TRA CELTI VENETI ETRUSCHI E RETI: L’ETÀ DEL FERRO AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI VERONA

Attraverso l’archeologia il passato si fa presente, le tombe acquistano vita. Stupiscono e affascinano i reperti in mostra nel nuovo Museo Archeologico Nazionale di Verona, presso l’ex caserma asburgica di San Tomaso, inaugurato lo scorso 17 febbraio e appena arricchitosi di una nuova, ampia sezione interamente riservata all’Età del Ferro – dall’inizio del primo millennio a.C. fino all’arrivo dei Romani – che va ad aggiungersi a quella dedicata a preistoria e protostoria.

Una vera e propria finestra sul passato che aiuta a capire la realtà di un territorio come quello veronese, da tempi antichissimi punto di incontro e crocevia di genti diverse tra loro per lingua e cultura come Veneti, Etruschi, Reti e Celti. La nuova sezione appena inaugurata, curata sotto il profilo scientifico dalla direttrice Giovanna Falezza e da Luciano Salzani in collaborazione con la soprintendenza veronese, è stata allestita da Chiara Matteazzi, in continuità con il precedente allestimento museale. Focus delle nuove sale espositive sono numerosi abitati sia in pianura che in collina, anche di rilevanti dimensioni come ad esempio il centro veneto in località Coazze di Gazzo Veronese, che si estendeva su una superficie di oltre 60 ettari con ampie aree di insediamenti abitativi accanto ad aree artigianali. A fornire i reperti più interessanti sono però le numerosi necropoli, spesso ricche di oggetti particolari venuti da lontano e con lavorazioni raffinatissime, a testimoniare la ricchezza dei contatti con il resto della penisola e, a volte, con gli altri popoli del mediterraneo.

Emoziona ad esempio il corredo funerario, unico per completezza e ricchezza, del cosiddetto “Principe bambino”, proveniente da una delle 187 tombe della necropoli celtica di Lazisetta a Santa Maria di Zevio. Si tratta della sepoltura di un soggetto di 5-7 anni, le cui ceneri vennero deposte assieme a un sontuoso carro da parata ,( https://wp.me/paEVnZ-Qt) , di cui restano gli elementi metallici come i mozzi delle ruote e i morsi dei cavalli, e a un armamentario tipico dei guerrieri adulti: spada, lancia, giavellotto e scudo. Un ricco vasellame ceramico e bronzeo assieme a monete, attrezzi agricoli, strumenti per il banchetto e i residui del pasto funebre completano il quadro di un’ultima dimora presumibilmente riservata a un appartenente alle classi dominanti. L’attento studio del contesto ha permesso agli archeologi di ricostruire il rituale di sepoltura, che viene oggi riproposto ai visitatori con l’ausilio di un suggestivo contributo multimediale: dopo che questi fu cremato insieme ad alcune offerte, le ceneri del bimbo furono raccolte in un contenitore in materiale organico (stoffa o cuoio) e deposte nella fossa assieme al resto del corredo. Al di sopra fu collocato il carro, capovolto e parzialmente smontato; infine, dopo un parziale interramento, fu acceso un secondo grande fuoco rituale. Alla fine la tomba fu probabilmente coperta da un tumulo che segnalava l’elevato stato sociale del defunto.

Non meno suggestivo il corredo di una tomba del VII secolo a.C. appartenente a una bambina di pochi anni, rinvenuto in una delle tre necropoli di Oppeano. All’interno dell’urna, al di sopra delle ossa combuste, oltre ad alcuni elementi di corredo furono deposti alcuni elementi molto particolari: conchiglie, di cui una forata, legate forse alla sfera del gioco, una pianta di astragalo, probabilmente un amuleto e infine un uovo di cigno, uccello acquatico ritenuto sacro. Proprio quest’ultimo assume un significato rituale molto importante, interpretabile come simbolo di rinascita e rigenerazione. Sepolture di uomini e donne ma anche di animali: come i famosi cavalli veneti, citati da fonti latine e greche per la loro agile bellezza; nel percorso museale è infatti presente uno dei due “cavalli delle Franchine”, necropoli in territorio di Oppeano. Si tratta di un piccolo maschio di 17-18 anni – 135 cm al garrese – sepolto in una piccola fossa coricato sul fianco destro e con le gambe ripiegate.

 

Si tratta solo di alcuni tra i molti tesori del nuovo museo, il più famoso dei quali è l’iconica pietra calcarea dipinta in ocra rossa nota come “lo Sciamano”. L’opera, rinvenuta a Grotta di Fumane, va posta alle origini delle prime espressioni artistiche (paleolitico superiore, circa 40.000 anni prima di Cristo) e raffigura un personaggio che indossa un copricapo: una delle più antiche immagini teriomorfe (figure di uomo-animale) conosciute. Un luogo da conoscere e visitare più volte, in attesa che il progetto espositivo venga completato nel 2024 con l’aggiunta dell’ultima, fondamentale parte dedicata all’età romana.

Articolo originale di Daniele Mont D’Arpizio – http://ilbolive.unipd.it/it/news/melting-pot-veneto-preistorico)

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GUIDA ALLE TERRE DEGLI ANTICHI VENETI

Un viaggio immaginario alla scoperta del mondo dei Veneti antichi, lungo il I millennio a.C., dalle origini fino al contatto con il mondo romano.

Vengono riuniti centinaia di oggetti emersi dagli scavi archeologici che ci raccontano come viveva questo popolo antico, come costruiva le abitazioni, come si procurava il cibo, come seppelliva i propri defunti, come si rivolgeva alle divinità, come si rapportava ai popoli confinanti e a quelli più lontani con cui entrava in contatto. Vengono inoltre messi in luce aspetti di grande rilevanza culturale: la pratica della scrittura e il suo legame con la realtà del sacro, ma anche la padronanza nella lavorazione del bronzo e la sua traduzione, sul piano dell’espressione artistica, nei repertori decorativi dell’arte delle situle, dove animali fantastici si intrecciano a scene di vita quotidiana, a momenti rituali, a processioni e a teorie di guerrieri.

Grande attenzione è dedicata al cavallo, animale importantissimo nella cultura protostorica: famosi erano già nell’antichità i cavalli dei Veneti decantati dalle fonti letterarie, effigiati su lamine votive, su monumenti funerari, riprodotti sotto forma di bronzetti e, non di rado, sepolti in apposite aree di necropoli e a volte addirittura abbinati, nel viaggio oltremondano, alla persona che di essi si era occupata durante la vita. Un viaggio nel tempo e nello spazio alla riscoperta dei nostri progenitori.

Il Catalogo : https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://iris.unive.it/retrieve/handle/10278/3679958/83857/Venetkens%25201.pdf&ved=2ahUKEwjJoILYnrz7AhWFg_0HHbx6AVAQFnoECBQQAQ&usg=AOvVaw2HUVyJWu7NIW5ekSo0wgj_

ALTRI LINKS:

http://www.archeoveneto.it/portale/?page_id=1471

ANTICHI POPOLI DELLA CISALPINA CELTI E NON CELTI

Quando parliamo dei popoli antichi che hanno abitato la regione Padana ed Alpina ,quella che sarà chiamata poi dai Romani Gallia Cisalpina , dobbiamo ovviamente pensare ad un vero e proprio mosaico di tante diverse popolazioni . Ad esempio, parlando dei Galli essi erano diversamente cugini tra loro . Insubri e Cenomani avevano avuto una diversa etnogenesi solo per fare un esempio.. Altri popoli Celti, i Boi e soprattutto i Senoni erano fortemente fuse con le popolazioni etrusche ed umbre tanto da creare una koinè celto- italica.

Nel Piemonte e sugli Appennini la commistione con Liguri fu ancora più forte. Altre popolazioni come i Camuni e i Triumphilini erano definiti come Euganei e seppur molto affini ai Reti avevamo assorbito anche molti elementi etruschi, celtici e venetici. I Reti sulle Alpi, affini ai Tirreni per lingua, avevano anche loro assorbito molti elementi celtici e venetici così come i Veneti ,affini a loro volta linguisticamente ai Latini. Nel video che qui segue il vicedirettore del Gruppo Archeologico Comasco ci descrive appunto questo complesso mosaico di popoli e nazioni. Buona visione .

Elmo Celto-Ligure da Berceto

RETI VENETI E CELTI NEL CADORE PREROMANO

Pieve di Cadore, Salone della Magnifica Comunità
Sabato 23 aprile 2022 ore 17.00

GRUPPO ARCHEOLOGICO CADORINO in collaborazione con MAGNIFICA COMUNITÀ DI CADORE
presenta

Reti, Veneti e Celti nel Cadore preromano

Relatore Gioal Canestrelli
Laureato in lettere antiche presso l’Università degli studi di Verona, dove vive e lavora, ha partecipato a numerosi scavi archeologici e dal 2004 si occupa attivamente di Archeologia Sperimentale ed è curatore di varie pubblicazioni. E’ conosciuto anche per i suoi contributi diffusi nelle piattaforme social e nei vari eventi culturali di ricostruzione storica.

La presentazione spazierà dalle leggende alla storia raccontata, con particolare attenzione ai rapporti di interscambio tra culture e con riferimenti all’area alpina, a quella dolomitica e al Cadore.

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Primo di un ciclo di tre incontri che coprono 1500 anni della nostra storia:

“Reti, Veneti e Celti nel Cadore preromano”, relatore Gioal Canestrelli
Sabato 23 aprile 2022 ore 17.00 – Pieve di Cadore, Salone della Magnifica Comunità di Cadore

“L’avvento di Roma nelle Alpi Orientali – Riscontri militari – Aspetti di vita civile quotidiana: il vetro” Relatori Fabio Spagiari e Elisabetta Malaman
Sabato 30 aprile 2022 ore 17.00 – Calalzo di Cadore, Sala consiliare

“L’arco alpino Orientale: cultura materiale e società:
Epoca longobarda 568-774 – Epoca carolingia 774-884”
Relatori Gabriele Zorzi e Dario Ceppatelli
Sabato 7 maggio 2022 ore 17.00 – Lozzo di Cadore, Sala Pellegrini

Ingresso libero, nel rispetto delle vigenti disposizioni sanitarie

Presentazione di un ciclo di tre conferenze a carattere storico-archeologico organizzato dal GAC con la collaborazione di Magnifica Comunità di Cadore, MARC, Comune di Calalzo e Comune di Lozzo di Cadore per i mesi di aprile e maggio 2022.

Da Evropantica

FELTRIA: DAI VENETI AI ROMANI AI PIEDI DELLE ALPI

Da artribune.com

Una piccola Venezia rupestre, sul crinale del colle”, così Anselmo Bucci definiva Feltre sul Corriere della Sera, nel lontano 1955. Feltre, una Venezia «ristretta, irrobustita, semplificata» e dal carattere montanino, si arricchisce ora del nuovo Museo Archeologico. La neonata istituzione è pronta a raccontare ai futuri pubblici le origini della città, le particolarità dei suoi reperti, il passato denso di storia. Il 29 aprile 2022 apre i battenti quello che è a tutti gli effetti un museo archeologico, ma di nuova generazione.

Propone infatti un percorso interattivo con videoproiettori, monitor, diffusori acustici. Si dota, inoltre, di un sistema di approfondimento digitale che, tramite QR Code, connette gli smartphone dei visitatori ad un archivio web strutturato. Si aggiunge una nuova meta per gli amanti dell’arte antica e delle bellezze arcaiche, dopo il recente opening del Museo Archeologico Nazionale di Verona e del romano Museo Ninfeo all’Esquilino

Dracma venetica di imitazione massaliota

FELTRIA, IL MUSEO ARCHEOLOGICO 

Una scritta scolpita ad oltre 2000 metri d’altezza sul Monte Pergol, nella catena del Lagorai, attesta l’antica Feltria come municipium competente e punto di raccordo delle vallate comprese tra Trento e Belluno. La città, che prima dell’arrivo dei romani era un insediamento retico, ha quindi una storia quindi antichissima. Aveva un territorio vastissimo che rendeva l’attuale Feltre tra i più rilevanti centri dell’alta terraferma veneta. Entrando negli ambienti del nuovo museo sorprende la scenografica parata di capitelli ionico-italici, in pietra tenera di Vicenza. Nella seconda sala è raccolta la piccola statuaria e alcune testimonianze dei raffinati ornamenti delle opulente dimore locali, datate tra il I sec. a.C. e il II d.C. Tra queste, la fontanella – rinvenuta nel 1926 – che doveva rinfrescare l’atmosfera di un elegante giardino patrizio e una Testa di Satiro, caratterizzata da un enigmatico sorriso. La Testa è lievemente inclinata, i capelli sono a ciocche corpose e divise da una benda, con una ricca corona vegetale frammentaria. La torsione del capo doveva essere giustificata dalla presenza di un altro elemento, collocato alla sua sinistra, come un bambino, una pantera o un grappolo d’uva. 

Feltre 01/04/2022 ©Bergamaschi Marco Museo Feltre reperti
Testa di Satiro, Feltre 01/04/2022 ©Bergamaschi Marco Museo Feltre reperti

LA COLLEZIONE DEL MUSEO ARCHEOLOGICO DI FELTRE 

Ma quali sono i reperti più curiosi e pregiati del Museo Archeologico di Feltre? Innanzitutto, nella sala dei culti, troneggia la più grande rappresentazione di Esculapio, dio della medicina, di tutta l’Italia centro-settentrionale. È una statua in marmo greco, a cristalli medi traslucidi, rinvenuta durante gli scavi sul sagrato del Duomo nel 1974. Esculapio indossa l’himation, il tipico mantello greco che andava sopra la tunica o a contatto con la pelle nuda. Poi si distingue l’ara votiva per Anna Perenna, dea collegata alle origini dell’Urbe per eccellenza, Roma. Si pensa fosse venerata in qualità di personificazione femminile dell’anno e del suo perpetuo ritorno. Si tratta di una rarissima iscrizione dedicata alla “singolare (e ambivalente)” figura di divinità testimoniata a Feltre e nel quartiere Parioli a Roma dove recentemente “è stato rinvenuto un suo santuario, con una cisterna al cui interno gli archeologi hanno trovato una ventina di lamine con maledizioni e figurine antropomorfe di materiale organico entro piccoli contenitori”.
Infine, il monumento funebre dedicato a Lucius Oclatius Florentinus, pretoriano feltrino di illustre lignaggio deceduto a 24 anni, rappresenta un caso quasi unico nel suo genere. Perché? È stato “sepolto due volte”, sia a Feltre che nella capitale dell’Impero, all’imbocco della via Cassia. Per la stessa persona sono stati quindi innalzati ben due monumenti che, per la prima volta in assolto, si troveranno fianco a fianco .

Iscrizione romana alla divinità Anna Perennia

Il museo di Feltre ha beneficiato, per l’occasione della sua apertura, di un prestito eccezionale, da parte del Museo Archeologico Romano della Capitale. Eppure, il percorso espositivo non termina nelle sale ma si dipana, grazie agli strumenti di approfondimento urbano forniti, nelle strade della “Venezia dolomitica” tracciando una carta archeologica a cielo aperto. Il pubblico di fruitori può in tal modo rivivere, nel Ventunesimo Secolo, la “ricchezza culturale di un’area di cerniera tra montagna e pianura”. 

– Giorgia Basili 

Esculapio di Feltre

Museo Archelogico presso Museo Civico
Feltre, via Luzzo 23
Dal 30 aprile a tutto maggio:
dal lunedì alle domenica 10.30-13.00 e 15.00-18.00 – Previste aperture straordinarie e serali  https://www.visitfeltre.info/
Ingresso con Totem card che consente l’accesso a Museo civico, Galleria Rizzarda, Museo Diocesano, Torri del Castello ed ex Prigioni
(ridotta 8 euro, intera 10, famiglia 14)
Info e prenotazioni
Società Aqua srl 327/2562682
museifeltre@aqua-naturaecultura.com
Ufficio Musei:  0439/885242  

Link:

https://storiearcheostorie.com/2022/08/10/musei-dai-reti-alla-caduta-dellimpero-romano-feltre-racconta-mille-anni-di-storia/

https://www.academia.edu/resource/work/15320445

https://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/il-passato-romano-di-feltre/139152.html

Sul numero di marzo /aprile di Archeologia Viva lo speciale su Feltria.

LA TOMBA DI ANTENORE A PADOVA

La cosiddetta Tomba di Antenore è un’edicola medievale che, secondo la leggenda, dovrebbe contenere le spoglie del mitico fondatore di Padova. Nel 1274, durante la costruzione di un ospizio, fu rinvenuta un’arca funeraria con due bare in cipresso e piombo contenenti resti umani con una spada e due vasi di monete d’oro. Il giudice Lovato Lovati, poeta e studioso, attribuì i resti al principe troiano Antenore al quale, secondo Tito Livio, si deve la fondazione di Padova. Nel 1283 fu decisa la costruzione di un monumento per contenere l’arca: un’edicola cuspidata costruita in laterizi al lato del ponte di San Lorenzo, di epoca romana, che attraversava il Naviglio.

Tomba di Antenore a Padova

Vi rimando per tutte le info al blog la voce dei borghi” da cui ho tratto l ‘idea del post:

https://vocidaiborghi.com/2022/02/25/il-sepolcro-di-antenore-il-saggio-troiano/

NUOVA LINFA PER ZUGLIO L’ANTICA IULIUM CARNICUM

Ministero della cultura destina 1,25 milioni di euro a Zuglio per la riqualificazione e valorizzazione del sito archeologico di Iulium Carnicum, unico centro urbano antico di età romana conservato nell’area alpina orientale.

IULIUM CARNICUM

L’intervento rientra così tra i 38 Grandi Progetti Beni Culturali previsti sul territorio nazionale, varati dal Ministro della Cultura Dario Franceschini – e approvati dalla Conferenza Unificata Stato Regioni – perché considerati ‘strategici’ per favorire il rilancio della competitività territoriale del Paese e la crescita economica e sociale. Un Piano complessivo del valore di circa 200 milioni di euro per la tutela, la riqualificazione, la valorizzazione, la promozione culturale e l’incremento dell’offerta turistico culturale.

Il recupero e la valorizzazione del patrimonio culturale è uno degli assi fondamentali su cui si fonda la crescita economica e sociale del Paese. Questo intervento rientra tra i 38 progetti strategici che il ministero ha portato in Conferenza Stato Regioni a conferma della centralità della cultura nell’azione di politica economica del governo”, dice il ministro della Cultura, Dario Franceschini.

L’area archeologica di Zuglio si articola attorno al foro romano, centro pulsante dell’antica città di Iulium Carnicum. Dei resti del foro si conservano parti di alcuni edifici pubblici principali: un tempio, un capitolium, il complesso termale, risalente al I secolo d.C. noto per le decorazioni di alcuni ambienti, in particolare del frigidarium ricco di affreschi in stile pompeiano e la Basilica. Nel Museo Archeologico di Zuglio sono esposti invece i reperti dell’area insieme a testimonianze precedenti e successive all’epoca romana.

Oggetto principale dell’intervento è il completamento dello scavo archeologico, il rinnovo della copertura e la realizzazione di un punto panoramico che permetta una migliore e completa comprensione dell’area archeologica valorizzando tutto il percorso di visita del Foro.

Iulium Carnicum, così come tutti gli interventi della Programmazione strategica dei Grandi Progetti, è dunque destinato a diventare uno strumento di promozione dell’offerta culturale e turistica italiana e un veicolo di sviluppo economico sostenibile del territorio.

Da il gazzettino.it

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IULIUM CARNICUM

Da società friulana di archeologia

Archeocartrfvg.it

REGIO VENETIA

Nella media vallata del torrente But, alla confluenza con il rio Bueda, dove oggi si sviluppa l’abitato di Zuglio, i Romani hanno lasciato un segno indelebile della loro presenza nei loro territori alpini dell’Italia nord-orientale: una città dal nome Iulium Carnicum, sorta in corrispondenza di un agglomerato esistente almeno dalla seconda metà del II sec. a.C., al quale gli studiosi attribuiscono un ruolo importante nell’ambito dei traffici commerciali tra l’area adriatica e l’area a nord delle Alpi.
La prima sicura forma dell’insediamento romano fu quella del vicus, cioè un piccolo centro non dotato di autonomia amministrativa, ma probabilmente dipendente da Aquileia, istitito in età cesariana (anni centrali del I sec. a.C.).
Esso fu da subito ben pianificato per quanto riguarda i sistemi infrastrutturali, come, ad esempio, le strade e lo smaltimento delle acque. Il principale ambito di questa prima comunità fu costituito da un ampio spazio fornito da botteghe, attorno al quale si svilupparono abitazioni di ampie dimensioni e di qualità elevata, con pavimenti cementizi ornati da motivi realizzati con tessere di mosaico e con sistema di riscaldamento ad ipocausto, cioè con il passaggio di aria calda sotto i piani pavimentati sorretti da pilastrini.
Oltre alle evidenze archeologiche, la documentazione epigrafica ci racconta di opere significative come il rifacimento o l’erezione di edifici sacri, rispettivamente un tempio a Beleno e uno dedicato a Ercole.

IULIUM CARNICUM

La fisionomia dell’abitato cambiò radicalmente in coincidenza di un importante mutamento istituzionale rappresentato dall’autonomia amministrativa: il piccolo centro divenne città (municipium o, più probabilmente, colonia), alla quale fu assegnato un vasto territorio da controllare compreso tra Cadore e Val Canale. Entro la seconda metà del I sec. a.C. fu avviato un imponente e articolato progetto di monumentalizzazione degli spazi e degli edifici pubblici, che portò anche alla realizzazione di infrastrutture come l’acquedotto, di cui sono state rinvenute alcune tubazioni in piombo.

Sul luogo già destinato a spazio pubblico venne creato il foro, fulcro della vita civile, amministrativa e politica della città, che costituisce oggi un’area archeologica di grande suggestione per il visitatore.
L’impianto della piazza, con il tempio posto nella parte settentrionale e la basilica civile affacciata sul lato breve meridionale, riproduce con fedeltà il modello del foro di Cesare a Roma. Da quest’area provengono le più significative testimonianze artistiche finora note della città romana, che si inseriscono nella migliore tradizione bronzistica romana dell’Italia settentrionale.
Un primo nucleo venne recuperato agli inzi dell’Ottocento nell’ampio criptoportico della basilica civile, che nel 1820 venne venduto al Museo di Cividale (dove ora si trova, ndr): si tratta di due dediche a Gaio Bebio Attivo, procuratore del Norico, e di due (forse tre) grandi clipei (decorazione rotonda, a forma di medaglione, in rilievo) che facevano verosimilmente parte di una galleria di personaggi della famiglia giulio-claudia, forse allestita all’interno dell’edificio. Un clipeo, studiato e ricomposto in anni recenti, dal diametro massimo di 1,84 mt., comprendeva al centro una raffigurazione di togato, mentre un secondo esemplare aveva dimensioni maggiori (diametro 2,50 mt.) ed era caratterizzato da una corona di foglie di quercia.
Sempre dalla basilica civile proviene anche una straordinaria testa virile di bronzo (che gli ultimi studi assegnano agli inizi del II sec. d.C.), contraddistinta da tratti decisi e da alcuni particolari fisionomici marcati, recuperata nel 1938 in occasione degli scavi del Bimillenario augusteo.
Nelle immediate adiacenze del foro si trovava il complesso termale pubblico, edificato intorno alla metà del I sec. d.C. come indicano alcune evidenze materiali, in particolare gli affreschi e gli stucchi. Dell’edificio si conoscono alcuni ambienti tra i quali il frigidarium, la sala termale più vasta,  occupata per i bagni di immersiane. Nel caso di Iulium Carnicum questo ambiente era fornito da una vasca rettangolare con abside su un lato, rivestita internamente con cocciopesto impermeabile.

Della città, sviluppata nella parte pianeggiante lungo il corso del torrente But, ma anche sulle prime pendici del colle sovrastante mediante un sistema a terrazzi, conosciuamo anche alcune testmonianze riferibili all’edilizia domestica. Sono note per solo porzioni di edifici privati, che indicano una tipologia di case con piante semplici ad ambienti paralleli affacciati ad un corridoio di disimpegno.
Una delle costruzioni meglio indagate, per la quale è in corso un progetto di valorizzazione destinato alla creazione di una nuova area archeologica a Zuglio, si colloca nel settore settentrionale dell’area urbana. Le dimensioni dell’edificio sono considerevoli, almeno 400 metri quadri, ma dalle indicazioni fornite dallo scavo, condotto dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia a partire dal 2001, risulta che esso doveva svilupparsi anche in altezza, almeno in un settore. La costruzione, di cui non è stato possibile riconoscere l’impianto originario, si adattava in gran parte alla configurazione del terreno, presentando all’interno piccoli dislivelli tra i diversi ambienti, almeno dieci, superati con gradini in pietra e in qualche caso forse con scalette in legno di cui si è persa la traccia.
Tra i materiali provenienti dallo scavo particolarmente interessanti e abbondanti si sono rivelati quelli rinvenuti al di sopra delle ultime pavimentazioni dell’edificio e quindi ricollegabili alle fasi finali della frequentazione e abbandono (V sec. d.C.). Numerosi sono gli esemplari di vasellame in ceramica comune grezza, caratterizzata da impasti grossolani, spesso arricchiti di quarzo o calcite triturata per migliorarne le capacità di tenuta alla fiamma e utilizzata per la preparazione degli alimenti e la conservazione delle derrate.
L’insediamento moderno di Zuglio si sviluppa proprio in corrispondenza della città antica, della quale per ora è visitabile il centro monumentale costituito dal complesso forense. Le altre zone di interesse archeologico sono illustrate da una serie di pannelli collocati lungo un percorso di visita che prende avvio dal Museo archeologico.

Fonte: AA.VV. Tra storia e fede. Guida storico-artistica a Pievi e siti archeologici in Carnia, Regione FVG, ottobre 2011.

Un centro alpino tra Italia e Norico (Tolomeo, Geografia, II, 13,3).
Iulium Carnicum raggiunse verosimilmente l’autonomia amministrativa in età augustea nella forma di municipio o forse direttamente di colonia. Nel corso del I sec. d.C. il centro mantenne il suo ruolo di collegamento con i territori posti al di là dei valichi alpini, diventati nel frattempo una provincia: il Norico. Lungo la vallata transitavano le merci mediterranee più richieste nelle zone d’Oltralpe, cioè il vasellame fine da mensa (in particolare terra sigillata italica), la ceramica comune e da fuoco di alta qualità (ceramica a vernice rossa interna) e soprattuo l’olio e il vino, trasportati in anfore e provenienti da svariate zone dell’Italia peninsulare, dall’area egea e dall’Istria.
Come ricorda lo storico Strabone (I sec. d.C.) a proposito dei traffici aquileiesi (Geografia, V, 1,8), le province settentrionali esportavano a loro volta verso il Mediterraneo schiavi, bestiame, pelli e metalli. La presenza a Iulium Carnicum di individui provenienti dai territori a nord delle Alpi è suggerita dal rinvenimento di ceramiche comuni fabbricate nel Norico e diffuse quasi esclusivamente nell’area alpina.
L’economia del territorio doveva basarsi anche sullo sfruttamento del legname, dell’allevamento del bestiame, delle cave di pietra e forse dei giacimenti minerari. Nella prima età imperiale la commercializzazione a livello regionale di alcuni derivati dell’allevamento dei caprovini è testimoniata, per la città alpina così come per altri centri delle Alpi nord-orientali, dalla diffusione fino alla costa adriatica dei vasi Auerberg, fabbricati probabilmente nel territorio di Iulium Carnicum e usati come contenitori da trasporto.
Il centro mantenne un ruolo importante fino all’età tardoimperiale e di conseguenza anche l’afflusso di manufatti e di derrate alimentari da regioni anche remote continuò con una certa regolarità. Olio e salse di pesce venivano importati dalla penisola iberica e, successivamente, anche dalle coste settentrionali dell’Africa, assieme a lucerne e a vasellame che, seppur in quantità meno rilevanti rispetto ai centri più vicini della costa, rappresenta la suppellettile da tavola per eccellenza del periodo tardoimperiale. Alcuni contenitori testimoniano anche l’importazione di vino dall’Oriente mediterraneo e dalla Mauretania. Ancora dall’Oriente mediterraneo arrivava in età medio imperiale la ceramica fine da mensa. Una scatola cilindrica decorata a matrice con scene di battaglia attesta, inoltre, il consumo di un pregiato unguento profumato prodotto in Grecia, anche se sembra essere il solo esemplare a Zuglio.
Somo documentati ancora i contatti commerciali transalpini con l’importazione di ceramiche da cucina dal Norico e dalla Pannonia, ma accanto a questi prodotti d’importazione a largo raggio si trovano ovviamente abbondanti testimonianze di vasellame di uso comune di produzione locale o regionale, alle quali si affiancano anche i contenitori in vetro, di più ampia diffusione territoriale, caratteristici di questo momento storico.
Il quadro delle merci di diversa provenienza attestate dagli scavi di Zuglio sembra quindi indicare anche per l’epoca più tarda la vivacità degli scambi commerciali che passavano per il centro alpino proveniendo da due direzioni opposte: da una parte, le merci di origine orientale e mediterranea in generale che risalivano dalla pianura e dai porti costieri verso le regioni transalpine, dall’altra, i manufatti caratteristici di quelle regioni che seguendo la corrente contraria venivano portati verso l’Italia settentrionale e la costa.

Fonte: Patrizia Donati, Luciana Mandruzzato, Iulium Carnicum in età imperiale, in In viaggio verso le alpi. itinerari romani dell’Italia nord-orientale diretti al Norico, a cura di Flaviana Oriolo, luglioeditore, Trieste 2014.

Info: L’area archeologica del Foro romano viene aperta su prenotazione per gruppi e scolaresche contattando il Civico Museo Archeologico Iulium Carnicum.
Museo: Palazzo Tommasi Leschiutta – Via Giulio Cesare, 19 – 33020 Zuglio (Ud)
Tel. e fax 0039 0433 92562 – e-mail: museo.zuglio@libero.it – http://www.comune.zuglio.ud.it

Bibliografia:
– AA.VV. Tra storia e fede. Guida storico-artistica a Pievi e siti archeologici in Carnia, Regione FVG, ottobre 2011.

Patrizia Donati, Luciana Mandruzzato, Iulium Carnicum in età imperiale, in In viaggio verso le alpi. itinerari romani dell’Italia nord-orientale diretti al Norico, a cura di Flaviana Oriolo, Luglio Editore, Trieste 2014.

 – Vedi ancheAA.VV. Iulium_Carnicum_e_il_territorio_alpino_orientale

 – Vedi anche: Nuovi dati sull organizzazione urbana di Julium Carnicum, di Patrizia Donat, Luciana Mandruzzato, Flaviana Oriolo, Serena Vitri, in “Il tessuto abitativo nelle città romane della Cisalpina

– ZUGLIO (Ud). Museo Archeologico e “Cjargne, vitos e sperancios de mont furlane” – Trasmissione del 16 dicembre 2019 su www.radiospazio103.it, intervista di Novella Del Fabbro ai responsabili del Museo Archeologico ed al parroco di Zuglio –  Senti registrazione: https://drive.google.com/file/d/1WMY_HY69CQbc9P2MQSzjD8QhVXkghg0g/view

PERSONAGGI FAMOSI DELLA VICETIA ROMANA

Vabbè Vicetia, ma i vicetini? Dei vicentini all’epoca di Vicenza romana, in effetti ben poco si sa, sia come gruppi sociali che individualmente. La città ha un profilo modesto e una propensione alla chiusura su sé stessa che improntano la vita dell’oppidum su uno sviluppo circoscritto, diciamo intra moenia (qui tutte le puntate di “La Vicenza del passato”, ndr).

Già almeno dal III secolo avanti Cristo c’è pace nella Venetia e la definitiva integrazione nella Repubblica, duecento anni più tardi, porta un importante salto di qualità nelle condizioni ambientali ed urbane e, quindi, economiche. Vicenza diventa una città dove il benessere è diffuso perché i suoi abitanti possono dedicarsi al lavoro senza dover pensare, magari, a difendersi da nemici o a dove procurarsi il cibo.

Le attività produttive generano ricchezza per le gentes imprenditoriali della città. I settori più importanti sono quelli della produzione di laterizi, della estrazione e della lavorazione dei marmi, della lana e della tessitura. Poi c’è l’agricoltura (sono famosi i vini prodotti sui Colli Berici) e del commercio. La pietra delle cave di Costozza, così particolare, è esportata anche molto lontano dal territorio veneto.

Il ciclo produttivo coinvolge tutta la struttura sociale di Vicetia in una filiera che va dalle famiglie di rango equestre e senatorio fino agli schiavi, diffondendo la ricchezza o quanto meno il benessere. La amministrazione locale è autonoma rispetto al potere centrale ed è, in pratica, riservata agli esponenti delle gentes più ricche perché i magistrati sono tenuti a versare una discreta somma all’erario cittadino. Sono loro ad accedere all’ordo decurionum, il senato locale che ha funzioni legislative.

Chi sono e quali mansioni hanno i magistrati dell’oppidum? Sono i quattuorviri (letteralmente “quattro uomini”), collegio elettivo, due dei quali, chiamati quattuorviri iure dicundo, si occupano di giustizia e polizia urbana e altri due (aedilicia potestate) sono invece gli “assessori” all’edilizia pubblica, al commercio e agli spettacoli. La prima coppia è quella più importante: convoca il senato e le assemblee popolari, ha la responsabilità dell’erario e, ogni cinque anni, organizza il censimento. A queste cariche di natura laica si affiancano quelle religiose (a Roma i capi della chiesa sono laici ed elettivi): i pontifices, i severi, gli Augustales, tutti sacerdozi municipali.

Vicenza entra a far parte della struttura amministrativa centrale dopo le guerre civili degli anni Ottanta del I secolo avanti Cristo. Vicetia è infatti inserita in una delle trentuno tribù rurali (così chiamate per differenziarle da quelle urbane in cui è ripartita la popolazione di Roma), la Maenenia, che è una delle più antiche e che origina addirittura da una gens esistente alla fondazione dell’Urbe. Che c’entra con Vicenza? Nulla, ovviamente. Si tratta, infatti, di una attribuzione territoriale a fini elettorali scollegata da ogni legame gentilizio e dovuta, piuttosto, alla presenza in loco di proprietà latifondistiche dei capi della gens originaria. Nella Venetia anche Feltre è inserita nella Maenenia.

Una statua del Teatro Berga di Vicenza inserita nella ristrutturazione del I secolo d.C.

Pace, ricchezza, infrastrutture e autonomia amministrativa sono i fondamenti della Vicetia anche 

anche nella età imperiale, durante la quale emergono le pochissime figure di cittadini che riescono ad avere qualche importanza anche a Roma e quindi a iscrivere i propri nomi nella storia.

Sono due potenti famiglie vicentine che accedono, nella prima metà del II secolo dopo Cristo, addirittura alla famiglia imperiale. In realtà le due famiglie, i Salonii e i Matidii, poi si fondono. Della prima si sa che ha possedimenti nell’agro vicentino, che suoi esponenti rivestono cariche amministrative e che è ramificata a Este, Asolo e Aquileia.

Il primo vicentino di cui sono arrivate a noi alcune notizie è Salonio Matidio, cooptato nel 48 dall’imperatore Claudio nel Senato di Roma. È lui, probabilmente, a radicare la gens nella capitale. Un suo discendente, forse il figlio, Caio Salonio Matidio Patruino, anche lui senatore e giurista, è quello che si imparenta con la famiglia imperiale. È cognato di Traiano e la figlia Matidia maggiore e la nipote Matidia minore sono suocera e cognata di Adriano.

Un altro personaggio vicentino che si fa largo a Roma è Quinto Remmio Palemone, un liberto che si afferma come grammatico (insegnante di greco e latino) e, nel contempo, come imprenditore nel settore tessile, sfruttando le conoscenze tecniche acquisite quand’era schiavo a Vicenza. Di lui si riporta anche la forte licenziosità. Un tipo davvero particolare.

Sempre al primo secolo dopo Cristo risale un altro vicentino illustre, un militare. È il generale Aulo Cecilio Allieno, coinvolto nel 69 nelle lotte di potere per la successione che coinvolgono tre imperatori (Galba, Ottone e Vitellio) in un solo anno prima dell’avvento di Vespasiano. Si tramanda che il comandante vicentino sia stato un po’ ambiguo e opportunista in quei frangenti.

Conosciamo, infine, anche il nome e il ruolo di un altro cittadino di Vicetia anche se la sua fama è esclusivamente locale. È Tito Dellio, un imprenditore di successo, fondatore della manifattura di tegole la cui produzione è ben diffusa nel territorio. La gens Dellia si arricchisce con questa attività, Tito è anche quattuorvir. Non è inappropriato considerarlo un prototipo dell’industriale del Nord Est che fa fortuna venti secoli dopo.

Da vipiu.it

Su Vicenza Romana:

https://www.vipiu.it/leggi/la-vicenza-del-passato-vicenza-romana-vicetia-fiumi-edronis-medoacus-minor/amp/

https://archeologiavocidalpassato.com/tag/vicetia/

LA PATERA DI ATENA E TIRESIA DI CASTELVINT..e NON SOLO

Prosegue fino al 9 gennaio 2022 la mostra “Tra Preistoria e Medioevo. Ritrovamenti archeologici dal territorio di Mel, Trichiana e Lentiai”.

L’iniziativa è promossa dall’Amministrazione comunale di Borgo Valbelluna in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso, i Musei civici di Belluno e il Museo civico di Feltre. La mostra è organizzata in occasione dei 25 anni del Museo civico archeologico di Mel e vede esposti importanti reperti provenienti dai tre estinti comuni di Mel, Trichiana e Lentiai, ora riuniti nell’attuale comune di Borgo Valbelluna, come la famosa chiave rituale del monte Nenz di Trichiana, risalente all’età del Ferro, e i reperti provenienti dai recenti scavi di Cesana (Lentiai). L’esposizione si inserisce nel più ampio progetto dell’Amministrazione di creare un Museo del Borgo con l’intento di raccontare la storia di tutto il suo territorio e della sua comunità attraverso i reperti ritrovati nel corso degli anni.

Una sezione importante della mostra – spiega Monica Frapporti, vicesindaco, assessore alla Cultura e al Bilancio del Comune di Borgo Valbelluna – è dedicata al Medioevo e ai ritrovamenti di Castelvint (Mel), sul cui colle alla fine degli anni trenta del ‘900 fu rinvenuto un oggetto dal prestigio straordinario: un piatto in argento, patera, con raffigurata a sbalzo la dea Atena che esce dal bagno accompagnata da due ancelle, mentre nascosto tra le rocce un giovane curioso osserva la scena. L’oggetto, datato al VI sec. d.C., si trova ora conservato al Museo archeologico nazionale di Venezia, ma è possibile osservarne in mostra una fedele riproduzione ad opera dell’artista orafa Isabella Gabbin, con laboratorio a Belluno. Dallo stesso sito, e temporaneamente concesso dai Musei civici di Belluno, il corredo funebre attribuibile a un nobile guerriero longobardo deposto all’interno di un’antica cappella ora scomparsa. Il guerriero era rivestito di un broccato intessuto d’oro, aveva armi e cinture con guarnizioni d’argento e ribattini d’oro, probabili guarnizioni del fodero di un coltello”.

Il rinvenimento della patera
«Erano gli anni delle grandi rifondazioni agricole in Italia – ci precisa Felice Isotton dei Piai – e, anche sulla collina sopra casa nostra, nonno Luigi riunì tutta la famiglia in un’opera di spianamento per ricavare nuovo terreno coltivabile. C’era infatti, in cima al luminoso colle un alto tumulo con i resti di un’antica chiesetta dedicata a San Lazzaro, che zia Maria soleva raggiungere tutti i giorni in un suo misterioso solitario pellegrinaggio.
A seguito di questi lavori si rinvennero parecchi reperti riferibili ad una ricca sepoltura d’epoca longobarda, attualmente custoditi al Civico di Belluno. Ma in particolare si rinvenne in una profonda buca (un pozzo sacro?) un piatto d’argento di rara bellezza.

L’oggetto
Il piatto di Castelvint riveste un notevole interesse sia storico-artistico per la finezza e la preziosità della fattura sia per lo squarcio che apre su di un momento storico, il cosiddetto tardoantico, assai complesso e forse ancora poco conosciuto nei riflessi che ebbe sulle terre del Veneto. È in argento fuso a stampo, lavorato a cesello e a bulino e presenta un’affascinante e complessa scena figurata atta a rappresentare il mito legato ad Atena ed all’indovino Tiresia.

Due ancelle, infatti, aiutano la divinità in un bagno sacro in un ambiente di campagna fra i fiori, con armi, calzari, tunica ed elmo appoggiati a terra; unici elementi due colonnine ai lati, una con una tipica brocca col becco d’ambito celtico e sull’altra un’anforetta che versa acqua, tipica romana. Dalle rocce in alto spunta la figura di un armigero che spia inavvertitamente la scena. Con l’intimità delle divinità non si scherza tant’è che, con un rapido gesto della mano, vien lanciata la maledizione dell’accecamento allo sventurato.
Un’ancella, che era la madre del malcapitato, rimase sconvolta e tentò di chieder grazia tanto che venne concessa al giovine, nonostante la cecità, la facoltà diventare indovino. La cosa interessante dell’ambientazione fra le rocce è la presenza di un misterioso corso d’acqua che appare come da una sorgente e poco dopo scompare nuovamente .

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PARALLELISMI

LA PATERA DI VENERE ED ADONE

Fa riflettere un altra patera dello stesso periodo scoperta a Arten vicino a Feltre nel Bellunese ed ora conservata in Francia( presso la Bibliotheque Nationale Cabinet de Medailles) a seguito di acquisto antiquario. Si tratta probabilmente di una opera prodotta nell’ area nel nord africa/Cartagine nel
VI secolo.

Il piatto è stato scoperto tra le rovine del castello di Arten, provincia di Belluno, tra gli altri oggetti preziosi, sparsi.
Nella stessa area oltre alla patera di Castelvint, sono state rinvenute due monete, un follis giustinianeo degli anni 545-546 coniato a Cyzico e un tremissis coniato dai Goti a Ravenna in nome di Giustiniano tra il 555 e il 565.
Presso Belluno, ritrovamento di un tesoro.

Materiali:argento (martellato, tornito (tecnica del metallo), sbalzato (tecnica del metallo), inciso (decorazione), doratura a foglia (tecnica del metallo), traccia)Le misure : H. 3,2 cm, P. 29 cm, Peso 853 g

Descrizione:

A sinistra, Adone, in piedi tre quarti a sinistra, la gamba sinistra incrociata davanti all’altra, una mano sul fianco e l’altra appoggiata a una lancia. Indossa solo una clamide pinzata sulla spalla destra da una fibula tonda, di cui un lato cade passando sopra il polso destro, stivali, liberando l’estremità del piede e il tallone, e una cravatta tra i capelli. Il suo cane è seduto dietro di lui e lo guarda. Venere porge un ramoscello di ulivo o forse un fiore ad Adone. Tiene indietro, con la mano sinistra, una parte dei suoi vestiti annodata intorno ai fianchi e che copre solo la gamba destra. La dea è ornata da una collana il cui ciondolo a forma di rosetta le scende sul ventre, bracciali alle braccia e ai polsi, una tiara sui capelli raccolti in una crocchia, di cui alcune ciocche scendono sulle sue spalle. Tra i due personaggi, Eros cammina, senza ali, con una clamide spillata sulla spalla. Guarda sua madre, alzando la mano destra in alto verso Adone. In primo piano, due colombe circondano una coppa. A destra, una colonna chiude il palco. In alto, una ghirlanda, dalla quale pende un motivo simile alla collana della dea.

La maggior parte delle raffigurazioni dei miti mostrano in genere una certa uniformità forse per l’ esistenza di cartoni modello ispirati ad un originale famoso . La raffigurazione della patera si discosta dai modelli classici e trova un riscontro solo nel sarcofago del Laterano e sul coperchio di uno specchio ellenistico del III secolo ora al museo di Cleveland.

Sulla patera rimangono molte tracce di doratura. Dovrebbero essere dorati: il bordo esterno, la coppa, le colombe, il cane, i sandali, la veste e i capelli di Adone, il mantello e i capelli di Cupido, il mantello e i capelli di Venere, la base e la parte superiore della colonna.