SARSINA ROMANA

Prendiamo lo spunto di un articolo comparso su archeologia viva di questo mese per parlare dell SARSINA ROMANA .
Sarsina, le Giornate Europee del Patrimonio al Museo archeologico ...
Siamo in Provincia di Forlì-Cesena, in un piccolo paesino di circa tre mila abitanti adagiato nella Valle del fiume Savio sull’Appennino Tosco-Romagnolo. Non molto distante si trovano le sorgenti di “un fiume sacro ai destini di Roma”, il Tevere, e proprio qui, più di duemila anni fa, nacque il celebre poeta e commediografo romano Tito Maccio Plauto.
Tra le Nuvole e il Deserto: Il Museo Archeologico di Sarsina
Questa cittadina di montagna ai più è sconosciuta ma dopo tutti questi indizi, soprattutto per coloro che al Liceo hanno studiato Lingua e Letteratura Latina, un nome dovrebbe incominciare a risultare familiare ed ad evocare dei vaghi ricordi.
Ebbene stiamo parlando di Sarsina: in epoca romana fu un centro fiorente e prospero per via della sua strategica ubicazione, abbastanza vicino al Porto di Ravenna e situata lungo una delle tante strade che conducevano al centro dell’Impero. Il tempo e la storia sono stati generosi con quest’abitato, infatti sono sopravvissuti numerosi e importanti manufatti risalenti all’età dell’Antica Roma.

Molti di questi sono esposti nel Museo Archeologico Nazionale, il cui primo nucleo nacque nel 1890 ad opera dell’archeologo Antonio Santarelli, si trattava soltanto di una piccola collezione di antiche iscrizioni romane ma decenni più tardi, tra il 1927 e il 1939, era destinata ad accrescere notevolmente la sua raccolta grazie alla sorprendente scoperta di una necropoli romana nella vicina località di Pian di Bezzo. Nel 1957 il Museo fu acquistato dallo Stato e negli ’80 lo si dovette ampliare per far fronte alla richiesta di maggior spazio espositivo.

La collezione, allestita su due piani di un edificio del centro storico nella frequentatissima Via Cesio Sabino, espone testimonianze quasi esclusivamente autoctone, che coprono un arco temporale che va dalla Preistoria fino all’Alto Medioevo ma il nucleo centrale e più interessante è composto dai reperti d’epoca romana.
Il percorso espositivo si apre con le prime sale in cui si possono osservare epigrafi funerarie e stele di pietra.
Proseguendo la visita si incontrano i grandi monumenti funerari rinvenuti negli scavi archeologici di Pian di Bezzo, tra di essi possiamo ammirare il Mausoleo di Verginius Paetus, risale al I secolo a.C. ed è di forma quasi cubica, un lato misura circa 3,5 metri, sulla facciata sono tutt’ora visibili il fregio dorico e gli ornamenti con insegne civili e militari, a testimonianza degli incarichi che il defunto ebbe in vita.

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Si continua con il Mausoleo di Rufus, risalente al I secolo a.C. ed alto complessivamente 13,3 metri, è composto alla base da una struttura cubica con i lati lunghi 4,6 metri, sopra, al centro, è posta un’edicola in cui è scolpita una finta porta (simbolo funerario che sta ad indicare l’accesso al mondo dei morti), inoltre si osservano quattro colonne corinzie che sorreggono un fregio che a sua volta regge una cuspide piramidale, pregevole è il particolare delle statue dei defunti avvolti in un panneggio collocate tra le colonne.

Molto suggestivo è anche il grande mosaico policromo, del III secolo d.C., comunemente detto del “Trionfo di Dionisio”; misura 8,9 per 6,3 metri ed apparteneva ad una domus costruita in Età Repubblicana ed ampliata più volte durante l’Età Imperiale, ornava la pavimentazione di un triclinium, nel tondo centrale è rappresentato appunto Dionisio su di un carro trainato da tigri, accompagnato da un giovane Satiro e dal Dio Pan.
Di non trascurabile interesse storico e artistico, nelle sale successive, si può ammirare un gruppo scultoreo del II secolo d.C. che attesta nella città romana di Sarsina il culto di divinità provenienti da Oriente; è costituito da sei statue, tra cui si distingue per le sua pregevole fattura la bellissima Statua di Attis, divinità della Frigia.
Per concludere, nelle sale al piano superiore, si possono osservare reperti e frammenti di materiali edilizi, corredi funerari, porzioni di sculture, statuette in bronzo, vasellami in ceramica e vetro che completano la visita permettendo di compiere una panoramica generale sulla vita quotidiana della Sarsina romana.

  • Statua di Attis, Sarsina. Fonte:
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Una percorso che può sicuramente proseguire anche per le strette vie del piccolo e ben curato centro storico che ha ancora conservato le tracce e il tipico impianto urbanistico del castrum romano. ( da artwave.it)



Stele funeraria di Titia Prima (a sinistra) e di Caesellius Diopanes (a destra)
Nel IV sec. a.C. popolazioni umbre presenti nella vallata del Savio già da due secoli diedero vita al primo insediamento stabile sull’area dell’odierna città. Risalgono alla seconda metà del IV sec. a.C. le tracce del nucleo urbano -adiacente all’attuale Piazza Plauto- costituito da modesti edifici in legno con annessi piccoli impianti artigianali. Dopo due impegnative campagne militari, Sarsina fu sottomessa dai Romani (266 a.C.) che comunque le garantirono una certa autonomia, conferendole lo status di civitas foederata (città alleata). A seguito di ciò nel 225 a.C., durante la guerra tra Galli e Romani, i Sassinates, unitamente agli Umbri, fornirono all’esercito romano 20.000 soldati. È in questo periodo che si colloca la nascita del grande commediografo e poeta Tito Maccio Plauto (254 a.C.).

Iscrizione di M. Caesellius

Nei decenni centrali del I sec.a.C. la città, ormai integrata nello stato romano come municipium, venne riorganizzata sul piano urbanistico ed architettonico e dotata di una solida cinta muraria.
Determinante per il suo assetto sociale ed economico è la presenza di liberti (schiavi affrancati), spesso di origine orientale, che diventati ceto imprenditoriale contribuiscono a rivitalizzare la città. A conferma della sua origine umbra in età augustea il municipio viene inserito nella circoscrizione amministrativa della Regio VI (Umbria) anziché nella Regio VIII (Emilia). In età imperiale e fino al III sec. d.C. Sarsina conobbe un notevole sviluppo, basato su una solida economia silvo-pastorale e sui rapporti commerciali instaurati con il porto di Ravenna.

Il volume d’affari raggiunto dalle varie attività è attestato dalla presenza, nei testi sepolcrali, di riferimenti alle corporazioni dei fabri (artigiani), centonari (fabbricanti di stoffe), dendrophori (carpentieri) e muliones (mulattieri).
Nel tardo III sec. d.C. Sarsina subì violente devastazioni -forse da parte di popolazioni barbariche- attestate dai segni evidenti di incendio riscontrati sui pavimenti musivi di alcune abitazioni; seguì un periodo di decadenza e stasi insediativa. Fra il III e il IV secolo ebbe il suo primo vescovo, Vicinio, poi divenuto il santo patrono della città. Ulteriori incursioni -forse dei Visigoti e degli Eruli- si datano al periodo compreso tra il 409 e il 470 mentre nel 757 fu soggetta all’Esarcato. Nel X secolo venne eretta la Cattedrale romanica che funse da nucleo attorno al quale continuò a gravitare la città.( da archeologiabologna.it)

Il monumento funebre di Obulacco
Museo Archeologico Nazionale | Romagna Toscana turismo
Epifania al Museo di Sarsina, città natale di Plauto
Il monumento di Obulacco dalla scoperta ad oggi. Mostra
Dalla strada al Museo: un percorso di storia tra natura, monumenti ...

Mosaico cosiddetto di “Ercole ebbro” (II sec. d.C.)
e ricostruzione della stanza da pranzo (triclinium) della domus di via Finamore

Clicca sull'immagine per ingrandirla!Nella sala E, situata al primo piano del museo, sono esposti i numerosi reperti recuperati nel 1988 durante uno scavo archeologico effettuato presso l’incrocio tra le vie Roma e Finamore. Le strutture riportate in luce appartenevano ad una casa (domus) di buon livello residenziale, situata nell’isolato che si estendeva al centro della città romana, a occidente del foro.
L’abitazione, della quale si sono scoperti tre ambienti, fu edificata nella prima metà del I sec. a.C. (età repubblicana) e ristrutturata verso la fine del II sec. d.C. Nella seconda metà del III sec. d.C. un incendio provocò la distruzione e il crollo degli alzati ma consentì al tempo stesso la conservazione, sotto le macerie, di gran parte delle pavimentazioni e delle suppellettili domestiche.
All’angolo della sala è ricomposto il mosaico che, in occasione della ristrutturazione effettuata alla fine del II sec. d.C., rinnovò la pavimentazione di una piccola sala da pranzo (triclinium). Sulla soglia in bianco-nero è rappresentato un tritone trainato da un ippocampo e accompagnato da un delfino; nel quadro centrale, una figurazione policroma con Ercole ebbro e barcollante sorretto da un Satiro è circondata da pannelli raffiguranti altri esseri marini e, agli angoli, le teste delle quattro stagioni.
La planimetria delle case private romane non aveva uno schema fisso ma costante era la presenza di alcune stanze, legata anche alla funzione simbolica dei vari ambienti. Il triclinio era sicuramente uno di questi: nella sua funzione di sala da pranzo, prende il nome dal triplice letto sul quale, secondo la moda greca, si sdraiavano i convitati, disposto attorno ad una mensa dove venivano servite le pietanze.
La presenza di questo ambiente adibito esclusivamente allo scopo conviviale si riscontra solo a partire dal I sec.a.C. poiché nel primo periodo repubblicano la famiglia romana mangiava nell’atrio, ambiente principale della domus. Il dominus mangiava sdraiato, le donne e i bambini seduti e gli schiavi stavano ai piedi del letto.
Il triclinio solitamente era situato nella parte interna della casa e, tramite una grande porta, si affacciava sul peristilio o sul giardino consentendo ai convitati di godere della vista esterna. In epoca più antica i letti erano in muratura ed erano disposti e saldati attorno alle tre pareti prive di porta. Al centro, fissa e quasi incastrata tra i letti, era situata la mensa cioè il piano d’appoggio per le vivande, anch’essa in muratura e di forma rettangolare.
I letti triclinari erano coperti da materasso e muniti di cuscini e su di essi stavano semisdraiati i convitati, appoggiati sul braccio sinistro, mentre con la mano destra prendevano dalla mensa i cibi, serviti nei vassoi e già tagliati dai servi. Verso la seconda metà del I sec.a.C. i letti in muratura vennero sostituiti dai letti in legno od in metallo, variamente decorati mentre i primi rimasero in uso nelle stanze triclinari all’aperto. Al posto della mensa fissa si utilizzavano tavolini rotondi, a tre gambe, anch’essi in legno od in metallo, più agevoli rispetto al tavolo in muratura.
I letti triclinari sagomati e spesso muniti di sponde erano molto simili a quelli per dormire, anche se più lunghi in quanto destinati a servire a più persone. Quelli più sontuosi avevano decorazioni in bronzo o argento, applicate sul fianco che guardava il centro della stanza. Le stanze triclinari si identificano in base alle tipologie pavimentali: i mosaici, come quello esposto, presentano la parte centrale più decorata, corrispondente allo spazio della mensa, mentre le zone laterali, coperte dai letti, hanno motivi più semplici o sono prive di decorazioni.


Ricostruzione della stanza da pranzo (triclinium) della domus di via Finamore

Il progetto di revisione espositiva della Sala E ha come fulcro la ricostruzione della stanza da pranzo (triclinium) della domus di via Finamore, di cui era esposto, fin dal momento del ritrovamento avvenuto nel 1988, il pavimento a mosaico.


Sarsina (FC). Planimetria degli scavi di Via Finamore – Via Roma, proprietà Testi.
Al centro, la stanza triclinare oggetto del progetto di ricostruzione

Sulla base dei resti di affresco rinvenuti nello scavo sono state ricostruite le decorazioni parierali; la presenza della soglia in pietra ha permesso di riposizionare idealmente la porta d’ingresso. Sono stati riprodotti alcuni elementi di arredo – ispirandosi ad oggetti ed affreschi rinvenuti a Pompei – e ricollocati parte dei materiali che furono rinvenuti nella stanza durante lo scavo. Ad animare la scena sono state posizionate alcune figure femminili, tratte da affreschi pompeiani.

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Prima ipotesi ricostruttiva del triclinium della domus di via Finamore: l’esterno
(disegno di Maria Agnese Mignani, SBAER)

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Prima ipotesi ricostruttiva del triclinium della domus di via Finamore: l’interno
(disegno di Maria Agnese Mignani, SBAER)

Rispetto alla prima ipotesi, le archeologhe Chiara Guarnieri ed Elisa Brighi hanno poi apportato alcune modifiche.
Partendo dal pavimento originale, sono stati ricostruiti gli alzati, dipinti, nello zoccolo, con una decorazione grigia alternata a montanti rossi ad effetto marmorizzato, e nel campo centrale con un intreccio di racemi vegetali identico al lacerto originale, anch’esso posizionato in parete.

Dal lacerto originale con intreccio di racemi vegetali (a sinistra) alla ricostruzione della decorazione dell’intera parete (a destra)

All’esterno, rifacendosi ai dati dello scavo archeologico, sono state ricostruite due strutture pertinenti all’ambiente a meridione del triclinium: un lacerto del muro che in origine separava i due vani e una porzione del pavimento in opus signinum. Il muro è visibile anche in sezione per poter meglio apprezzare le tecniche edilizie di età romana.
L’interno è stato arredato con la riproduzione di due letti triclinari, un tavolino a tre gambe e un armadietto in legno ricostruiti sulla base di affreschi e mobili rinvenuti a Pompei e posizionati sulla scena in maniera non dissimile da come dovevano trovarsi in origine. Sono invece autentici la piccola mensola in marmo con il servizio da gioco e il vasellame da mensa, esposti così come furono rinvenuti nel corso dello scavo.
Ristrutturato verso la fine del II sec. d.C. e distrutto da un incendio nella seconda metà del III, il triclinium della domus di via Finamore ebbe vita breve. La ricostruzione, presentata in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2008, restituisce al pubblico di ogni latitudine la visione di uno spazio sociale per eccellenza, luogo di giochi, danze e convivi.
Il progetto di Gian Pasquale Petrarca è stato realizzato dallo studio sarsinate “Artemisia” di Tamara Bosi e Valentina Tonetti, sotto la direzione scientifica di Chiara Guarnieri, direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Sarsina, con la collaborazione di Elisa Brighi.
Fondamentale il contributo della Fondazione Susanna Torri di Mercato Saraceno a cui va il più sentito ringraziamento della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, del Comune di Sarsina e dell’intera cittadinanza sarsinate .
Il supporto grafico è stato del team della Soprintenedenza: Claudio Cocchi, Roberto Macrì, Maria Agnese Mignani e Vanna Politi.

Museo Archeologico Nazionale di Sarsina: AGGIORNATO 2020 - tutto ...

STATUARIA DI MEDIOLANUM AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI MILANO

Intanto quattro passi al museo archeologico di MILANO :

STATUARIA ROMANA DEL MUSEO ARCHEOLOGICO :

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Busto di Massimiano Erculeo
Statua di Ercole scoperta nel 1827 presso la chiesa di S. VITO forse proveniente dal frigidarium delle terme Erculee di via Europa. Ercole era anche la divinità tutelare del tetrarca Augusto Massimiano collega di Diocleziano. invictus ; La devozione dei mediolanensi per questa divinità è dimostrata anche dalle lapidi votive emerse nel tempio di Ercole a Lodivecchio, presso la riva dell’Adda: su nove dediche, ben sette erano di mediolanensi
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L’ERACLE DI MILANO
ERACLE A RIPOSO (credits Paola Maria Zaccaria)ERACLE A RIPOSO (credits Paola Maria Zaccaria)
La statua colossale di Eracle a riposo, della seconda metà del II d.C.,si trovava quasi sicuramente nelle terme erculee, volute in quella zona dall’imperatore Massimiano. Benché mutila, assomiglia molto all’Eracle Farnese, copia contemporanea da un originale greco scolpito da Lisippo nel IV a.C.: come questo, perciò, doveva essere appoggiata alla clava ricoperta dalla pelle del leone di Nemea, conquistata da Eracle nella prima fatica, e tenere nella destra i pomi delle Esperidi, frutto dell’ultima fatica. La foglia, che copre interamente le parti intime, è frutto del “pudore” ottocentesco.
LA MAESTRA ORTENSIA E CAIO VETTIO
MAESTRA ORTENSIA (credits Paola Maria Zaccaria)MAESTRA ORTENSIA (credits Paola Maria Zaccaria)
Molte sono le epigrafi conservate nei chiostri, soprattutto quello interno, del museo. Tra queste vi è quella della maestra Ortensia, che fece scrivere per la sua lapide:
Ortensia C(ai) l(iberta)
Obsecuens sibi [et …] (fecit)
Ortensia Obesquente era liberta di Caio, cioè schiava liberata. Vissuta nel I secolo d.C., esercitò la professione di maestra, come ci informano le immagini della sua stele funeraria, dove il suo ritratto la mostra con in mano un contenitore di calami e un frustino, lo stesso che brandisce più sotto per colpire un alunno negligente. I rilievi che adornano l’epigrafe e la scelta del prezioso marmo di Paro fanno pensare che la donna riuscì a raggiungere una buona posizione sociale.
Caio Vettio (credits Paola Maria Zaccaria)Caio Vettio (credits Paola Maria Zaccaria)
Un’altra iscrizione interessante è quella trovata nel 1818, presso la porta orientale, poi collocata sugli archi di Porta Nuova. Essa recita così:
C(aius) Vettius
Novelli f(ilius)
sibi et
Verginiae Lutae
matri et
Privat[a]e l(ibertae)
Adiutor[i] l(iberto)
Methe l(ibertae)
t(estamento) f(ieri) i(ussit)
Caio Vettio, titolare del monumento e contemporaneo di Ortensia, produceva e vendeva stoffe (sono anche qui le immagini dei rilievi a informarci della professione). Il suo ritratto, in alto alla stele, sovrasta quello delle altre persone citate nell’epigrafe: la madre e la liberta Privata a sinistra, poi il liberto Adiutore e la liberta Methe.
Queste due epigrafi insieme sono tra le tante trovate a Milano che ci danno informazioni sulle attività economiche della città nei primi secoli dell’era cristiana. Dai testi e dalle scene scolpite apprendiamo che i milanesi antichi erano negotiatores sagarii o vinarii (venditori di lana o vino), sagarii (lavoravano la lana), carpentarii (manutentori di vetture), peliciarii (pellettieri), centonarii (produttori di coperte con cui si spegnevano gli incendi, quindi anche pompieri), iumentarii (noleggiatori di animali da soma), repunctores (revisori dei conti). Allora, come ora, Milano era una città operosa!
Mosaico proveniente da S Giovanni in conca III SECOLO dC
Statua di Giove Giove, 
Ritrovamento: Nei pressi di Porta Giovia a S. Giovanni sul muro,
Venere
Ninfa III Sec d. C. proveniente da via Paolo da Cannobbio
Torso Maschile di Hermes I-II sec d. C.
Statua di Artemide. Secondo Mirabella Roberti forse si trovava nel palazzo imperiale
Afrodite con delfino
Museo Archeologico Milano

BUSTO FEMMINILE

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Girando per il museo con YouTube..

 

FOTO DAL LAPIDARIO: