_unimi_R11330.pdf

UNA NECROPOLI GALLO ROMANA VICINO A MAGENTA

Nel 2005, durante la costruzione della linea ferroviaria Alta Velocità, nella
tratta Novara-Milano2   grazie ad un meticoloso lavoro di sorveglianza  archeologica sui cantieri  dei sovrintendenti  , veniva messa in luce una necropoli tardoromana .

Ritrovamenti dalle tombe tardoromane

Allargando l’area degli scavi venivano man mano scoperte  anche tombe a cremazione romane del del I secolo d.C..  Il progressivo allargamento degli scavi evidenziava la presenza anche di tombe celtiche .

Resti di corredi romani del I sec.d.C.


Nonostante il carattere molto verosimilmente parziale del ritrovamento, considerando che le tombe celtiche  sono vicine al limite nordoccidentale dell’area che è stato possibile indagare e che l’ampio canale di età ancora successiva a quella romana passa proprio in questo punto intaccando alcune strutture, questa scoperta  permetteva comunque di
riportare indietro di alcuni secoli la prima frequentazione dell’area. Nulla sappiamo purtroppo – come accade spesso per le antiche comunità celtiche stanziate sul nostro territorio – della collocazione né delle dimensioni dell’abitato, probabilmente un pagus (villaggio) secondo le testimonianze degli autori antichi relative all’insediamento per
piccoli nuclei sparsi. Particolarmente suggestivo è il ritrovamento dei resti di una struttura lignea circolare interpretata come possibile luogo di culto.

Ritrovamenti della necropoli celtica
Resti di struttura circolare (luogo di culto?)

Il volume della sovraintendenza è un diario di viaggio di queste scoperte.

TRATTO DALLA COLLANA DELLA SOVRAINTENDENZA ARCHEOLOGICA DELLA LOMBARDIA:

http://www.archeologica.lombardia.beniculturali.it/index.php?it/196/collana-di-archeologia-preventiva.

MEDIOLANUM : DOVE VENNERO BATTEZZATI SANT’AGOSTINO E SANT ‘AMBROGIO.

BATTISTERO DI SAN GIOVANNI ALLE FONTI

Ispirato ai mausolei imperiali, riprende la simbologia del numero “otto” per ricordare la rinascita dell’uomo nuovo.Qui fu battezzato Agostino, nella Pasqua del 386.

 Luca FRIGERIO

Fu nel battistero di San Giovanni alle Fonti a Milano che, secondo la tradizione, Agostino ricevette il battesimo da Ambrogio, nella veglia pasquale del 386. Battistero che lo stesso vescovo, come hanno dimostrato anche le più recenti indagini archeologiche , avrebbe fatto erigere nei primi anni del suo episcopato, e i cui resti sono ancora oggi visibili sotto il sagrato del Duomo.

Ricostruzione del battistero di San Giovanni alle fonti ai tempi di Sant’Ambrogio
Il battistero di San Giovanni alle fonti nell’alto medioevo

L’edificio, significativamente, è a pianta ottagonale, con una diagonale di circa venti metri. Uno schema architettonico ispirato a modelli laici e imperiali del IV secolo, come il mausoleo milanese di Massimiano, ma qui reinterpretato in chiave cristiana sulla base del significato simbolico del numero otto: «Il settimo giorno indica il mistero della legge, l’ottavo quello della risurrezione», scriveva infatti lo stesso Ambrogio. “ Tomba”, cioè, dell’uomo vecchio e al medesimo tempo luogo di rinascita dell’uomo nuovo, secondo le note parole dell’apostolo Paolo.

San Giovanni alle fonti battistero

Otto lati aveva anche l’ampia vasca posta al centro del battistero, cui si accedeva per tre gradini: immerso fino alle gambe, procedendo verso oriente (e quindi verso la luce), il catecumeno si presentava al vescovo per essere asperso con un’acqua sempre fluente , emblema di vita.

Il battistero di San Giovanni tra le due basiliche Maior S.Tecla e vetus S. Maria

Se le strutture murarie presentano caratteristiche tipiche dell’età ambrosiana, la decorazione interna di San Giovanni alle Fonti fu realizzata e rinnovata in fasi diverse, come rivelano i materiali recuperati: il pavimento era lastricato a losanghe, mentre le pareti apparivano rivestite da pannelli di marmi policromi, in parte sostituiti in epoca medievale con affreschi; sulla volta, invece, si stendeva un mosaico a fondo d’oro.

Demolito attorno al 1394, quando si decise di protrarre la fronte della nuova cattedrale, il battistero fu individuato già agli inizi del Novecento , ma venne scavato interamente solo nel 1961, per volontà del cardinal Montini e in occasione dei lavori per la linea metropolitana, e quindi reso accessibile al pubblico.

SANTO STEFANO ALLE FONTI

Da wikipedia

Il battistero di Santo Stefano alle Fonti è stato un battistero della città di Milano. Era il più antico edificio cristiano della città lombarda[1]. La sua costruzione iniziò nel 313 in epoca tardoimperiale , nell’anno dell’editto di milano , che concesse a tutti i cittadini, quindi anche ai cristiani , la libertà di onorare le proprie divinità[3].

Nel battistero di Santo Stefano alle Fonti fu battezzato, nel 374 Sant’Ambrogio probabilmente dal vescovo Limenio di Vercelli . Il battistero di Santo Stefano alle Fonti si trovava in corrispondenza della sacrestia settentrionale del moderno Duomo di Milano, per la cui costruzione venne demolito – in concomitanza con la parte orientale della vicina Santa Maria maggiore – nel 1386.[4]

La sua costruzione, che iniziò nel 313  e che fu precedente a quella della vicina basilica vetus (poi ridenominata  cattedrale di Santa Maria maggiore ), fu effettuata durante il periodo in cui la città romana di Mediolanum era la capitale dellimpero romano d’occidente dal 286 al 402 d.C., rendendo il battistero di Santo Stefano alle Fonti il più antico edificio religioso cristiano della città lombarda[1].

Il battistero di Santo Stefano alle Fonti fu innalzato nell’anno dell’ editto di Milano [2], che concesse a tutti i cittadini, quindi anche ai cristiani , la libertà di onorare le proprie divinità, in epoca trardoimperiale romana .

Il complesso episcopale di Milano sovrapposto alla moderna piazza del Duomo . Il complesso episcopale, che fu demolito per poter permettere la costruzione del Duomo, era costituito dalla basilica di Santa Tecla ( originariamente chiamata basilica maior o basilica nova), il  battistero di San Giovanni alle fonti , la cattedrale di Santa Maria Maggiore ( originariamente chiamata basilica vetus o basilica minor) e il battistero di Santo Stefano alle Fonti

Il battistero di Santo Stefano alle Fonti, insieme alle vicine basilica vetusbasilica maior (poi ridenominata  basilica di santa tecla ) e battistero di san Giovanni alle fonti  formava il “complesso episcopale”[1]. La presenza di due basiliche  molto ravvicinate era infatti comune nel nord Italia  durante l età costantiniana e si poteva trovare, in particolare, in città sedi vescovili[3]. Nel battistero di Santo Stefano alle Fonti fu battezzato, nel 374 ,sant’Ambrogio.

Il battistero di Santo Stefano alle Fonti era situato in corrispondenza della sacrestia settentrionale del moderno duomo di Milano e venne demolito, insieme alla parte orientale della basilica vetus , nel 1386, per poter permettere proprio la costruzione del moderno  duomo di Milano e più nello specifico la sua sacrestia.[5]

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RICOSTRUITO IL VOLTO DI SANT’AMBROGIO:

Vi rimando ai seguenti Link:

https://storiearcheostorie.com/2021/12/04/ricostruzioni-ecco-il-volto-di-santambrogio-arcivescovo-e-patrono-di-milano/

https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/12/03/news/ecco_com_era_il_volto_di_sant_ambrogio_la_maschera_3d_a_grandezza_naturale_da_meta_dicembre_esposta_nella_basilica-328758493/

Ricostruzione del viso di Sant’Ambrogio
La ricostruzione del viso di S.Ambrogio
La ricostruzione del Viso di SantAmbrogio. Noi abbiamo voluto un po’ artigianalmente aggiungere barba e capelli così come appare nel mosaico nel sacello di San Vittore in ciel d ‘oro

LE PIETRE DI MEDIOLANUM RIVIVONO

Una recentissima fatica del prof Antonio Sartori coadiuvato da Serena Zoia sulle epigrafi , le pietre della antica Mediolanum ci aiuta a conoscere tante storie antiche di una città così multiedrica e particolare come quella di Milano antica. Le epigrafi rinvenute e raccolte al museo archeologico di Milano sono tra le più cospicue di tutta la Cisalpina se escludiamo Aquileia Verona e Brescia.

Dal sito : https://laricerca.loescher.it/mediolanum-e-le-sue-pietre-una-recente-pubblicazione/

Nell’opera sono schedati, in modo parimenti chiaro e rigoroso, 473 documenti epigrafici, la maggior parte dei quali trovati a Milano e dintorni, in epoche diverse. Non mancano però iscrizioni qui confluite da collezioni private (ad es. quella delle famiglie Archinto o Picenardi), o addirittura esito di bottino di guerra (ad es. quello del condottiero di età rinascimentale Gian Giacomo Trivulzio, di faticoso trasporto dalla lontana Osimo, presso Ancona), e dunque provenienti da altre località (tra le altre: Como, Cremona, Brescia, Varese, Roma): ma su tutto ciò è bene leggere quanto scrive Antonio Sartori alle pp.9-14. L’opera è inoltre corredata da indici minuziosi e da una sterminata bibliografia: una vera miniera per gli addetti ai lavori.

Stele di due coniugi che si tengono per mano

Aspetti di vita sociale

Come sempre capita, l’epigrafia ci mostra onori a magistrati o imperatori, altari dedicati a divinità, menzioni di opere pubbliche, ma – soprattutto – è fatta di monumenti funerari, di gran lunga la tipologia maggiormente prodotta dalle “officine epigrafiche” milanesi (delle quali parla Serena Zoia alle pp. 15-18). L’atto dello scrivere di sé, del lasciare memoria del proprio operato e di quello della propria famiglia, assume infatti nel mondo romano una dimensione rilevante, che ha dato origine – come hanno scritto in passato autorevoli studiosi – a una sorta di “letteratura da strada”; una Spoon River Anthology d’altri tempi, insomma.

Stele dei due soci Magi

Se pure non manca nella raccolta milanese la menzione di qualche “pezzo grosso” della storia con la S maiuscola (ad es. Germanico, Marco Aurelio o Caracalla), o di qualche notabile di pregio, mi soffermerò soprattutto su qualche iscrizione che allude alla vita della “gente comune”, con una definizione

con una definizione volutamente generica tanto da comprendere un range che va dai piccoli imprenditori agli schiavi.

Arti e mestieri

Troviamo così, nella già laboriosa Milano di allora, Caius Atilius Iustus il sutor caligarius (“calzolaio”) che con l’imponenza della sua costosa stele funebre decorata ci fa capire di essere titolare di un’azienda artigiana (nr. 60 = CIL V, 5919 = EDR12241). Non mancano – e come potevano mancare nella capitale della moda! – produttori o commercianti di stoffe, come i linarii, che lavoravano il lino (nr. 106 = CIL V, 5923 = ERD 124245) o il negotiator sagarius, che vendeva mantelli pesanti (nr. 83 = CIL V, 5929 = EDR 124251). Meritevole di menzione anche la stele funeraria di due esponenti della gens Magia, che si stringono la mano e che decorano il piccolo timpano con martello e tenaglie; erano soci d’affari, pensiamo, magari in qualche piccola officina (nr. 65 = CIL V, 6036 = EDR 124360). E che dire del veterano Publius Tutilius, soldato di professione, che ricorda sul suo monumento funebre di essere stato decorato da Augusto in persona (nr. 107 = CIL V, 5832 = EDR 124149)? O del gladiatore Urbicus, schiavo eppure star indiscussa dell’anfiteatro, morto a ventisei anni lasciando moglie e figlie, le quali – sul monumento funebre – invitano i fan del defunto a coltivarne la memoria (nr. 59 = CIL V, 5933 = EDR 124255)? Dalle loro figure emerge una Milano romana che lavora, produce, combatte, ma che non vuole neppure rinunciare allo svago, e cioè al panem et circenses di cui parlava Giovenale.

I legami tra le persone

Accennavo prima alle commoventi parole della moglie del gladiatore, il che ci fa riflettere su come l’epigrafia sia stata anche un modo per lasciare traccia non solo del proprio successo, ma anche della “qualità” dei legami sociali e familiari: abbiamo dunque mogli e mariti che ricordano una vita in comune, ma anche persone che documentano più o meno solidi legami di patronato o amicitia.

Marcus Cassius Cacurius e la moglie Atilia Manduilla (i cui cognomina denunciano un’origine celtica) si tengono per mano nel bel ritratto quasi “espressionistico” della loro stele (nr. 63 = CIL V, 5985 = EDR124306), lasciandoci immaginare una serena vita familiare, insieme con i due figli menzionati. Non posso poi certo tacere i sentimenti di Claudius Severus, marito che afferma di avere passato diciassette anni di matrimonio con Oppia Vera, moglie sanctissima, casta, incomparabilis (nr. 235 = CIL V, 6060 = EDR 124384). Ma ancor meno possiamo omettere la menzione di un anonimo patrono che ricorda con commozione il suo liberto Petronius Primitivusqui in arte sua quod fecit quis melius quod bene non alius e cioè – più o meno (il latinorum è un po’ sgrammaticato…) – “ciò che ha fatto male, nel suo lavoro, l’ha comunque fatto meglio di ogni altro” (nr. 195 = CIL V, 5930 = EDR 124252). D’altronde del legame fortissimo tra ex schiavi ed ex padroni abbiamo a Milano numerose testimonianze: non ultima la celeberrima “stele dei Vettii”, nella quale patroni e liberti, uniti nella sepoltura, sono parimenti gratificati da eleganti ritratti (nr. 68 = CIL V, 6123 = EDR 124448).

con una definizione volutamente generica tanto da comprendere un range che va dai piccoli imprenditori agli schiavi.

Arti e mestieri

Troviamo così, nella già laboriosa Milano di allora, Caius Atilius Iustus il sutor caligarius (“calzolaio”) che con l’imponenza della sua costosa stele funebre decorata ci fa capire di essere titolare di un’azienda artigiana (nr. 60 = CIL V, 5919 = EDR12241). Non mancano – e come potevano mancare nella capitale della moda! – produttori o commercianti di stoffe, come i linarii, che lavoravano il lino (nr. 106 = CIL V, 5923 = ERD 124245) o il negotiator sagarius, che vendeva mantelli pesanti (nr. 83 = CIL V, 5929 = EDR 124251). Meritevole di menzione anche la stele funeraria di due esponenti della gens Magia, che si stringono la mano e che decorano il piccolo timpano con martello e tenaglie; erano soci d’affari, pensiamo, magari in qualche piccola officina (nr. 65 = CIL V, 6036 = EDR 124360). E che dire del veterano Publius Tutilius, soldato di professione, che ricorda sul suo monumento funebre di essere stato decorato da Augusto in persona (nr. 107 = CIL V, 5832 = EDR 124149)? O del gladiatore Urbicus, schiavo eppure star indiscussa dell’anfiteatro, morto a ventisei anni lasciando moglie e figlie, le quali – sul monumento funebre – invitano i fan del defunto a coltivarne la memoria (nr. 59 = CIL V, 5933 = EDR 124255)? Dalle loro figure emerge una Milano romana che lavora, produce, combatte, ma che non vuole neppure rinunciare allo svago, e cioè al panem et circenses di cui parlava Giovenale.

Stele di Urbicus

I legami tra le persone

Accennavo prima alle commoventi parole della moglie del gladiatore, il che ci fa riflettere su come l’epigrafia sia stata anche un modo per lasciare traccia non solo del proprio successo, ma anche della “qualità” dei legami sociali e familiari: abbiamo dunque mogli e mariti che ricordano una vita in comune, ma anche persone che documentano più o meno solidi legami di patronato o amicitia.

Museo archeologico di Milano

Marcus Cassius Cacurius e la moglie Atilia Manduilla (i cui cognomina denunciano un’origine celtica) si tengono per mano nel bel ritratto quasi “espressionistico” della loro stele (nr. 63 = CIL V, 5985 = EDR124306), lasciandoci immaginare una serena vita familiare, insieme con i due figli menzionati. Non posso poi certo tacere i sentimenti di Claudius Severus, marito che afferma di avere passato diciassette anni di matrimonio con Oppia Vera, moglie sanctissima, casta, incomparabilis (nr. 235 = CIL V, 6060 = EDR 124384). Ma ancor meno possiamo omettere la menzione di un anonimo patrono che ricorda con commozione il suo liberto Petronius Primitivusqui in arte sua quod fecit quis melius quod bene non alius e cioè – più o meno (il latinorum è un po’ sgrammaticato…) – “ciò che ha fatto male, nel suo lavoro, l’ha comunque fatto meglio di ogni altro” (nr. 195 = CIL V, 5930 = EDR 124252). D’altronde del legame fortissimo tra ex schiavi ed ex padroni abbiamo a Milano numerose testimonianze: non ultima la celeberrima “stele dei Vettii”, nella quale patroni e liberti, uniti nella sepoltura, sono parimenti gratificati da eleganti ritratti (nr. 68 = CIL V, 6123 = EDR 124448).

Scena da sacrificio mediolanum

Già ho accennato al monumento che ricorda un gruppo di linarii, cioè commercianti di lino: sulla loro stele collettiva compare traccia della parola amicus abrasa, cancellata, forse perché un’amicizia tanto stretta da ipotizzare una sepoltura comune si è poi rotta a causa di chissà quali casi della vita. Si sa, certi legami vanno e vengono, ieri come oggi; quelli che rimangono (anche solo in controluce…) sulla pietra, però, lasciano memoria assai più duratura di quelli sbandierati sugli odierni social.

Qualche curiosità religiosa

Certo, però, non posso cavarmela così. Come ho già detto, infatti, la “foresta di segni” epigrafici (spero che Baudelaire mi perdoni…) che il mondo romano ci ha lasciato è andata ben al di là della sfera funeraria. Due parole ancora, dunque, sul mondo religioso dei Milanesi di allora, il cui pantheon era piuttosto variegato, e andava da divinità più tradizionali come Giove, Giunone, Minerva, Mercurio etc. ad altre celtiche, come le Matrone, od orientali, come Iside e Mitra. Sono però solo due i documenti che voglio ora citare, in quanto per me hanno sempre avuto un fascino particolare: si tratta di modestissimi altari di pietra, che denotano contesti cronologici e storico-politici molto diversi. Sono entrambi in ruvido granito locale: nulla a che fare con l’elegante dedica a Giove, in marmo di Candoglia (lo stesso del “nostro” Duomo!), che proviene da Angera, sul Lago Maggiore, e che rappresenta la scena di un sacrificio (nr. 99 = CIL V, 5472 = EDR 010349).

Museo archeologico di Milano

Il primo monumento è un’ara trovata in Brianza e dedicata a Giove Ottimo Massimo da Pilades, un saltuarius (“guardiaboschi”), per propiziare la salvezza e la vittoria (pro salute et victoria) del suo padrone Lucius Verginius Rufus (nr. 254 = CIL V, 5702 = EDR 163792). Amo questo monumento perché è perfetta sintesi di “microstoria” (la vita di uno schiavo) e “macrostoria” (il ruolo di Rufo). Infatti Rufo non era uno qualunque, ma un potentissimo generale originario di Mediolanum o di Comum a lungo di stanza in Germania, che – durante il cosiddetto “anno dei quattro imperatori”, il 69 d.C. – fu secondo Tacito acclamato anch’egli imperatore dalle proprie truppe, rifiutando però la carica. Mi piace pensare che l’abbia fatto, tra l’altro, per potere tornare a godersi in pace i suoi possedimenti boschivi dove Pilades lavorava, ubicati tra le verdi colline brianzole, allora non ancora minate come oggi da traffico e urbanizzazione selvaggia.

Ricostruzione monumento funerario Museo Archeologico Milano

Il secondo oggetto, se mai è possibile, è ancora più “grezzo”, ed è una dedica di un tale Cassius Vitalio a una divinità molto particolare, il Deus Magnus Pantheus, e cioè il “Dio grande che li comprende tutti” (nr. 169 = CIL V, 5798 = EDR 124118). Non siamo più, come nel caso precedente, nel I sec. d.C., ma nel III avanzato, quando la diffusione del cristianesimo è già significativa. È come se il Nostro, davanti all’affermazione del nuovo credo, rivendicasse anche al “suo” mondo pagano la possibilità di sviluppare un monoteismo, per così dire, “concorrenziale” rispetto a quello incarnato dalla divinità cristiana, rivale temibile e di lì a poco trionfatrice. Cassius sembra capire, insomma, che il paganesimo ha le 

 le ore contate, ma lo vorrebbe vedere resistere e combattere fino all’ultimo, a Mediolanum (allora caput imperii) come altrove, provando con la fantasia a creare, se necessario, nuovi dei. Il suo atteggiamento assume pertanto una sfumatura per certi versi eroica, per certi altri nostalgica o malinconica, proprio come l’epoca nella quale viveva.

Questo, e molto altro, offre il catalogo appena pubblicato; certo, è opera di consultazione e non di lettura divulgativa, dalla mole impegnativa e dalla reperibilità non troppo immediata. Ma tutto questo è normale, perché siamo davanti a un lavoro pensato per “durare”, che passerà di sicuro tra le mani di generazioni di studenti universitari e di studiosi e – perché no? – anche di qualche docente di Liceo in cerca di spunti innovativi per le sue lezioni. Ma pur nel tecnicismo e nell’apparente aridità di informazioni profuse sugli oggetti studiati, è impossibile non vedere nel testo un sentimento vibrante, una tensione emotiva, uno slancio morale, che chi scrive ben conosce, perché sono tipici di Antonio Sartori, custode da decenni dell’epigrafia milanese. Si tratta di qualità che Sartori ha, senza dubbio, profuso pure nei propri allievi: Serena Zoia, in questo caso e – spero – un po’ anche nel vostro recensore, che chiude il suo pezzo denunciando ancora una volta la sua evidente parzialità. Che è solo di questa volta, però, lo prometto.

MONTE BARRO UN BALUARDO ALPINO A DIFESA DI MILANO

Il sistema di fortezze del Monte Barro è un esempio di castelli fortificati (castra) sorti lungo l’arco alpino e prealpino nella fase tardo antica dell’occupazione romana ,Lo scopo di tali fortezze fu quindi quella di difendere, contro le incursioni barbariche , le città allora capitali dell’impero romano occidentale: Milano (286-402 d.C.) e Ravenna (402-476 d.C.).

Milano certamente ancora conservava una grande rilevanza, in virtù alla sua posizione centrale rispetto ai collegamenti della pianura padana con il centro Europa.

Lungo il confine dell’insediamento romano a ridosso della regione alpina (il limes subalpino, ovvero l’ampio tracciato fortificato posto all’imbocco delle vallate alpine e sui laghi) sorge uno scacchiere difensivo costituito da città fortificate in retroguardia e altre più avanzate verso i valichi, attorniate da castra minori, in siti naturalmente difesi, successivamente usati dai goti e da bizantini.

Postazioni fortificate si registrano infatti anche nella parte centrale del limes, nell’area dei laghi (3). Tra queste, diverse postazioni fungevano principalmente da posti di vedetta e controllo del territorio e delle principali vie di transito dirette ai valichi alpini: è questo il caso, per esempio, del vasto complesso fortificato utilizzato tra il V e VI secolo all’epoca della dominazione gota in Italia, portato alla luce sulla parte sommitale del Monte Barro, da una ben nota e significativa campagna di scavo archeologico condotta in anni relativamente recenti .

IL PALAZZO IMPERIALE DI MEDIOLANUM

https://ilcantooscuro.wordpress.com/

Diocleziano, fondatore del sistema tetrarchico aveva scelto nel 285 come Cesare un suo vice , un valente ufficiale di nome Marco Aurelio Valerio Massimiano, che pochi mesi più tardi elevò al rango di augusto il 1º aprile del 286 (chiamato ora Nobilissimus et frater), formando così una diarchia in cui i due imperatori si dividevano su base geografica il governo dell’impero e la responsabilità della difesa delle frontiere e della lotta contro gli usurpatori.

Massimiano, per motivi logistici, scelse come residenza Mediolanum, che fu oggetto di una profonda ristrutturazione urbanistica, incentrata nell’area del palazzo imperiale, che si configurò come un complesso polifunzionale, autonomo rispetto alla città, dotato di tutti i servizi necessari alla corte , quali terme, luoghi di culto, strutture residenziali, amministrative e militari.

L’area scelta era nel settore occidentale della città, tra la porta Vercellina e la porta Ticinensis, all’interno delle mura e in stretta connessione, come nella tradizione tardo antico con il circo. Il settore occupato dagli edifici pubblici e ufficiali dell’amministrazione imperiale si estendeva per circa 80.000 mq, coprendo numerose piazze e vie attuali (Brisa, Gorani, Cappuccio, Morigi, S. Sisto,Bagnera, Circo, S. Marta, S. Maria alla Porta, Borromei, S. Orsola, Torino, piazza Mentana e piazza S. Giorgio).

Nonostante la sua estensione e importanza, le fonti dell’epoca ci forniscono una descrizione assai vaga di tale palatium: sappiamo sal panegirista Claudio Mamertino sappiamo che tra il 290 e il 291 d.C. si svolge nel Mediolanense palatium lo storico incontro tra Diocleziano e Massimiano, che preannuncia la nascita della Tetrarchia.

Quid illud, di boni! Quale pietas vestra spectaculum dedit, cum in Mediolanensi
palatio admissis qui sacros vultus adoraturi erant conspecti estis ambo et
consuetudinem simplicis venerationis geminato numine repente turbastis

ossia, tradotto alla meno peggio

E che spettacolo, buoni dei, presentò la pietà vostra, quando nella reggia milanese quelli che furono ammessi a venerare i sacri vostri volti, vi videro entrambi, e voi turbaste a un tratto, col raddoppiare la divinità, l’uso dell’adorazione di un solo

Lo storico Ammiano Marcellino, nelle Historiae, ricorda l’episodio del lancio dei calzari di Gallo ai piedi dell’imperatore Costanzo II, che si svolge nella regia di Milano.

Quando al Norico Gallo non era stato ancora del tutto spogliato del suo potere, Apodemio […] ne rubò i calzari: viaggiando veloce e cambiando cavalli […] giunse a Milano come primo messaggero; entrato nella reggia, gettò i calzari ai piedi di Costanzo… come si trattasse delle spoglie del re dei Parti ucciso […]

Nel 384 d.C. Valentiniano II e la madre Giustina ricevono nel palazzo imperiale la delegazione senatoriale di Quinto Aurelio Simmaco che, probabilmente nell’aula del consistorium, espone il discorso noto come “III Relatio”, con il quale rivendica il diritto alla sopravvivenza del paganesimo. Ambrogio, nell’acceso scontro con il potere imperiale, è forse l’unico a fornire un’indicazione topografica del palazzo; egli, infatti, vi passa accanto ogni giorno, recandosi dal complesso episcopale alla basilica martyrum, l’attuale Sant’ Ambrogio, per pregare sulle tombe dei martiri

Decimo Magno Ausonio poco dopo il 388 d.C. fornisce la prima descrizione di Milano giunta fino a noi, all’interno dell’operetta poetica Ordo nobilium urbium. L’autore si sofferma particolarmente sulle caratteristiche architettoniche della città: egli ricorda, oltre al circo, il teatro, le terme, la zecca, anche il palazzo imperiale, definito Palatinae arces. Con il termine, traducibile letteralmente come “rocche palatine”, l’autore vuole da un lato richiamare il modello di Roma e dall’altro sottolineare l’altezza preminente del palazzo imperiale sugli altri edifici della città

A partire dal 402 d.C. la corte viene spostata a Ravenna, dove rimarrà per tutto il V secolo d.C., tuttavia il Palatium di Milano continua a essere utilizzato e cosa più importante, conservato. Se dobbiamo prestare fede alla Suda, un’enciclopedia bizantina, nota però per capacità di raccontate balle,

Milano: città molto popolosa, che Attila conquistò e sottomise. Egli, come vide gli imperatori romani raffigurati in una pittura assisi su troni d’oro e gli Sciti uccisi e stesi di fronte a loro, cercò un pittore e gli ordinò di effigiare lui sul suo scranno e invece gli imperatori romani nell’atto di portare sacchi sulle spalle e di riversare oro ai suoi piedi

Di conseguenza, all’epoca il palazzo imperiale manteneva intatte tutte le sue decorazioni. Ai tempi di Teodorico, il Palatium fu utilizzato come centro amministrativo: restaurato da Narsete a seguito della riconquista di Giustiniano, fu per breve tempo sede di un dux militiae.

Alcuni settori del palazzo furono ancora utilizzati dai re longobardi, ma molti corpi di fabbrica originari sono progressivamente abbandonati: alla fine del VI secolo d.C. la cerimonia di associazione al potere di Agilulfo avviene nel circo, utilizzato già in precedenza per le apparizioni pubbliche della famiglia imperiale.

All’VIII secolo risalgono gli Acta S. Victoris, dove viene fatto riferimento a due torri pertinenti al palazzo imperiale di Milano, la cui costruzione è attribuita a Massimiano.

Palatium duabus turribus sublime

Tra la fine del regno longobardo e la metà del X secolo si colloca il definitivo tracollo funzionale del complesso del palazzo imperiale. Infatti, in un documento notarile risalente al 988 si trova la dicitura

di un locus ubi palatio dicitur.

Il palazzo sembra, quindi, definitivamente scomparso: di esso, alla fine del X secolo rimane solo il ricordo del nome. Che aspetto aveva questo palazzo? Dalle scarse testimonianze archeologiche, appare come Massimiano avesse gusti ben diversi da Diocleziano. Se quest’ultimo, concepì il Palatium di Spalato come una struttura compatta, ispirata agli accampamenti legionari, Massimiano, prendendo a modello le residenze imperiali romane del Sessorianum e di Villa Gordiani, fece realizzare una struttura policentrica, con funzione sia residenziale sia ufficiale, sede amministrativa, ma probabilmente anche luogo di alloggiamento della guardia imperiale.

Gli ambienti erano per questo organizzati a gruppi, attorno a corti porticate che fungevano da aree di snodo e collegamento tra ambienti privati e ambienti pubblici, ben interconnessi tra loro. Si può ipotizzare che dal decumano massimo, la nostra via Santa Maria alla Porta, vi fosse un accesso monumentale, che dava l’accesso a una sala absidata. Le sezioni del palazzo destinate a funzioni di rappresentanza erano contraddistinte da locali più grandi e dotati di absidi, spesso con pavimenti rialzati, vista la possibile presenza dell’imperatore in vesti ufficiali. Una parte del palazzo era destinato alla famiglia imperiale.

brisa

Cosa rimane di tutto ciò? I resti più importanti si trovano a via Brisa, in prossimità tra via San Giovanni sul Muro e via San Maria alla Porta, nel punto in cui via Meravigli diventa corso Magenta. I bombardamenti del 26 agosto 1943 trasformarono via Brisa in un piazzale, occupato per anni da un parcheggio e solo recentemente riqualificato col progetto del nuovo Palazzo Gorani.

Nel 1952 si aprì nel cuore della città una delle indagini archeologiche più importanti del secondo dopoguerra: il complesso di via Brisa venne alla luce nel corso di un primo scavo occasionale iniziato da Nevio Degrassi; successivamente, i terreni furono acquistati dal Comune di Milano e gli scavi furono ripresi, nel marzo del 1957, da Mario Mirabella Roberti.

I resti murari riportati alla luce occupano una superficie complessiva di 2160 mq e sono costituiti da fondazioni in conglomerato di ciottoli, che conservano anche parti dell’alzato dei muri in mattoni, sino a 1,40 di altezza. L’ambiente centrale, di forma circolare con diametro di 20,70 metri, era colonnato e su di esso convergevano altre sale. Quella più imponente era costituita da una grande aula absidata di ricevimento: ai due lati est ed ovest si trovavano due ambienti simmetrici, con un’abside curvilinea al centro e due absidi rettangolari ai lati (alcovae).

Sul lato occidentale del peristilio si apriva un secondo nucleo con ambiente absidato al centro, ma di dimensioni più piccole rispetto alla grande sala a nord, affiancato da due vani speculari, con abside rettilinea su un lato (alcova): essi dovevano avere funzione tricliniare o di riposo (cubicula). Tutti gli ambienti dovevano essere riscaldati, ad eccezione del peristilio circolare. Il vano absidato occidentale conserva ancora i resti del sistema di riscaldamento ad ipocausto, con pilastrini in mattoni quadrati che dovevano reggere il pavimento originale, probabilmente in opus sectile. Altri locali minori e con piante irregolari erano ricavati negli spazi di risulta degli ambienti principali; infine sono conservate porzioni del sistema di smaltimento delle acque, costituito da canaline a sezione rettangolare.

Il primo tentativo di interpretazione dell’edificio di via Brisa si deve a Mario Mirabella Roberti, responsabile dello scavo, secondo il quale il complesso costituirebbe un piccolo impianto termale, di pertinenza del palazzo imperiale, destinato, per le dimensioni ridotte, ad un ristretto numero di ospiti, che riprenderebbe in piccolo la struttura delle Terme Erculee, delle terme “imperiali” di Treviri e di quelle di Antiochia.

A partire dagli anni ’70 l’ipotesi del complesso termale trova la ferma opposizione di Ermanno Arslan, il quale per primo, confutò la destinazione termale delle strutture, evidenziando la mancanza di una chiara articolazione frigidarium, tepidarium e calidarium e della presenza della palestra: per cui, ipotizzò come fosse un generico edificio di rappresentanza.

Massimiliano David poi, ipotizzò come lo spazio centrale non fosse un vano circolare con copertura a cupola e deambulatorio voltato, confrontabile con strutture come Santa Costanza a Roma, come nell’intepretazione tradizione, ma un’area scoperta e organizzata come un peristilio circolare, in maniera analoga a Piazza Armerina, risalente allo stesso periodo storico.

MINERVA-MEDICA-1

Se però vediamo senza pregiudizi la pianta dell’edificio di via Brisa, notiamo come, nell’articolazione degli spazi, vi siano forti somiglianze con un complesso romano di una generazione successiva, ossia il tempietto di Minerva Medica all’Esquilino, di cui potrebbe anche costituirne il modello. Per cui, il complesso costituire un padiglione per banchetti ufficiali e per ricevere delegazioni provinciali e ambasciate.

Il tempio di “Minerva Medica” a Roma

I recenti scavi condotti in via Gorani 4 hanno poi permesso di comprendere in maniera più approfondita la storia del settore nordoccidentale della città romana. Le indagini hanno infatti portato alla luce i resti di due domus di I-III secolo d.C., poi obliterate dalla costruzione del palatium, di cui sono state documentate e conservate ulteriori significative porzioni.

All’angolo tra via Gorani e via Santa Maria alla Porta sono visibili i resti di un aula absidata e di un corridoio laterale. A nord dell’aula si può osservare un muro semicircolare in mattoni: si tratta della camera di combustione (praefurnium) che serviva a portare il calore in una secondo sala absidata posta a Nord. Di quest’ultima si trova ancora in situ un tratto di muro: orientata trasversalmente rispetto alla sala di rappresentanza più grande, aveva una decorazione pavimentale a tessere bianche e nere, che rappresenta una cornice a doppia fila di cerchi.

Il tempio di “Minerva Medica” a Roma

La moneta di Massimiano del 299 d.C., rinvenuta al di sotto della preparazione del pavimento, fornisce un importante punto di riferimento per la datazione dello stesso e dell’intero ambiente. Al di sotto dell’abside tardoantica si può ancora osservare un lacerto del mosaico di una precedente domus, nonché alcune fondazioni e muri della stessa. Nello spazio circostante la torre dei Gorani, attraverso due aperture nel lastricato della piazza, si può ammirare il pavimento di un’ altra aula di rappresentanza, costruita nella seconda metà del IV secolo d.C.

Esso è costituito da un mosaico con composizione geometrica a ottagoni alternati a quadrati, delineati da una treccia bianca su fondo nero, disposti attorno ad un cerchio. I vari riquadri sono decorati internamente da motivi figurati entro tondi: si riconoscono un busto di Vittoria alata con corona d’alloro, un secondo busto femminile e un fagiano. La decorazione centrale, in cui si intravede un ramo fogliato, è purtroppo lacunosa.

Al di sotto della preparazione del pavimento è stata trovata una moneta datante al 352-355 d.C., dell’epoca dell’imperatore Costanzo II. Nel piano interrato del nuovo palazzo sono conservati inoltre i resti di un ambiente di I-III secolo d.C. con mosaico a tessere bianche e una lastra centrale in marmo bianco (emblema). Tale spazio fu poi coperto da una sala absidata. Su altri ambienti di domus si impostò un muro appartenente al palazzo imperiale: si tratta del limite settentrionale del peristilio . Di esso è stata trovata ancora in posto una base del colonnato in marmo.

VESTIRSI ALLA MODA: DAI CELTI GOLASECCHIANI AI LONGOBARDI

TESSUTI ,VESTITI, GIOIELLI DALL’EPOCA PROTOCELTICA AI LONGOBARDI

La pubblicazione che troverete disponibile nel link più sotto dopo il sommario , é opera del museo archeologico di Angera.


“Dopo i volumi Di città in città, Il Profumo del Pane e delle castagne e Gli Dei degli altri, editi dal 2014 al 2016, con il libro Nei panni degli altri siamo alla seconda fase del progetto.
Il Museo e gli altri che indaga i variegati tasselli di una tradizione culturale antica, che ha visto il territorio lombardo attraversato da innumerevoli genti e culture, portatrici di culti, costumi e alfabeti di diversa origine, genti e culture che insieme hanno contribuito alla formazione della tradizione e della memoria collettiva locale.
La pubblicazione che si presenta è una sintesi delle rigorose ricerche scientifiche condotte, ma non si rivolge unicamente agli studiosi di settore, è infatti realizzata in modo tale
da essere altamente fruibile anche da parte dei visitatori, dei cittadini e di tutti coloro chesono interessati a conoscere il territorio.”

Luca Rinaldi
Soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Como, Lecco,
Monza e Brianza, Pavia, Sondrio, Varese

SOMMARIO

LINK DEL CATALOGO :

https://www.dropbox.com/s/kyrec6v9wddtm8m/NEI_PANNI_DEGLI_ALTRI_Costumi_e_accessor-56529696.pdf?dl=0

ALTRI LINK : dalla rivista francese ” GALLIA”

https://journals.openedition.org/gallia/6684

 Proposta di ricomposizione della deposizione del corredo e delle ceneri nello stamnos-ossario d’Altrier (Luxembourg)

Fig. 11 – Proposition de reconstitution de la mise en scène du stamnos-ossuaire d’Altrier (Luxembourg)

MEDIOLANUM-MILANO ROMANA: IL CIRCO RICOSTRUITO IN 3D


Tra il palatium di Massimiano e le nuove mura, fu innalzato il circo, edificio per spettacoli lungo 470 metri e largo 85. Collegato alla residenza dell’imperatore, esso era il luogo privilegiato della manifestazione della sua persona ai sudditi.

Ricostruzione del circo di Mediolanum

LL circo romano era utilizzato per gare sportive, principalmente per le corse di carri, ma anche più raramente per giochi gladiatori. Gli atleti (aurighi) correvano attorno alla spina, un lungo basamento decorato da statue, fontane, edicole o colonne, alle cui estremità erano due elementi circolari dette metae. La gara cominciava dai cancelli (carceres) di partenza, posti sul lato breve rettilineo.

Nel caso milanese tali cancelli si trovavano nelle vicinanze di corso Magenta, come testimonia la presenza all’interno del Civico Museo Archeologico di una delle due torri poste ai margini.

Una struttura con abside, in parte messa in luce nei pressi della curva in corrispondenza dello spazio tra il lato occidentale dell’edificio e le mura urbiche, può essere ragionevolmente interpretata come tribuna per i giudici o punto di osservazione privilegiato per l’imperatore. Mancava, invece, nel monumento milanese, forse per motivi difensivi, la porta trionfale, luogo da cui uscivano i vincitori collocato generalmente al centro della curva.

Altri tratti delle poderose murature del Circo (muri perimetrali e strutture di sostegno delle gradinate) si conservano nei piani interrati degli edifici moderni compresi tra via Luini, Cappuccio, Vigna, Ansperto, Circo e del Torchio.

Diverse sono anche le fonti antiche che forniscono preziose informazioni sul complesso. Il poeta Ausonio lo ricorda tra i principali edifici milanesi del IV secolo d.C., mentre Claudiano in un suo panegirico rievoca uno spettacolo in onore degli imperatori Onorio e Teodosio. Testimonianze medievali e rinascimentali, infine, menzionano altri edifici che nel nome conservavano la memoria della presenza del circo: le chiese di Santa Maria e Santa Maddalena ad Circulum erano infatti sorte presso il lato curvo dell’edificio e furono distrutte nel 1789. Allo stesso modo oggi la via Circo conserva la memoria del monumento. Le sue strutture dovevano essere ancora agibili agli inizi del VII secolo quando il re Agilulfo associò a sé nel potere il figlio Adaloaldo di fronte all’assemblea del popolo longobardo in armi (604 d.C.). Nei secoli successivi il circo venne progressivamente spogliato e demolito.