ANTICHI POPOLI DELLA CISALPINA CELTI E NON CELTI

Quando parliamo dei popoli antichi che hanno abitato la regione Padana ed Alpina ,quella che sarà chiamata poi dai Romani Gallia Cisalpina , dobbiamo ovviamente pensare ad un vero e proprio mosaico di tante diverse popolazioni . Ad esempio, parlando dei Galli essi erano diversamente cugini tra loro . Insubri e Cenomani avevano avuto una diversa etnogenesi solo per fare un esempio.. Altri popoli Celti, i Boi e soprattutto i Senoni erano fortemente fuse con le popolazioni etrusche ed umbre tanto da creare una koinè celto- italica.

Nel Piemonte e sugli Appennini la commistione con Liguri fu ancora più forte. Altre popolazioni come i Camuni e i Triumphilini erano definiti come Euganei e seppur molto affini ai Reti avevamo assorbito anche molti elementi etruschi, celtici e venetici. I Reti sulle Alpi, affini ai Tirreni per lingua, avevano anche loro assorbito molti elementi celtici e venetici così come i Veneti ,affini a loro volta linguisticamente ai Latini. Nel video che qui segue il vicedirettore del Gruppo Archeologico Comasco ci descrive appunto questo complesso mosaico di popoli e nazioni. Buona visione .

Elmo Celto-Ligure da Berceto

NUOVA VITA PER IL MUSEO ARCHEOLOGICO OLIVERIANO DI PESARO

IN OTTOBRE LA RIAPERTURA CON UN NUOVO ALLESTIMENTO

Oggetti in bronzo museo archeologico di Pesaro

Da “la Repubblica”

Nel cuore del centro storico di Pesaro, tra vie e case scampate alla Seconda guerra mondiale che danno un senso di un delicato equilibrio urbano, a palazzo Almerici al numero 97 di via Mazza tra ottobre o, con più probabilità novembre, riapre un gioiellino dell’archeologia: il Museo Archeologico Oliveriano.

Da raccolta privata a cosa pubblica per spirito civico

A piano terra in quattro sale con volte e laterizi in vista si dispiega una raccolta di oltre 200 reperti che copre un arco di tempo dal VII secolo a.C. circa all’epoca paleocristiana, al IV secolo d.C.. Al di là dei pezzi esposti, il Museo Oliveriano rappresenta un caso esemplare di quelle donazioni innervate di spirito civico da cui si genera una raccolta di tutto rispetto: il nucleo infatti è formato dal lascito alla città dell’erudito e intellettuale Annibale degli Abbati Olivieri (1708-1789), che inglobava i reperti avuti in dono dall’amico Giovan Battista Passeri (1684-1780), e che nel testamento dispose che fossero unite “perché la cittadinanza in un sol luogo e ad uso pubblico potesse liberamente disporre di tutto quello che due cittadini avevano saputo amorosamente raccogliere”. Olivieri lasciava alla città anche una ricca biblioteca.

Museo e biblioteca Olivieri di Pesaro

Una proprietà privata diventava dunque cosa pubblica a beneficio di tutti. Il museo aprì in un altro edificio nel 1793, si trasferì a palazzo Almerici, rimase chiuso dal 1928 al 1967. Nel 2012 pesanti infiltrazioni d’acqua nell’edificio obbligarono il Comune a chiudere, riaprì tra il 2014 e il 2015, richiuse: servivano lavori complessivi.

La riapertura con un nuovo allestimento

La prolungata chiusura del museo aveva generato negli anni discussioni in città. L’amministrazione comunale guidata oggi dal sindaco Matteo Ricci non stava però a guardare: insieme alla Fondazione Ente Olivieri presieduta da Fabrizio Battistelli che gestisce la raccolta archeologica e la biblioteca al piano superiore e con una spesa di 1,2 milione di euro ha riallestito, restaurato e adeguato le sale anche in vista di Pesaro Capitale italiana della cultura nel 2024.

Mosaico e Eros in bronzo. Pesaro museo archeologico

Ha curato il progetto scientifico l’archeologa del Ministero della cultura Chiara Delpino; ha firmato l’allestimento e il progetto museografico lo studio Startt. Il Comune fa sapere che bookshop e servizi vari verranno approntati per la riapertura al pubblico. Intanto la raccolta è già allestita, i giornalisti sono ammessi e possono descrivere un viaggio che dall’età del bronzo passa per la romanizzazione e la fondazione della colonia romana nel 184 a.C. conduce fino ai sarcofagi paleocristiani in una classica sequenza di culture susseguitesi nel medesimo territorio.

 Pesaro Museo archeologico oliveriano, testa di Augusto
 Pesaro Museo archeologico oliveriano, testa di Augusto  

La stele con la battaglia navale

L’incipit lo dà la prima sala con tre “stele di Novilara”, da un gruppo di otto stele dalla necropoli picena dell’VIII-V secolo a.C. scoperta vicino a Pesaro nel 1860. Il pezzo più impressionante sembra un grosso fumetto di pietra su una scena navale: ha una nave a vela e tanti piccoli rematori nella fascia superiore, due imbarcazioni con combattenti che si fronteggiano nella fascia inferiore.

Come riporta il pannello espositivo, un’altra stele con iscrizioni è un falso di fine ‘800 mentre l’originale di quella con figure in lotta e a caccia è al Museo Pigorini del Museo della civiltà di Roma e tuttavia, avverte sempre il Museo Oliveriano, probabilmente è anch’essa opera di un falsario. In ogni caso apre il percorso un affascinante “anemoscopio di Boscovich”, ovvero un disco solare inciso sui venti e per osservazioni astronomiche del II secolo d.C. e scoperto a Roma nel 1759.

Anemoscopio di Pesaro

Perché sta all’ingresso? Perché Annibale Abbati degli Olivieri lo dispose in modo chiaro: l’anemoscopio doveva aprire la raccolta e così è. Per inciso: il restauro dei corredi della Necropoli di Novilara è stato finanziato dall’Ufficio Cultura del Governo Svizzero. 🇨🇭

La direttrice Paolini: “I pezzi forti? Dall’epigrafe ad Augusto”

 “Il museo ha quattro sezioni. La prima appunto è su Novilara. La seconda è sul Lucus Pisaurensis, un bosco sacro e luogo di culto che individuò qui vicino Olivieri nel 1737. La terza sezione è sulla Pesaro romana, la quarta è sulle collezioni Olivieri e Passeri”, spiega Brunella Paolini, che dirige l’ente Olivieri compresa la biblioteca al piano superiore del palazzo e aperta al pubblico. Facendo da guida a Repubblica.it  e invitata a indicare tre pezzi forti della collezione, cosa sceglie la direttrice? “Partirei dall’epigrafe bilingue in latino ed etrusco del I secolo d.C. – risponde – Dimostra la presenza di un aruspice a Pesaro.

Eros in bronzo

In secondo luogo indico gli oggetti dalla domus pesarese, con i mosaici, il brano d’affresco, l’amorino o eros in bronzo del II secolo d.C.”.

Quale terzo pezzo forte, Brunella Paolini suggerisce la sequenza di quattro teste romane con Augusto, sua moglie Livia, il cui padre era pesarese, e due bambini, un figlio sicuro della donna “mentre il più piccolo non è stato identificato”.

Ex voto
Pesaro Museo archeologico oliveriano, Ercole bronzetto
Pesaro Museo archeologico oliveriano, Ercole bronzetto 

La vetrina dei bronzetti

Di suo gusto la direttrice invece predilige “la vetrina dei bronzetti, oggetti votivi molto comunicativi anche per il nostro tempo”. Annotazione pertinente. La vetrina espone un’elaborata “hydria” del VI secolo a.C. di origine greca, da un’anfora, come numerosi pezzi per lo più etrusco italici, dal frammento di un braccio con panno a una mano che impugna un serpente saettante fino a un piccolo Ercole con clava. “Il bronzetto, del VI-V secolo a.C., era stato rubato negli anni ’60, fu recuperato negli Stati Uniti nel 2015 dal comando dei carabinieri del patrimonio artistico”, ricorda la direttrice. Il catalogo, informa il Comune, sarà pronto in autunno.  Info su https://oliveriana.pu.it

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LA DOMUS DI VIA DELL’ABBONDANZA DI PESARO

L’area archeologica di via dell’Abbondanza (nota anche come Domus di via dell’Abbondanza) è stata scoperta nel corso di lavori edili nel 2004 e scavata fino al 2005; musealizzata da fine agosto 2015, oggi è aperta e accessibile al pubblico con modalità di fruizione all’avanguardia.

L’odierna sistemazione è il risultato del progetto di lavoro a cura della Soprintendenza Archeologia delle Marche, del Comune di Pesaro e di Sistema Museo.

Museo archeologico Pesaro

Si tratta di un esempio di abitazione signorile della prima età imperiale romana. L’importanza e la disponibilità economica del proprietario si esprimono sia nella posizione della domus nel tessuto urbano, con l’ingresso principale aperto sul cardine, sia nella ricchezza dell’apparato decorativo.

Costruita fra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C., fu restaurata più volte e continuò a essere abitata almeno fino agli inizi del III secolo d.C.

La planimetria e lo schema architettonico appaiono molto regolari. Lo spazio era organizzato intorno all’asse che dall’ingresso passava attraverso l’atrium, posto oltre i limiti di scavo in direzione del Duomo, e arrivava al peristilio, di cui è conservata buona parte della struttura porticata, con basi di colonne disposte lungo i lati interni, a margine delle canaline di raccolta dell’acqua piovana.

Ai lati del peristilio si aprivano le stanze riservate alla vita privata della famiglia, alle quali si accedeva attraverso importanti soglie a mosaico. I mosaici, tutti in bianco e nero, sono ampiamente conservati e costituiscono l’elemento più affascinante della casa, grazie anche a una recente e accurata opera di restauro.

Degli affreschi restano solo porzioni alla base di alcuni ambienti, ma numerosi frammenti sono stati rinvenuti negli scavi insieme a stucchi e a rare decorazioni in terracotta.
Al V secolo d.C. si data la costruzione dell’impianto termale documentato dall’ambiente a ipocausto su suspensurae, ricavato scavando una delle stanze originarie della domus, già abbandonata da tempo. ( da pesaromusei.it)

CELTI SENONI A SERRA S.ABBONDIO

La storia del borgo di Serra S.Abbondio nelle Marche , al pari del suo attuale aspetto è prettamente medievale. Eppure questo borgo nell’alta valle del Cesano, in provincia di Pesaro-Urbino, è stata un tempo la terra dei Celti. Il ritrovamento di lunghe spade e dei relativi foderi in ferro tra i corredi funerari del IV e III secolo a.C. riportati alla luce, hanno consentito di aggiungere Serra Sant’Abbondio tra le località marchigiane in cui compaiono oggetti di tradizione gallica. Ecco allora una raccolta archeologica decisamente da vedere per saperne di più.

Eppure la storia di questo luogo è ben più antica e con protagonisti di tutto rilievo. La sorpresa arriva visitando la raccolta archeologica allestita nel Municipio, fortemente voluta dall’amministrazione comunale e fattivamente sostenuta dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche. “Un tentativo di valorizzare ulteriormente un’area dai pregevoli valori naturalistici e ambientali e a forte vocazione turistico-culturale, mettendo a frutto le risorse impiegate nello scavo attraverso la presentazione at pubblico dei dati, anche se al momento solo preliminari, derivanti da queste scoperte – ci dice il sindaco Ludovico Caverni – testimonianze che aggiungono un importante tassello sul passaggio epocale che interessò il territorio marchigiano quando si estese il dominio romano”.

I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica
I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica
I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica

Dunque i Celti a Serra Sant’Abbondio. E’ la presenza delle lunghe spade e dei foderi in ferro tra i corredi funerari del IV e III secolo a.C. rinvenuti nelle antiche sepolture casualmente tornate alla luce di annoverare questo territorio tra quelli in cui sono spuntati reperti di tradizione gallica. Reperti di grande interesse, quindi, per gli studiosi. “Da tempo il riconoscimento di armi e altri elementi tipici della civiltà di La Tene (nome con cui si indica la cultura archeologica dei Celti nei secoli precedenti la romanizzazione) è stato messo in relazione con lo stanziamento nel territorio della Romagna sud-orientale e delle Marche settentrionali di gruppi appartenenti al popolo dei Sènoni – ci spiegano nel corso della visita alla raccolta archeologica – questa tribù faceva parte del grande popolo dei Celti, chiamati Galli dai Romani, provenienti dalle regioni centro-europee a nord delle Alpi.

L’arrivo dei Sènoni sulla penisola italiana si colloca all’inizio del IV secolo a.C., al culmine delle massicce migrazioni the avevano visto numerosi popoli celtici insediarsi in Italia settentrionale”. Una vicenda per certi versi misteriosa e decisamente intrigante: i Sènoni sono infatti ricordati dagli storici antichi come il più turbolento ed irrequieto del popolo dei Celti, e tra i principali responsabili dell’assedio di Roma nel 387-386 a.C., che occuparono indisturbatamente per alcuni mesi. “Questo evento segnò il loro prepotente ingresso nella storia del mondo mediterraneo: da questo momento le fonti storiche mettono in evidenza il peso che acquisirono le popolazioni galliche nello scacchiere politico della penisola italiana intervenendo con contingenti mercenari in favore di tiranni e città” spiegano gli archeologi.

I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica
I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica

Il rinvenimento dei reperti dei Celti è avvenuto in occasione della realizzazione di infrastrutture e di opere di urbanizzazione in un’area tra Pian Santa Maria e Campietro, sulla strada che da Serra Sant’Abbondio conduce a Frontone, con l’individuazione di una piccola necropoli. Lo scavo, diretto da Gabriele Baldelli della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, durata per più anni, ha consentito di recuperare e studiare una cinquantina di sepolture databili alle ultime fasi dell’età picena e all’epoca romana, che presentano una suggestiva commistione di elementi culturali umbro-piceni, gallici, ed etrusco-romani nella fase di passaggio tra le due età, tra il IV e il III secolo a.C. In quattordici tombe sono state ritrovate armi che fanno pensare: “Se la maggior parte degli individui erano equipaggiati con una semplice lancia, cinque si distinguono per la presenza di una spade di tradizione celtica. Del cinturone non resta spesso che qualche raro anello. Non c’è, invece, nessun indice di armamento difensivo come elmi o scudi. A volte collocate alla testa del defunto, le armi, quasi sempre piegate, erano il più delle volte riposte in corrispondenza delle gambe, mentre le spade e i foderi sono deposti separatamente” raccontano gli studiosi.

Le spade e i foderi, di tipo La Téne, che segnalano le elités celtiche degli ultimi cinque secoli a.C., sono ben documentati in Italia, nella regione padana e lungo l’Adriatico, nel territorio piceno e umbro, la dove la tradizione colloca i Sènoni, gli ultimi Celti a stabilirsi nella penisola. Nella regione, gli esempi non mancano, come indicano i ricchi corredi messi alla luce alla fine del XIX secolo a Montefortino. Gli usi funerari praticati a Serra Sant’Abbondio evocano di più i costumi, in apparenza più sobri, caratteristici di alcuni

gruppi delle Marche settentrionali, come Piobbico, che quelli dei ricchi complessi di Montefortino e Filottrano (caschi e vasellame in bronzo). Una storia insomma avvincente e ammirare da vicino i reperti esposti, evoca le vicende di quegli uomini che si resero protagonisti della quotidianità in un territorio estremamente vivace.

( Da turismoitalianews.it articolo originale: Giovanni Bosi, Serra Sant’Abbondio / Marche)

I Celti a Serra Sant’Abbondio: nel borgo delle Marche le antiche lunghe spade tornate alla luce raccontano la tradizione gallica

Da visitare nei d’intorni :

https://www.turismoitalianews.it/abbiamo-visto-per-voi/14162-da-sentinum-a-sassoferrato-nel-museo-archeologico-i-reperti-raccontano-l-antica-battaglia-delle-nazioni-dei-romani

ALLA RICERCA DEGLI ANTICHI PICENI NELLE MARCHE

Un interessante itinerario attraverso i musei archeologici per seguire passo passo le antiche vestigia dei Piceni:

Per chi volesse approfondire le straordinarie scoperte di Belmonte piceno , uno dei piu’ incredibili siti archeologici delle Marche , vi consiglio la seguente lettura:

LINK:

A PRANZO CON I GALLI DELLA CISALPINA

DA ACADEMIA.EDU

“Tramandano che un tempo i Galli, circondati dalle Alpi come da un muro
inespugnabile, ebbero questa motivazione per riversarsi in Italia la prima
volta: poiché un certo Elicone, della tribù degli Elvezi, dopo aver dimorato
a Roma per esercitare il mestiere di fabbro, ritornando nella propria terra
avrebbe portato con sé fichi, uva passa, olio e vino. Bisogna quindi perdonarli
se decisero di procurarsi questi beni anche con la guerra”

(Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XII, 5)

Celti talvolta organizzano durante i loro banchetti dei veri duelli. Sempre armati nelle loro riunioni, si dedicano a dei simulacri di combattimento e lottano tra di loro a mani nude; arrivano tuttavia talvolta fino alle ferite, si irritano allora e se qualcuno non li separa arrivano ad uccidersi. Nei tempi antichi quando era servito un cosciotto o un prosciutto, il più valoroso se ne attribuiva la parte superiore; se un altro desiderava prenderlo, avveniva tra i due contendenti un combattimento a morte … Quando i convitati sono numerosi si seggono in circolo mentre il posto nel mezzo è riservato al personaggio più importante … colui che si distingue tra tutti per la sua abilità in guerra, per la sua nascita o per le sue ricchezze. Presso di lui siede il suo ospite e, alternativamente sulle due ali, tutti gli altri secondo il loro rango. Dietro si tengono i valletti d’armi che portano lo scudo e di fronte i portatori di lance: seduti in cerchio come i loro padroni, fanno festa nello stesso tempo. I servi fanno circolare le bevande in vasi di terracotta o d’argento … i piatti su cui sono disposte le vettovaglie sono dello stesso genere, talvolta in bronzo, altre volte in legno e vimini intrecciato. La bevanda servita dai ricchi è il vino d’Italia o della regione massaliota: lo bevono puro o, più raramente, mescolato con un po’ d’acqua; presso coloro che sono meno abbienti, si usa una bevanda fermentata a base di frumento e di miele; presso il popolo la birra che chiamano korma. Bevono dalla stessa coppa, a sorsi piccoli … ma frequenti.”

Posidonio, Storie, XXIII ( da Terrataurina.it)

La ricostruzione proposta di seguito si basa dunque sulle poche fonti scritte
e attinge invece più ampiamente alla documentazione archeologica, con
particolare riferimento ai territori abitati da Insubri e Leponzi, corrispondenti
al cuore della regione che i Romani definirono Transpadana, e che attualmente
comprende la Lombardia e il Piemonte orientale1

LINk :

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IL PRINCIPE PICENO DI CORINALDO

Da corinaldoturismo.it

Mostra Principe Corinaldo

La mostra

La mostra Il tesoro ritrovato. La tomba del Principe di Corinaldo accoglie nuovamente, nel luogo dove sono stati ritrovati, una selezione dei reperti rinvenuti nelle campagne Corinaldo nel 2018. Con questo evento si vuole raccontare un’importante scoperta archeologica non solo agli addetti ai lavori, ma anche a tutto il pubblico di non specialisti.

Dodici pezzi appartenenti a una necropoli picena – tra cui armi e oggetti simbolo collegati al rango del defunto e alla ritualità funeraria – accompagnati da immagini, disegni ricostruttivi e da fotografie d’autore che hanno documentato le attività di scavo.

Mostra Archeologica Corinaldo

Anforetta tipo Moie di Pollenza da Corinaldo

A tre anni esatti dalla scoperta archeologica a Corinaldo, dove in località Nevola è stata riportata alla luce una necropoli picena con una tomba principesca risalente al VII sec. a.C., la mostra Il tesoro ritrovato. La tomba del Principe di Corinaldo a cura di Federica Boschi e Ilaria Venanzoni nasce con l’intento di raccontare al pubblico la bellissima storia di ricerca, scoperta, studio e valorizzazione che ha caratterizzato il progetto, per presentarne i risultati e le metodologie adottate.

La mostra è promossa dalla Regione Marche e dal Comune di Corinaldo in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle Marche e l’Università di Bologna.

La scoperta e gli scavi

Le ricerche sono state dirette dal Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Ateneo bolognese e si inseriscono nel Progetto ArcheoNevola avviato nel 2017, che studia la Valle del Nevola e le sue antiche dinamiche di popolamento. Questo programma punta su metodi di esplorazione territoriale non invasiva, dando ampio spazio all’analisi aerofotografica, ad esempio attraverso ricognizioni aeree, e alle prospezioni geofisiche per la mappatura del sottosuolo, unite alle modalità di lavoro più tradizionali degli scavi archeologici e ricognizioni di superficie, tutte modalità che sono state utilizzate anche a Corinaldo.

Mostra Archeologica Corinaldo

Elmo in bronzo in corso di scavo – (foto di Pierluigi Giorgi)

La scoperta nasce durante un sorvolo di passaggio lungo la vallecola del fiume Nevola, quando gli archeologi si accorgono di due tracce circolari, esempi di “cropmarks” che richiamano i fossati anulari di celebri necropoli delle Marche meridionali come quelle di Matelica o Fabriano. Una fortunata concatenazione di eventi ha permesso di far partire subito una campagna di indagini non invasive che hanno consentito di ottenere una descrizione dettagliata e puntuale di ciò che era sepolto e di poter programmare con anticipo e consapevolezza le operazioni di scavo.

Mostra Archeologica Corinaldo

Un momento dello scavo della tomba principesca, campagna 2018 – (foto di Pierluigi Giorgi)

Sono così tornati alla luce i resti di un originario monumento funerario delimitato da un grande fossato circolare, con una fossa deposito colma di oggetti di corredo, quasi cento elementi che esprimono il rango aristocratico del defunto, connotandolo come un leader politico, militare ed economico dell’ambito culturale piceno di VII secolo a.C.

Mostra Archeologica Corinaldo

Panoramica della fossa corredo della tomba principesca in corso di scavo – (foto di Pierluigi Giorgi)

Le attività di scavo sono state documentate dal fotografo professionista Pierluigi Giorgi, i cui suggestivi scatti saranno esposti in mostra, insieme a immagini, disegni ricostruttivi e a una selezione di reperti, per raccontare le varie fasi della scoperta e del rinvenimento archeologico, oltre al lavoro quotidiano di archeologi, restauratori, specialisti e tecnici, che si sono prodigati con impegno e dedizione in questo progetto.

I restauri

Anche i restauri sono protagonisti dell’evento, grazie alla prestigiosa partecipazione del Corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali dell’Università di Bologna a Ravenna e al prezioso lavoro di restauratori professionisti, come Mirco Zaccaria e Paolo Gessani in collaborazione con il Laboratorio di Restauro del Museo Civico Archeologico A. Casagrande di Castellone di Suasa.

I reperti in mostra

Per l’esposizione sono stati selezionati dodici reperti, un numero esiguo rispetto al totale rinvenuto, ma che ben documenta la ricchezza della sepoltura e del personaggio celebrato.

Mostra Archeologica Corinaldo

Veduta dall’alto della porzione restaurata dell’elmo di Corinaldo

Si tratta di dodici pezzi che meglio esprimono le componenti ideologiche più rappresentative del corredo e della sua molteplicità di significati: un elmo e uno schiniere celebrano la dimensione del potere politico e militare, il carro simboleggia il possesso terriero, la cerimonia del banchetto funebre è rappresentata dai contenitori per accogliere e versare cibi e bevande, e il sacrificio carneo con le pratiche del taglio e della cottura delle carni animali dedicate viene evocato dall’ascia, dagli spiedi e dagli alari.

Mostra Archeologica Corinaldo

La ruota destra del carro dopo l’intervento di restauro


Il tesoro ritrovato

La tomba del Principe di Corinaldo

A cura di Federica Boschi e Ilaria Venanzoni

25 luglio 2021 – 30 gennaio 2022

Civica Raccolta d’Arte Claudio Ridolfi • Largo XVII Settembre 1860 • Corinaldo (AN)

Orari apertura

Venerdì
• dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 18.00

Sabato
• dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 18.00

Domenica
• dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 18.00

Biglietti

• intero 10.00 €

• ridotto 5.00 € (over 65 – under 18>12)

• gratuito bambini fino a 12 anni e disabili

• con biglietto Consorzio Suasa ridotto 5.00 €

Visite guidate per le scuole il mattino su prenotazione.

Informazioni e prenotazioni Ufficio IAT Corinaldo • Via del Corso 2 • Tel. 071 7978636 – Email iat1@corinaldo.it


Segreteria organizzativa

Artifex International S.r.l.s. – Roma

Email info@artifexarte.it – Tel +39 06 99572979

Ufficio stampa

Maria Chiara Salvanelli | Press Office & Communication

Email mariachiara@salvanelli.it – Tel +39 333 4580190

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CELTI E PICENI INCONTRI E SCONTRI

 

 I GALLI SENONI NEL PICENO

Secondo Livio i Senoni furono gli ultimi a giungere in Italia. Per trovare un territorio libero furono costretti a scavalcare le terre già occupate da altri celti per fermarsi più a sud di tutti, nell’area delle Marche. Quanto emerge dalle fonti archeologiche contraddice in parte l’ipotesi di una recenziorità di questo popolo . Nelle Marche infatti sono localizzati i corredi più antichi di tutto il periodo delle invasioni per tale ragione la spiegazione di Livio non può essere accettata; essa dipende da una fonte greca ovvero da Polibio che descriveva la successione dei popoli in senso geografico spaziale, fraintesa da Livio in senso temporale. I confini sarebbero stati segnati a sud del fiume Esino e a nord dal fiume Uso o Montone in Romagna.. indizi di relazioni col mondo transalpino documentati a partire dal quinto secolo avanti Cristo da fibule  tardo halstattiane  accomunano la Picena alle problematiche dell’etruria Padana, del Veneto della area golasecchiana. Una sicura testimonianza di contatti e scambi non esclude l’inserimento di celti transalpini nelle comunità picene del periodo pre invasioni. Nel quadro delle notizie spesso contraddittorie delle fonti noi sappiamo che gli inizi del IV secolo i Senoni ebbero effettivamente un ruolo di primo piano nella guerra contro Roma e le città alleate. Certamente furono i principali artefici delle occupazione di Roma nel 386 avanti Cristo. Attualmente ne conosciamo necropoli e tombe isolate mentre rare sono identificazione degli abitati sconosciuti sotto l’aspetto della struttura delle organizzazioni. I materiali da abitato recuperati a Mondolfo, Cessapalombo   e a Pesaro appartengono al quarto terzo secolo avanti Cristo fase del primato senonico nell’area Medio Adriatico. L’occupazione stabile di una regione cerniera per i collegamenti del centro Italia dell’Adriatico e dal nord lungo il Tevere e il legame con Dionisio di Siracusa, ponevano questo popolo in una posizione di primo piano rispetto agli altri Celti d’Italia già nel corso della prima metà del IV secolo aC. ( Da I Celti Bompiani catalogo mostra palazzo Grassi)

Da fabrianostorica.it di Federico Uncini

… Da Sena la loro città principale , i Celti Senoni penetrarono nell’entroterra, nelle valli del Cesano e del Misa  dove fondarono  Suasa e Ostra. Entrarono nell’arceviese, nelle frazioni di Montefortino, Conce d’Arcevia, nella valle Esina si insediarono nei pressi di Serra S. Quirico,  S.Pietro in Musio, Castelbellino, Pianello Vallesina. Sono stati rinvenuti reperti gallici, come anche sul Cesano sul piano dei Galli a Canneto, sul monte Catria, S.Isidoro, Monterolo, Cagli e Piobbico. I barbari scesero verso Sassoferrato, Fabriano, Matelica e Camerino.

Si insediarono densamente nelle alture di Fabriano come dimostrano i reperti archeologici  trovati a Vallemontagnana, monte Civitella (la Girella), i Serroni di Moscano, Rocchetta, Nebbiano, Montorso, Trinquelli, contrada Sacramento (ponte della Someglia), Foro Boario, S.Donato, S.Cassiano, Coccore e Civitalba. Sconfinarono a sud dell’ Esino dove abbiamo testimonianze a Massignano, Montesicuro, Monte Cerro, monte della Crescia presso Osimo, S.Paolina e S.Filippo d’Osimo.

Elmo in bronzo con elementi in ferro da tomba di Moscato di Fabriano metà IV secolo a C -museo nazionale di Ancona. Tratta da il catalogo I Celti

 

 

 

 LE TESTIMONIANZE DEI CELTI NELLE ATTUALI MARCHE

 

Elmo celtico di Monfortino tomba IV V prima e dopo il restauro

. Cospicui, sono i documenti nelle Marche con testimonianze archeologiche classificate Senoni ritrovate a Trivio di Serra S.Quirico, Montefortino di Acevia, Moscano di Fabriano, S.Vitale di Cagli ecc. e dell’inedito abitato di  Montorso di Trinquelli, oltre in aree più a sud di Numana, Castelbellino, Filottrano, Osimo,S.Ginesio.I Senoni e  i Boi adottarono le forme culturali etrusco-Italiche del centro Italia. La Italianizzazione dei Senoni è un fatto compiuto nella seconda metà del IV secolo a.C., quella dei Boi avvenne forse un po’ più tardi. I sepolcreti più consistenti delle Marche sono spesso  identici  a quelli contemporanei dell’area transappenninica Etrusca, sono al tempo stesso quelli che hanno restituito il maggior numero di tipi di prodotti della tecnica e dell’arte Lateniana.

Corona d’oro dei Senoni-museo archeologico Ancona

I Senoni erano ricchi, perché disponevano di ingenti prede belliche e perché, al servizio di Siracusa, prima, e delle città etrusche poi, dovevano esservi buone fonti di sussistenza col mestiere delle armi.

Elmo celtico di tipo Confortini dei Senoni

 LA COLONIZZAZIONE DEI ROMANI

Quando vennero a meno gli interessi siracusani nell’alto e medio adriatico, i Galli Senoni si accordarono con gli antichi rivali, gli Etruschi tirrenici, per fronteggiare il nuovo pericolo di Roma. Ma la coalizione gallo etrusco   italica viene sconfitta e allora, sono i Boi a raccogliere l’eredità dei Senoni nel proseguimento della lotta antiromana. In un terzo tempo accorreranno anche i confratelli Gesati della Gallia, in subordine, da mercenari quali erano.

La pressione pericolosa dei  Galli Senoni portò i Romani ( Polibio II, 18,9) a stipulare un trattato di pace con quest’ultimi nel 332 a.C. dal quale potrebbero trarne origine gli insediamenti Senoni nel Piceno, dato che ormai  i Romani (Polibio I,6,6) consideravano la penisola come qualcosa che lo appartenesse e di cui potessero disporre liberamente e non come una serie di territori soggetti ad altri. Con la sconfitta di Sentino 295 a.C.  e la fondazione della colonia di Sena Gallica (283 a.C.) i romani iniziarono ad avere il controllo dell’Adriatico. Undici anni dopo la battaglia di Sentino nel 284 a.C. una coalizione tra Etruschi e Senoni sconfisse i Romani ad Arezzo, guidati da L.Cecilio Metello che rimase ucciso. Dopo la campagna di Arezzo, la reazione romana contro i Senoni fu, secondo le fonti, particolarmente feroce. Polibio e Appiano parlano chiaramente di genocidio.

(Adattato da fabrianostorica.it di Federico Uncini)

CELTI SENONI E PICENI

Dal sito antiqui.it

..Agli inizi del IV sec. a.C. gruppi di Senoni occuparono la parte settentrionale delle Marche, un’area scarsamente popolata fin dal V sec. a.C. ma di notevole interesse strategico. L’area in questione infatti permetteva di combinare i contatti marittimi con le regioni interne dell’Appennino, lungo la vallata del Tevere; inoltre, direttrici interne e costiere la mettevano in contatto con la Puglia e la Campania. Queste possibilità furono sfruttate anche per compiere numerose azioni militari; le fonti ricordano che nel 386 a.C. un nucleo di Senoni riuscì a saccheggiare e occupare per vari mesi la stessa Roma. 

La conseguenza più significativa fu certamente il “dissolvimento dell’originaria cultura lateniana in una koiné celto-greco-etrusco-italica, dove l’elemento lateniano rimase limitato pressoché al solo armamento – la lunga spada e il sistema di sospensione, in quest’epoca ancora in cuoio e munito di anelli metallici” (2).

torques d’oro a tamponi di Santa Paolina di Filottrano, la fibula di Moscano di Fabriano e i foderi a lamina esterna di bronzo sbalzato dalle due località permettono di capire il rapporto di discendenza e i contatti di questi gruppi dopo il loro arrivo nel territorio piceno. Oltre all’omonimia di un popolo della Gallia che risiedeva nella metà del I sec. a.C. a sud di Parigi (il nome è rimasto nella città di Sens) sono gli stessi oggetti che indicano un chiaro collegamento con l’area dello Champagne e zone limitrofe (3). E’ stato addirittura scoperto che il fodero di Moscano fu decorato con lo stesso punzone utilizzato per il fodero di Epiais-Rhus, una località a nord-ovest di Parigi (4). E’ interessante pertanto collegare questi indizi con l’improvviso calo demografico che si osserva nei territori dello Champagne (ad eccezione di una piccola area nei dintorni dell’attuale Reims) verso la fine del V sec. a.C. quando numerose necropoli non vennero più utilizzate.

Secondo Tito Livio, la tribù dei Senoni, gli “ultimi arrivati” (recentissimi advenarumAb urbe condita, 5, 35), occuparono il territorio compreso fra il fiume Utens (Uso o Montone) a nord e il fiume Aesis (Esino) a sud. Dall’esame delle caratteristiche del territorio si è osservato che “per i Senoni dovette risultare più agevole l’occupazione della fascia costiera e dell’entroterra; le comunità indigene (umbre e, a sud dell’Esino, picene) presumibilmente si arroccarono nelle aree appenniniche” (5). La scoperta di testimonianze celtiche a sud dell’Esino, fin nelle Marche meridionali e oltre (sepolture celtiche sono state individuate anche a Campovalano, in Abruzzo), dimostra che il confine meridionale indicato da Livio non dovette essere così vincolante. “Maurizio Landolfi ha espresso un’altra possibilità, proponendo di riferire il confine indicato da Livio alle fasi più recenti dello stanziamento dei Senoni in Italia: questi in un primo momento avrebbero occupato un territorio più vasto di quello in cui si sarebbero poi ritirati” (6).

La colonia siracusana di Ancona, che probabilmente costituì il potenziamento di un centro greco già esistente, rappresentò uno dei principali mercati di mercenari gallici della penisola. Una conferma degli stretti rapporti che i Senoni ebbero con i Siracusani di Ancona e con l’area del Conero (Numana e Camerano) è rappresentata dai ritrovamenti in questi centri di spade e foderi lateniani in ferro e di altri oggetti che rimandano chiaramente all’ambiente celtico. Nella necropoli di Camerano sono state rinvenute otto tombe di guerrieri nel cui corredo, tipicamente piceno, compaiono spade (fra cui, dalla tomba n. 34, la spada “tipo Hatvan-Boldog” che trova confronti con esemplari di Ancona e Numana) e foderi di tipo celtico quasi tutte ritualmente piegati (7).

I corredi funerari delle necropoli riflettono chiaramente la molteplicità degli influssi cui furono sottoposti i Senoni. La presenza di alcuni tipi di gioielli, torques, vasellame di bronzo e d’argento, ceramiche dipinte o a vernice nera evidenziano rapporti con l’ambiente italiota; compaiono anche prodotti o influssi dagli ambienti greco-etruschi dell’Adriatico (ceramiche, anfore vinarie), umbro (armamento e giavellotti tipo pilum, tipo di sepoltura multipla che contiene guerrieri equipaggiati in modo identico), umbro-piceno (deposizione funeraria del calderone) e naturalmente etrusco.

Striglie in bronzo con stampigliate tre palmette- sepolcreto Montefortino tomba 10.( Da i Galli e L’Italia)

L’influenza etrusca fu notevole; non si manifestò solamente dall’utilizzo di oggetti importati ma anche dall’adozione di modelli comportamentali, come il gioco di dadi associato a pedine di pasta vitrea colorata (8). Tra gli utensili metallici, accanto ad oggetti destinati al banchetto, al taglio e alla cottura delle carni (coltelli, fasci di spiedi, alari in ferro), al simposio (tripode, stamnos, colino, bacile, brocche, kyathoi) e alla cura del corpo, sono presenti alcuni bronzi relative alla pratica delle abluzioni (9). 

Il rito funerario dei Senoni è l’inumazione in posizione supina, con la faccia orientata verso ovest, in una fossa di forma quadrangolare di dimensioni superiori a quelle del corpo, così da riservare uno spazio per il corredo e le offerte. Alcune sepolture si distinguono anche per la dimensione ancora maggiore della fossa che diventa una vera e propria camera funeraria, spesso protetta da uno strato di pietre probabilmente sostenute da un tavolato. La salma sembra fosse deposta all’interno di un cassone ligneo di cui restano soltanto i chiodi di ferro.

Le necropoli senoniche si caratterizzano per la massiccia presenza delle tombe di armati (in quella di Montefortino di Arcevia rappresentano circa la metà del totale) e per l’alta frequenza degli elmi (a Montefortino di Arcevia e in altre tombe della regione sono deposti in quasi due terzi delle sepolture dei guerrieri). La presenza di armi difensive e offensive riflette in maniera inequivocabile una società nelle quali le armi svolgevano un ruolo di primo piano; “il mercenariato e la possibilità di razzie dirette contro le ricche città del centro sud della penisola dovevano contribuire in modo decisivo alle risorse di questa comunità composta in buona parte di avventurieri che non solo partecipavano in prima persona ma controllavano probabilmente il mercato della guerra che era alimentato da un flusso di transalpini in cerca di ricchezza e gloria” (10).

 confronto tra le ricche sepolture senoniche e quelle coeve picene della seconda metà del IV sec. a.C. si evince come queste ultime siano oramai l’espressione di una cultura prossima alla fine. Le associazioni funerarie nelle deposizioni picene presentano infatti caratteri diversi e meno appariscenti. Accanto ad armi di ferro ed oggetti ornamentali tipici dei Senoni compaiono rare ceramiche attiche a figure rosse, ceramiche alto-adriatiche, vasi di tipo Gnathia, ceramica a vernice nera, bacili e calderoni di bronzo (11).

Le tombe picene sono comunque caratterizzate dalla deposizione di una limitata quantità di oggetti importati, nonché di vasellame fittile e fibule che mostrano fogge simili a quelle della fase precedente. Alcuni corredi funerari piceni annoverano elementi di pura tradizione celtica (come le armi piegate) che possono documentare sia le sepolture dei Celti integrati in comunità picene quanto la diffusione di mode celtiche tra le popolazioni italiche. La documentazione di oggetti e costumi celtici in necropoli picene e, viceversa, di oggetti e costumi piceni in necropoli celtiche indica la profondità dei contatti e la reciprocità degli scambi (12).

La sovrapposizione dei gruppi celtici alle comunità picene determinò, probabilmente, anche fenomeni di integrazione su larga scala. Le testimonianze galliche dell’insediamento e della necropoli di Monte Bibele e della necropoli pretuzia di Campovalano hanno indotto alcuni studiosi ad ipotizzare l’esistenza di insediamenti misti, nei quali i Celti vivevano in maniera pacifica con le comunità locali. E’ lecito quindi supporre che anche nel territorio piceno fossero presenti insediamenti misti, formati da Celti e Piceni (13)

Anelloni piceni
Barca solare dei Piceni

Tra il IV e il III sec. a.C. nello stesso circuito commerciale che assicura la diffusione dei vasi attici nei centri interni del Piceno si inseriscono anche le prime produzioni di “ceramiche alto-adriatiche”. Questa caratteristica produzione locale, ad imitazione della ceramica greca a figure rosse, oltre che nei centri piceni della zona costiera (area del Conero, Pesaro) è attestata anche nelle aree interne della regione, a Santa Paolina di Filottrano, a San Filippo di Osimo, a Montefortino d’Arcevia, a Cessapalombo e a San Vittore di Cingoli. Le botteghe alto-adriatiche si specializzarono nella produzione di crateri a campana, skyphoioinochoai e piattelli su alto piede (14).

Tomba della regina Sirolo N

Per forma e decorazione le ceramiche alto-adriatiche possono essere suddivise in tre gruppi differenti. Il gruppo I è caratterizzato da una tecnica simile a quella dei vasi a figure rosse, con le raffigurazioni risparmiate sullo sfondo del vaso (al gruppo I A si ascrivono i vasi con figure intere, al gruppo I B quelli con busti o teste femminili); nel gruppo II, il più caratteristico e maggiormente rappresentato, viene adottata la tecnica che prevede la pittura delle teste femminili sullo sfondo risparmiato; il gruppo III comprende vasi con decorazioni vegetali e geometriche (15). 

Tomba della principessa Picena di Sirolo

Tra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C. vengono meno i commerci attici diretti verso le zone interne del Piceno. Le ceramiche di tipo Gnathia e i crateri a corpo baccellato presenti a Numana non vengono distribuiti nelle aree interne e la loro diffusione è limitata alla zona costiera e paracostiera. Al crollo del flusso commerciale marittimo, che muovendo dalla Grecia e dall’Italia meridionale raggiungeva i centri interni, si contrappone il potenziamento del flusso interno, dall’Etruria e dal Lazio. Alla fine del IV sec. a.C. sono attestati a Pieve Torina, Tolentino e Carpignano di S. Severino Marche vasi falischi a figure rosse, un poculum del Gruppo Roselle 1889 a Carpignano di S. Severino Marche, ceramiche etrusche a vernice nera sovraddipinte di bianco e ceramiche volterrane a vernice nera (16).

Disco pettorale dei Piceni
Corazza pettorale dei Piceni costituita da due dischi metallici

Come già nel VII sec. a.C., anche in questa epoca sono attestate relazioni commerciali con il centro di Praeneste, sede nel IV-III sec. a.C. di officine specializzate nella lavorazione del bronzo, le cui importazioni sono concentrate nell’Ascolano. Le relazioni con l’Etruria vengono documentate in particolare dalla presenza dei calderoni bronzei, con anse mobili e formati da due calotte emisferiche unite da ribattini, rinvenuti sia in contesti piceni (Castelbelino, Numana) che celtici (Montefortino di Arcevia, Filottrano, Fabriano, San Ginesio) e dallo stamnos, il vaso di bronzo legato al consumo del vino caratteristico del mondo etrusco (17). 

La conquista romana del Piceno

Il Piceno e l’ Ager Gallicus secondo la divisione augustea

Il primo intervento romano nella storia del Piceno risale al 299 a.C. quando venne stipulato un trattato di alleanza con i Piceni contro i Galli che si erano spinti nel territorio romano a nord del Tevere. Negli anni seguenti il foedus si rivelerà utile per i Romani che furono avvertiti in tempo dai Piceni della guerra che i Sanniti, coalizzati con Sabini, Etruschi, Umbri e Galli Senoni, nel 299 a.C., stavano preparando contro Roma, guerra alla quale erano stati probabilmente invitati a partecipare gli stessi Piceni.

Nelle vicende di quegli anni, nei quali Roma è opposta in varie occasioni a Etruschi, Galli e Sanniti, il momento decisivo per le sorti dell’intera area medioadriatica è segnato dalla battaglia di Sentinum (l’odierna Sassoferrato) del 295 a.C. L’offensiva degli alleati era guidata dal generale sannita Gellio Egnazio mentre i consoli Quinto Fabio Rulliano e Publio Decio Mure comandavano l’esercito romano, a capo rispettivamente delle legioni I e III, V e VI. Diodoro ritiene che in totale vi furono 100.000 morti, mentre Livio riporta le seguenti cifre: 25.000 caduti fra gli italici, 7000 nell’esercito di Decio Mure e 1700 in quello di Rulliano; lo stesso console Decio Mure trovò la morte durante la battaglia.

Intorno al 290 a.C. si concluse la conquista romana della Sabina interna e del territorio dei Pretuzi mentre i Galli furono definitivamente sconfitti nel 283 a.C. nella battaglia presso il lago Vadimone, fra Orte e Bomarzo. I romani fondarono, nel territorio pretuzio, le colonie di Hatria e Castrum Novum,  mentre nel territorio gallico la colonia di Sena Gallica.

Il rapporto di alleanza fra i Piceni e Roma si capovolse nel giro di pochi anni. In seguito alle vittorie dei Romani sui Galli e sui Pretuzi e alla confisca dei loro rispettivi territori, i Piceni sentirono molto limitata la loro autonomia. L’occasione per ribellarsi e combattere contro Roma fu la decisione di dedurre la colonia di diritto latino ad Ariminum. La sommossa picena fu sedata in due campagne militari, nel 269 a.C. e nel 268 a.C, e si conclusero con il trionfo celebrato dai consoli P. Sempronio Sofo e Appio Claudio Rosso.

Mentre Ascoli fu a testa dei rivoltosi non vi è menzione alcuna di Ancona; è probabile che la città non abbia preso parte alla rivolta e anzi avesse in precedenza stipulato un patto con Roma. Il trattamento riservato ai Piceni fu duplice, una parte (micròn apòspasma, Strabone, Geografia, V, 4, 13) della popolazione fu deportata nel golfo di Salerno, il resto venne incorporata nello stato romano. 

(1) Landolfi, Continuità e discontinuità culturale nel Piceno del IV secolo a.C., in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, Catalogo della mostra (Francoforte – Ascoli Piceno – Chieti, 1999-2000), De Luca, Roma 1999, p. 176

(2) V. Kruta, I Senoni nel Piceno, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 174

(3) Sia il torques di Filottrano che la fibula di Moscano trovano precisi confronti con i tipi presenti, rispettivamente, nell’area settentrionale dello Champagne e in Svizzera (area intermediaria dei contatti fra Italia e mondo transalpino) e nella stessa zona dello Champagne, V. Kruta, I Senoni nel Piceno, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., pp. 174-175

(4) V. Kruta, I Senoni nel Piceno, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 175

(5) A. Naso, I Piceni, cit., p. 253

(6) A. Naso, I Piceni, cit., p. 253

(7) M. Landolfi, Continuità e discontinuità culturale nel Piceno del IV secolo a.C., in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 177

(8) V. Kruta, I Senoni nel Piceno, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 176

(9) Questa pratica è documentata sia nella tomba n. 2 di Santa Paolina di Filottrano (bacile con anse costituite da due coppie di guerrieri in lotta e oinochoe) sia nella tomba di Moscano di Fabriano (podanipter bronzeo di produzione magno-greco), M. Landolfi, Continuità e discontinuità culturale nel Piceno del IV secolo a.C., in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 178 

(10) V. Kruta, I Senoni nel Piceno, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 175

(11) M. Landolfi, Continuità e discontinuità culturale nel Piceno del IV secolo a.C., in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 178 

(12) A. Naso, I Piceni, cit., p. 261

(13) A. Naso, I Piceni, cit., p. 262

(14) I piattelli su alto piede, attestati in numerosi esemplari a Numana e Montefortino di Arcevia, sembrano derivare dai piattelli attici a figure rosse di produzione ateniese. “Il fatto che anche le botteghe lucane inviassero in area picena alcuni piatti di questo tipo potrebbe essere indicativo del favore che la forma godeva presso le popolazioni locali, in relazione al suo impiego, collegato ad usi e pratiche particolari”, M. Landolfi, Le ceramiche alto-adriatiche, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 178. Un piattello alto-adriatico, di produzione verosimilmente picena e decorato con la caratteristica riproduzione del volto femminile, venne deposto, come offerta votiva, nella grotta di Rapino (Abruzzo) in pieno territorio marrucino, A. Naso, I Piceni, cit., p. 266

(15) A. Naso, I Piceni, cit., p. 265

(16) M. Landolfi, Le ceramiche alto-adriatiche, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 180

(17) A. Naso, I Piceni, cit., p. 268

(19) A. Naso, I Piceni, cit., p. 273

Museo archeologico delle Marche

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APPROFONDIMENTI:

https://journals.openedition.org/mefra/10043

La “Tomba della Regina” di Sirolo-Numana

La tomba della principessa picena di Sirolo

http://www.archeobologna.beniculturali.it/mostre/monterenzio_bronzi_2006.htm

https://www.academia.edu/4875717/I_Piceni_Storia_e_archeologia_delle_Marche_in_epoca_preromana_Biblioteca_di_Archeologia_29_Milano_2000