I CELTI SULLE ALPI LECCHESI NEL MUSEO DELLE GRIGNE

IL MUSEO DELLE GRIGNE

Il museo raccoglie reperti archeologici che testimoniano della presenza umana sulle Grigne fin dall’epoca preistorica. Ma di particolare rilievo per la storia di Esino è stata la presenza di popolazioni celtiche e romane.

Dei primi, che occuparono il territorio tra il IX-I secolo a.C. portandovi la cultura di Golasecca e in seguito di La Tène, sono stati ritrovati i corredi funebri, con fibule (spille per abiti sia maschili che femminili), armille (bracciali e braccialetti sempre sia maschili che femminili), pendagli e ceramiche (urne cinerarie connesse al rito).

Le tombe dei guerrieri hanno consentito di studiare il loro vasto armamentario che consisteva in lance, spade, foderi, coltelli e scudi. Sono stati trovati anche oggetti come rasoi, pinzette e cesoie. Una particolarità interessante dei riti funebri del guerriero si osserva nelle spade, che venivano deformate per renderle inutilizzabili.

Per quanto riguarda i Romani, in paese sono state trovate delle tombe di inumati talora con corredo funebre, con monete del IV secolo, dadi in bronzo, vasellame e altri oggetti.

→ vedi gli oggetti della collezione archeologica del Museo delle Grigne su Wikimedia Commons

→ vedi l’elaborazione tridimensionale di un vasetto in pietra ollare del museo

→ vedi l’elaborazione tridimensionale della chiesetta di san Pietro a Ortanella

Da

LO STUDIO DELLE ARMI E DEI METALLI DI EPOCA CELTICA E ROMANA

Tesi di Laurea in Scienze e Tecnologie per lo studio e la conservazione dei Beni Culturali Martina Pensa da ” Resegone online”

Esino Lario, Isen in dialetto esinese, la “perla delle Grigne”, è un piccolo paese di 747 abitanti situato ad un’altitudine di 910 metri s.l.m. nella Val d’Esino, che sovrasta il lago di Como in provincia di Lecco. Il paese, di fatto unificato solamente dopo la prima guerra mondiale, risultava originariamente diviso in due: rispettivamente Cres e Piach. A Cres vi sono tracce archeologiche di epoca celtica e a Piach per lo più di età romana. A oggi in questo territorio non sono state condotte campagne archeologiche sistematiche, dunque il presente progetto è il punto di partenza per l’avvio, con l’appoggio del Comune di Esino Lario e della Soprintendenza ai Beni Culturali della Lombardia, di ricerche scientifiche sul passato di questo paese. La prima fase di questa collaborazione, illustrata in questa serata si concentra sullo studio preliminare dei ritrovamenti Celtici conservati nell’Eco-museo, con particolare attenzione agli aspetti riguardanti la storia e l’identificazione di una produzione locale attraverso le tecnologie di ricerca scientifiche.

Esino Lario rappresenta una scelta ottimale per uno studio sperimentale di questo tipo proprio anche alla luce della conformazione geomorfologica del paese che, racchiuso tra vallate impervie, costituisce un ambiente circoscritto poco aperto ad influssi esterni. In prima istanza un veloce inquadramento dei ritrovamenti e approfondimento delle problematiche legate alla conformazione geomorfologica del territorio (orogenesi, sfruttamento minerario e vie di passaggio), ritenuti fondamentali nella comprensione dei risultati ottenuti.I reperti di età celtica del Museo delle Grigne che sono stati analizzati sono ventiquattro e di diversa tipologia: spade, lance, un umbone e attrezzi di vita quotidiana come cesoie e un rasoio, una verghetta e una fibula.Come elementi di confronto, sono stati considerati anche due reperti romani, una punta di lancia e una cuspide di lancia ritrovati in loco.

Per poter poi inquadrare le caratteristiche degli elementi emersi dalle analisi sono stati quindi presi in considerazione come campioni di confronto alcuni manufatti cronologicamente affini conservati presso il Museo Civico Guido Sutermeister di Legnano (Mi) e altri provenienti dal Museo Civico Etnografico Archeologico C.G. Fanchini di Oleggio (No); si tratta di una punta di lancia e di un coltello da Legnano e di un umbone e di una punta di lancia e una cesoia da Oleggio. I reperti di Legnano provengono dallo scavo di un insediamento di Magenta, particolarmente significativo per i nostri studi perché sufficientemente lontano per ipotizzare un approvvigionamento del ferro dal gruppo delle Grigne.

Il secondo gruppo di reperti proviene invece dalla necropoli di Oleggio, un sito che, per la vicinanza al lago Maggiore e alle aree di approvvigionamento di ferro circostanti, doveva reperire i minerali di ferro più verosimilmente da miniere di questo territorio. Sono stati inoltre considerati alcuni campioni di rocce provenienti da una delle antiche miniere in località Cainallo, a Esino Lario, al fine di evidenziare una possibile correlazione appunto tra queste miniere e i reperti.
Per tutti i manufatti sono state realizzate fotografie ad alta definizione, utilizzando una semi-sfera per diffondere uniformemente la luce in modo da non creare ombre e riflessi ed un colorchecker per la calibrazione dei colori. Le fotografie, eseguite anche in vista del catalogo del Museo delle Grigne, sono poi state elaborate mediante l’utilizzo di photoshop.

La composizione elementare è stata determinata con l’analisi della fluorescenza X caratteristica (XRF) che consente di rilevare gli elementi in traccia presenti nei reperti, costituiti principalmente da ferro. Questa analisi è stata eseguita al Laboratorio Diart di Milano trasferendo in accordo con le varie Soprintendenze i reperti. Dopo aver rielaborato i dati ottenuti si è eseguita l’analisi delle componenti principali che ha mostrato che i campioni celtici locali formano un gruppo continuo, anche se non compatto, caratterizzato da zinco, titanio, cromo e arsenico, elementi presenti in traccia anche nelle rocce di miniera, compreso l’arsenico, assente viceversa in tutti i campioni di confronto. La presenza di questo elemento chimico tossico è nota in questo territorio a seguito dei problemi causati per anni agli esinesi per la sua massiccia presenza anche nelle falde acquifere.

Tutti i campioni non locali mostrano peraltro, oltre al ferro, una diversità nella tipologia e nella quantità delle tracce presenti. Anche i reperti locali romani presentano un numero minore di elementi in traccia, comparabile con quelli dei manufatti di Magenta; in particolare spicca l’assenza di arsenico che suggerisce quindi la possibilità di una produzione non locale. Tale risultato potrebbe essere messo in relazione con i dati storici poiché è noto che nei presidi Romani più antichi venivano inviati armati direttamente da Roma e le aree di approvvigionavano di metalli vennero progressivamente concentrate in alcuni distretti minerari più ricchi. I Romani avevano probabilmente prescelto, come si è detto, lo stanziamento nella parte inferiore dell’abitato dove il ricco territorio offriva sia campi da coltivare e prati per il bestiame e zone, come San Pietro in Ortanella, utili per il controllo dei i traffici da e verso la Valsassina e le vie di transito lungo l’alta via del Lago di Como.

Lo stanziamento nella parte alta dell’attuale paese, che può forse essere messa in relazione con lo sfruttamento delle miniere soprastanti, appare viceversa più strategica nella fase celtica precedente, a possibile conferma di un significativo mutamento degli indirizzi economici di questo territorio. Le analisi condotte in questo studio confermano dunque che le miniere di Esino costituirono la fonte di estrazione dei metalli con cui vennero fabbricati gli utensili della panoplia del guerriero (spade, lancia, umboni) e gli oggetti della vita quotidiana (fibule, verghette, rasoi, coltelli e cesoie) del periodo celtico e probabilmente rappresentarono una delle spinte più significative nella risalita fino a queste valli delle popolazioni di Oltralpe che almeno dal IV secolo a.C. si stanziarono nel territorio del Nord dell’Italia. L’ elevato numero di armi rinvenute fa presagire che proprio il controllo e la strenua difesa di queste ricche risorse economiche caratterizzasse in modo significativo la struttura sociale di questo stanziamento e dei suoi individui sepolti nella Valle di Esino.

Visita virtuale al Museo delle Grigne :

https://www.tour-sistemamuseale.provincia.lecco.it/10museo/

CELTI SENONI A SERRA S.ABBONDIO

La storia del borgo di Serra S.Abbondio nelle Marche , al pari del suo attuale aspetto è prettamente medievale. Eppure questo borgo nell’alta valle del Cesano, in provincia di Pesaro-Urbino, è stata un tempo la terra dei Celti. Il ritrovamento di lunghe spade e dei relativi foderi in ferro tra i corredi funerari del IV e III secolo a.C. riportati alla luce, hanno consentito di aggiungere Serra Sant’Abbondio tra le località marchigiane in cui compaiono oggetti di tradizione gallica. Ecco allora una raccolta archeologica decisamente da vedere per saperne di più.

Eppure la storia di questo luogo è ben più antica e con protagonisti di tutto rilievo. La sorpresa arriva visitando la raccolta archeologica allestita nel Municipio, fortemente voluta dall’amministrazione comunale e fattivamente sostenuta dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche. “Un tentativo di valorizzare ulteriormente un’area dai pregevoli valori naturalistici e ambientali e a forte vocazione turistico-culturale, mettendo a frutto le risorse impiegate nello scavo attraverso la presentazione at pubblico dei dati, anche se al momento solo preliminari, derivanti da queste scoperte – ci dice il sindaco Ludovico Caverni – testimonianze che aggiungono un importante tassello sul passaggio epocale che interessò il territorio marchigiano quando si estese il dominio romano”.

I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica
I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica
I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica

Dunque i Celti a Serra Sant’Abbondio. E’ la presenza delle lunghe spade e dei foderi in ferro tra i corredi funerari del IV e III secolo a.C. rinvenuti nelle antiche sepolture casualmente tornate alla luce di annoverare questo territorio tra quelli in cui sono spuntati reperti di tradizione gallica. Reperti di grande interesse, quindi, per gli studiosi. “Da tempo il riconoscimento di armi e altri elementi tipici della civiltà di La Tene (nome con cui si indica la cultura archeologica dei Celti nei secoli precedenti la romanizzazione) è stato messo in relazione con lo stanziamento nel territorio della Romagna sud-orientale e delle Marche settentrionali di gruppi appartenenti al popolo dei Sènoni – ci spiegano nel corso della visita alla raccolta archeologica – questa tribù faceva parte del grande popolo dei Celti, chiamati Galli dai Romani, provenienti dalle regioni centro-europee a nord delle Alpi.

L’arrivo dei Sènoni sulla penisola italiana si colloca all’inizio del IV secolo a.C., al culmine delle massicce migrazioni the avevano visto numerosi popoli celtici insediarsi in Italia settentrionale”. Una vicenda per certi versi misteriosa e decisamente intrigante: i Sènoni sono infatti ricordati dagli storici antichi come il più turbolento ed irrequieto del popolo dei Celti, e tra i principali responsabili dell’assedio di Roma nel 387-386 a.C., che occuparono indisturbatamente per alcuni mesi. “Questo evento segnò il loro prepotente ingresso nella storia del mondo mediterraneo: da questo momento le fonti storiche mettono in evidenza il peso che acquisirono le popolazioni galliche nello scacchiere politico della penisola italiana intervenendo con contingenti mercenari in favore di tiranni e città” spiegano gli archeologi.

I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica
I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica

Il rinvenimento dei reperti dei Celti è avvenuto in occasione della realizzazione di infrastrutture e di opere di urbanizzazione in un’area tra Pian Santa Maria e Campietro, sulla strada che da Serra Sant’Abbondio conduce a Frontone, con l’individuazione di una piccola necropoli. Lo scavo, diretto da Gabriele Baldelli della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, durata per più anni, ha consentito di recuperare e studiare una cinquantina di sepolture databili alle ultime fasi dell’età picena e all’epoca romana, che presentano una suggestiva commistione di elementi culturali umbro-piceni, gallici, ed etrusco-romani nella fase di passaggio tra le due età, tra il IV e il III secolo a.C. In quattordici tombe sono state ritrovate armi che fanno pensare: “Se la maggior parte degli individui erano equipaggiati con una semplice lancia, cinque si distinguono per la presenza di una spade di tradizione celtica. Del cinturone non resta spesso che qualche raro anello. Non c’è, invece, nessun indice di armamento difensivo come elmi o scudi. A volte collocate alla testa del defunto, le armi, quasi sempre piegate, erano il più delle volte riposte in corrispondenza delle gambe, mentre le spade e i foderi sono deposti separatamente” raccontano gli studiosi.

Le spade e i foderi, di tipo La Téne, che segnalano le elités celtiche degli ultimi cinque secoli a.C., sono ben documentati in Italia, nella regione padana e lungo l’Adriatico, nel territorio piceno e umbro, la dove la tradizione colloca i Sènoni, gli ultimi Celti a stabilirsi nella penisola. Nella regione, gli esempi non mancano, come indicano i ricchi corredi messi alla luce alla fine del XIX secolo a Montefortino. Gli usi funerari praticati a Serra Sant’Abbondio evocano di più i costumi, in apparenza più sobri, caratteristici di alcuni

gruppi delle Marche settentrionali, come Piobbico, che quelli dei ricchi complessi di Montefortino e Filottrano (caschi e vasellame in bronzo). Una storia insomma avvincente e ammirare da vicino i reperti esposti, evoca le vicende di quegli uomini che si resero protagonisti della quotidianità in un territorio estremamente vivace.

( Da turismoitalianews.it articolo originale: Giovanni Bosi, Serra Sant’Abbondio / Marche)

I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica

Da visitare nei d’intorni :

https://www.turismoitalianews.it/abbiamo-visto-per-voi/14162-da-sentinum-a-sassoferrato-nel-museo-archeologico-i-reperti-raccontano-l-antica-battaglia-delle-nazioni-dei-romani

I CAMPI RAUDI

101 aC: la Battaglia dei Campi Raudii, chiamata anche Battaglia di Vercelli, fu combattuta fra un esercito della repubblica Romana, comandato dal console Gaio Mario ed un potente corpo di spedizione composto da tribù germaniche di Cimbri, vicino all’insediamento di Vercellae, nel territorio di quella che a quel tempo era la Gallia Cisalpina. I Cimbri furono letteralmente distrutti, con più di 140.000 morti e 60.000 prigionieri, compresi moltissimi fra donne e bambini. Una gran parte del merito di questa vittoria fu attribuito a Lucio Cornelio Silla, legato del proconsole Quinto Lutazio Catulo, che comandava la cavalleria romana e degli alleati italici.

La tradizione suole identificare Vercellae, il luogo citato da Plutarco nelle sue “Vite Parallele“, con l’odierna Vercelli; ciò porterebbe a pensare che i Cimbri avessero valicato le Alpi attraverso la Val d’Ossola. Alcuni storici pensano però che il termine potrebbe non essere il nome proprio di una località e dunque sarebbe da tradurre come nome comune ossia i vercelli, termine molto diffuso nella Gallia Cisalpina, con cui si indicavano zone minerarie sotto sfruttamento, situate alla confluenza di corsi d’acqua e quindi ricche di minerali metalliferi. Del termine raudius sono state date varie spiegazioni. Se la parola raudius fosse, come si è detto, un antico termine tecnico della metallurgia, l’espressione “Campi Raudii” starebbe perciò a significare un complesso minerario-industriale alimentato dal materiale alluvionale concentrato alla confluenza di due o più fiumi. Secondo altri il termine starebbe per terreni gerbidi, incolti o non adatti alla coltivazione, oppure ancora fondo esente da dominio, fondo pubblico, terreno libero. 

Secondo Floro i Campi Riudii avevano una grande estensione (in patentissimo quem Raudium vocant campum). E doveva essere in effetti una pianura molto vasta se i soli Cimbri, procedendo a schiera quadrata, occupavano per ciascun lato lo spazio di 30 stadii (= 5,321 km) con un’armata di 200.000 uomini e 15.000 cavalieri. I romani contrapponevano 52.000 combattenti. 

La questione dell’individuazione del campo di battaglia è controversa e non vi sono prove certe a favore di nessuna ipotesi. Il sito è stato collocato nelle più svariate aree del nord Italia. La principale ipotesi alternativa a Vercelli situa il luogo della battaglia nella piana tra Ferrara e Rovigo. Secondo questa ipotesi i Cimbri si stavano dirigendo verso Roma dopo aver percorso la Val d’Adige e oltrepassato Verona; lo scontro finale coi Romani sarebbe avvenuto presso la riva sinistra del Po. Dopo il grande massacro, un gruppo di superstiti si sarebbe rifugiato sui monti a nord di Verona; quivi, nel corso del tempo sarebbero stati romanizzati come tutti gli altri popoli della Val Padana, mantenendo della loro antica origine soltanto il nome nazionale, Cimbri. Anche questa ipotesi presenta però numerosi punti deboli, non essendo corroborata né dalla toponomastica, né da nomi personali, né da un qualsiasi vocabolo continuatosi nei dialetti locali. Lo stesso nome di Cimbri compare sui Lessini soltanto a partire dall’inizio del Trecento, quindi ben tredici secoli dopo i Campi Raudii. In quella zona del Polesine sarebbe anche stato difficile traghettare carri e bestiame sul Po; più semplice il guado più a monte, in territorio piemontese.

Plutarco è l’unico autore che parla della collocazione dei Campi Raudii, collocandoli “nella piana presso Vercellae“. I ritrovamenti nell’area in sponda sinistra (orografica) del fiume Sesia, poco a nord di Borgo Vercelli e circa a 5 km di distanza dalla città di Vercelli, sono portati sostegno della tesi che identifica Vercellae con Vercelli, ma non vi sono elementi certi che possano ricondurli alla battaglia, ecaso mai ci parlano delle strategie di insediamento da parte delle ultime popolazioni celtiche, presenti con continuità nel passaggio alla piena età romana.

L’espansione romana dal III al I secolo a.C. 

Le frecce indicano le discese

cartaginesi di Asdrubale ed Annibale
Sezione del cartogramma tratto dall’Atlante storico del mondo – Touring Club Italiano

La localizzazione nei pressi di Vercelli è comunque utilizzata nell’analisi del Mommsen riportata sotto ed è condivisa dalla maggioranza degli studiosi. Ecco la ricostruzione di Theodor Mommsen:

I due eserciti si incontrarono presso Vercelli, non lontano dalla confluenza del Sesia con il Po, proprio nello stesso luogo in cui Annibale aveva combattuto la sua prima battaglia sul suolo italiano. I Cimbri erano ansiosi di battersi e, come loro usanza, inviarono una delegazione al campo romano per concordare tempo e luogo. Mario li accontentò, e propose il giorno seguente (era il 30 luglio del 101 a.C.) e la piana di Raudii, un vasto luogo pianeggiante, che avrebbe reso più agevoli le manovre della cavalleria romana, superiore a quella germanica. La cavalleria dei Cimbri, muovendosi nella densa foschia mattutina, fu colta di sorpresa da quella romana, con cui fu costretta ad ingaggiare un combattimento ravvicinato prima che potesse disporsi in formazione di attacco, e fu quindi ricacciata indietro verso la propria stessa fanteria, che stava proprio in quel momento schierandosi a battaglia. Al termine i Romani ottennero una schiacciante vittoria, riportando solo leggere perdite, mentre i Cimbri furono letteralmente annientati.
Quelli che trovarono la morte in battaglia, cioè la maggior parte dei Cimbri, compreso il valoroso re Boiorix, poterono chiamarsi fortunati, sicuramente più fortunati di coloro che, venduti a Roma al mercato degli schiavi, trovarono un padrone desideroso di vendicarsi su di loro, uomini del nord, che avevano osato sfidare Roma per conquistare le terre del soleggiato sud prima che i tempi della Storia fossero maturi per questa impresa.
Alla notizia della disfatta i Tigurini, che erano rimasti al di là delle Alpi, col proposito di unirsi successivamente ai Cimbri, rinunciarono immediatamente all’impresa e fecero ritorno alle loro sedi. La valanga umana, che per tredici lunghi anni aveva seminato terrore fra i popoli stanziati fra il Danubio, l’Ebro, la Senna ed il Po, si trovava sepolta sotto l’erba oppure soggiogata in schiavitù. Il destino del grande miraggio della migrazione germanica si era compiuto, il popolo senza patria dei Cimbri ed i loro compagni di avventura non esistevano più.

La vittoria dei Campi Raudii, immediatamente successiva alla sconfitta dei Teutoni, avvenuta l’anno precedente sempre ad opera di Mario nella Battaglia di Aquae Sextiae, pose termine al tentativo germanico di invadere i territori controllati da Roma. Questa battaglia, inoltre, ebbe anche una profonda influenza sulle vicende politiche di Roma stessa, segnando l’inizio della rivalità fra Mario e Silla, che sfociò successivamente nello scoppio della prima delle grandi guerre civili. Come ricompensa per il loro prezioso e coraggioso servizio, Mario concesse la cittadinanza romana ai soldati degli alleati italiani, senza nemmeno prima consultare il senato.

Quando alcuni dei senatori gli chiesero di giustificarsi egli ironicamente rispose che nella concitazione della battaglia gli era stato difficile capire se la voce di Roma era quella degli alleati oppure quella della legge. Da questo momento in poi tutte le legioni italiane sarebbero state automaticamente considerate legioni romane. Fu anche la prima volta che un generale vittorioso osasse sfidare apertamente il Senato. Non sarebbe stata nemmeno l’ultima; nell’ 88 a.C., Silla, sfidando sia il Senato che le tradizioni, avrebbe guidato le sue truppe all’interno delle stesse mura cittadine, mentre Gaio Giulio Cesare, quando nel 49 a.C. ricevette dal Senato l’ordine di abbandonare il comando e di presentarsi a Roma per rispondere dell’accusa di cattiva condotta delle operazioni, attraversò il confine del Rubicone con una delle sue legioni e marciò sulla capitale.

Quest’ultimo episodio rappresentò l’inizio della guerra civile fra Cesare e le forze fedeli al Senato guidate da Pompeo, segnando di fatto la fine della Repubblica Romana. Da comune di Santhià

PER UNA INDAGINE ARCHEOLOGICA PIU ‘ DETTAGLIATA POTETE LEGGERE IL SEGUENTE TESTO ( DA ACADEMIA.EU)

https://www.academia.edu/resource/work/33809702

https://www.dandebat.dk/eng-dk-historie10.htm

MONETE D’ORO E CAMPI RAUDI

Da archeo.piemonte.beniculturali.it

Le “Regenbogenschüsselchen” o “coppette dell’arcobaleno” sono un ampio gruppo di monete in oro prodotte in Germania meridionale, soprattutto in Baviera, e generalmente attribuite alla tribù celtica dei Vindelici. Il loro nome tedesco tradizionale deriva dal loro leggendario rinvenimento dopo le piogge in coincidenza con l’apparire dell’arcobaleno. Nel XIX secolo, probabilmente in relazione a vaste opere agricole per l’impianto della risicoltura intensiva nella pianura vercellese, si registrano numerose scoperte di ripostigli con queste monete in varie località presso Vercelli. Questo fatto viene così messo in relazione con la notizia storica della sconfitta, da parte del console Caio Mario, delle tribù germaniche di Cimbri e Teutoni nei pressi di Vercellae, nel 101 a.C. Anche se in anni recenti questa ipotesi è stata messa in dubbio, resta comunque l’unica spiegazione storica alla concentrazione di rinvenimenti di queste monete nella pianura padana occidentale.

Oro, g 7,49
Inv. n. F322
D/ Testa di uccello (?) in corona di foglie.
R/ Stella a quattro raggi su due volute. Sopra: tre globetti.

UN LEGIONARIO COMENSE A BUDAPEST

Un legionario romano originario di Como era in stanza a Budapest , l ‘antica Aquincum. Lá sorvegliava il confine e proteggeva l ‘Italia da possibili incursioni dei Barbari. Dall’iscrizione della lapide sappiamo che il legionario morì dopo 13 anni di servizio all ‘etá di 38 anni. La vita del legionario era dura e purtroppo la fortuna non ha arriso al soldato. Si possono vedere nella lapide l’armamento tipico del guerriero romano del tempo: gladio a destra , pugnale a sinistra ,pilum. Lo scudo presenta un umbone in rilievo con Gorgone e fulmini. Particolare invece è l ‘ Elmo che sembra dotato di corna più verosimilmente di due penne.

DescrizioneAquincum, Pietra tombale di un soldato della legione II Adiutrix

Periodo: inizio II sec.d.C.

Particolari

C(aius) Castricius-
s Cai Off(entina) Vict-
o Como mil(es)
leg(ionis) II Ad(iutricis) |(centuria) M(arci)
Turbonis an(norum)
XXXVIII stip(endiorum) XIIII
h( ic) s(itus) e(st) L(ucius) Lucilius fr(ater)
et he(res) posuit p(ro) p(ietate

Riguardo all ‘elmo è discusso se sono presenti due corna o più verosimilmente due piume.
Si noti lo scudo con umbone in rilievo con figura di Gorgone e saette

CELTI NEL MANTOVANO: LA SPADA DI MEDOLE

Databile al II sec. a.C., venne alla luce nell’estate del 1955 a Medole, in fondo S. Nazzaro. Insieme a pochi altri reperti si salvò dalla distruzione di una vasta area cimiteriale, utilizzata per secoli da Celti, Romani e Longobardi. La spada, sottoposta ad un recente intervento di restauro conservativo, è visibile da vicino presso il Museo Archeologico Nazionale di Mantova

I CELTI IN UMBRIA

Presenze celtiche in Umbria vengono documentate a nord, al centro e al sud della regione. Luana Cenciaioli, archeologa di fama, non solo ne individua le tracce nelle Galatomachie scolpite a Perugia  nelle tombe dei Volumni, in quelle dei Cai Cutu e dei Cai Carcu, in quelle dei Vipi Vercna e dei Cafate, degli Acsi, nella tomba femminile di Casaglia, a villa Lodosivi di Prepo, a Villa Monti (dove vengono rappresentati la profanazione e il saccheggio di un santuario da parte dei Galli), ma pure a Chiusi e Volterra. Gli esperti sottolineano che Chiusi, che rivestì un ruolo significativo nelle vicende delle invasioni dei Galli nell’Italia centrale, è il centro etrusco che, rimarca ancora la Cenciaioli, vanta “il maggior numero di monumenti recanti raffigurazioni di Celti”. Inoltre tracce significative di presenze celtiche si registrano nella produzione di reperti e nelle epigrafi.

Regio Umbria

Tra le attestazioni epigrafiche, la Cenciaioli, riporta l’epigrafe del VI sec. a.C. di Orvieto in cui si cita un Gallo integrato nella società etrusca, di nome Catacus Catacius, tradotto, in etrusco, Katakina. Insomma uno straniero che si era fatto largo, in condizione sociale e in fama, tra gli etruschi. Già Dionigi di Alicarnasso colloca i Celti nella penisola e Tito Livio, nel quinto libro, attesta la loro presenza in Italia due secoli prima dell’assedio di Chiusi (avvenuto nel 390 a.C.). Ipotesi confermata dalla stele bilingue in travertino, proveniente da Todi (località Mausoleo) ed ora al museo Gregoriano etrusco, della seconda metà del II sec. a.C. con iscrizione in lingua gallica e in latino in cui compaiono i nomi celti di Ategnatus, Drutus, Coisis.

Lo stesso Marte di Todi (V sec. a.C., ora nei Musei Vaticani) proveniente da Montesanto alle pendici del colle, fu donato da un celta, Ahal Trutitis, come attesta, sul bordo della corazza, l’iscrizione umbra in alfabeto etrusco meridionale (“Ahal Trutitis donum dede”, cioè diede in dono). Altre testimonianze arrivano da Bettona e da Arna, sempre lungo la valle del Tevere (i fiumi possono essere considerati come le autostrade dell’antichità).  Da una tomba di Bettona provengono bracciali in vetro “che trovano riscontro – attesta la Cenciaioli – in area celtica”. Da Arna arriva la fibula in bronzo a cerniera con arco semicircolare – III sec. a.C. – opera del celta Atepu (così si firma).

Tutti elementi, è la conclusione degli archeologi, che confermano con certezza la presenza, prima, e il successivo processo di assimilazione con le popolazioni locali, dei Galli. Come avvenuto con le varie tribù dei Boi e degli Insubri, al nord e con i Galli Senoni, i fondatori di Senigallia, tra gli Appennini centrali e il mare Adriatico. I Galli, che nella battaglia di Sentino (295 a.C.) contro i Romani furono alleati degli Umbri, degli Etruschi, dei Sanniti, diventarono, qualche decennio più tardi, i nemici da combattere, tanto che gli Etruschi risultano alleati dei Romani a Talamone nel 225 a.C., dove i Celti vennero battuti: così sulle urne e sui sarcofagi i guerrieri scesi dal Nord (dal Norico, anche) cominciano ad essere caratterizzati in maniera negativa, come un popolo barbaro ed empio (le rappresentazioni – ne sono state ritrovate cinque – di saccheggi di luoghi sacri) o crudele e pericoloso (come nelle scene di battaglia: ne sono tornate alla luce più di venti, diciassette delle quali dalla sola Chiusi). 

Quando, più tardi, la potenza romana si allargherà sull’Umbria e sul resto d’Italia, città come Todi, Bettona e Arna, diverranno “municipia” ed i loro cittadini inscritti nella tribù Clustumina. E gli Etruschi, che avevano assimilato i Celti, si “fonderanno” pienamente con i Romani, di cui prenderanno la lingua, gli usi e i costumi..

Elio Clero Bertoldi

Da ilpuntoquotidiano.it

TRE PUNTE DI LANCIA CELTICHE SCOPERTE A MONTERENZIO

Monte Bibele, la montagna dove convissero Etruschi e Celti | TerreIncognite  Magazine

Il territorio appenninico ha ancora tanti segreti da rivelare. Monterenzio, che lo scorso Natale ha vissuto la bella storia a lieto fine del soldato americano, oggi ultra 90enne, Martin Adler, è ancora al centro dell’attenzione per una notizia positiva. Proprio accanto a quella che fu una trincea della 85ª divisione americana, quella dove Adler ebbe il principale accampamento, un cittadino ha trovato un tesoro celtico datato intorno al V-IV secolo avanti Cristo. Il destino ha voluto che il ritrovamento fortuito di tre punte di lancia di epoca celtica si sia verificato a Monterenzio vecchia grazie a Costantino Babini, appassionato locale di ricerche storiche. Le tre punte di lancia di epoca celtica, forse emerse grazie a smottamenti di terreni ed escavazioni, sono state immediatamente consegnate da Babini ai carabinieri di Monterenzio e in seguito sono state consegnate al museo Archeologico etrusco-celtico Fantini che le custodirà.

Museo Civico Archeologico L. Fantini - musei, gallerie a Monterenzio -  Appennino Bolognese

“Questo ennesimo ritrovamento, proprio nel luogo del principale accampamento del veterano Martin Adler che lo scorso natale ha ritrovato i tre fratelli Bruno, Mafalda e Giuliana Naldi fotografati nell’ottobre 1944, si ricollega incredibilmente alla storia narrata proprio nel libro scritto da Matteo Incerti – dichiara il direttore del museo Fantini, Antonio Gottarelli –. Gran parte dei tesori etrusco-celtici rinvenuti tra Monterenzio vecchia e Monte Bibele sono affiorati grazie a smottamenti dovuti ai crateri delle esplosioni della Seconda guerra mondiale e operazioni di sminamento post-belliche. Queste tre punte di lancia, che ora arricchiranno il nostro museo, potrebbero far parte di una tomba oppure essere una traccia di quell’abitato che da tempo cerchiamo”. A parlare di questa preziosa scoperta è lo stesso Babini: “Stavo passeggiando come mio solito in queste zone già conosciute. Sul bordo di una trincea americana ho notato tre punte metalliche. Una volta estratte ne ho subito capito il valore”. Le sue parole vengono sottolineate anche dall’amministrazione comunale: “L’amministrazione ringrazia Babini per il senso civico dimostrato e si rallegra per questo ulteriore tesoro a disposizione dei visitatori del nostro museo”.

Costantino Babini mostra le tre punte di lancia che ha trovato

DA IL RESTO DEL CARLINO articolo di Zoe Pederzini

ACCAMPAMENTO ROMANO REPUBBLICANO VICINO A TRIESTE

Vaste e complesse strutture di difesa, che svelano nuove conoscenze sull’architettura militare romana di II e I secolo a.C., sono state riportate alla luce durante una campagna di scavi condotta sul colle di San Rocco a San Dorligo della Valle (Trieste), sotto la direzione di Federico Bernardini del Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam e del Venice Centre for Digital and Public Humanities dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, in collaborazione con Università di Trieste, Istituto di Archeologia dell’Accademia Slovena di Scienze ed Arti e Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio del Friuli Venezia Giulia.
    L’altura di San Rocco – ricorda la Soprintendenza – è sede di uno dei più antichi accampamenti romani conosciuti in Europa, con ogni probabilità costruito poco dopo la fondazione di Aquileia (181 a.C.) nella prima metà del II sec. a.C.
    L’accampamento ha un’estensione di oltre tredici ettari. La principale struttura di fortificazione ha una forma quasi semicircolare (larga fino a circa 600 metri), mentre al suo interno si riconoscono varie murature. Tra queste, sulla sommità della collina, è riconoscibile una fortificazione rettangolare di circa 100×50 metri. Gli scavi hanno interessato parte di quest’ultima e un tratto della fortificazione esterna, con lo scopo di definire le tecniche costruttive e la cronologia delle strutture.

Ricostruzione elmi repubblicani tipo monfortino


    Le ricerche – spiega la Soprintentendenza – hanno permesso di mettere in luce “complesse opere difensive costituite da terrapieni associati a strutture in pietra e fossati, senza confronti nei pochi siti coevi noti nella penisola iberica. Più nel dettaglio, il muro di difesa esterno, largo circa 10 metri, presenta dall’esterno verso l’interno dell’accampamento un piccolo fossato che probabilmente ospitava una palizzata, una massicciata di pietre alta circa 1,5 metri, un ulteriore piccolo fossato con ogni probabilità utilizzato per il fissaggio di ostacoli lignei e infine, a una quota leggermente maggiore, un camminamento largo circa 5 metri composto da un muro a sacco e un terrapieno interno, in origine protetto da un parapetto ligneo”. La struttura conserva tracce evidenti di un incendio che ha raggiunto temperature molto elevate. Lo studio dei materiali ceramici rinvenuti, soprattutto anfore, e dei resti di carboni, con ogni probabilità – conclude la Soprintendenza – permetterà di precisare la cronologia della struttura e di comprendere se possa essere legata alla guerra del 178-177 a.C., come recentemente ipotizzato, o a un momento successivo. (ANSA).

L ‘ACCAMPAMENTO DI CESARE DEL FAMOSO DADO

Scoperta archeologica sensazionale a Gatteo. I due anni di scavi su 5 ettari in prossimità del casello autostradale A14 “Valle del Rubicone” tra via Campagnola e via Mistadella, hanno permesso di far emergere, oltre a un sito articolato tra preprotostoria ed età romana, uno degli insediamenti militari più longevi di tutta la romanità (dal terzo secolo avanti Cristo al quinto/sesto secolo dopo Cristo).

Ma non solo. Secondo studi storici approfonditi quell’insediamento, proprio per la sua ampiezza e la particolarità in cui si trova (ovvero tra due assi viari importanti come la via Pompilia e la via Emilia) è molto probabile che sia il campo che ospitò Cesare la notte tra il 10 e l’11 gennaio del 49 avanti Cristo. Da quel campo Cesare si alzò e si mise in cammino verso il Rubicone, che allora segnava il confine tra le terre dell’Impero Romano e la Gallia Cisalpina, e con cinquemila uomini e trecento cavalieri dichiarò guerra alla Repubblica romana. Una parte della nostra storia ha avuto origine proprio da lì, da quell’area in cui sono state ritrovate palizzate in legno difensive e fossati che cingono grandi areali, edifici e ambienti a strutture rettangolari, tipo caserme, ma anche srutture dirigigenziali, ambienti absidati, dal quale provengono frammenti di incensieri, come area di culto o legata alla direzione del castrum, dell’accampamento.

Una scoperta archeologica dalla ricaduta storica molto importante e che sembra poter porre fine a una diatriba che va avanti da secoli.

Vedi a proposito di Cesare e la ricerca del Rubicone:

https://verbavolantmonumentamanent.com/2017/07/13/giulio-cesare-da-dove-passo-dal-rubicone-o-dallurgon/amp/

“Il letto dell’antico Rubicone penso non ci sia più – spiega Christian Tassinari di Tecne S.r.l. di Riccione, la ditta incaricata di condurre lo scavo archeologico estensivo a Gatteo sotto la direzione scientifica della dottoressa Annalisa Pozzi, funzionario archeologo della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Ravenna – Era un fiume che al tempo aveva un valore importante, di confine. Si può evincere dagli scritti dove all’incirca si trovasse ma, secondo me, a causa di sconvolgimenti geofisici il passaggio del fiume si è spostato o addirittura non esiste più”.

A parte l’infinita querelle sul Rubicone i rinvenimenti archeologici effettuati nell’area di Gatteo sono veramente d’importanza eccezionale. Gli scavi, iniziati ad ottobre 2018, si sono conclusi appena una settimana fa con l’esecuzione delle ultime indagini, per una durata complessiva di due anni. Una durata importante per uno scavo archeologico, determinata dall’importanza di quanto rinvenuto e dalla vastità dell’area indagata, con una superficie di 40.000 mq in corrispondenza del Piano Particolareggiato (Lotto 1), e di 10.000 mq per le verifiche fatte in corrispondenza del tratto di strada che collegherà al casello (superficie complessiva di 5ettari). Le attività in cantiere, interamente finanziate dalla TM Properties S.p.A. e con il supporto per la movimentazione terra dell’Impresa Mattei S.rl., hanno visto il coinvolgimento di diversi archeologi e di una restauratrice, coordinati dal dottor Cristian Tassinari della ditta Tecne S.r.l.

“Lo scavo archeologico – hanno spiegato Giorgio Cozzolino, Sovrintendente dei Beni Culturali di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, e la dottoressa Annalisa Pozzi, funzionario archeologo della Sovrintendenza – ha portato alla luce importanti attestazioni, che documentano lo sfruttamento di un’area segnata dal percorso del Rubicone: un gruppo di ricche sepolture di età orientalizzante, un villaggio protostorico con tracce di attività legate alla vita quotidiana e alle produzioni artigianali, nonché attestazioni di un sistema difensivo particolarmente articolato che porta a collocare in questo punto l’organizzazione di un accampamento romano, frequentato dall’epoca repubblicana fino al periodo tardoantico. Il sito di Gatteo appare porsi in relazione con la rete itineraria, in cui costituiva un punto di riferimento il passaggio del fiume Rubicone e in relazione al quale lo scavo ha documentato un asse viario, segnalato dai fossi di guardia laterali, che collegava la costa verso l’interno, procedendo in direzione del Compito e quindi della via Emilia.

Tali percorsi, che costituivano elementi di attrazione e poli aggreganti in funzione della circolazione di beni e persone, dovevano essere attivi fin dall’epoca pre-protostorica per essere poi ripresi nella rete viaria di età romana. Per questo motivo  – continua Cozzolino – è importante proseguire con la collaborazione che abbiamo con Forlì-Cesena per sviluppare un progetto di parco archeologico che preveda l’inserimento anche degli scavi di San Giovanni in Compito dove si ha attestazione di un insediamento databile allo stesso periodo e dove è venuta alla luce, nel 2018, una sepoltura principesca con carro. Con queste scoperte il parco archeologico fa un salto di qualità e in un qualche modo si chiude un cerchio cronologico.”

E proprio sul parco archeologico l’assessore alla cultura, Stefania Bolognesi, e il sindaco Gianluca Vincenzi, si sono detti assolutamente convinti sul procedere col progetto. “Senza voler disquisire di cose meno culturali, come la ricaduta economica che può avere un parco archeologico sul nostro territorio – ha detto il sindaco – l’idea di voler mettere a disposizione dei cittadini e degli appassionati di storia e culturali la ricostruzione in sito di quello che è stato rinvenuto e un museo con tutto il patrimonio trovato, è assolutamente da non far cadere. Valorizzando la storia del territorio si creano anche le condizioni per richiamare turismo e mettere in modo vari settori dell’economia locali. Come amministratore appoggio in pieno questo tipo di proposta e da ora dico che faremo di tutto per realizzarla”.
Nel frattempo tra gli obiettivi principali ci sono il restauro di buona parte del materiale archeologico, per il quale è stato richiesto un finanziamento al Ministero per i Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo, e la ricostruzione del sistema difensivo e di parte dell’accampamento romano e, in attesa di attivare il progetto di valorizzazione, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Ravenna, in collaborazione con il Comune di Gatteo e con la ditta Tecne S.r.l., ha organizzato per domenica 27 settembre, nell’ambito delle Giornate Europee per il Patrimonio, un pomeriggio dedicato alle nuove scoperte con una conferenza di divulgazione dei dati e con uno spazio dedicato alle ricostruzioni e alle rievocazioni della quotidianità nel villaggio protostorico e nell’accampamento romano, curate dall’Associazione Culturale Legio VI Ferrata.

Questi in particolare i rinvenimenti archeologici.

Il nucleo di sepolture villanoviane

Durante le operazioni condotte in cantiere è emerso un piccolo nucleo di 6 tombe a cremazione, databili tra la fine dell’VIII e la prima metà del VII secolo a.C., caratterizzate da corredi con materiali in ambra, in bronzo e in ceramica, nonché materiale organico come legno. Tra gli oggetti documentati, si annoverano elementi di ornamento per le sepolture femminili (fibule, orecchini e cinturoni) e armi per le sepolture maschili (punte di lancia in ferro e in bronzo).

Di eccezionale rilievo è il recupero di un arredo ligneo, probabilmente un piccolo trono, utilizzato come supporto per l’urna cineraria della Tomba n. 3. Particolarmente interessante il collegamento con la documentazione archeologica di Verucchio e con le sue necropoli, considerato che i siti in questa fase appaiono collocarsi per lo più su luoghi di altura, mentre qui ci troviamo in un settore di pianura distante oltre 20 Km da quello che in questa fase è il centro egemonico del territorio.



Il villaggio protostorico

In prossimità del nucleo di tombe, è stato individuato un esteso ed articolato abitato, di cui è stato possibile definire i confini su tre lati, con una estensione ipotetica di circa 15.000 mq, ed un inquadramento cronologico, sulla base del materiale ritrovato, riconducibile all’età del Ferro, indicativamente tra VIII e VI sec. a.C. Numerose le tracce di strutture di tipo abitativo, che si presentano come capanne a pianta sub-rettangolare o circolare variamente dislocate, e le tracce di attività economico-produttive, legate alla filatura, alla realizzazione di vasellame ceramico e alla lavorazione delle pelli. In particolare quest’ultima lavorazione, cui sono riferibili numerosi pozzi, vasche per l’immersione e per l’affumicatura, sembrerebbe costituire una specializzazione dell’intero settore. Particolarmente importante la documentazione materiale, in quanto è stato possibile recuperare numerosi reperti archeologici, in buono stato di conservazione, che ne permetterà il recupero e il restauro.



L’accampamento romano

Il rinvenimento, a margine del Lotto 1, di un comparto con strutture a pianta rettangolare imperniate su pali lignei, confrontabili con edifici interpretati come caserme, aveva suggerito già dal 2019 la possibilità che in questo punto vi fosse un presidio militare, ipotesi avvalorata anche dal ritrovamento di una particolare fibula in ferro, frequentemente in dotazione all’esercito. Lo spostamento delle indagini nel settore della bretella stradale non solo ha confermato questa impressione iniziale, ma ha dimostrato come l’insediamento di tipo militare si distribuisse su un areale molto vasto, presumibilmente superiore ai 30 ettari, in cui si alternavano spazi protetti da lunghe recinzioni, apparati difensivi, latrine, edifici di tipo residenziale e dirigenziale. L’area della rotonda in esecuzione su via Molino Vecchio ha restituito le evidenze più significative in tal senso.

Verso est, le fondazioni di una torre a pianta poligonale e quelle di un edificio a pianta rettangolare, entrambi sorretti da imponenti montanti lignei di cui si sono riconosciute le fosse di fondazione, si saldavano a una palizzata lunga circa 150 m, che fungeva da elemento di delimitazione per un settore fortemente insediato posto ad ovest di essa. Qui, oltre a una caserma dalla consueta pianta allungata è venuta alla luce una schiera di ambienti associati a un cortile con piano in frammenti fittili e ciottoli, in cui si apriva la bocca di un pozzo. Questa area ha restituito anche abbondanti testimonianze materiali, come il vasellame legato all’assunzione del vino (coppe, bicchieri, anfore e brocche) e gli elementi in metallo che rimandano invece all’abbigliamento dei soldati (borchiette in bronzo, lamelle per corazze, chiodini in ferro per calzari). La presenza di un vano absidato e la qualità dei vasi ceramici suggeriscono che questo quartiere fosse connesso con le residenze dei generali o con il settore dirigenziale dell’accampamento (i cosiddetti Principia). Non mancano infine testimonianze relative all’esistenza di civili (artigiani) e di attività connesse alla sfera femminile (tessitura), che trovavano collocazione nelle parti esterne al campo. Sulla base dei materiali recuperati l’insediamento militare di Gatteo, impostatosi durante le prime fasi della romanizzazione (III sec. a.C.), dovette rimanere in esercizio fino al VI sec. d.C.

Da Cesenatoday.it

Articolo di Elisabetta Boninsegna

SULLE TRACCE DI SURUS L’ULTIMO ELEFANTE DI ANNIBALE

L’ELEFANTE DI TUNA
Nella primavera del 2010 il Rotary Valli del Nure e della Trebbia, con la col-laborazione del Comune di Gazzola, in ricordo della battaglia della Trebbia, combattuta nell’area compresa tra Rivergaro, Gragnano, Gossolengo e Agazzano, ha collocato una grande statua di elefante in vetroresina nei pressi del ponte di Tuna. Gli studi del geologo Giuseppe Marchetti relativi all’antico corso della Trebbia sono stati essenziali per superare le incongruenze tra il racconto della battaglia descritto da Tito Livio e Polibio e l’attuale assetto dell’alveo fluviale.

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Narra un’antica leggenda che Annibale, attraversato l’Appennino, sceso lungo la Val Trebbia, sconfitti i romani nella zona di Rivergaro, prima di ripartire con destinazione il Sud sostò nelle campagne intorno a Piacenza.

Fu l’occasione per affidare ai contadini che abitavano la zona di Gossolengo un grosso elefante ferito in battaglia. Il condottiero poi ripartì e l’elefante rimase ai contadini che, superato l’iniziale timore, si abituarono alla presenza di quello strano animale utilizzandolo per il lavoro nei campi o come mezzo di trasporto. In attesa qualche cartaginese tornasse a reclamarlo. Nessuno però si presentò e alla fine dell’elefante si perse memoria salvo essere rappresentato nello stemma comunale di Gossolengo. (fonte Arzyncampo – Claudio Arzani).

Monumento in ricordo della battaglia del Trebbia

Era il 218 A.C., sono passati più di 2200 anni e grazie all’occhio attento del fotografo Paolo Guglielmetti Surus è stato ritrovato, gode di ottima salute anche se passa tutto il suo tempo ad oziare in mezzo al fiume. Del resto vista l’età è giustificato.

Ironia a parte quello che Paolo Guglielmetti ha “letto” nella sagoma della montagna sembra proprio un enorme elefante sdraiato.

Ci troviamo a Confiente, nel punto esatto della confluenza tra Aveto e Trebbia.

La zona è facilmente identificabile perché è sulla SS45 in corrispondenza della vecchia e abbandonata Casa Cantoniera dell’ANAS situata sull’ampia curva panoramica.

Se vi fermate a scattare foto prestate molta attenzione perchè è un punto critico dove non esiste praticamente parcheggio.

Surus si può raggiungere anche dal fiume. Si scende a Confiente (anche qui parcheggi praticamente inesistenti) e si procede camminando lungo il greto per qualche centinaio di metri verso monte fino alla confluenza tra Avete e Trebbia.

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Esiste un’altro elefante (forse è il figlio di Surus), quello di #sansalvatore che spesso viene confuso con il vero Surus

Da valtrebbiaexperience.com

Per approfondire:

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_della_Trebbia

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/10/piemonte-alla-ricerca-di-annibale-seguendo-lo-sterco-degli-elefanti/3720571/