UNA ALTRA NAVE SI AGGIUNGE A IULIA FELIX

I carabinieri del nucleo per la Tutela del patrimonio culturale di Udine hanno ritrovati i resti di un’imbarcazione di epoca romana mai censita prima. La scoperta è avvenuta nell’ambito del periodico controllo dei siti archeologici sommersi che i carabinieri Tpc svolgono sul territorio nazionale. Nello specifico i militari stavano effettuando il monitoraggio di un vasto specchio d’acqua compreso tra Grado (GO) e le Foci del Timavo, in collaborazione con il Centro Subacquei di Genova, la Soprintendenza di Trieste e l’Università di Udine.
In corrispondenza dell’isola gradese di Pampagnola sono stati rinvenuti i resti di un’imbarcazione di epoca romana mai rilevata in precedenza.

Il relitto si trova ad una profondità di circa 5 metri e risulta in maggior parte interrato, tuttavia dall’osservazione si è
potuto già appurare che è stato costruito con la tecnica detta a “mortasa-tenoni”. La porzione di scafo al momento visibile ha una lunghezza pari a metri 12,20, ma considerata la conformazione del legno esposto potrebbe risultare di estensione almeno doppia e larghezza stimata non inferiore a 8 metri.

L’attività è proseguita presso il Canale delle Mee di Grado, lo storico ingresso al porto fluviale di Aquileia, con il rinvenimento di
due anfore acefale tipo “Lamboglia 2” di 60 x 35 cm, risalenti al I secolo a.C., nonché di un collo di brocca ed uno di anfora risalenti al II-III secolo d.C. Il monitoraggio è quindi proseguito in corrispondenza dell’area del canale Locovaz e dei tre rami della foce del fiume Timavo, zona in corrispondenza della quale in epoca romana era stata edificata una importante villa, intesa come centro di produzione agricolo e ittico, con annesse thermae e assolvendo anche alla funzione di statio lungo la strada che collegava Aquileia a Tergeste e alla Dalmatia. Non è la prima volta che l’area di Grado restituisce relitti di imbarcazioni di età romana. Uno degli esempi più noti è la “Iulia Felix“,

( Da Avvenire)

IULIA FELIX

Iulia Felix è un’imbarcazione romana del II sec. d.C. naufragò nelle acque dell’Adriatico, a circa 6 miglia al largo dell’isola di Grado. Il suo nome antico non è conosciuto ma fu dato il nome di «Julia Felix» a questo relitto.
Fu ritrovata nel 1986 da Agostino Formentin, pescatore di Marano Lagunare, a 16 metri di profondità sui fondali marini. Il carico di anfore fu danneggiato nella parte più superficiale dai ramponi delle barche da pesca.
L’imbarcazione, lunga 18 e larga 5-6 metri, è stata rinvenuta intatta con il suo carico di 560 anfore.


Gli scavi furono condotti dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali Architettonici Archeologici Artistici e Storici del Friuli-Venezia Giulia, con il coordinamento del Servizio Tecnico per l’Archeologia Subacquea del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali.
Sono stati recuperati tre borrelli di varie misure, che allora come oggi servivano a giuntare le cime. Anche le bitte sono tre – due fisse e una mobile – di cui una è di particolare pregio in quanto raffigura l’effige intagliata di un busto femminile. Carrucole e pulegge servivano con ogni probabilità a manovrare il pennone della vela quadra dell’albero di maestra.
Vicino alla chiglia c’è un tubo di piombo largo almeno 7 cm e lungo 1,3 metri, che penetra lo scafo. Gli archeologi ritengono che sia stato possibile pompare acqua di mare per l’uso a bordo, presumibilmente per trasportare pesci vivi. Considerando la presenza di un acquario dietro l’albero della nave, che misura circa 3,5 x 1 m per una capacità di circa 7 metri cubi. Se mantenuto correttamente, potrebbe mantenere almeno 200 kg di pesci vivi come la spigola o l’orata.


«Gli storici credono che, prima dell’invenzione del congelatore, l’unica possibilità per il commercio del pesce fosse di salarla o di asciugarla; ora sappiamo che era anche possibile mantenerli in vita per una lunga distanza», spiega il ricercatore Carlo Beltrame, archeologo dell’Università Ca ’Foscari di Venezia. Plinio il Vecchio ha parlato del trasporto di pesci pappagallo dal Mar Nero alla costa di Napoli .
La nave di Grado costituisce un caso emblematico di commercio di redistribuzione e riutilizzo.
La nave trasportava un carico di alimenti (pesce in salamoia) e frammenti di vetro, forse destinati agli artigiani della vicina Aquileia. è stata trovata anche una botte piena di vetro in frantumi, destinato alla rifusione, pratica economicamente vantaggiosa poiché il vetro riciclato ha una minore temperatura di fusione e consuma quindi meno combustibile.
La nave conteneva entro più di 600 anfore in gran parte riutilizzate, provenienti da varie regioni del Mediterraneo: Egeo orientale, Tripolitania, Tunisia, Campania, Emilia Romagna, alto Adriatico.
Le anfore, giunte per varie vie e da posti diversi in un emporio, erano state svuotate del contenuto originario (vino egeo, olio tripolitano e tunisino, vino adriatico, ecc.) e immagazzinate per essere reimpiegate dal produttore della merce. Contenevano la salsa, il garum, com’è indicato nelle iscrizioni dipinte – vere e proprie etichette – sul collo dei contenitori.
A bordo sono stati ritrovati anche alcuni manufatti, tra i quali due teste bronzee di Poseidone e di Minerva.

Conservazione:
Il relitto della Iulia Felix, recuperata nel 1999, è in fase di restauro e di studio.
Per ospitare i resti della nave a Grado è stata avviata la realizzazione di un Museo di Archeologia subacquea, nella ex scuola Scaramuzza di Grado.
Per la mostra a Trieste, nel 2018, una sezione trasversale del bastimento fu realizzata dall’ERPAC, riproduzione storicamente fedele, con parte del carico originale.

Fontewww.marine-antique.net, 23 mar 2019

Vedi anche: La nave romana di Grado, P. Lopreato

Vedi anche: Le anfore del relitto di Grado ed il loro contenuto, Rita Auriemma

Vedi anche: Lo_studio_ricostruttivo_della_nave_romana di Grado

STAMPA SCHEDA IN PDF ]

Da archeocartafvg.it

VETRI ROMANI DELLA COLLEZIONE STRADA IN MOSTRA A VIGEVANO

Da Orobie.com

Raccoglie una selezione di 45 oggetti archeologici appartenenti alla collezione Strada. Formata da Antonio Strada (1904-1968) a partire da un nucleo di reperti rinvenuti nei terreni di famiglia già nel XIX secolo e arricchita anche con successivi acquisti da altre collezioni, raccoglie 269 pezzi appartenenti a un arco cronologico che si estende per oltre 18 secoli, dalla preistoria all’età longobarda, con particolare concentrazione di oggetti databili tra l’età della romanizzazione (II-I secolo avanti Cristo) e la prima epoca imperiale romana (I-II secolo dopo Cristo).

Oggetti in vetro di età romana

Il nucleo più prezioso è costituito dagli oggetti in vetro di età romana tra i quali spicca la splendida coppa firmata da Aristeas, databile al secondo quarto del I secolo dopo Cristo, un vero e proprio unicum per la qualità e l’eccezionale stato di conservazione.

Balsamario biansato in vetro soffiato blu, con anse bianche applicate, da Garlasco. Prima metà I secolo d.C.

Si tratta di un’anteprima, preludio all’esposizione dell’intera collezione che avverrà entro l’anno. Anteprima doverosa perché conclude, garantendo la fruizione pubblica, una azione di tutela da parte del ministero della Cultura che ha inizio nel 1999, quando la collezione fu dichiarata di eccezionale interesse.

Ricchezza eccezionale

Conservata nel castello di famiglia a Scaldasole, la collezione Strada era nota agli studiosi già a partire dagli anni Sessanta del Novecento, soprattutto per la ricchezza e la qualità del vasellame in vetro.

Brocca piriforme monoansata, in vetro soffiato color ambra con decorazione applicata a macchie bianche, da Scaldasole. Metà I secolo d.C.

Tuttavia l’importanza dell’insieme, la ricchezza in relazione al contesto lomellino, la qualità e l’eccezionalità di alcuni oggetti consigliavano l’acquisizione a favore di un museo pubblico, per garantirne una più ampia fruibilità, favorirne lo studio e diffonderne la conoscenza. Il ministero ha perciò deciso di avviare la procedura di esproprio per pubblica utilità con assegnazione al Museo archeologico nazionale della Lomellina.

La mostra è progettata dalla Direzione regionale Musei Lombardia, con a capo Emanuela Daffra, e dal Museo archeologico nazionale della Lomellina diretto da Stefania Bossi.

IL MUSEO ARCHEOLOGICO DELLA LOMELLINA DI VIGEVANO

La Collezione

Da Lombardia.cultura.gov.it

Il percorso si snoda nelle diverse sale in ordine cronologico. La sala I ospita la documentazione relativa all’età preistorica e protostorica. La seconda sala espone i corredi funerari di età romana (fine I secolo a.C. – II secolo d.C.). La terza sala espone oggetti relativi agli abitati e alla vita quotidiana, mentre la quarta raccoglie manufatti di epoca tardo antica e altomedioevale (III – VII secolo d.C.). L’ultima sala infine è adibita a mostre ed esposizioni temporanee.

Corredo maschile da Gambolò
Corredo di Gambalò
Vetri
Vetri romani
Tomba del guerriero
Tomba del guerriero di Valeggio
  • Corredo maschile da GambolòAll’interno dell’urna decorata coperta da una ciotola è stato rinvenuto un ricco corredo appartenente sicuramente a un personaggio d’alto rango, data la grande concentrazione di bronzi. Si tratta di oggetti decorativi tra cui spilloni fermavesti, anelli, frammenti di cintura (anelli e pendagli), armille e collari.
  • VetriNei corredi tombali (soprattutto femminili) di età romana sono stati rinvenuti diversi recipienti in vetro soffiato, prevalentemente databili al I secolo d.C. Di forma elegante e piacevoli nei colori, erano utilizzati per diversi scopi, sia come contenitori di cibi e liquidi che come boccette per profumi, unguenti e balsami.
  • Tomba del guerriero Il corredo di questa tomba, proveniente dalla necropoli di Valeggio, presenta elementi che caratterizzano il defunto come guerriero, tra cui una spada ancora racchiusa nel fodero, la punta di una lancia, i resti di uno scudo e un coltello. A questi si aggiungono: utensili da toeletta (rasoio e pinzette in bronzo), recipienti in ceramica grezza e una moneta in argento.
  • Statuetta del vignaiuolo .Queste statuette, realizzate a stampo e talvolta dipinte, compaiono nei corredi funerari della Lomellina, tra l’età lo augustea e la metà del I secolo d.C. Qui
Tesoretto di Antoniani dell’epoca di Gallieno

NUOVA ACQUISIZIONE.

Una nuova, prestigiosa, acquisizione per il Museo archeologico della Lomellina: si tratta dell’ara votiva di Manilius Iustus, concessa in deposito al museo e recentemente restaurata. L ‘ara in marmo di Candoglia rappresenta il sacrificio del celebrante Manilius Iustus di un toro agli antenati ( rappresentati nei tre busti). La datazione è del secondo venticinquennio del I sec d.C.

VIAGGIO NEL TEMPO ATTRAVERSO I MUSEI DELLA LOMBARDIA

Centottanta oggetti per ricostruire la storia della Lombardia dal Paleolitico ai primi del Novecento seguendo la Linea del Tempo. Immagini di reperti esposti nelle tredici sedi museali statali che fanno capo alla Direzione Regionale Musei Lombardia del Ministero della Cultura, diretta da Emanuela Daffra. Tra questi c’è anche la Cappella Espiatoria, luogo simbolo del regicidio, dove continuano i restauri e gli interventi di miglioria. Questo viaggio lungo migliaia di anni di storia e di arte è disponibile on line, del tutto gratuitamente, all’indirizzo

 www.timelinemuseilombardia.org.

Alle 180 immagini sono affiancate schede sintetiche che consentono interrogazioni multiple attraverso parole chiave. Si potranno così creare percorsi di conoscenza e itinerari fisici, accontentare curiosità, scoprire accostamenti impensati, immaginare percorsi di ricerca alternativi.

“Quella proposta nella Linea del Tempo – spiega Emanuela Daffra – è una rete dettata dal patrimonio dei “nostri” musei. Ci offre un filo conduttore preziosissimo per seguire e comprendere l’intera storia della regione. È un progetto che continuerà a crescere, fino ad abbracciare e rendere disponibile l’intero patrimonio affidato alla Direzione lombarda. I nostri siti consentono un viaggio nella storia dell’uomo e delle sue espressioni artistiche che prende avvio dalle incisioni rupestri della Valle Camonica”.

Una grafica intuitiva e contemporanea facilita la consultazione permettendo all’utente di accedere subito a un primo livello di informazioni importanti quali per esempio titolo, data, autore, periodo di appartenenza.

“Se il “viaggiatore nel tempo” desidera addentrarsi in un periodo specifico – precisa la direttrice – può utilizzare lo strumento “Time Zoom” e scoprire, per esempio, che Leonardo finì di realizzare l’Ultima Cena nell’anno in cui i francesi, sotto il comando di Gian Giacomo Trivulzio, conquistarono Milano e costrinsero Ludovico il Moro alla fuga”.

Uscendo dalla timeline, si accede alla pagina dedicata all’opera specifica con sette livelli di informazioni, che permettono all’utente di indagare l’oggetto sotto diversi aspetti e di inserirlo in un contesto di eventi salienti sia storici che culturali. All’interno della scheda si possono selezionare le parole chiave per partire in un viaggio di scoperta potenzialmente infinito. L’esplorazione non si limita soltanto a ripercorrere il tempo ma proietta l’utente nello spazio. Il sistema gestisce grandi volumi di informazioni in modo molto agile e comprensibile ed è concepito per accogliere progressivamente l’intero patrimonio dei tredici musei.

Da ilcittadinomb.it

Da il

LA COPPA DIATRETA TRIVULZIO

Il Museo Archeologico di Milano è un piccolo gioiello, conosciuto poco ma ricco di importanti reperti che spaziano dall’epoca etrusca a quella altomedievale. Nella sala dedicata all’epoca romana, insieme a busti e reperti provenienti da abitazioni private, in una vetrina illuminata da una luce proveniente dalla parete, spicca una piccola coppa in vetro: è la Coppa Trivulzio, il simbolo del Museo.

La coppa appartiene ad un gruppo di manufatti rari e di lusso prodotti all’interno di officine specializzate soprattutto in Germania, Italia Settentrionale, Illiria e in Oriente[1]. È uno dei migliori esemplari dei vasa diatreta: il vetraio fondeva o, più probabilmente, soffiava la forma grezza di vetro incolore o, a volte, colorato all’interno di uno stampo e poi intagliato. A lavoro ultimato l’intaglio appariva completamente staccato dal corpo del vaso, a cui era unito per mezzo di ponticelli[2].

Coppa DIATRETA museo archeologico di Milano

La coppa del Museo Archeologico di Milano è stata rinvenuta il 9 giugno 1675 nel territorio di Castellazzo Novarese (NO) e venduta, nel 1777 dall’antiquario Dardanoni, all’abate Carlo Trivulzio, importate collezionista milanese, a cui si deve il nome della coppa[3].

Fino alla seconda metà del secolo scorso, si credeva che la maggior parte di questi manufatti fossero stati prodotti intorno al III-IV sec. d.C. Il cambiamento di rotta avvenne a seguito di scavi condotti a Nimega (Olanda) e a Begrām (Afghanistan): vennero alla luce due bicchieri lavorati «a giorno» messi in relazione ad oggetti datati a circa il I sec. d.C.

L’anno successivo, consapevole dell’importanza dell’oggetto, l’abate scrisse le Osservazioni di Carlo Trivulzio Patricio Milanese intorno un’antica tazza di vetro: manoscritto in cui descrive la coppa, le notizie riguardo la scoperta e i vari passaggi di proprietà. La diatreta divenne sempre più famosa perché venne inserita in una delle note all’edizione milanese (1779) della Storia delle arti del disegno presso gli antichi di Winckelmann[4].

Fig. 2. Coppa Trivulzio (Ph. Chiara Romano)

La diatreta (fig. 2), acquistata dal Comune di Milano nel 1935, è in vetro incolore, verde smeraldo, nocciola e azzurro ed è ornata da una rete di cerchi tangenti; i punti di contatto sono decorati con motivo a croce. Al di sotto dell’orlo, in una fascia non interessata dalla rete, corre l’iscrizione BIBE VIVAS MVLTIS ANNIS (“bevi, che tu possa vivere molti anni”). Questa tipologia di iscrizioni si trova anche su altri esemplari, il che suggerisce un uso come recipienti per il vino; altri casi, invece, dovevano essere sospesi con catenelle ed utilizzati come lucerne.

Data la rarità e il lusso di questi oggetti, è verosimile che fossero utilizzati nell’ambito della corte imperiale tardo antica o in cerimonie cultuali[5].

Note:
[1] Guida p. 89.
[2] Da Treccani s.v. Diatreti, vasi e Guida p. 89.
[3] Guida p. 89.
[4] Guida p. 90.
[5] Guida p. 90.

Tecnica di lavorazione

Glossario:
Diatreta: dal latino diatretus, traduzione del termine greco διάτρητος, “forato” o «perforato», è usato per indicare la tecnica con cui si realizzava nell’antichità un tipo particolare di vasi in vetro decorati «a giorno» (Enciclopedia Treccani, s. v.).

LE ALTRE COPPE DIATRETE

Il calice di Milano è l’unico pervenuto a noi interamente integro. Le altre otto coppe diatrete sparse per il mondo sono: la Piesport-Niederemmel (Rheinisches Landesmuseum di Trier, Germania); la diatreta di Colonia (Germania), la Coppa Cagnola (Museo Civico di Varese); la coppa di Monaco di Baviera (Munich Staatliche Antikensammlungen, Germania); la coppa Licurgo (British Museum di Londra, UK); il “Netzbecher” di Daruvar (Viennaal Kunsthistorisches Museum, Vienna, Austria); la diatreta del Corning Museum of Glass nello stato di New York (USA); la Constable-Maxwell Cup (collezione privata, Qatar); la coppa Komini II (Heritage Museum of Plijevlja, Montenegro). Ne esisteva una decima, la coppa Hohen-Sülzen di Mainz, purtroppo andata perduta nel 1945

Un altro esemplare tardoimperiale di coppa diatreta .museo Montenegro

Bibliografia:
Guida alla sezione “Milano Antica (V secolo a.C – V secolo d.C)”, Civico Museo Archeologico, 2008, Milano.
Enciclopedia Treccani: s.v. Diatreti, vasi

Da osservarcheologia.eu

LE GEMME DI AQUILEIA

A completamento del restauro dell’edificio principale del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia è stata inaugurata il 28 maggio la nuova sezione intitolata «Lusso e ricchezza» che occupa con 140 metri quadrati l’intero ultimo piano del percorso espositivo nel raccontare la storia della città imperiale. L’allestimento dimostra il ruolo centrale rivestito da Aquileia nella trasformazione e commercializzazione dei preziosi grezzi.

La sala è articolata in cinque aree, a partire dagli oggetti per la cura personale: specchi, strigili, contenitori per unguenti e profumi, strumenti per cosmesi e acconciature. Seguono le monete, con 120 pezzi che documentano la fitta rete di scambi di Aquileia con il resto del mondo romano e la zecca nata nel 295 a.C. Una zona raccoglie tutti i gioielli, in argento e oro ma anche in legno, bronzo e vetro.

E poi ci sono le sezioni più rappresentative della collezione aquileiese, quelle sull’ambra e le gemme, le cui materie prime provenivano dal Mar Baltico e dall’Oriente sia via terra che via mare. Gli oggetti in ambra intagliata sono i più disparati (130 pezzi esposti tra scatoline, giochi, portafortuna, accessori da toilette, specchi), a dimostrazione del ruolo prezioso e magico che tale materiale rivestiva, sia in vita come portatore di fertilità sia nell’aldilà inserito nei corredi funerari.

L’ultima parte illustra 600 gemme delle seimila esistenti tra quelle ritrovate negli scavi con ametiste, agate, cammei, onice, corniole, diaspri calcedoni e così via. Ambre, gemme e altri preziosi sono valorizzati individualmente, su progetto di Giovanni Tortelli già coinvolto nelle altre sezioni museali, talvolta con lenti di ingrandimento e sempre con luci dedicate, che nel caso delle gemme sono radenti o retroilluminate a seconda che siano lucide od opache. (Da il giornale dell’ arte)

OPITERGIUM L’ANIMA DELLE COSE NELLA VENETIA ROMANA

Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium

ODERZO CULTURA
PALAZZO FOSCOLO E MUSEO ARCHEOLOGICO ENO BELLIS

** MOSTRA PROROGATA AL 30 MAGGIO 2021 **

24 novembre 2019 > 14 febbraio 2021

Sei secoli di storia, dal I al VI secolo d.C., raccontati in un viaggio attraverso reperti inediti, alla scoperta dell’antico municipio romano e dei suoi abitanti.

“Ave lento viaggiatore, ti saluta Phoebe, schiava di Manilio, figlio di Tito: io che ottenni meritatamente ricompense pari ai compiti assolti”. 

Phoebe, è una degli abitanti della romana Opitergium, di cui la mostra in programma dal 24 novembre 2019 a Oderzo, Oderzo Cultura-Palazzo Foscolo e Museo Archeologico “Eno Bellis”, saprà risvegliare la memoria.

Il suo ricordo riemerge nelle parole scolpite nella stele a lei dedicata risalente al I secolo d.C., che conserva i volti di tre personaggi, due donne e un uomo, sullo sfondo di una grande conchiglia; così come il bellissimo cavallino in terracotta, dotato di ruote per il traino, rinvenuto in una tomba di fine II-III secolo d.C., narra di un bambino e dei suoi giochi infantili.

Personaggi, consuetudini, lo spaccato di una società attraverso i secoliil mondo dei vivi che riemerge dalla città dei morti, grazie all’esposizione promossa e organizzata dalla Fondazione Oderzo Cultura in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso e con il Polo Museale del Veneto.

Una mostra, “L’anima delle cose. Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium”, che per la prima volta presenta al pubblico, in una visione d’insieme, alcuni tra i corredi più belli e significativi rinvenuti grazie alle indagini archeologiche che, a partire dagli anni Ottanta, hanno interessato il centro di Oderzo, portando alla luce importanti evidenze dell’antica città romana e rivelando il glorioso passato dell’abitato.

Opitergium, romanizzata grazie alla costruzione della via Postumia – l’asse viario che metteva in comunicazione Genova con Aquileia – e soprattutto in seguito all’estensione della cittadinanza romana ai suoi abitanti negli anni compresi tra il 49 e il 42 a. C. (come per le popolazioni dell’intera Transpadana), ha infatti una storia rilevante di interventi urbani in chiave monumentale, in linea con il modello della capitale, ma anche di coinvolgimenti nelle vicende politiche e militari della stessa.

A fianco di Roma si posero i reparti opitergini nell’assedio di Ascoli Piceno tra il 90 e l’89 a.C.; mentre è tramandato da fonti storiche e letterarie il famoso atto eroico, di estrema fedeltà al partito cesariano, compiuto dal tribuno Caius Vulteius Capito e dei suoi 1000 uomini, tutti opitergini, che nella guerra tra Cesare e Pompeo del 49 a. C. furono protagonisti di un suicidio collettivo pur di non cadere nelle mani degli avversari. Cesare ricompensò la città con l’esenzione ventennale dal servizio militare e l’aggiunta di trecento centurie all’agro opitergino.

L’importanza e lo splendore di Oderzo e dei suoi abitanti in epoca romana, come pure la decadenza in età tardoantica, emergono con evidenza dalle indagini condotte nella necropoli della città di cui la mostra darà finalmente conto, esponendo ben 50 corredi funerari dei 94 appositamente selezionati e studiati dal comitato scientifico del progetto, composto dai Funzionari della Soprintendenza che hanno coordinato e sovrainteso alle diverse campagne di scavo – Marianna Bressan, Annamaria Larese, Margherita Tirelli e Maria Cristina Vallicelli – e da Marta Mascardi, Conservatore del Museo archeologico di Oderzo. 

Corredi per lo più inediti ed effettivamente rappresentativi per tipologia di rituale, arco cronologico, distribuzione topografica e materiali rinvenuti.

Le indagini archeologiche, effettuate dal 1986 al 2013 hanno in particolare interessato, in anni successivi, l’area del canale Navisego Vecchio Piavon e della cosiddetta lottizzazione Le Mutere (a ovest), l’area del sottopasso ferroviario e della lottizzazione dell’Opera Pia Moro (sud) e l’ampia area di via Spiné, via degli Alpini,via Caduti dei Lager (sud est) e, relativamente all’età tardoantica in una fase di contrazione dell’abitato, la zona delle ex Carceri di Oderzo: sono queste le principali aree di provenienza dei reperti in mostra, tutti restaurati grazie a finanziamenti della Regione del Veneto e del Comune di Oderzo.

Lo studio approfondito dei corredi selezionati, preliminare al progetto espositivo, ha portato a una lettura sistematica dei diversi settori di necropoli, messi in rapporto con il centro urbano e le principali direttrici di traffico, e ad un più ampio discorso sulla ritualità funeraria opitergina, completando la documentazione sino ad oggi edita.

Il progetto è accompagnato da un impegnativo catalogo Edizioni Ca’ Foscari, curato da Margherita Tirelli e Marta Mascardi, nel quale sono raccolti saggi di Marianna Bressan, Bruno Callegher, Claudia Casagrande, Silvia Cipriano, Francesca Ferrarini, Anna Larese, Marta Mascardi, Elisa Possenti, Giovanna Maria Sandrini, Margherita Tirelli e Maria Cristina Vallicelli.



La mostra si sviluppa dunque nelle sale di Palazzo Foscolo, ove sono esposti i corredi suddivisi per tipologie di deposizione – incinerazione diretta, incinerazione indiretta, inumazione – e prosegue nel salone centrale del Museo archeologico, che raccoglie numerosi reperti provenienti da contesti funerari, spesso riutilizzati negli edifici cittadini, ricostruendo idealmente l’assetto di una via che conduce ad Opitergium.

Dalla città dei morti, alla città dei vivi. Un racconto per oggetti dunque, attraverso sei secoli (dal I al VI secolo d.C.), che consente di fare nuova luce sulle pratiche funerarie in uso in età romana in città e di approfondire anche alcune questioni relative allo status economico e sociale dei defunti. 

Così per esempio un prezioso corredo scrittorio databile a età imperiale o lo stilo in ferro e il calamaio in vetro rinvenuti in tombe del I secolo, sono allusivi non solo della probabile attività del defunto, scriba o maestro, ma anche di una sua posizione sociale elevata; mentre appare evidente come, dopo la grande stagione del I-II secolo dopo Cristo in cui la necropoli opitergina conobbe la sua maggiore estensione e monumentalità, l’età tardoantica si connoti per la mancanza di strutture monumentali riferibili a ceti elevati e per la presenza di militari e stranieri (soprattutto orientali e talvolta germanici).

A testimoniarlo sarebbero il precoce diffondersi dell’inumazione (tipica nei territori orientali), la notevole quantità di vasellame ceramico e vetri e monili di importazione orientale (pensiamo ai pendenti a forma di brocchetta, in pasta vitrea scura con decorazioni a zig zag di filamenti applicati di colore giallo e azzurro, prodotti nelle regioni dell’Oriente mediterraneo a partire dal IV secolo d. C. e importati in Occidente come amuleti, da portare al collo, legati all’acqua e al bere che ritemprano) o alcuni elementi di corredi, come le fibule a cerniera e a testa di cipolla, fibbie in lamina ripiegata, particolari coltelli, ecc.



Filo conduttore dunque dell’esposizione è l’idea che, al di là del necessario confronto con il tema della morte, al quale il mondo romano si accosta in modo pragmatico, in una precisa scansione di rituali, gli oggetti del corredo siano strumenti per dare voce alle persone alle quali appartenevano.

Emergono in questo modo, muovendosi tra le sale, i ritratti degli antichi opitergini: una donna con i suoi gioielli e uno specchio, un bambino con un sonaglio (la statuina di Genius Cucullatus) donato come passatempo ma anche a protezione dagli spiriti maligni, forse un soldato romano con il suo coltello. 

I corredi presentano esempi pregiati di vetri (piatti, bottiglie, piccoli balsamari), giocattoli, materiale ceramico, fibule bronzee, oltre alle caratteristiche monete. 

Il percorso si conclude, a Palazzo Foscolo, con una sezione fotografica dedicata al lungo processo di studio, analisi, restauro ecc. che porta il bene archeologico dallo scavo alla sua esposizione al pubblico, coinvolgendo tante competenze diverse; mentre al Museo archeologico il pubblico potrà ammirare in conclusione i cosiddetti “reperti notevoli”, rinvenuti negli scavi della necropoli opitergina, ma non riconducibili a corredi precisi come un anello chiave, un bracciale in oro di probabile provenienza magno greca o un eccezionale secchio in bronzo rinvenuto all’interno di un pozzo della necropoli in Via Spiné grazie agli scavi del 2013 realizzato con un gran numero di laminette di reimpiego, assemblate tra loro con ribattini. 



L’attento restauro cui l’oggetto è stato sottoposto ha rivelato una laminetta figurata risalente addirittura alla seconda età del Ferro. Oderzo continua dunque a rivelare nuovi tasselli della sua storia e nuove incredibili testimonianze degli uomini e delle donne che hanno abitato queste terre.

Via degli Alpini (1994), US 201 Fibula ΙΙΙ secolo d.C. Bronzo e smalto rosso, blu e bianco; lacunosa, corrosa e leggermente Archivio fotografico SABAP – VE – MET (foto di Maddalena Santi)

TUTTE LE IMMAGINI: Archivio fotografico SABAP-VE-MET (foto di Maddalena Santi)

Tratto dal sito: mediterraneo antico.it

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ROMANI A MONTEBELLUNA

Da qdpnews.it

L’epoca romana nel Museo Civico di Montebelluna. Dopo avervi mostrato nel precedente videoservizio i reperti risalenti all’epoca preistorica paleoveneta conservati nel Museo Civico, sempre accompagnati dalla direttrice del museo, Monica Celi, facendo un grande salto temporale entriamo nella storia e nella testimonianza della presenza romana a Montebelluna. Una testimonianza che ci viene riportata attraverso il ritrovamento di numerosi reperti nei siti archeologici di Posmon, via Cimamandria e Santa Maria in Colle.

“Un passo avanti nella storia. Nel museo – spiega la direttrice Monica Celi – abbiamo l’unico reperto statuario di epoca romana del nostro territorio. Si tratta di una Diana, un’Artemide. E’ molto interessante per la qualità sia della lavorazione che del marmo utilizzato. La testa della Diana è un’aggiunta successiva. Bella la lavorazione del drappeggio, molto morbido“.

“Siamo intorno al I secolo Dopo Cristo ed è stata trovata vicino al Montello. Altro reperto estremamente interessante è un toro in bronzo che pare facesse parte dell’arredo interno di una casa ed è curiosa la somiglianza con la divinità egizia Api, anch’esso realizzato in modo molto raffinato. I luoghi più importante dei ritrovamenti di epoca romana – sottolinea Monica Celi – sono Posmon e Santa Maria in Colle”.

Oggetti straordinari e molto belli sono le lavorazioni dei vetri, vasi e ciotole, sempre del I secolo Dopo Cristo. Un’altra vera e propria chicca è un vetro molto particolare, piccolo ma speciale – prosegue -. Un balsamario trovato in via Cimamandria, località Posmon, lavorato con foglia d’oro all’interno, completamente integro. Interessante anche un corredo ritrovato in una tomba molto grande, denominata 174, che ci ha restituito corredi di sepolture plurime. Siamo sempre sul sito archeologico di via Cimamandria ed è la testimonianza della ricchezza di reperti che ha lasciato la presenza romana in questa città”.

Montebelluna è stato uno centri preromani più importanti del Veneto e ha continuato a essere abitata durante la romanizzazione della Regione, tra il II e I secolo Avanti Cristo fino al II secolo Dopo Cristo. Tanto che anche il toponimo della città, Montebelluna, molti lo fanno risalire al Monte (Mercato Vecchio) e al culto della dea romana Bellona, incarnante la guerra tanto da essere spesso associata a Marte.

“I romani sono arrivati in questo territorio e con i veneti antichi hanno intessuto una relazione che non è stata conflittuale, anzi – racconta Monica Celi -. In una tomba romana è stata trovata una spada veneta antica che è stata de-funzionalizzata ed è stata inserita come corredo all’interno di un grande vaso funerario. Quindi, la spada di un antenato del defunto ci racconta di questo legame che era mantenuto nei confronti dei propri antenati. Spesso troviamo anche nei vasi delle tombe la doppia scrittura, in lingua venetica e in latino”.

(Fonte: Flavio Giuliano © Qdpnews.it).
(Video: Qdpnews.it © Riproduzione riservata).
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VETRI ROMANI AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI MILANO E VERONA

BREVE SINTESI FOTOGRAFICA WORK IN PROGRESS

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Museo Archeologico al Teatro romano di Verona

Da regione Veneto cultura itinerari

Fondato nella prima metà del XIX secolo il Museo Archeologico custodisce un notevole numero di materiali vitrei in parte confluiti grazie all’acquisizione di alcune raccolte private e, naturalmente, da interventi di scavo.

1842 – Collezione Verità; 46 reperti;
1867 – Collezione Jacopo Muselli;
1896 – Collezione Carlo Alessandri; 36 reperti;
1912 – Collezione Monga; materiali recuperati negli scavi effettuati nel teatro tra il 1834 ed il 1844;
1920 – Collezione Giuliari Gianfilippi; materiali da Mezzariva di Bardolino

Gli esemplari che provengono da interventi di scavo sono stati rinvenuti nell’area cittadina o nel territorio veronese.

Alcuni vetri provengono dall’area cittadina, dove sono state rinvenute aree sepolcrali disposte lungo le antiche vie romane come la Postumia (Stradone Porta Palio e aree adiacenti) e la Claudia Augusta (Via del Pontiere). Altri ritrovamenti vitrei di rilievo da contesti urbani sono quelli effettuati in Via Trezza dove sono state rinvenute, in momenti diversi, la tomba di un medico e di sua moglie ed alcune urne cilindriche in pietra contenenti olle cinerarie vitree.

Numerosi i materiali ritrovati nella provincia e custoditi nel Museo veronese; di particolare importanza quelli rinvenuti nelle necropoli di Raldon (Comune di S. Giovanni Lupatoto) e Spinimbecco (Comune di Villa Bartolomea).

Posta con buona probabilità lungo la strada che collegava anticamente Verona a Cerea, la necropoli di Raldon è riconducibile cronologicamente ad un periodo che va dall’età augustea sino alla metà del III secolo circa; essa venne scavata nel 1754 da Jacopo Muselli, che ne pubblicò in seguito i risultati nel volume Antiquitates Reliquiae. A dispetto dei caratteri generalmente pionieristici della scienza archeologica dell’epoca, tale opera si è dimostrata un valido aiuto nella ricostruzione della necropoli e nell’identificazione di molti reperti conservati nel museo che sarebbero stati altrimenti destinati a restare privi di provenienza.

A Spinimbecco, nella seconda metà del XIX secolo, vennero rinvenute una ventina di tombe da cui provengono numerosi vetri, alcuni di pregio come uno skyphos (451) e tre Zarte Rippenschalen (400-402).

Immagine: Skyphos.(451) Skyphos, (Inv. M. 20349), Isings 1957, f. 39 (variante)seconda metà I secolo d.C.
soffiatura libera, ansa fusa e applicata a caldo
prov. Spinimbecco, fraz. di Villa Bartolomea (VR). Necropoli romana, 1868-73
Produzione occidentale, probabilmente nord italica

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Immagine: Coppa.(400) Coppa (Zarte Rippenschalen) (Inv. M. 20331), Isings 1957, f. 17; metà I secolo d.C. – età Flaviasoffiatura libera, sottili baccellature ottenute tramite pizzicatura
prov. Spinimbecco, fraz. di Villa Bartolomea (VR). Necropoli romana, 1868-73
Produzione nord italica, probabilmente del comprensorio del Ticino.

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Immagine: Coppa.(402) Coppa (Zarte Rippenschalen) (Inv. M. 20332), Isings 1957, f. 17; metà I secolo d.C. – età Flaviasoffiatura libera, sottili baccellature ottenute tramite pizzicatura
prov. Spinimbecco, fraz. di Villa Bartolomea (VR). Necropoli romana (?)
Produzione nord italica, probabilmente del comprensorio del Ticino.

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Le forme:
Per quanto concerne la morfologia dei pezzi custoditi a Verona la maggior parte dei vetri è riconducibile a forme di uso corrente balsamaribottigliecoppe…; i balsamari, (10), in particolare, costituiscono il nucleo più numeroso: sono per lo più oggetti di scarso pregio prodotti in serie e di presumibile provenienza locale.

Immagine: Balsamario.(010) Balsamario (Inv. M. 20442), De Tommaso 1990, tipo 5; prima metà I secolo d.C.soffiatura libera
provenienza ignota
Produzione dell’Italia nord orientale, forse aquileiese

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Oltre ai soliti balsamari a ventre sferoidale, tubolare e troncoconico largamente attestati negli altri musei veneti, vi è un ristretto numero di oggetti che trova confronti puntuali nel Mediterraneo Orientale (312-316).

Immagine: Balsamario.(312) Balsamario (Inv. M. 20639), II-III secolo d.C.soffiatura libera
prov. ignota
Produzione del Mediterraneo orientale

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Immagine: Balsamario.(313) Balsamario (Inv. M. 20638), II-III secolo d.C.soffiatura libera
prov. ignota
Produzione del Mediterraneo orientale

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Immagine: Balsamario.(314) Balsamario (Inv. M. 29982), II-III secolo d.C.soffiatura libera
prov. ignota
Produzione del Mediterraneo orientale

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Immagine: Balsamario.(315) Balsamario (Inv. M. 20295), III-IV secolo d.C.soffiatura libera
prov. Morrubio (VR), 1886
Produzione del Mediterraneo orientale

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Immagine: Balsamario.(316) Balsamario (Inv. M. 20650), II-III secolo d.C.soffiatura libera
prov. ignota
Produzione del Mediterraneo orientale

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Il Museo custodisce anche numerose bottiglie e brocche; tra le bottiglie si nota una netta prevalenza di quelle monoansate f. Isings 50 a/b, quadrangolari, presumibilmente utilizzate come contenitori di vino od olio; una di esse porta impresso sul fondo uno dei marchi più ricorrenti sui vetri romani, quello di C.SALVI/GRATI; altri esemplari sono abbastanza più rari come nel caso delle bottiglie a sezione cilindrica o quelle poligonali.

Interessanti gli esemplari di bottiglie mercuriali con bollo: la prima (308) presenta sul fondo un marchio a rilievo composto da due lettere di cui una sola identificabile (M); la seconda (309) presenta due palmette in rilievo su due delle pareti del corpo ed un marchio in rilievo sul fondo costituito dalle lettere FIRM poste agli angoli.

Immagine: Bottiglia mercuriale.(308) Bottiglia mercuriale (merkurflasche) Isings 1957, f. 84; (Inv. M. 20394), III secolo d.C.soffiatura entro stampo, bollo impresso: due lettere, una sola leggibile (…M)
prov. ignota
Produzione nord italica

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Immagine: Bottiglia mercuriale.(309) Bottiglia mercuriale (merkurflasche) Isings 1957, f. 84; (Inv. M. 20688), III secolo d.C.soffiatura entro stampo, bollo impresso: due lettere, una sola leggibile (…M)
prov. ignota
Produzione nord italica

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Sono presenti vari tipi di brocche (367): le più numerose parrebbero quelle di possibile fabbricazione medio padana (373), ma la collezione comprende anche alcune brocchette (378) ed un’elegante oinochoe a bocca trilobata. Vi sono diversi altri oggetti riconducibili a varianti di questa forma, tra i quali spiccano in particolare una brocca di probabile fattura renana (f. Isings 120b – 383), (più tarda delle precedenti: seconda metà III – IV secolo), ed un paio (ex 384) di evidente produzione orientale (area siro-palestinese) caratterizzate da una complessa decorazione ricavata attraverso una lavorazione che prevedeva la soffiatura a stampo.

Immagine: Brocca(367) Brocca, Isings 1957, f. 54; (Inv. M. 20287), I secolo d.C.soffiatura libera; ansa fusa ed applicata a caldo
prov. ignota
Produzione nord italica

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Immagine: Brocca(373) Brocca

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Immagine: Brocca(378) Brocca, Isings 1957, f. 56b; (Inv. M. 20336), I secolo d.C.soffiatura libera; ansa fusa ed applicata a caldo
prov. Verona, strada vicinale Cavallara, Tomba di cecilia Rufa, 1962.
Produzione nord italica

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Immagine: Brocca(383) Brocca, Isings 1957, f. 126; (Inv. M. 20310), seconda metà III – IV secolo d.C.soffiatura libera; ansa fusa ed applicata a caldo
prov. ignota
Produzione renana

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Immagine: Brocca(384) Brocca, (Inv. M. 20288), I-II secolo d.C.soffiatura entro stampo chiuso; ansa fusa ed applicata a caldo
prov. ignota
Produzione orientale (Siria)

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È presente anche un buon numero di bicchieri e di coppe spesso di buon livello come nel caso del bicchiere a goccioloni, forma di origine siriana riprodotta in seguito anche in atelier occidentali (322);

Immagine: Bicchiere.(322) Bicchiere, Isings 1957, f. 31; (Inv. M. 20285), seconda metà del I secolo d.C.soffiatura entro stampo aperto
prov. Raldon, fraz. di S. Giovanni Lupatoto (VR). Necropoli romana, 1754; collezione J. Muselli
Produzione: origine orientale siriaca, poi prodotto in Occidente (Aquileia, Roma, centri campani)

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di un certo interesse anche l’esemplare soffiato a stampo con iscrizione beneaugurante in lingua greca disposta su due registri (321) ed un altro a Bogenripperdekor (326).

Immagine: Bicchiere.(321) Bicchiere, Harden 1935, tav. XXVI; (Inv. M. 20313), metà del I secolo d.C.soffiatura in stampo bipartito. Incisioni.
prov. ignota
Prodotto da officina nord-italica

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Immagine: Bicchiere.(326) Bicchiere, Isings 1957, f. 33; (Inv. M. 20317), seconda metà del I secolo d.C.soffiatura libera; filamenti applicati a caldo sulla superficie esterna (Bogenrippendekor)
prov. ignota
Produzione dell’Italia settentrionale o del comprensorio del Ticino

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Tra le coppe, oltre a quelle riconducibili a forme più comuni (395 – 405), sono presenti in particolare alcune coppe costolate di I secolo(388) e un discreto numero di Zarte Rippenschalen alcune incolori, altre violacee o ambrate (398); quest’ultimo tipo dovrebbe trovare in Aquileia il suo centro di produzione.

Immagine: Coppa.(395) Coppa, Isings 1957, f. 20; (Inv. M. 20330), prima metà del I secolo d.C.colatura a stampo
prov. Collezione J. Muselli
Produzione occidentale

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Immagine: Coppa.(405) Coppa, Isings 1957, f. 20; (Inv. M. 20286), seconda metà del I secolo d.C.soffiatura libera
prov. Raldon, fraz. di S. Giovanni Lupatoto (VR). Necropoli romana, 1754; collezione J. Muselli
Produzione occidentale, probabilente nord italica (Aquileia)

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Immagine: Coppa.(388) Coppa, Isings 1957, f. 3a; (Inv. M. 20338), prima metà del I secolo d.C.colatura a stampo e successiva levigatura
prov. Mezzariva di Bardolino (VR). (?)
Produzione occidentale, probabilente nord italica (Aquileia)

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Immagine: Coppa.(398) Coppa, Isings 1957, f. 17; (Inv. M. 20355), primi decenni del I secolo d.C. – età Flaviasoffiatura libera. Applicazioni di fili di vetro bianco a caldo. Sottili baccellature ottenute pizzicando la parete
prov. Raldon, fraz. di S. Giovanni Lupatoto (VR). Necropoli romana, 1754; collezione J. Muselli
Produzione occidentale, probabilente aquileiese

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Le olle, per lo più di forma Isings 64 (425) e 67a (421), sono riconducibili a forme ampiamente attestate nella Venetia. Le olle venivano largamente utilizzate come contenitori alimentari (443) e non solo in ambito funerario così come potrebbe esser stato anche per l’anfora di produzione nord italica (3).

Immagine: Olla.(425) Olla, Isings 1957, f. 64; (Inv. M. 20651/20651b), I – II secolo d.C.soffiatura libera; anse fuse e applicate a caldo.
prov. dintorni di Maccarari (VR)
Produzione dell’Italia nord orientale

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Immagine: Olla.(421) Olla, Isings 1957, f. 67a; (Inv. M. 20667/20667b), I – II secolo d.C.soffiatura libera.
prov. ignota.
Produzione dell’Italia nord orientale

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mmagine: Olla.(433) Olla, Isings 1957, f. 62; (Inv. M. 20373), seconda metà I secolo d.C.soffiatura libera con appiattimento delle pareti
prov. Custoza (VR) 1840 (?)
Produzione occidentale probabilmente nord italica

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Immagine: Anforetta.(3) Anforetta, soffiatura libera, seconda metà I secolo d.C.(Inv. M. 20418)
prov. ignota
Produzione dell’Italia del nord

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Vi sono, inoltre, due esemplari di skyphos (ex. 451) – un tipo di vaso potorio tradizionalmente legato al simposio aristocratico – provenienti uno da Raldon e l’altro da Spinimbecco, ma i pezzi più interessanti sono senza dubbio gli undici fondi d’oro di età tardoromana, tutti purtroppo di provenienza ignota (455).

Immagine: Skyphos.(451) Skyphos, (Inv. M. 20349), Isings 1957, f. 39 (variante)seconda metà I secolo d.C.
soffiatura libera, ansa fusa e applicata a caldo
prov. Spinimbecco, fraz. di Villa Bartolomea (VR). Necropoli romana, 1868-73
Produzione occidentale, probabilmente nord italica

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Immagine: Fondo d'oro.(455) Fondo d’oro; (Inv. M. 4567), IV secolo d.C.soffiatura libera; anello di base eseguito separatamente; foglia d’oro applicata alla superficie superiore del disco di base prima di fissarlo al fondo del recipiente.
prov. ignota
Produzione di Roma

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Nel complesso la collezione di Verona presenta forti analogie con quelle degli altri musei veneti; al suo interno sono presenti in buon numero esemplari di provenienza aquileiese e mediopadana; meno numerosi, ma di buona fattura, gli oggetti legati agli ateliers orientali, mentre sono numericamente scarse le attestazioni di esemplari tardi di produzione renana.

Cronologia: Per quanto concerne la cronologia, i materiali veronesi coprono un arco temporale piuttosto vasto che va dal III a.C. di alcuni esemplari di provenienza orientale lavorati con la tecnica del nucleo friabile (415) all’età tardoantica attestata dei fondi d’oro.

(415)

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BERGIMUS DIO CELTICO CISALPINO

In un ambiente di servizio del Tempio Capitolino, al di sotto di palazzo Pallaveri, durante gli scavi effettuati tra il 1992 e il 1998 sono stati rinvenuti, tra gli altri numerosi reperti, frammenti appartenenti ad un’unica coppa con orlo leggermente ingrossato con l’effigie di Bergimo (l’unica finora esistente).

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Bergimo è il dio celtico delle alture e delle montagne.

Sui frammenti, studiati da Elisabetta Roffia, funzionario della Soprintendenza archeologica della Lombardia, è incisa, come riporta il Giornale di Brescia, in data 29 maggio 2003 (pagina 27), “la porzione superiore di una figura maschile nuda, in posizione frontale, ottenuta attraverso piccoli punti ravvicinati che danno l’effetto di una linea continua. L’uomo raffigurato presenta sul capo due elementi ricurvi, interpretabili probabilmente come una falce di luna e indossa una collana con pendaglietti. Il volto è caratterizzato da grandi occhi ovali dall’iride nettamente incisa, sormontati dalle lunghe sopracciglia che formano una linea continua con il profilo del naso. La piccola bocca è resa con due linee parallele chiuse alle estremità da due puntini sovrapposti. I capelli scendono ai lati del viso fino all’attaccatura del collo; sopra la spalla sinistra sono visibili le estremità superiori di due frecce terminanti con ampie punte triangolari. A sinistra della figura è incisa un’iscrizione in chiare lettere capitali, incompleta ma integrabile con sicurezza: vi si legge Bergim(us)”.

Bergimo, come viene precisato nell’articolo citato a firma dei Civici Musei di Brescia, “era una divinità preromana, probabilmente cenomane, comune a Brescia e a Bergamo benché, sino ad oggi, attestata solo da tre iscrizioni tutte provenienti dal territorio bresciano e datate tra la fme del I secolo a.C. e il II d.C.: due sono conservate al Museo Maffeiano di Verona, una presso i Civici Musei di Brescia. Il culto di questa divinità doveva essere di carattere popolare, particolarmente diffuso ed importante”.

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“La tipologia della coppa, la tecnica e lo schema decorativo – fa notare l’articolo a cura dei Civici Musei – riconducono il manufatto ai primi decenni del III secolo d.C., nell’ambito di ma produzione che doveva avere come centro la città di Colonia, in Germania. Questa collocazione cronologica testimonia inoltre la continuità del culto di Bergimus nel territorio bresciano fino al III secolo d. C., oltre i termini cronologici precedentemente attestati dalle epigrafi note”.

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Il dio Bergimus.

Uno dei più notevoli ritrovamenti bresciani,accennavamo sopra,è quello di un frammento vitreo (o meglio due frammenti vitrei combacianti) contenente un’effige identificata col dio celtico Bergimus.

La scoperta è descritta e interpretata,nel già citato volume,in un saggio di Elisabetta Roffia,[5] da cui sono tratte le considerazioni di seguito riportate,salvo ove diversamente indicato .

Durante gli scavi eseguiti negli anni ’90 del secolo scorso, in un condotto, viene trovato un deposito di vetri decorati, probabilmente accumulati dagli antichi bresciani per essere tenuti al sicuro da saccheggio o distruzione. Il sorprendente ritrovamento, analogo a quello del deposito di bronzi nell’intercapedine di un muro del Capitolium nel 1826, porta anche alla luce un frammento con l’unica raffigurazione esistente al mondo di Bergimus.

Il dio appare raffigurato nudo e in posizione frontale. Frammenti di una iscrizione collocata sopra l’effige permettono di connotarlo appunto con Bergimus. Il fatto che il dio sia esplicitamente nominato non è casuale,poiché nei vetri incisi le raffigurazioni di divinità non facenti parte del pantheon romano sono spesso accompagnate da iscrizioni atte a identificarle.

Il dio indossa un collare con pendaglietti e sul capo ha un crescente lunare. In corrispondenza della spalla sinistra si trovano due frecce. Sarebbe affascinante poter assimilare il collare a una versione deformata del torques celtico e la mezza luna alle corna tipiche di dèi celtici quali il ben noto Kernunnos.

Tale interpretazione,sebbene non certa,appare però proponibile e sensata.[5] La tipologia del frammento porta a datarlo ai primi decenni del III secolo d.C.,in epoca medio-imperiale.

Il dio Bergimus era noto in precedenza attraverso quattro iscrizioni,[6] datate tra la fine del I secolo a.C. e l’avanzato II secolo d.C.,tre delle quali rinvenute a Brescia e una nell’Alto Garda. ( ai piedi della cascata del Varone, a Riva del Garda)

Il suo culto appare essere diffuso presso tutte le classi sociali e avere largo seguito.Ciò si deduce da una delle epigrafi citate,nelle quali si riferisce che l’edile Sextus Nigidius Primus restaurò un’ara dedicata al dio ex postulatione plebis, ovvero su richiesta del popolo.

La menzione di un altare fa supporre uno spazio riservato al culto,un’ulteriore cella posta forse a est di quelle dedicate a Giove,Giunone e Minerva.

Il preesistente santuario tardo repubblicano (primi decenni del I secolo a.C.),sopra il quale il Capitolium venne edificato,era caratterizzato anch’esso da quattro sacelli,di cui si ignorano tuttavia le divinità titolari. Una nostra breve ricerca riguardo il significato del nome Bergimus,che si sarebbe portati d’istinto ad associare a Bergamo piuttosto che a Brescia,rivela che esso deriverebbe indipendentemente dalla radice celtica berg-(montagna),della quale è ipotizzata anche una possibile origine germanica.[7]

Alcune conclusioni.Intendiamo solo aggiungere un’osservazione a quanto riferito.La datazione del frammento ai primi decenni del III secolo d.C.postula che a Brescia un culto celtico sia stato praticato, con largo seguito per quanto suggerisce l’evidenza epigrafica,circa 450 anni dopo la sottomissione di larga parte della Cisalpina (Brescia inclusa) da parte di Roma.Crediamo che dati come questi debbano far riflettere il lettore sul rapporto tra romanizzazione e sostrato celtico cisalpino,sempre meno scontato,per quest’ultimo,in termini di mero appiattimento sui valori culturali imposti dai conquistatori.

Risultati immagini per bergimus


Bibliografia

[1] A.Sartori,Guida alla sezione epigrafica delle raccolte archeologiche di Milano,Comune di Milano,1994.

[2] A.Sartori,Le iscrizioni romane.Guida all’esposizione,Comune di Como,Musei Civici,1994.

[3] AA.VV.,Nuove ricerche sul Capitolium di Brescia.Scavi,studi e restauri, a cura di F.Rossi,Edizioni ET,Milano,2002.

[4] AA.VV.,L’officina che riparava i bronzi.Nuove indagini sul Capitolium di Brescia,catalogo della mostra,Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia,Milano,2003.

[5] E.Roffia,“Alcuni vetri incisi”in AA.VV.,L’officina che riparava i bronzi,cit.,pp.414-20.

[6] Corpus Inscriptionum Latinarum,vol.V,nn.4200,4201,4202,4981.Nella terza iscrizione (C.I.L.,V.4202) Bergimus è significativamente associato al genius(nume tutelare) della colonia civica Augusta Brixia,come la ridenominò Augusto.

[7] J.Whatmough,The Prae-Italic Dialects of Italy,The British Academy,Londra,1933,vol.II,p.336.

Da i idruidi.org e archeonotizie e altri

ISCRIZIONI A BERGIMUS

Mommsen, al volume V del “Corpus Inscriptionum Latinarum”, riporta le seguenti iscrizioni:


CIL, V, 4200 piccola ara, a Brescia: BERGIM(O) M(ARCVS) NONIVS M(ARCI) F(ILIVS) FAB(IA) SENECIANVS V(OTVM) S(OLVIT) = Marco Nonio Fabio, figlio di Marco scioglie un voto a Bergimus.


CIL, V, 4201 ara, a Brescia: L(VCIVS) VIBIVS VISCI L(IBERTVS) NYMPHODOTVS BERGIMO VOTVM C(AIO) ASINIO GALLO C(AIO) MARCIO CENSOR(INO) CO(N)S(VLIBVS) L(VCIO) SALVIO APRO C(AIO) POSTV[M]IO COSTA IIVIRIS QVIN[Q]VENNALIBVS = Ninfodoto, liberto di Lucio Vibio Viscio, fa voto a Bergimus, essendo consoli Caio Asinio Gallo e Caio Marco Censorino e duoviri quinquennali Lucio Savio Apro e Caio Postumio Costa.


CIL, V, 4202 frammento di ara a Brescia (perduto): [GENIO COL(ONIAE)] BRIXI[AE ET] BERG[IMO] SACR[VM] ALPINI[VS] = Alpinio ha consacrato al Genio della Colonia di Brescia e a Bergimus.


CIL, V, 4981 lastra ad Arco di Trento: SEX(TVS) NIGIDIVS FAB(IA) PRIMVS AEDIL(IS) BRIX(IAE) DECVR(IO) HONORE GRAT(VS) D(ONVM) D(EDIT) EX POSTVLATION(E) PLEB(IS) ARAM BERGIMO RESTIT(VIT) = Sesto Nigidio Fabio, Primo decurione edile di Brescia, a titolo gratuito, per decreto dei decurioni e su richiesta della plebe, restaurò un’ara a Bergimus. –

Principali raccolte e opere di riferimento: CIL V, 4981; Inscr. It. X.5 nr. 1051Località di rinvenimento e caratteristiche:Lastra in calcare. Trovata presso il torrente Varone sulla strada Riva-Arco, dove era stata utilizzata come base di una croce. Ora al Museo Maffeiano Verona.Testo originale:Sex(tus) Nigidius / Fab(ia tribu) Primus ae/dil(is) Brix(iae) decur(io) / honore grat(uito) d(ecreto) d(ecurionum) / ex postulation(e) pleb(is) / aram Bergimo restit(uit)Traduzione italiana:”Sesto Nigidio Primo, della tribù Fabia, edile e decurione di Brescia, a titolo d’onore e senza esborso, per decreto dei decurioni a seguito della richiesta della plebe, curò il rifacimento dell’ara al dio Bergimo.”Nota esplicativa:L’iscrizione ricorda un magistrato locale, edile e decurione di Brixia, incaricato dall’amministrazione bresciana della cura degli edifici sacri e pubblici che, a richiesta della popolazione, fece ripristinare l’ara del dio Bergimo. Lo stesso personaggio è ricordato in un’altra iscrizione su ara votiva (CIL V, 4982; Inscr. It. X.5 nr. 1053) con dedica alla Tutela Augusta, trovata nel centro storico di Arco. Bergimo era una divinità protostorica gallica, venerata particolarmente nel territorio bresciano, che impersonava il concetto di grandezza e maestosità del paesaggio alpino. Il documento attesta la forte presenza di popolazioni preromane legate alle antiche tradizioni religiose e, nel contempo, la saggia politica del municipio di Brescia nel rispettare la religione locale.