FELSINA LA BOLOGNA ETRUSCA.

La città di Bologna è l ‘antica città etrusca di FELSINA . La città è definita “princeps Etruriae” da Plinio il Vecchio, che le riconosce evidentemente un ruolo primario anche in età antica . Il luogo occupato da Bologna antica, ricoperto dalla città moderna, sfruttava una posizione favorevole allo sbocco del Reno in pianura ma a ridosso del Colle dell’Osservanza.

I sondaggi effettuati nel centro moderno tendono a riconoscere un’occupazione ri- salente già all’VIII secolo a.C., strutturata per villaggi, posti in prossimità delle necropoli; non ancora chiara è invece la posizione del villaggio di IX secolo, corrispondente alle necropoli di San Vitale e Savena, a est della città.

Dall’unione dei primitivi villaggi nacque FELSINA , coagulandosi attorno a un unico centro. Di questo periodo sono i rinvenimenti di fornaci e fonderie. L’economia si basava essenzialmente sull’agricoltura e sull’allevamento. Tali fonti permettevano il commercio con Spina collegata a Bologna tramite il corso del Reno. Spina aveva forse un ruolo di dipendenza nei confronti di Bologna, infatti una stele funeraria di tardo V secolo aC conserva la figura di un navarca con un piccolo esercito sul suo vascello. Altra area significativa è costituita dal santuario di Villa Cassarini (tardo VI-IV secolo a.C.), . Di gran lunga più imponenti sono i materiali provenienti dalle necropoli, che hanno permesso una periodizzazione della cultura dell’età del ferro che è servita di modello agli studi villanoviani.

Dopo il villanoviano 1, attestato nei sepolcreti di S. Vitale e Savena (IX secolo aC), con lo spostamento verso la zona occidentale, si svilupperá la futura Bologna con forme classificate nel villanoviano II (prima metà dell VIII secolo a.C) e III (seconda metà del I’Vill, prima metà del VII secolo a.C.).

Si riscontra una continuità culturale con la fase precedente attestata dal rito funerario dell’incinerazione, dall’ossuario biconico, da ornamenti personali in bronzo. Alcuni oggetti preziosi dimostrano una differenziazione delle classi agiate. Particolare significato assumono le tombe di “guerrieri”, con repertorio di armi, e di “cavalleri”; entro le quali sono depositati morsi di cavallo. Il periodo successivo, dalla metà del VII alla metà del VI secolo aC. (impropriamente denominato villanoviano IV), corrisponde alla massima espansione demografica di Felsina.

Sono evidenti ricche importazioni dall’E- truria interna, che continuano un flusso già iniziato nel villanoviano III (ceramica groca geometrica), in particolare per quanto concerne la bronzistica decorata, le oreficerie a le prime manifestazioni a li- vallo monumentale di stele decorate a bassorilievo (definite “protofelsinee”) con motivi orientalizzanti. Fra la metà del VI e la metà del IV secolo a. C. le necropoll, addensate fondamen tamente attorno alla Certosa, presentano sepolcri a pozzetto e a fossa con paramento lapideo (unica eccezione la tomba a cassone costruita a biocchi del Giardini Margherita), frequentemente segnalati da cippi o da stele a forma di ferro di cavallo, decorate a rilevi, con motivi riferiti in parte all attività del defunto, in parte al repertorio del viaggio l’oltretomba, e provvisti di iscrizionei nella quale è pre sente anche il nome del magistrato locale zilach magistrato. I servizi da banchetto rinvenuti nelle tombe presentano ora molta ceramica greca, in prevalenza attica a figure nere e rosse che dimostrano fondamentalmente l’approvvigionamento d beni dall’emporio spinetico Fra il 520 380 a.C Bologna è fra le maggiori acquirenti di tali prodotti , che si condensano soprattutto fra 475 425 aC. che di bronzi provenienti dall’Etruria meridionale con la quale rapporti sembrano gradatamente attenuarsi . Le tombe del periodo cosiddeto gallico (350-189 aC), prevalentemente a inumazione, sostituiscono alla ceramica attica a figure rosse quela proveniente dalle officine volterrane. La discesa dei Celti trovò in Bologna il centro insediativo più importante: i Galli Boi che vi si stanziarono lasciarono come eredità il nome di Bononia e scardinarono verosimilmente il sistema abitativo dell’asse del Reno, distruggendo Marzabotto e relegando l’emporio di Spina a funzioni di centro minore.( Rielaborato da dizionario della civiltà etrusca -M.Cristofani.ed Giunti)

Eccoci:

https://vm.tiktok.com/ZMY8XXQ3U/

UN MUSEO ETRUSCO A MILANO : LA FONDAZIONE ROVATI

Un museo Etrusco e non solo a Milano.Eccolo ormai da alcuni mesi in Corso Venezia 52 . L’idea geniale è stata quella di fare sbarcare gli Etruschi di Cerveteri a Milano. Il merito di tutto ciò nasce dalla passione di Luigi Rovati Cavaliere del Lavoro e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica (1928-2019), medico e ricercatore, ma anche umanista e collezionista, fondatore nel 1961 di Rottapharm, che negli anni è divenuta una delle prime multinazionali farmaceutiche italiane.

La parte espositiva è suddivisa in due piani: quello nobile e l’ipogeo che è stato progettato dalla architetto Mario Cuccinella in modo da imitare proprio le tombe etrusche. I pezzi esposti sono straordinari , emozionanti, rari e ricercati, valorizzati proprio dall ‘ architettura moderna dal sapore antico.

La maggior parte dei reperti è custodita all interno di ampie strutture in vetro, Sul pavimento giochi di luce accrescono l’atmosfera un po’misteriosa .Non si tratta di spazi didascalici . La parte sotterranea accoglie il mistero della civiltà etrusca nella sua quotidianità e spiritualità, in un ambiente le cui cupole severe e dolci sono ispirate come dicevamo ai tumuli di Cerveteri. A darci il benvenuto in questo museo un’urna cineraria in travertino, probabilmente raffigurante un sacerdote.

Un pezzo eccezionale è il lampadario di Cortona , esposto però solo temporaneamente in questo museo ma impagabile.

Il lampadario di Cortona alla fondazione Rovati
Disegno del lampadario di Cortona
L’ipogeo del museo
paletta con figura femminile fondazione Rovati
Museo Etrusco fondazione Rovati
Coperchio cinerario a forma di elmo
Il guerriero
Urna funeraria
Ceramica oinochoe
Figure e ceramiche con iscrizioni etrusche

https://www.mcarchitects.it/progetti/nuovo-museo-dellarte-fondazione-luigi-rovati

ANTICHI POPOLI DELLA CISALPINA CELTI E NON CELTI

Quando parliamo dei popoli antichi che hanno abitato la regione Padana ed Alpina ,quella che sarà chiamata poi dai Romani Gallia Cisalpina , dobbiamo ovviamente pensare ad un vero e proprio mosaico di tante diverse popolazioni . Ad esempio, parlando dei Galli essi erano diversamente cugini tra loro . Insubri e Cenomani avevano avuto una diversa etnogenesi solo per fare un esempio.. Altri popoli Celti, i Boi e soprattutto i Senoni erano fortemente fuse con le popolazioni etrusche ed umbre tanto da creare una koinè celto- italica.

Nel Piemonte e sugli Appennini la commistione con Liguri fu ancora più forte. Altre popolazioni come i Camuni e i Triumphilini erano definiti come Euganei e seppur molto affini ai Reti avevamo assorbito anche molti elementi etruschi, celtici e venetici. I Reti sulle Alpi, affini ai Tirreni per lingua, avevano anche loro assorbito molti elementi celtici e venetici così come i Veneti ,affini a loro volta linguisticamente ai Latini. Nel video che qui segue il vicedirettore del Gruppo Archeologico Comasco ci descrive appunto questo complesso mosaico di popoli e nazioni. Buona visione .

Elmo Celto-Ligure da Berceto

LA CARICA DELLE TRECENTO MONETE ROMANE TROVATE A S.BASILIO NEL POLESINE

ARIANO NEL POLESINE –

 Una moneta con l’effige dell’ imperatore Triboniano Gallo; è il ritrovamento più importante fatto dalla squadra dell’Università di Padova durante la nuova campagna di scavi che si sta concludendo nella villa romana a San Basilio.

Una moneta di Treboniano Gallo

A darne notizia è la professoressa Caterina Previato, direttrice scientifica dello scavo, durante la seconda e ultima visita guidata nell’ambito di “Scavi aperti”, l’iniziativa promossa dal Consorzio Deltapoolservice in collaborazione con le guide di Co.Se.Del.Po.

Una ricognizione, quella che è iniziata il 23 maggio scorso, che rientrava in un progetto congiunto dell’Università, della Soprintendenza Abap (Archeologia belle arti e paesaggio) di Verona, Rovigo e Vicenza con il supporto della Fondazione Cariparo. «È una di quelle occasioni che permettono di riscoprire la storia di questo territorio – ha sottolineato Sandro Vidali, assessore di Ariano nel Polesine che ha accompagnato i visitatori – Per i prossimi tre anni sono in programma altre campagne: due sono legate sempre alla Villa romana mentre un’altra riguarda i legami con gli etruschi. Grazie ad un finanziamento Gal siamo inoltre riusciti a ripristinare le vetrine del centro turistico e con il dipartimento di Archeologia classica dell’Università di Padova si mira a creare una sorta di museo immersivo».

GLI SCAVI DEL 2022

Ad accompagnare i partecipanti sono state Stefania Paiola di Studio D e Mara Santarato di Co.Se.Del.Po mentre la professoressa Previato ha illustrato il lavoro svolto. Una visita avvincente, che ha permesso di entrare fisicamente nella zona degli scavi e vedere quel che resta della cosiddetta “Villa romana” che si trovava proprio lungo la Via Popilia, che collegava Rimini ad Altino

NUMEROSI RITROVAMENTI

Sono stati numerosi i ritrovamenti che adesso saranno esaminati più a fondo. Gli archeologi hanno trovato elementi decorativi in marmo bianco di cui alcuni pregiati provenienti dall’Asia minore e resti di anfore che lasciano presagire come a San Basilio arrivassero prodotti dal Nordafrica, dal mar Egeo e dall’area padana. E poi tanti resti di ceramiche, vetri, frammenti di vita quotidiana come pesi da pesca, chiavi e spilloni e tante monetine in bronzo tra cui una più grande con – appunto – l’effige dell’imperatore Treboniano, che regnò tra il 251 e il 253 dopo Cristo. «Si tratta di una moneta molto rara, dato che questo imperatore ha regnato solo due anni. Quelle piccole ci hanno fatto gioire per la grande quantità in cui le abbiamo trovate, ma questa è importante per qualità» – ha spiegato ai visitatori la docente universitaria.( Da il gazzettino.it)

Da archeoreporter:

Scavi archeologici a San Basilio, fra Etruschi e Veneti nel Delta del Po – Il video degli scavi “in diretta”

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GLI SCAVI DEL 2020

La terra su cui si ergeva la Grande Quercia di Dante, in territorio di San Basilio, nel Delta Veneto del Po, continua a far emergere altre testimonianze della sua millenaria storia”. Lo spiega il comunicato stampa di studio Esseci.

“Da San Basilio non transitò solo Dante, naturalmente. All’epoca del passaggio del Divin Poeta qui sorgeva un romitorio collegato all’Abbazia di Pomposa e poco più. Ben diverso era l’aspetto di questo lembo del Delta, oggi lontano chilometri dal mare. Le Dune fossili, sui cui sorge la chiesetta romanica di San Basilio, un tempo delimitavano il mare. Il porto che qui era attivo dialogava con quelli di Adria e di Spina nella gestione dei traffici nel mondo allora conosciuto”.

In epoca romana da qui transitava la Via Popillia che, attraverso Adria, congiungeva Rimini all’importante colonia romana del Nord Italia, Aquileia, protesa verso le ricchezze del Norico. Proprio a San Basilio è da identificare la stazione di posta e cambio cavalli, la /mansio Hadriani/, segnalata nella Tabula peutingeriana, la più antica carta stradale romana conosciuta. E magnifici sono i resti di una lussuosa villa romana e di un battistero paleocristiano ancora visitabili in un’area musealizzata nei pressi della chiesetta”.

“Ma l’attenzione degli archeologici ha, da qualche anno, puntato sulla San Basilio ancora precedente, quella presente in epoca etrusca. Gli scavi che in questi mesi sono in corso a cura delle Università di Venezia e di Padova, insieme alla Soprintendenza di territorio e al Museo archeologico nazionale di Adria, stanno delineando la presenza di un sito di una certa importanza già prima dei noti insediamenti romani”.

Alberta Facchi, Direttore del Museo di Adria, dove sono conservati diversi manufatti provenienti dal territorio di San Basilio, sottolinea come da queste ultime indagini sia emerso un dato affatto prima scontato. Ovvero la possibile continuità tra l’insediamento etrusco e quello romano, senza che, come si pensava in passato, ci sia stata una interruzione temporale tra la presenza etrusca, documentata dallo scorcio del VII secolo, e quella romana del II sec. a.C. Benché costruito con materiali locali che poco si conservano nel corso dei secoli (anche gli scavi recenti hanno restituito solo strutture in legno e argilla), l’insediamento etrusco di San Basilio riveste importanza particolare per il fatto che sembra essere il più antico punto di approdo dei naviganti greci della età del ferro in questa area, una ventina di anni prima di Adria”.

“E’ qui che si sperimenta per la prima volta quella presenza multiculturale di genti venete, etrusche e di naviganti greci, che qui convergevano al fine di commerciare. Come nella vicina Adria, anche a San Basilio i Greci scambiavano i prodotti di lusso provenienti dal Mediterraneo, tra cui il vino e pregiati unguenti profumati, con i prodotti della pianura, i metalli dell’Oltralpe e la preziosa ambra del Baltico”.

“Gli scavi recenti consentono quindi di ipotizzare che il sito non fu offuscato e cancellato dalla nascita della vicina Adria (che nel VI secolo divenne una vera e propria città ), ma mantenne un ruolo nel sistema di commercio tra Etruschi e Greci. Questo ruolo e le sue modalità di sviluppo che i prossimi scavi e le tesi di laurea ad essi connessi si prefiggono di indagare.
Il progetto di scavo a San Basilio, realizzato con il sostegno congiunto della Fondazione Cariparo e del progetto Interreg Value, E’ stato sospeso per quest’anno a causa dell’emergenza Covid 19. Riprenderà nella primavera 2021 con il suo duplice volto di indagine scientifica e operazione di turismo partecipativo”.

(fonte: polesine24.it)

Il” Museo” di San Basilio

UN EMPORIO LIGURE TRA CELTI ED ETRUSCHI

Villa del Foro è un caso-studio esemplare per quanto concerne gli insediamenti a carattere artigianale dell’epoca protostorica del Piemonte meridionale. Il sito si estende per una superficie di circa 60.000 m2. Le indagini archeologiche si sono articolate in prospezioni di superficie e campagne di scavo (1985-1993; 2007-2008), finalizzate anche all’adozione di misure di tutela.
Gli scavi hanno confermato il carattere artigianale dell’insediamento, legato in particolare alla produzione di vasellame in ceramica, alla fabbricazione di piccoli oggetti di ornamento e di abbigliamento in bronzo e alla filatura. Dall’analisi dei reperti è apparsa evidente l’interazione tra competenze tecniche e catene operative diverse e caratteristiche di regioni geograficamente e culturalmente differenti.

Si è tenuta il 1 aprile 2022  presso la Sala Conferenze di Palazzo del Monferrato ad Alessandria , la presentazione del volume “Villa del Foro. Un emporio ligure tra Etruschi e Celti” a cura di Marica Venturino e Marina Giaretti.

Insieme al Sindaco della Città di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco, e al Presidente della Camera di Commercio di Alessandria-Asti, Gian Paolo Coscia, sono intervenuti l’arch. Lisa Accurti, Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Alessandria, Asti e Cuneo e il prof. Giuseppe Sassatelli, Professore Emerito di Etruscologia e Archeologia Italica dell’Università degli Studi di Bologna.

La pubblicazione di un volume monografico con illustrazione dei risultati degli scavi archeologici effettuati nell’abitato protostorico, nel quadro delle più ampie conoscenze acquisite negli ultimi venti anni sul popolamento antico dell’Alessandrino, era inserita nel progetto finanziato dalla Regione Piemonte: “Dagli Etruschi a Baudolino” e rappresenta il punto di arrivo di un percorso condiviso tra Amministrazione comunale e Soprintendenza.

Il volume raccoglie una serie articolata di contributi che illustrano in dettaglio le indagini archeologiche, i reperti e le analisi condotte su diverse classi di materiali di un centro artigianale e commerciale della media età del Ferro (VI-V secolo a.C.): un emporio fluviale che sfruttava la confluenza del Belbo nel Tanaro, ubicato a non molta distanza dall’area dove poi in età romana sorgerà il municipium romano di Forum Fulvii.

“Molti sono gli elementi che rendono il volume un’opera di particolare pregio – sostiene il Sindaco, Gianfranco Cuttica di Revigliasco -. Desidero innanzitutto esprimere un sincero plauso nei confronti delle due curatrici – Marica Venturino e Marina Giaretti – e, al contempo, della Soprintendenza di Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Alessandria, Asti e Cuneo che, insieme alla nostra Amministrazione, hanno inteso promuovere questo lavoro.

Si tratta in realtà del poderoso quanto affascinante risultato – o, se si preferisce, di una interessante sommatoria di risultati, raccolta in una prospettiva analitica di sintesi veramente coordinata – relativo ad una serie di approfondimenti “sul campo” (ma non solo) che hanno segnato di fatto mezzo secolo di storia delle ricerche su Villa del Foro e sulle sue straordinarie peculiarità archeologiche.

Non vi è dubbio che, in merito all’abitato di Villa del Foro, la presentazione di questa opera testimonia in modo palese la necessità di rilanciare un attento ragionamento di valorizzazione complessiva dell’area: un contesto di grande interesse per le prospettive di ricerca storica e archeologica che vennero avviate anni orsono e che, dopo una lunga quanto “sorprendente” interruzione, oggi siamo tutti chiamati a riprendere per ampliare la conoscenza e la consapevolezza della nostra Comunità locale sia per ciò che riguarda il proprio passato, sia per le opportunità di sviluppo culturale, turistico, paesaggistico, per il presente e per gli anni futuri”.

Secondo il Soprintendente, arch. Lisa Accurti, “la pubblicazione del volume è l’ideale completamento di un percorso ormai quarantennale di tutela, ma anche di ricerca, sviluppato sotto la guida di Marica Venturino – già funzionario archeologo della Soprintendenza – che insieme a Marina Giaretti ha curato il volume.

Tutelare il patrimonio culturale significa in primo luogo conoscerlo e comprenderlo, acquisendo piena consapevolezza del suo irripetibile significato di testimonianza: ciò è tanto più vero per il patrimonio archeologico il cui valore, più che nei singoli manufatti, risiede nel loro insieme e nel “contesto” da cui provengono.

Come questo libro dimostra, solo attraverso uno studio attento e sistematico che sa però essere sagace, quella testimonianza può essere davvero compresa e quindi narrata in modo veritiero e democratico”. da telecitynews24.it

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altri reperti su Villa del foro Alessandria:

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AMEGLIA UN ALTRO EMPORII TRA CELTI ED ETRUSCHI

CELTI ETRUSCHI E ITALICI TRA VI E III SEC A.C.

Articolo originale in francese da “Melanges de L’ecole Francoise de Rome” progetto ANR CAECINA

https://journals.openedition.org/mefra/9971#ftn2

1 L’arrivo dei Celti in Italia, come il loro declino due secoli dopo, è ritratto dagli autori antichi come un fenomeno brutale, una parentesi nella storia della penisola, che culmina con la presa di Roma nel 387/6 a.C. J. – C. A questa visione delle fonti letterarie che privilegiano i resoconti di battaglie, massacri ed espulsioni di popolazioni rispondono i dati più sfumati dell’epigrafia e dell’archeologia, che rivelano una realtà più articolata con comunità più fortemente intrecciate rispetto ai resoconti greci e Gli autori latini suggeriscono.

Necropoli Benacci museo archeologico di Bologna- da catalogo  I CELTI Bompiani

2 Il lavoro svolto per quasi un secolo e mezzo ha dimostrato che queste popolazioni, chiamate Celti, Galati o Galli, non formavano mai un insieme omogeneo. Nel caso della penisola italiana, infatti, è necessario distinguere i Celti autoctoni, affermati da lunghissimo tempo come portatori della cultura di Golasecca 1 , o quelli stanziati da più generazioni e perfettamente integrati nell’ambiente locale come il Boi di Monte Bibele 2 o i Senoni di Montefortino 3 , nuovi arrivati, migranti in cerca di nuove terre, predatori e avventurieri come i Gésati 4. A differenza della maggior parte dei popoli della penisola la cui base territoriale è relativamente ben definita, lo spazio celtico sembra più dilatato e difficile da definire. Varia nel tempo ma anche nello spazio a seconda che si considerino i resoconti degli autori antichi, l’area di distribuzione delle iscrizioni in lingua celtica, quella dell’onomastica celtica 5 o i resti della cultura materiale – in altre parole i monili della Tradizione Hallstatziana 6poi latini, testimoni delle loro origini d’oltralpe. Le stesse fonti insistono sulla mobilità di alcuni gruppi di guerrieri che mettono a disposizione i loro servizi e cercano di stabilirsi con vari gradi di successo in Etruria, ma anche in regioni più meridionali come i Monti Albani a sud di Roma e in Puglia 7 . La nostra difficoltà nel definire la natura degli insediamenti celtici non riguarda solo queste regioni lontane. Caratterizza anche la facies marittima della Padania dove la  tradizione individua i Lingoni (Polyb, 2, 17, 77,.. Liv, 5, 35, 2), un popolo che è sconosciuto e non è archeologicamente documentato. 8 .

3 L’occupazione del territorio è meno continua di quanto sembri. Mantova, Spina e Adria riescono a mantenere una certa autonomia a livello locale. Nei territori cispadani vediamo convivere con le popolazioni indigene i Boi e i Senoni come indicato molto chiaramente dalle iscrizioni e dall’onomastica in lingua etrusca 9. Espatriando con armi, bagagli e famiglia, i migranti non hanno mai sentito il bisogno di riprodurre tutto il loro ambiente materiale. I prolungati contatti con le popolazioni locali limitrofe, etrusche, umbre, venete, liguri e picene, gli scambi e le alleanze matrimoniali, portarono i Celti ad adottare usi propri delle società mediterranee come la pratica dei banchetti, delle attività ginniche o dei giochi da tavola. È nel rituale funerario che queste nuove forme di socialità sono più evidenti, in particolare negli insiemi appenninici, attribuiti ai Boi e ai Senoni 10 .

4 Dal Congresso di Bologna del 1871, l’interesse per i Celti d’Italia non ha mai venuto meno. La bibliografia è vasta e mostra quanto sia difficile considerare la questione dei Celti in Italia  solo da una prospettiva prettamente nordalpina. Per una panoramica completa delle ricerche antiche e recenti si veda la presentazione di P. Piana Agostinetti e Alessandro Morandi nei due volumi dedicati ai Celti d’Italia , pubblicati nel 2004 nella raccolta Popoli e civiltà dell’Italia antica 11 . Per un aggiornamento dei dati più recenti si rimanda agli atti di due convegni tenuti a Roma nel 2010 e a Verona nel 2012 12 .

Elmo in ferro con applique di lamina di Bronzo tomba 116 Monte Bibele
da catalogo I CELTI Bompiani

5Gli studi celtici in Italia si sono da tempo focalizzati sulla definizione e sull’analisi di queste nuove entità, in connessione con i loro originari territori alpini settentrionali. Con l’ANR CAECINA, incentrato sulla società etrusca e sulla sua permeabilità agli influssi esterni, è sembrato interessante considerare le popolazioni celtiche nel loro rapporto con le società indigene per meglio comprendere, attraverso una serie di studi e progetti attuali o nuovi, come si inserissero loro stessi nel mosaico di popoli che ha caratterizzato la penisola negli ultimi secoli precedenti l’espansione romana, e per mostrare come hanno influenzato le pratiche sociali e culturali dei loro vicini. Questa vasta regione costituisce un importante laboratorio per l’analisi dei fenomeni culturali e antropologici che mescolano background indigeni, Cultura etrusca e contributi celtici. Per realizzare il nostro progetto, abbiamo concentrato la nostra azione su esempi provenienti da diversi settori geografici, risalenti in parte alla fine della Prima Età del Ferro (o periodo Golasecca), in parte alla IV° -III ° secolo aC. dC (fig. 1) 13 .

Il nord Italia nel VI ° -V °  secolo

6Per il periodo precedente alla storia della migrazione dei Celti e la presa di Roma, o il VI ° e V °  secolo aC. dC, sono state trattate tre filoni di ricerca : la prima riguarda la lavorazione artigianale del bronzo golasecchiano, la seconda gli arredi dell’habitat di San Polo d’Enza nell’Emilia occidentale, e l’ultima la presenza di elementi lateniani/celtici nella Bologna etrusca.

Produzione e distribuzione di corredi in lega di rame  14

7Nell’ambito della cultura indigena celtofona di Golasecca (Piemonte, Liguria ed Emilia occidentale), la ricerca sui rapporti tra le comunità norditaliche, etrusche e celtiche si è basata sullo studio della produzione e distribuzione del piccolo oggetti metallici bronzeo 15 .

8Per questo studio è stato creato un corpus di 650 oggetti a base di rame (oggetti finiti o in fase di sviluppo, scarti e lingotti) provenienti da 13 siti, principalmente da abitati. Il materiale proviene in parte da collezioni museali (Musei Reali di Torino, Museo Civico di Reggio Emilia e Museo Archeologico Nazionale di Saint-Germain-en-Laye), in parte da recenti dati di scavo (Soprintendenza Archeologica del Piemonte). La maggior parte dei mobili proviene dall’habitat golasecchiano di Villa del Foro, vicino Alessandria. Questa area  sita in un’ansa del Tanaro, a sud del Po, ha raccolto un ricco corpus di 550 oggetti che illustra quasi tutte le fasi della produzione.

9Per caratterizzare questi materiali sono state utilizzate diverse metodologie di analisi: la tipologia (riconoscimento delle peculiarità e specificità attuate dagli artigiani locali per la realizzazione di questi oggetti la cui forma e sistema decorativo utilizzano sistematicamente i modelli più diffusi nel campo di Golasecca, ma anche, per alcune categorie, dal mondo ligure, anche etrusco-padano), tecnologia (tecniche di foggiatura e finitura) e archeometria (radiografia, analisi fisico-chimiche, studio spettrometrico delle decorazioni intarsiate), con una prima fase di verifica mediante sperimentazione 16 .

10Analisi incrociate hanno confermato la forte influenza esercitata dalla cultura di Golasecca su tutte le comunità indigene limitrofe, in particolare per la produzione di fibule e pendenti. Considerate spesso come importazioni di Golasecca, queste fibule si sono rivelate produzioni locali, la cui catena di funzionamento può ora essere ripristinata.

11L’analisi di tutti gli ornamenti con decorazione intarsiata dell’Italia nordoccidentale ha inoltre rivelato la presenza di corallo rosso per le fibule di Golasecca e San Polo d’Enza, nonché un’alternanza di corallo rosso e calcite (talco e/o conchiglia) per produzioni da Piemonte meridionale 17.. La presenza del corallo rosso nelle decorazioni incise e l’evidenziazione di una firma chimica che indica un trattamento superficiale con cera vegetale dovrebbe consentire di caratterizzare meglio le pratiche artigianali del nord Italia, campo ancora poco studiato. riflettere sulla complessità delle interazioni sociali e culturali generalmente affrontate solo attraverso il prisma delle élite e delle loro manifestazioni materiali e simboliche. In definitiva, questo lavoro mira a stabilire una cartografia delle diverse facies artigianali dell’Italia nord-occidentale nella prima età del ferro.

La collezione di San Polo d’Enza, Campo Servirola (prov. Reggio Emilia, Emilia-Romagna) 18

12Le ultime fasi di questo abitato sono caratterizzate da un’occupazione indigena che integra elementi etruschi, liguri e celtici (golasecchiani, poi lateniani). Sono presenti ornamenti caratteristici della cultura di Golasecca, frammenti di vasellame metallico, alcuni provenienti da botteghe ticinesi, accessori di abbigliamento tipici del mondo ligure, statuine in terracotta, iscrizioni in caratteri etruschi, oltre a ceramiche greche. . Come per una serie di habitat autoctoni stabiliti lungo i corsi d’acqua del settore nord-occidentale d’Italia,

13Il materiale conservato, in parte al Museo Civico Gaetano Chierici di Reggio Emilia, e in parte al Museo Archeologico Nazionale di Saint-Germain-en-Laye (fig. 2), è costituito da 240 oggetti sul lato francese, per 442 sul lato italiano lato. . Lo studio archeologico, tenendo conto di tutti i documenti d’archivio, è stato integrato da analisi archeometallurgiche 19 .

Fico.  2 - La collezione Chierici, anteprima.

Fico. 2 – La collezione Chierici, anteprima.

Gli Etruschi di Felsina tra Atene e La Tène 20

14La necropoli degli Arnoaldi è un importante luogo di riflessione sui processi di contatto e di acculturazione nell’Etruria padana durante il periodo classico. Questa parte dello studio si propone di offrire una nuova lettura di questo complesso sepolcrale bolognese sulla base dell’analisi del corredo funerario e del rapporto tra gli elementi che lo compongono con l’organizzazione spaziale delle tombe. I temi narrativi e iconografici che decorano la superficie dei vasi, siano essi ceramici o metallici, di produzione locale o importati, possono essere visti come lo “specchio” di un insieme complesso e stratificato di credenze, che spesso travalicano i confini “etnici”. .

15Lo studio si è concentrato sulla presenza di elementi lateniani/celtici nel contesto etrusco, sulla distribuzione quantitativa della ceramica attica figurata e, a un livello più profondo, sulla distribuzione dei crateri a voluta attici, il cui ruolo nella manifestazione di rango e potere è già conosciuto da contesti molto ricchi al di fuori del mondo greco propriamente detto (Trebenište nella Repubblica di Macedonia, Vix in Francia, ecc.) 21. Sulla base di questi dati si può riconoscere una concentrazione spaziale di tombe con arredi di eccezionale ricchezza, che integrano prestigiosi ambienti attici, elementi latini ed elementi di tradizione etrusca. L’aggregazione spaziale delle tombe secondo il loro livello di prestigio è avvertibile sia durante la fase tardo-arcaica che durante la fase classica.

16In questo contesto, la tomba Arnoaldi 96, nota anche per la sua celebre situla bronzea con decorazione istoriata (fig. 3), con i suoi due gruppi di vasi legati al simposio, ci permette di interrogarci sulle regole che hanno portato a tale scelta (logica di temi iconografici, scene dionisiache, di combattimento, personaggi mitologici, dipinti sui vasi e presentati secondo la tradizione ellenica e/o locale). Il tema iconografico diventa così una sorta di trattino che riunisce oggetti al di là di una logica strettamente funzionale o cronologica, e rivela valori il cui significato è conosciuto e condiviso da tutta la comunità.

Fico.  3 - La situla Arnoaldi, tomba 96, Bologna.

Fico. 3 – La situla Arnoaldi, tomba 96, Bologna.Ingrandire

Macellari 2002, 131.

L’Italia centrale e settentrionale nel IV  -II °  secolo aC. 

17Il periodo recente è stato caratterizzato dall’arrivo di nuove popolazioni nordalpine. Questo fenomeno, descritto da Livio e Polibio, si concretizza con l’insediamento di comunità celtiche in regioni fino ad allora dominate da Etruschi, Umbri, Veneti e Piceni. L’opera sostenuta dall’ANR si è concentrata sui territori più meridionali e marginali di questa espansione, le Marche dove si insediarono i Senoni, ma anche Umbria e Lazio dove significative testimonianze di una presenza celtica (armi, ornamenti, monete e documenti epigrafici) 22 .

Celti, Piceni, Umbri ed Etruschi nel centro Italia

La necropoli celtica di Montefortino 23

18I Senoni dell’Adriatico, ultimi popoli ad insediarsi nella penisola, insieme alle popolazioni locali formano una società cosmopolita fortemente intrisa di culture etrusche ed elleniche (servizio banchetti, giochi atletici e divertimenti, ecc.). Questa ricerca, che ha mobilitato un gran numero di specialisti francesi e italiani, si basa sullo studio di due importanti sepolture marchigiane, le necropoli di Montefortino d’Arcevia e Serra Sant’Abbondio.

19Scoperte e scavate negli anni Novanta dell’Ottocento, le tombe galliche della necropoli dei Pianetti furono pubblicate nel 1901 da E. Brizio che le attribuì subito ai Senoni 24 . Questa necropoli è caratterizzata dall’abbondanza di corredi funerari e dalla ricchezza di alcune tombe con oreficerie, armi e vasi metallici. Tuttavia, questo insieme importante e spesso citato nella letteratura scientifica non è stato finora oggetto di alcuna edizione critica. Con il supporto del programma CAECINA, una squadra che riunisce una quindicina di specialisti 25, si è formato intorno a P. Piana Agostinetti e M. Landolfi, per la realizzazione di un nuovo studio della necropoli e del corredo funerario. Questo programma è strutturato intorno a cinque punti: 1) contesti geografici, geomorfologici e storici del territorio di Montefortino d’Arcevia e della valle del fiume Misa 26 ; 2) storia del ritrovamento, degli scavi e del destino degli oggetti, e una rassegna della storia degli studi fino ai giorni nostri; 3) catalogo delle tombe, analisi critica, descrizione degli oggetti; 4) studi sulle diverse categorie di arredi (effetti personali e ornamenti, armi, celebrazione del banchetto e del simposio); 5) riflessioni sull’organizzazione generale della necropoli e sulla cronologia dei corredi funerari. Quest’ultimo importante punto è da diversi decenni al centro di discussioni tra gli specialisti, in particolare per la bassa datazione dei più recenti complessi funerari. Il catalogo è integrato da disegni e fotografie di tutti gli oggetti conservati. Dati d’archivio, fonti testuali e documenti grafici completeranno utilmente questo lavoro.

La necropoli celtica di Serra Sant’Abbondio 27

20Tra il 2004 e il 2008 è stata rinvenuta una necropoli di cinquanta tombe in località Pian Santa Maria, nel comune di Serra Sant’Abbondio (PU), una decina di chilometri a ovest di Arcevia. Contemporanea di Montefortino d’Arcevia 28 , questa necropoli è di grande interesse per cogliere l’evoluzione di una comunità dell’entroterra senoniano con l’intreccio di elementi culturali umbro-piceni prima e celtici, etrusco-romani poi.

21 La scoperta di una tomba isolata rimanda a una sepoltura in età arcaica  29 , anche se questa è in realtà di una fase più recente, tra la metà del IV ° e l’inizio del III e  secolo aC. dC, poichè la maggior parte del corredo funerario risale al VI piceno della sequenza proposta da D. Lollini 30 . Una stele, rinvenuta in posizione secondaria, documenta l’arrivo di un individuo di origine etrusca che adottò l’alfabeto latino, nel III  secolo a.C. dC, forse poco dopo la battaglia di Sentinum. Inoltre sono presenti sei tombe “a cappuccina”, più o meno gravemente danneggiate. La distribuzione delle sepolture mostra tre concentrazioni principali.

22L’identificazione sessuale di individui si basa sull’analisi del corredo con una predominanza delle armi per l’uomo. Gli oggetti di ornamento (collane con perle di vetro e ambra pendenti) e gli utensili per la tessitura (foglie mandrino) sono caratteristici invece delle donne.  31 . Il resto dell’arredo, relativamente modesto rispetto alle ricche collezioni di Montefortino e Filottrano, è costituito da vasi ceramici (fino a una ventina di vasi) (fig. 4) di produzione locale o importata (ceramiche fini a vernice grigia o nera, in coppe e kylix particolaridelle serie Morel F2536b e F4115). Non ci sono né vasi greci, né vasi dipinti, e ancor meno vasi di metallo. Ampiamente distribuite tra il Centro ed il Nord Italia, queste forme laccate nere hanno molto successo sia sul versante tirrenico che adriatico. In Etruria Padana, in Romagna e Marche, che sono una parte essenziale del simposio del servizio nelle tombe galliche della fine del IV ° e la prima metà del III °  secolo aC. Il servizio dei vasi comprende generalmente un contenitore più grande ( olla o skyphos), e più raramente un’anfora di tipo greco-italico (tombe 44 e 47). Queste ultime, e forse alcune delle ceramiche grigie, provengono probabilmente dai centri adriatici, mentre è più probabile che le forme a vernice nera siano state instradate direttamente attraverso le reti etrusche che attraversavano l’Appennino.

Fico.  4 - Necropoli di Serra Sant'Abbondio "Pian Santa Maria", tomba a fossa.

Fico. 4 – Necropoli di Serra Sant’Abbondio “Pian Santa Maria”, tomba a fossa.Ingrandire

Su concessione del Mibact- Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle Marche.

23Le armi sono presenti in 15 delle 52 sepolture riesumate 32 . Se la maggior parte degli individui è munita di lancia semplice, cinque si distinguono per la presenza di una spada dritta con fodero metallico di tradizione celtica (fig. 5). Molto spesso rimangono solo pochi anelli dalla cintura. Non si hanno invece prove di armamento difensivo, a differenza dei guerrieri di Montefortino. Le braccia, spesso deformate, erano poste o alla testa del defunto o vicino agli arti inferiori. Le spade appartengono alla tradizione delle armi dell’antica La Tène.

Fico.  5 - Necropoli di Serra Sant'Abbondio.  A, panoplia della tomba 47: 1. Spada latiniana;  2. Fodero per spada in ferro con decorazione in bronzo e corallo;  3. Punta di diamante;  4. Ferro da giavellotto.  B, mobile in ferro dalla tomba 14: 1. Punta di lancia;  2. Coppia di forze;  3. Rasoio (¼ a grandezza naturale).

Fico. 5 – Necropoli di Serra Sant’Abbondio. A, panoplia della tomba 47: 1. Spada latiniana; 2. Fodero per spada in ferro con decorazione in bronzo e corallo; 3. Punta di diamante; 4. Ferro da giavellotto. B, mobile in ferro dalla tomba 14: 1. Punta di lancia; 2. Coppia di forze; 3. Rasoio (¼ a grandezza naturale).Ingrandire

Disegni Th. Lejars.

24Collane di perle di vetro (con ocelli o a forma di anfora), con pendenti in ambra o in osso, o con bulla in bronzo, caratterizzano le parure femminili, mentre bracciali e anelli, in bronzo o argento, con o senza gattino , sono indossati indifferentemente da uomini e donne.

25La tomba 14, un ultimo di questo insieme, è databile alla avanzata 

fase III °  secolo aC. ; scoperta con una punta di lancia, un paio di forche associate a un rasoio e diverse coppe di vernice nera (fig. 6). Le forche, attestate dall’inizio del III  secolo a.C. dC, sono generalmente associati a gruppi funerari celtici nei territori boici e dell’Adriatico centrale 33 . La vetrina in ceramica della tomba 14 riflette le trasformazioni avvenute dopo la Battaglia di Sentinum e il processo di progressiva romanizzazione delle popolazioni locali (come sembrano attestare la continuità della necropoli in epoca romana e l’epigrafia funeraria), nel territorio del Ager Gallicus,in seguito all’arrivo di gruppi di origine tirrenica. La stele etrusca latinizzato G (AIO) Tusno , che si trova nella necropoli, è una testimonianza eccezionale del processo di romanizzazione del territorio Umbro-picéno durante la prima metà del III °  secolo aC. Mentre l’uso di iscrizioni funerarie per commemorare il defunto è una pratica molto diffusa nel territorio etrusco, le Marche non conoscono testimonianze funerarie per questo periodo, ma solo iscrizioni sacre.

Fico.  6 - Necropoli di Serra Sant'Abbondio.  A, Arredi in ceramica e suppellettili 33. B, Anfora dalla tomba 47. C, Arredi e suppellettili in ceramica 28 (A e C: 1/3 della grandezza naturale; B: ¼ della grandezza naturale) .

Fico. 6 – Necropoli di Serra Sant’Abbondio. A, Corredi in ceramica e suppellettili 33. B, Anfora dalla tomba 47. C, Arredi e suppellettili in ceramica 28 (A e C: 1/3 della grandezza naturale; B: ¼ della grandezza naturale) .Ingrandire

Disegni C. Tavolini.

26 Il corredo delle tombe più tarde suggerisce la convivenza, all’interno di questa comunità mista, di Celti, Etruschi e Romani, in strutture commerciali o addirittura per la proprietà di terreni, fino alla loro fusione nella nuova organizzazione sociale unitaria sotto gli auspici della cultura romana.

Segni di una presenza celtica nell’Italia centrale: inventario e documentazione dei monili  celtici

27Testimonianze archeologiche di una presenza celtica nel Lazio 34

28Se la presenza di Celti o  Celtofoni a Roma e più in generale nel Lazio è un fatto provato dall’antica tradizione storica, l’onomastica e l’epigrafia, indizi materiali del loro passaggio, rimangono relativamente discreti. Tale indagine trova dunque origine nel ritrovamento di una spada rinvenuta nel 1965 nel santuario di Giunone a Gabies (fig. 7). Non solo ha arricchito il primato della tradizione celtica dei reperti rinvenuti nel Lazio (armi e fibule V e III e secoli aC d.C. da una dozzina di siti), ma ci ha anche permesso di interrogarci sul significato di questi testimoni dell’attività degli eserciti celtici che in questo periodo hanno attraversato il centro e il sud della penisola. Tuttavia, ci si può chiedere fino a che punto questi oggetti siano o meno segni di una presenza celtica. L’iscrizione damascata della spada del santuario di Fondo Decima a San Vittore, nel sud del Lazio, consegna un documento eccezionale che indica molto chiaramente l’origine osca dell’armaiolo, Tr (ebios) • Pomponio (s) C., e da localizzare a Roma il luogo dove esercitò la sua professione ([ m ] e • fecet • Roma [ i ]) 35. Questa spada quindi molto probabilmente non era destinata ad equipaggiare un Gallico. Tanto meno sorprenderà che l’armamento lateniano abbia conosciuto nella penisola italiana, in particolare nei territori sabellici 36 , una diffusione che supera largamente il quadro geografico assegnato alle popolazioni celtiche.

Fico.  7 - La spada latiniana dal Santuario di Giunone a Gabies, Lazio.

Fico. 7 – La spada latiniana dal Santuario di Giunone a Gabies, Lazio.Ingrandire

Foto fotografica © R. Bernadette.

29Il successo della spada Tène, l’arma iconica dei Celti, dal popolo etrusco e italico al IV ° e III °  secolo a.C. AD è innegabile. Come nel sud della Gallia, non esiste un’alternativa nota per questo periodo in termini di armi. Così come i Boi ed i Senoni seppero integrare una serie di usi greci ed etruschi per il servizio da tavola, per la toeletta o per la gioielleria, è comprensibile che questa spada fosse molto apprezzata dalle popolazioni vicine. Il successo della spada lateniana continuò fino al gladius Hispaniensis , arma morfologicamente vicina alla spada lateniana ma che da essa differiva, secondo gli autori antichi, per la qualità del suo acciaio e per la sua punta acuminata, s’ realizzata tra la fine del III e e l’inizio di II ° secolo aC dC, quando i Celti, definitivamente sottomessi, persero ogni influenza politica. Questo studio ha dimostrato che gli oggetti di artigianato latiniano non sono necessariamente prodotti dell’industria gallica destinati ad equipaggiare o adornare i Galli.

Una comunità celtica nel umbra Todi al III ° e II TH  secolo aC. 37 d.C

30 A Todi vi sono dati inediti o poco conosciuti nell’antica documentazione che meritano la nostra attenzione. Il punto di partenza di questa indagine è stato il ritrovamento di due contesti funerari contenenti spade latine riesumate nel XIX secolo. secolo, e il bilingue in lingua gallica e latina conservata nel Museo Gregoriano Etrusco in Vaticano. Questo esempio è sembrato interessante per illustrare la questione dell’integrazione di individui o gruppi di individui in una comunità umbra già fortemente etrusca. Questo dossier ci permette di interrogarci sul significato di questi oggetti, testimoni aneddotici di eventi amplificati dalla tradizione o addirittura indizi di contatti più stretti, la cui natura resta da definire. Se l’iscrizione bilingue, nota da lungo tempo (1839), è stata oggetto di moltissimi studi, nessuno ha finora proposto di contestualizzarla ed esaminarla alla luce di altri fatti materiali noti 38 .

31Il contesto delle tombe dei guerrieri di Todi, armati di spade latine, è indubbiamente legato alla tradizione locale, con arredi di forte facies etrusca. Questa situazione non è molto diversa da quella che caratterizza i gruppi celtici dell’Appennino (come a Monte Bibele tra i Boiani oa Montefortino tra i Senoni). Sembra infatti che il gabinetto ceramico e di porcellane metalliche delle necropoli celtiche sia essenzialmente legato alla tradizione etrusco-italica, quando non si tratta semplicemente di vasi prodotti direttamente in Etruria.

32Se la natura celtica dei guerrieri di Todi risulta essere molto discutibile, o quantomeno incerta, non possiamo che constatare la loro appartenenza a un tipo di guerriero che si riconosce umbro nel rito funebre, etrusco nella celebrazione del banchetto e dei giochi , e celtico nei costumi della guerra. In questo i guerrieri di Todi non differiscono dai loro simili sepolti a Monte Bibele, Monterenzio Vecchia, Montefortino, Filottrano o Moscano di Fabriano.

33La famosa iscrizione bilingue latina e celtica di Todi ( RIG E-5 = CIL I 2 , 2103 = CIL  XI, 4687; cfr. fig. 8) pone difficoltà di interpretazione simili a quelle implicate da sporadici ritrovamenti di oggetti. le zone. Ma una grande differenza si oppone a queste due serie di documenti: l’iscrizione si riferisce inequivocabilmente a parlanti di una lingua celtica, presenti nel territorio della città umbra di Todi. La domanda è come capire la loro presenza: chi è migrato, quando e in quale contesto sociale e linguistico?

Fico.  8 - L'iscrizione bilingue, latina e celtica di Todi.

Fico. 8 – L’iscrizione bilingue, latina e celtica di Todi.Ingrandire

Secondo Les Celtes 1991, 53.

34Le informazioni disponibili indicano che la cosiddetta Todi bilingue non proviene dalla città stessa, né dai suoi immediati dintorni, ma da un luogo situato nel territorio della città, lungo la uia Flaminia . La famiglia celtica che lo fece incidere visse in relazione alla strada. Si tratta probabilmente di commercianti o artigiani la cui attività era direttamente collegata al traffico stradale. Il pubblico dell’iscrizione bilingue, e in particolare quello cui si rivolge il testo latino, erano quindi principalmente i viaggiatori che andavano e venivano sul grande asse che collegava Roma a Rimini e alla Cisalpina. Analisi linguistica (ad esempio il lessema verbale karnitu) tradisce anche una forte correlazione con un gruppo di epigrafi novaresi, nel Piemonte orientale, databili intorno alla seconda metà e ai primi anni del secolo successivo (San Bernardino di Briona, Cureggio e Gozzano). Nonostante la Valle del Tevere fosse un importante asse di traffico, il contesto e la data dell’iscrizione purtroppo non consentono di stabilire un chiaro legame con i guerrieri sepolti quasi un secolo prima.

Gli elmi celtici di Montefortino (Museo Archeologico Ancona, Marche, Italia): tomografia e restauro 39

35La necropoli di Montefortino (IV e -III °  secolo aC.) 40 è famosa per il gran numero di caschi scoperti, 17 in totale, 5 di bronzo. La maggior parte dei guerrieri ne era dotata. Questa serie, pubblicata nel 1901, ha dato il nome ad una forma di elmo subconico con bottone e copriguancia.

36Delle 8 copie in ferro conservate, 4 apparivano a priori intatte quando il loro studio è stato intrapreso. Le condizioni di scavo, acquisto e recupero degli oggetti, i loro successivi spostamenti e le stravaganze della seconda guerra mondiale (il deposito fu bombardato nel 1944) spiegano perché molti di questi oggetti oggi non sono più conosciuti se non attraverso avvisi e disegni dell’epoca della scoperta. Negli anni del dopoguerra, un’attiva politica di restauro condotta dalla Soprintendenza Archeologica delle Marche ha permesso di preservare ciò che era stato risparmiato, ma spesso a costo di sorprendenti manipolazioni. Il loro aspetto corroso e incrostato tradiva talvolta numerose lacune e integrazioni mascherate da antichi restauri.


Il previo ricorso a tecniche di imaging, come la radiografia a raggi X e la tomografia a raggi X, ha permesso di determinare lo stato di conservazione degli oggetti, di valutare l’entità delle vecchie otturazioni (fig. 9-10) 41 , di orientare maggiormente proprio la scelta dell’intervento ed infine interrogarsi, viste le parti originarie conservate, sulla fattibilità di un decadimento.

38La tomografia facilita notevolmente la lettura dell’oggetto e permette di identificare e localizzare con precisione i vari materiali presenti. È stato così dimostrato che uno dei caschi in esposizione aveva subito in passato un importante refitting. In assenza di punti di contatto significativi tra i vari frammenti si è ritenuto preferibile lasciarlo così com’era. In questo caso, lo studio archeologico si basa interamente sull’analisi delle immagini estratte dalla tomografia.

Fico.  9 - L'elmo di Montefortino (caduta 4/5).  Casco così com'è (vecchio restauro): a.  fotografia;  B.  Radiografia a raggi X (F. Milazzo, SABAP), 3 e 4;  cd.Tomografia X (Tech Eurolab srl., Modena).

Fico. 9 – L’elmo di Montefortino (caduta 4/5). Casco così com’è (vecchio restauro): a. fotografia; B. Radiografia a raggi X (F. Milazzo, SABAP), 3 e 4; cd.Tomografia X (Tech Eurolab srl., Modena).Ingrandire

a, immagine fotografica © R. Bernardetto; b, Radiografie, F. Milazzo (SABAP); c e d, Tomografia Rx, Laboratorio Tech Eurolab srl, Modena.

Fico.  10 - Tomografia a raggi X dell'elmo della tomba 4/5 di Montefortino.  Casco così com'è (vecchio restauro).

Fico. 10 – Tomografia a raggi X dell’elmo della tomba 4/5 di Montefortino. Casco così com’è (vecchio restauro).Ingrandire

Tomografia Rx, Laboratorio Tech Eurolab srl, Modena.

39Tre dei quattro elmi in ferro meglio conservati sono stati completamente restaurati 42 . I restauri intrapresi miravano non solo a restituirne l’aspetto originario, ma anche a mettere in luce i segni della manifattura e le tracce delle decorazioni (decorazione a smalto delle teste dei rivetti, decorazioni a rilievo, ecc.). Lo studio è stato completato da rilievi fotografici di RTI 43 e modellazione 3D 44 delle sagome restaurate. Questi nuovi dati, che vanno ad arricchire l’archivio degli elmi in ferro celto-italici delle necropoli boieane di Monte Bibele (cinque esemplari) e Monterenzio Vecchio (quattro esemplari), sono stati sintetizzati per la pubblicazione della necropoli di Montefortino.

40Non a caso, le varie azioni sostenute dal programma CAECINA presentano una relativa eterogeneità in termini di cronologia, aree geografiche e temi affrontati. Riguardano periodi sia precedenti che successivi alle migrazioni della fine del V secolo. secolo aC d.C., e se riguardano talvolta il mondo domestico e produttivo, è sugli studi funerari e mobiliari che si concentrano molte opere (l’artigianato del bronzo golasecchien, le armi, le monete, l’epigrafia ma anche l’analisi delle forme di autorappresentazione attraverso la scelta di oggetti e immagini depositati nelle tombe). Al di là delle differenze di approccio, si tratta infatti di un saggio di riflessione globale sui processi di contatto e commistione culturale tra le varie componenti sociali, celtica, etrusca e italica, che in questo spazio si scambiano, convivono e si confrontano. .Inizio pagina

NOTE

  • 1 Le popolazioni della prima età del ferro si insediarono nella fascia nord-occidentale della pianura padana, cara (…)
  • 2 Vitali 2003.
  • 3 Brizio 1901; cfr infra , e il contributo di P. Piana Agostinetti e M. Landolfi, qui.
  • 4 Peyre 1994, parla di incursioni negoziate limitate nel tempo.
  • 5 Colonna 2017. L’onomastica propone l’integrazione dei celtofoni nella società etrusca dell’epoca (…)
  • 6 élite renani Se i prodotti etruschi sono stati molto apprezzati VI th e V °  secolo aC. d.C., (…)
  • 7 Sordi 1960, p. 154-156; Peyre 1979, p. 17.
  • 8 Peyre 1979; Kruta 1988; Tori 2006
  • 9 Vitali 1998; Sassatelli 2003; Vitali – Kaenel 2000; Colonna 1993.
  • 10 Vedi anche la grande tomba di Castiglione delle Stiviere, a nord del Po: De Marinis 1997.
  • 11 Piana Agostinetti 2004; Morandi 2004. Vedi anche Peyre 1979; Kruta 1988; Grassi 1991; Krut (…)
  • 12 Piana Agostinetti 2017a; Vitali et al. 2014. Da completare con gli atti di vari convegni precedenti (…)

13Epigrafia e linguistica, o anche testimonianze materiali di una presenza celtica negli Etruri (…)

  • 14 Studio realizzato da V. Cicolani, G. Berruto ed E. Diana.
  • 15 Cfr., infra , il contributo di V. Cicolani. È stata instaurata una partnership con l’Arc (…)

16  17 Cicolani – Berruto 2015.

18 Studio realizzato da V. Cicolani, G. Berruto, E. Diana, R. Macellari e Ch. Lorre.

19 Cicolani 2019. Studio sull’organizzazione artigianale e sociale del sito, in corso di pubblicazione.

20 Studio realizzato da S. Verger e L. Papi ; si veda infra , il contributo di L. Papi.

21 Frutteto 2014

22 Lejar 2017; Piana Agostinetti, in corso di stampa.

  • 27 Studio realizzato da M. Cruciani, Th. Lejars, MG Cerquetti, F. Milazzo, V. Belfiore, R. Bernadet.
  • 28 Cerquetti 20 12; Cruciani et al. in stampa.
  • 29 Baldelli 2008, p. 249.
  • 30 Lollini 1976, p. 157; Lollini 1979, p. 55.
  • 31 Resta da effettuare l’analisi antropologica dei resti ossei, mal e non completamente conservati
  • 32 Radiografia di F. Milazzo; restauro di oggetti in ferro di R. Bernadet.
  • 33 Vitali 1992 e 2003.
  • 35 Nicosia et al. 2012; Poccetti 2012.
  • 36 Tagliamonte 2008; D’Ercole – Martellone – Cesana 2016
  • 37 Studio realizzato da E. Dupraz e Th. Lejars.
  • 38 Infine, Poccetti 2015.
  • 39 Studio realizzato da Th. Lejars e R. Bernardet, con la collaborazione di F. Milazzo.
  • 40 Cfr., infra , il contributo di M. Landolfi e P. Piana Agostinetti. Lo studio degli elmi di Montef (…)
  • 42 Renaud Bernadet, curatore-restauratore, Modena.
  • 43 Reflectance Transformation Imaging (RTI) è una tecnica di fotografia computazionale che cattura (…)
  • 44 Prodotto da B. Houal, nell’ambito del programma PSL “Celtes 3D”.
  • 11 Piana Agostinetti 2004; Morandi 2004. Vedi anche Peyre 1979; Kruta 1988; Grassi 1991; Krut (…)
  • 12 Piana Agostinetti 2017a; Vitali et al. 2014. Da completare con gli atti di vari convegni precedenti (…)

DNA ETRUSCO SIMILE A QUELLO DEGLI ITALICI

Si trattava di un popolo autoctono e non veniva da Oriente. La conclusione di uno studio coordinato dalle Università di Firenze, Jena e Tubinga su Science Advances

Area di diffusione degli etruschi


La civiltà etrusca, fiorita durante l’età del ferro nell’Italia centrale, ha incuriosito gli studiosi per millenni. Gli Etruschi si distinguevano dai loro vicini contemporanei per le notevoli abilità metallurgiche e per l’uso di una lingua non indoeuropea ormai estinta. E il dibattito sulle loro origini è stato intenso e ha coinvolto storici illustri già dai tempi del greco Erodoto. Ora, un nuovo studio su “Science Advances” coordinato dalle Università di Firenze, Jena e Tubinga che ha coinvolto ricercatori provenienti da Italia (oltre all’Ateneo fiorentino, Università di Siena, Università di Ferrara, Museo della Civiltà di Roma), Germania, Stati Uniti, Danimarca e Regno Unito, fa luce sull’origine e sull’eredità degli Etruschi grazie all’analisi sul genoma di 82 individui dell’Italia centrale e meridionale, vissuti tra l’800 a.C. e il 1000 d.C..

I risultati confermano che gli Etruschi, nonostante le loro espressioni culturali uniche, erano strettamente imparentati con i loro vicini italici e rivelano importanti trasformazioni genetiche associate a successivi eventi storici. (The origin and legacy of the Etruscans through a 2000-year archeogenomic time transect – DOI: 10.1126/sciadv.abi7673)

Un fenomeno intrigante

Sebbene gli archeologi ritengano che gli Etruschi abbiano avuto un’origine locale ed alcune ricerche su DNA antico, in passato, abbiano anche suffragato questa ipotesi solo con questo studio avendo indagato per la prima volta genomi completi si sono potute dare risposte definitive sull’origine di questa popolazione.

L’attuale studio mette insieme informazioni genomiche su un arco temporale di quasi 2000 anni, in relazione a dodici siti archeologici, e fa luce su questo mistero. Evidenzia infatti che non ci sono prove genetiche di un recente movimento di popolazioni dall’Anatolia. La ricerca dimostra che gli Etruschi condividono il profilo genetico dei Latini della vicina Roma e che gran parte del loro genoma deriva da antenati provenienti ?dalla steppa Eurasiatica durante l’età del bronzo. Considerando che i gruppi legati alla steppa furono probabilmente responsabili della diffusione delle lingue indoeuropee, ora parlate in tutto il mondo da milioni di persone, la persistenza di una lingua etrusca non indoeuropea in Etruria è un fenomeno intrigante e ancora inspiegabile che richiederà un’ulteriore indagine archeologica, storica, linguistica e genetica.

“Questa persistenza linguistica, combinata con un ricambio genetico, sfida la tesi che i geni siano uguali alle lingue – afferma David Caramelli, docente di Antropologia all’Università di Firenze – e suggerisce uno scenario più complesso che potrebbe aver coinvolto l’assimilazione dei primi popoli italici da parte della comunità linguistica etrusca, forse durante un periodo prolungato di

Periodi di cambiamento

A cavallo tra l’età del ferro e il periodo di Roma repubblicana, il patrimonio genetico etrusco è rimasto lo stesso per almeno 800 anni. Lo studio rileva, tuttavia, che durante il successivo periodo imperiale romano, l’Italia centrale ha subito un cambiamento genetico su larga scala, derivante dalla commistione con le popolazioni del Mediterraneo orientale, che probabilmente includevano schiavi e soldati trasferiti attraverso l’Impero Romano.

Guardando al più recente Alto Medioevo, i ricercatori hanno invece identificato antenati dell’Europa settentrionale che si sono diffusi in tutta la penisola italiana in seguito al crollo dell’Impero Romano d’Occidente. Questi risultati suggeriscono che i migranti germanici, compresi individui associati al Regno Longobardo di nuova costituzione, potrebbero aver lasciato un impatto rintracciabile sul paesaggio genetico dell’Italia centrale.

Nelle regioni della Toscana, del Lazio e della Basilicata c’è continuità nel patrimonio genetico della popolazione tra l’Alto Medioevo e oggi. Questo dato lascia intendere che il principale pool genetico delle persone attuali dell’Italia centrale e meridionale si sia in gran parte formato almeno 1000 anni fa. Sebbene sia necessario ottenere ulteriori dati di DNA antico da tutta Italia per supportare questa ipotesi, i cambiamenti di discendenza in Toscana e nel Lazio settentrionale simili a quelli riportati per la città di Roma e i suoi dintorni suggeriscono che gli eventi storici durante il primo millennio d.C. abbiano avuto un impatto importante sulle trasformazioni genetiche in gran parte della penisola italiana.

24/09/2021 20.09
Università di Firenze

Da Met.provincia.fi.it