LE PIETRE DI MEDIOLANUM RIVIVONO

Una recentissima fatica del prof Antonio Sartori coadiuvato da Serena Zoia sulle epigrafi , le pietre della antica Mediolanum ci aiuta a conoscere tante storie antiche di una città così multiedrica e particolare come quella di Milano antica. Le epigrafi rinvenute e raccolte al museo archeologico di Milano sono tra le più cospicue di tutta la Cisalpina se escludiamo Aquileia Verona e Brescia.

Dal sito : https://laricerca.loescher.it/mediolanum-e-le-sue-pietre-una-recente-pubblicazione/

Nell’opera sono schedati, in modo parimenti chiaro e rigoroso, 473 documenti epigrafici, la maggior parte dei quali trovati a Milano e dintorni, in epoche diverse. Non mancano però iscrizioni qui confluite da collezioni private (ad es. quella delle famiglie Archinto o Picenardi), o addirittura esito di bottino di guerra (ad es. quello del condottiero di età rinascimentale Gian Giacomo Trivulzio, di faticoso trasporto dalla lontana Osimo, presso Ancona), e dunque provenienti da altre località (tra le altre: Como, Cremona, Brescia, Varese, Roma): ma su tutto ciò è bene leggere quanto scrive Antonio Sartori alle pp.9-14. L’opera è inoltre corredata da indici minuziosi e da una sterminata bibliografia: una vera miniera per gli addetti ai lavori.

Stele di due coniugi che si tengono per mano

Aspetti di vita sociale

Come sempre capita, l’epigrafia ci mostra onori a magistrati o imperatori, altari dedicati a divinità, menzioni di opere pubbliche, ma – soprattutto – è fatta di monumenti funerari, di gran lunga la tipologia maggiormente prodotta dalle “officine epigrafiche” milanesi (delle quali parla Serena Zoia alle pp. 15-18). L’atto dello scrivere di sé, del lasciare memoria del proprio operato e di quello della propria famiglia, assume infatti nel mondo romano una dimensione rilevante, che ha dato origine – come hanno scritto in passato autorevoli studiosi – a una sorta di “letteratura da strada”; una Spoon River Anthology d’altri tempi, insomma.

Stele dei due soci Magi

Se pure non manca nella raccolta milanese la menzione di qualche “pezzo grosso” della storia con la S maiuscola (ad es. Germanico, Marco Aurelio o Caracalla), o di qualche notabile di pregio, mi soffermerò soprattutto su qualche iscrizione che allude alla vita della “gente comune”, con una definizione

con una definizione volutamente generica tanto da comprendere un range che va dai piccoli imprenditori agli schiavi.

Arti e mestieri

Troviamo così, nella già laboriosa Milano di allora, Caius Atilius Iustus il sutor caligarius (“calzolaio”) che con l’imponenza della sua costosa stele funebre decorata ci fa capire di essere titolare di un’azienda artigiana (nr. 60 = CIL V, 5919 = EDR12241). Non mancano – e come potevano mancare nella capitale della moda! – produttori o commercianti di stoffe, come i linarii, che lavoravano il lino (nr. 106 = CIL V, 5923 = ERD 124245) o il negotiator sagarius, che vendeva mantelli pesanti (nr. 83 = CIL V, 5929 = EDR 124251). Meritevole di menzione anche la stele funeraria di due esponenti della gens Magia, che si stringono la mano e che decorano il piccolo timpano con martello e tenaglie; erano soci d’affari, pensiamo, magari in qualche piccola officina (nr. 65 = CIL V, 6036 = EDR 124360). E che dire del veterano Publius Tutilius, soldato di professione, che ricorda sul suo monumento funebre di essere stato decorato da Augusto in persona (nr. 107 = CIL V, 5832 = EDR 124149)? O del gladiatore Urbicus, schiavo eppure star indiscussa dell’anfiteatro, morto a ventisei anni lasciando moglie e figlie, le quali – sul monumento funebre – invitano i fan del defunto a coltivarne la memoria (nr. 59 = CIL V, 5933 = EDR 124255)? Dalle loro figure emerge una Milano romana che lavora, produce, combatte, ma che non vuole neppure rinunciare allo svago, e cioè al panem et circenses di cui parlava Giovenale.

I legami tra le persone

Accennavo prima alle commoventi parole della moglie del gladiatore, il che ci fa riflettere su come l’epigrafia sia stata anche un modo per lasciare traccia non solo del proprio successo, ma anche della “qualità” dei legami sociali e familiari: abbiamo dunque mogli e mariti che ricordano una vita in comune, ma anche persone che documentano più o meno solidi legami di patronato o amicitia.

Marcus Cassius Cacurius e la moglie Atilia Manduilla (i cui cognomina denunciano un’origine celtica) si tengono per mano nel bel ritratto quasi “espressionistico” della loro stele (nr. 63 = CIL V, 5985 = EDR124306), lasciandoci immaginare una serena vita familiare, insieme con i due figli menzionati. Non posso poi certo tacere i sentimenti di Claudius Severus, marito che afferma di avere passato diciassette anni di matrimonio con Oppia Vera, moglie sanctissima, casta, incomparabilis (nr. 235 = CIL V, 6060 = EDR 124384). Ma ancor meno possiamo omettere la menzione di un anonimo patrono che ricorda con commozione il suo liberto Petronius Primitivusqui in arte sua quod fecit quis melius quod bene non alius e cioè – più o meno (il latinorum è un po’ sgrammaticato…) – “ciò che ha fatto male, nel suo lavoro, l’ha comunque fatto meglio di ogni altro” (nr. 195 = CIL V, 5930 = EDR 124252). D’altronde del legame fortissimo tra ex schiavi ed ex padroni abbiamo a Milano numerose testimonianze: non ultima la celeberrima “stele dei Vettii”, nella quale patroni e liberti, uniti nella sepoltura, sono parimenti gratificati da eleganti ritratti (nr. 68 = CIL V, 6123 = EDR 124448).

con una definizione volutamente generica tanto da comprendere un range che va dai piccoli imprenditori agli schiavi.

Arti e mestieri

Troviamo così, nella già laboriosa Milano di allora, Caius Atilius Iustus il sutor caligarius (“calzolaio”) che con l’imponenza della sua costosa stele funebre decorata ci fa capire di essere titolare di un’azienda artigiana (nr. 60 = CIL V, 5919 = EDR12241). Non mancano – e come potevano mancare nella capitale della moda! – produttori o commercianti di stoffe, come i linarii, che lavoravano il lino (nr. 106 = CIL V, 5923 = ERD 124245) o il negotiator sagarius, che vendeva mantelli pesanti (nr. 83 = CIL V, 5929 = EDR 124251). Meritevole di menzione anche la stele funeraria di due esponenti della gens Magia, che si stringono la mano e che decorano il piccolo timpano con martello e tenaglie; erano soci d’affari, pensiamo, magari in qualche piccola officina (nr. 65 = CIL V, 6036 = EDR 124360). E che dire del veterano Publius Tutilius, soldato di professione, che ricorda sul suo monumento funebre di essere stato decorato da Augusto in persona (nr. 107 = CIL V, 5832 = EDR 124149)? O del gladiatore Urbicus, schiavo eppure star indiscussa dell’anfiteatro, morto a ventisei anni lasciando moglie e figlie, le quali – sul monumento funebre – invitano i fan del defunto a coltivarne la memoria (nr. 59 = CIL V, 5933 = EDR 124255)? Dalle loro figure emerge una Milano romana che lavora, produce, combatte, ma che non vuole neppure rinunciare allo svago, e cioè al panem et circenses di cui parlava Giovenale.

Stele di Urbicus

I legami tra le persone

Accennavo prima alle commoventi parole della moglie del gladiatore, il che ci fa riflettere su come l’epigrafia sia stata anche un modo per lasciare traccia non solo del proprio successo, ma anche della “qualità” dei legami sociali e familiari: abbiamo dunque mogli e mariti che ricordano una vita in comune, ma anche persone che documentano più o meno solidi legami di patronato o amicitia.

Museo archeologico di Milano

Marcus Cassius Cacurius e la moglie Atilia Manduilla (i cui cognomina denunciano un’origine celtica) si tengono per mano nel bel ritratto quasi “espressionistico” della loro stele (nr. 63 = CIL V, 5985 = EDR124306), lasciandoci immaginare una serena vita familiare, insieme con i due figli menzionati. Non posso poi certo tacere i sentimenti di Claudius Severus, marito che afferma di avere passato diciassette anni di matrimonio con Oppia Vera, moglie sanctissima, casta, incomparabilis (nr. 235 = CIL V, 6060 = EDR 124384). Ma ancor meno possiamo omettere la menzione di un anonimo patrono che ricorda con commozione il suo liberto Petronius Primitivusqui in arte sua quod fecit quis melius quod bene non alius e cioè – più o meno (il latinorum è un po’ sgrammaticato…) – “ciò che ha fatto male, nel suo lavoro, l’ha comunque fatto meglio di ogni altro” (nr. 195 = CIL V, 5930 = EDR 124252). D’altronde del legame fortissimo tra ex schiavi ed ex padroni abbiamo a Milano numerose testimonianze: non ultima la celeberrima “stele dei Vettii”, nella quale patroni e liberti, uniti nella sepoltura, sono parimenti gratificati da eleganti ritratti (nr. 68 = CIL V, 6123 = EDR 124448).

Scena da sacrificio mediolanum

Già ho accennato al monumento che ricorda un gruppo di linarii, cioè commercianti di lino: sulla loro stele collettiva compare traccia della parola amicus abrasa, cancellata, forse perché un’amicizia tanto stretta da ipotizzare una sepoltura comune si è poi rotta a causa di chissà quali casi della vita. Si sa, certi legami vanno e vengono, ieri come oggi; quelli che rimangono (anche solo in controluce…) sulla pietra, però, lasciano memoria assai più duratura di quelli sbandierati sugli odierni social.

Qualche curiosità religiosa

Certo, però, non posso cavarmela così. Come ho già detto, infatti, la “foresta di segni” epigrafici (spero che Baudelaire mi perdoni…) che il mondo romano ci ha lasciato è andata ben al di là della sfera funeraria. Due parole ancora, dunque, sul mondo religioso dei Milanesi di allora, il cui pantheon era piuttosto variegato, e andava da divinità più tradizionali come Giove, Giunone, Minerva, Mercurio etc. ad altre celtiche, come le Matrone, od orientali, come Iside e Mitra. Sono però solo due i documenti che voglio ora citare, in quanto per me hanno sempre avuto un fascino particolare: si tratta di modestissimi altari di pietra, che denotano contesti cronologici e storico-politici molto diversi. Sono entrambi in ruvido granito locale: nulla a che fare con l’elegante dedica a Giove, in marmo di Candoglia (lo stesso del “nostro” Duomo!), che proviene da Angera, sul Lago Maggiore, e che rappresenta la scena di un sacrificio (nr. 99 = CIL V, 5472 = EDR 010349).

Museo archeologico di Milano

Il primo monumento è un’ara trovata in Brianza e dedicata a Giove Ottimo Massimo da Pilades, un saltuarius (“guardiaboschi”), per propiziare la salvezza e la vittoria (pro salute et victoria) del suo padrone Lucius Verginius Rufus (nr. 254 = CIL V, 5702 = EDR 163792). Amo questo monumento perché è perfetta sintesi di “microstoria” (la vita di uno schiavo) e “macrostoria” (il ruolo di Rufo). Infatti Rufo non era uno qualunque, ma un potentissimo generale originario di Mediolanum o di Comum a lungo di stanza in Germania, che – durante il cosiddetto “anno dei quattro imperatori”, il 69 d.C. – fu secondo Tacito acclamato anch’egli imperatore dalle proprie truppe, rifiutando però la carica. Mi piace pensare che l’abbia fatto, tra l’altro, per potere tornare a godersi in pace i suoi possedimenti boschivi dove Pilades lavorava, ubicati tra le verdi colline brianzole, allora non ancora minate come oggi da traffico e urbanizzazione selvaggia.

Ricostruzione monumento funerario Museo Archeologico Milano

Il secondo oggetto, se mai è possibile, è ancora più “grezzo”, ed è una dedica di un tale Cassius Vitalio a una divinità molto particolare, il Deus Magnus Pantheus, e cioè il “Dio grande che li comprende tutti” (nr. 169 = CIL V, 5798 = EDR 124118). Non siamo più, come nel caso precedente, nel I sec. d.C., ma nel III avanzato, quando la diffusione del cristianesimo è già significativa. È come se il Nostro, davanti all’affermazione del nuovo credo, rivendicasse anche al “suo” mondo pagano la possibilità di sviluppare un monoteismo, per così dire, “concorrenziale” rispetto a quello incarnato dalla divinità cristiana, rivale temibile e di lì a poco trionfatrice. Cassius sembra capire, insomma, che il paganesimo ha le 

 le ore contate, ma lo vorrebbe vedere resistere e combattere fino all’ultimo, a Mediolanum (allora caput imperii) come altrove, provando con la fantasia a creare, se necessario, nuovi dei. Il suo atteggiamento assume pertanto una sfumatura per certi versi eroica, per certi altri nostalgica o malinconica, proprio come l’epoca nella quale viveva.

Questo, e molto altro, offre il catalogo appena pubblicato; certo, è opera di consultazione e non di lettura divulgativa, dalla mole impegnativa e dalla reperibilità non troppo immediata. Ma tutto questo è normale, perché siamo davanti a un lavoro pensato per “durare”, che passerà di sicuro tra le mani di generazioni di studenti universitari e di studiosi e – perché no? – anche di qualche docente di Liceo in cerca di spunti innovativi per le sue lezioni. Ma pur nel tecnicismo e nell’apparente aridità di informazioni profuse sugli oggetti studiati, è impossibile non vedere nel testo un sentimento vibrante, una tensione emotiva, uno slancio morale, che chi scrive ben conosce, perché sono tipici di Antonio Sartori, custode da decenni dell’epigrafia milanese. Si tratta di qualità che Sartori ha, senza dubbio, profuso pure nei propri allievi: Serena Zoia, in questo caso e – spero – un po’ anche nel vostro recensore, che chiude il suo pezzo denunciando ancora una volta la sua evidente parzialità. Che è solo di questa volta, però, lo prometto.

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