I CELTI NELLA BERGAMASCA AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI BERGAMO

A causa della scarsità e l’incoerenza della documentazione storiografica, risulta impossibile definire cronologicamente il momento della fondazione di Bergamo, sorta come uno spontaneo agglomerato urbano piuttosto che attraverso un vero e proprio atto di fondazione.
La Bergamo Preromana si trova in una posizione marginale rispetto alle maggiori culture protostoriche anche se, grazie ai ritrovamenti archeologici nella zona, è possibile parlare dapprima di una sfera culturale transalpina che in seguito ebbe rapporti con la cultura etrusca e celtica (ma ogni tentativo di analisi più approfondita ci conduce nel campo delle ipotesi).
Plinio il Vecchio (scrittore e storico romano 23 d.C. – 79 d.C.) citando Catone (politico e scrittore romano 234 a.C. – 149 a.C.) e le sue Origens, parla dell’insediamento di Parra (o Barra) riconducendolo alla tribù indoeuropea degli Orobii e supponendone le provenienze etniche greche, pur senza fornirne dati attendibili.
Risulta più logico supporre che gli Orobii fossero una popolazione di stirpe ligure assimilatasi poi a Celti, oppure (secondo un’altra ipotesi) una tribù gallica appartenente al gruppo degli Insubri o dei Boi.
Grazie agli scritti di Livio è legittima l’ipotesi di B. Belotti (storico 1877 – 1944) che pensa ad una presenza protostorica di Liguri ed Umbri (non la stirpe umbra storica mediterranea)[1] nel territorio bergamasco, sostenuta appunto dal passo in cui lo storico romano parla di una presenza insubre all’arrivo dei Galli prima e dei Romani poi.
La toponomastica e i ritrovamenti lasciano dunque intendere ad un iniziale insediamento ligure nella zona di Bergamo, senza una vera e propria fondazione né una struttura urbanistica.
Esattamente come è avvolto nell’ombra della storia la nascita e l’origine di Bergamo, così è solo ipotetica la collocazione di Barra nel colle della Fara e tutte le elucubrazioni che ne seguono (tra cui la sua data di fondazione preromana che il Belotti attesta intorno all’anno 1200 a.C.).
A livello cronologico, nella zona è identificabile soltanto la cultura fortemente indoeuropeizzata di Golasecca, nella prima Età del Ferro (900 a.C.) caratterizzata da nuclei tribali rurali di limitata estensione.


Popolazioni preromane dell’Italia settentrionale, in particolare della cultura di Golasecca (rielaborato da De Marinis 1988).

Probabilmente Bergamo non assunse i connotati di città vera e propria nemmeno durante il periodo in cui gli Etruschi si stanziarono ed esercitarono la propria influenza culturale nella pianura padana nel VI a.C., proprio come è in dubbio l’idea di una conquista etrusca dell’Italia settentrionale.
E’ oggetto di discussione inoltre se gli Etruschi siano i portatori della civiltà del Ferro; la cultura del ferro sembra infatti precedente agli Etruschi e nella nostra zona era già presente appunto con la cultura golasecchiana, esperienza eneolitica di area ligure [2].
La dodecapoli etrusca di cui parlano Tito Livio (scrittore romano 59 a.C. – 17 d.C.) e Diodoro (storico greco ca. 90 a.C. – 27 a.C.) sembra essere molto lontana dalla realtà storica dei ritrovamenti archeologici così come il processo di colonizzazione del popolo nel territorio.
La presenza etrusca a Bergamo non è quindi da intendere come una dominazione politica vera e propria, ed è da escludere l’ipotesi che fosse sede di un lucumone o comunque parte della dodecapoli.
Per quanto riguarda la presenza di costruzioni in pietra e dell’edificazione della prima cinta muraria dell’insediamento, anche tale ipotesi risulta inattendibili ad un suo confronto storico.
Se è vero infatti che l’abilità edilizia etrusca eccelse nelle costruzioni militari e nell’architettura funebre, mentre per questi utilizzavano le pietre, per le abitazioni cittadine usavano legno e terra (cotta o cruda); questo contrasta con la tesi del Belotti secondo cui gli Etruschi edificarono la prima Bergamo in pietra e la fortificarono (perché fortificare un piccolo borgo di interesse economico e politico limitato? Un borgo che lo stesso Plinio descrive “Etiamnum prodente se altius quam fortunatius situm”[3]).

Nel IV secolo a.C., secondo le testimonianze dello storico romano Tito Livio, il principe gallo Belloveso (fondatore di Milano), alleatosi con popolazioni insubri già stanziate nel territorio occupò il territorio ad ovest dell’Adda, conquistando l’insediamento di Parra fino all’arrivo, pochi anni più tardi, di alcune migliaia di galli Cenomani che attraversarono le Alpi guidati dal condottiero Elitovio (anche se da un punto di vista archeologico sono stati ritrovati reperti che fanno pensare ad insediamenti celtici già a partire dal V secolo a.C.).

Insediatisi nella pianura padana occuparono le zone di Bergamo, Brescia, Verona e Vicenza, cambiando definitivamente il nome di Parra in Bergheim che divenne la loro città più importante grazie alla sua posizione strategica  ( il fatto che gli storici antichi di riferiscano a Bergamo con il termine latino oppidum indica che, oltre ad essere un centro fortificato con capanne e abitazioni varie, l’insediamento doveva avere un mercato ed ospitare una sede di potere politico-amministrativo rilevante [4]).
Il loro rapporto con gli Etruschi presenti nel territorio sembra essere stato dapprima un rapporto di convivenza e collaborazione: gli Etruschi si servivano infatti dei Galli come intermediari nei commerci con l’Europa centrale.
Nonostante questo non escluda la possibilità di conflitti tra le due culture (e quindi la cacciata degli Etruschi da parte dei Galli invasori di cui parla Marco Giuniano Giustino, storico romano dell’epoca degli Antonini ), sembra che l’evento sia avvenuto in maniera diversa, meno drammatica e repentina, trattandosi più di un lento prevalere dell’elemento celtico divenuto definitivo con l’arrivo dei Senoni oltre il Po.
A proposito del nome dato dai Cenomani alla nostra città, l’etimologia del nome è ancora incerta; è messa in relazione con la voce gotico-germanica berg (monte) ed heim (casa,roccaforte) (considerato il fatto che i Cenomani erano di origine gallica orientale, o quasi germanica), mentre un’ulteriore ipotesi la riconduce alla divinità Bergimos, considerato dai Galli celtici e dai Cenomani come il dio delle alture. 
Della civiltà cenomane non si sa quasi nulla, ma certo essi non erano agricoltori nomadi e nella loro religione doveva essere importante il culto di deità femminili, le Matres.
Stando agli scritti di Polibio (storico greco 206 a.C. – 124 a.C.), l’agricoltura presso i Cenomani era molto fiorente così come il potenziale demografico celtico, mentre l’organizzazione urbana era sostituita dal sistema di vita diecistico (per villaggi).

La città, poco dopo il 390 a.C. divenne teatro della sconfitta dei Galli Senoni (popolazione celtica stanziatasi sulla costa orientale dell’Italia) guidati da Brenno, reduci dal sacco di Roma.
Considerando la città un’ottima e difendibile roccaforte,  punto strategico per il ripristino e l’organizzazione delle sue truppe, il condottiero gallo chiese la resa di Bergamo e la sua sottomissione.
Al rifiuto, la espugnò e la rase al suolo edificando il proprio castello sulla collina di Breno (oggi Sombreno, nel comune di Paladina).
L’impero romano, ancora scosso per l’umiliazione subita (il sacco di Roma del 390 a.C. fu considerato da tutti gli storici come l’evento più traumatico della storia di Roma), decise di inviare il proprio console Tito Manlio alla testa di un esercito per eliminare la minaccia gallica definitivamente e rimediare allo smacco subito.
Secondo la leggenda il console sfidò Brenno ad un duello evitando lo scontro sul campo tra i rispettivi eserciti (andando contro le direttive dell’Impero) e costringendo lo stesso condottiero alla resa in caso di sconfitta.
Il duello fu vinto dal condottiero romano che, vinto il nemico, ne prese il collare (torque) e da allora fu ricordato come Tito Manlio Torquato; il gallo, per il disonore di aver perso ed aver conservato la vita, si annegò nel fiume che da lui prese il nome di Brembo.



Proposta di ricostruzione della morfologia preromana del complesso collinare di Bergamo elaborata da E. Fornoni nel 1889 ( A. Mazzi, Atti dell’Ateneo, Bergamo, 1889).

Esempio di insediamento celtico dell’Età del Ferro, 

Bergamo, Convento di S. Francesco. Planimetria e sezione dei resti archeologici protostorici rinvenuti ( R. Poggiani Keller, Bergamo dalle origini all’alto medioevo, ed. Panini, Mantova, 1986).

Bergamo, Convento di S. Francesco. Resti di un lastricato e di muri a secco del V sec. a.C. dai livelli golasecchiani (R. Poggiani Keller, Bergamo dalle origini all’alto medioevo, ed. Panini, Mantova, 1986).

Brembate Sotto: Oggetti metallici dai corredi tombali della necropoli del V secolo a.C. : brocca a becco d’anatra e situla stamnoide di produzione etrusca; spada ad impugnatura antropomorfa di produzione celtica. 
(Bergamo, Museo Archeologico di Cittadella)



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[1] Il toponimo Insubria sembra essere in relazione con il nome etnico Umbri, popolo preindoeuropeo affine ai Liguri.
[2] Bortolo Belotti, Storia di Bergamo e dei Bergamaschi, Edizioni Bolis, Bergamo, 1989.
[3] Plinio, Nat. Hist. 3,17,125
[4] E. A. Albertoni – R. Bracalini – E. Percivaldi, Le genti bergamasche e le loro terre, Editore Provincia di Bergamo, Bergamo, 1999.
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EPIGRAFIA VASCOLARE NELLA BERGAMO CELTICA E ROMANA

Qui sotto è disponibile un interessante contributo specialistico su BERGAMO  e centri minori attraverso l’epigrafia vascolare nell’epoca celtica e romana . L’articolo di ALESSANDRO MORANDI è estratto da STORIA  ECONOMICA E SOCIALE DI BERGAMO dalla preistoria al medioevo

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IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI BERGAMO

Tra i reperti più antichi conservati nel Museo vi sono alcune asce di pietra levigata rinvenute a Mozzanica, databili con ogni probabilità al Neolitico antico.

L’età del Rame è documentata da alcuni ritrovamenti avvenuti in grotta, come quello di Aviatico, pertinenti a sepolture collettive: ceramiche oggetti ornamentali, tra cui spiccano una collana di denti di Sus e alcune perline di calcite del tipo a disco e del tipo ad alette.

Ascia martello in pietra verde levigata, Fornovo S. Giovanni, III mill. a.C.

Ascia martello in pietra verde levigata, Fornovo S. Giovanni, III mill. a.C.

Ascia martello in pietra verde levigata, Fornovo S. Giovanni, III mill. a.C.Sempre attribuibile all’età del Rame sono le asce-martello di pietra levigata, trovate a Castione della Presolana Fornovo S. Giovanni. La metallurgia dell’età del Rame è rappresentata da tre asce piatte di rame rinvenute nel territorio bergamasco, tra i più antichi esemplari dell’Italia settentrionale.

L’età del Bronzo è documentata dalle asce di bronzo. Quella di Lovere è databile all’inizio del periodo, mentre i tre esemplari di Costa di Monticelli sono attribuibili al periodo finale dell’Antica età del Bronzo. Le tre asce costituivano un ripostiglio, ossia erano state sepolte, forse con altri oggetti, probabilmente con l’intenzione di recuperarle, e costituivano la riserva di bronzo di un metallurgo.

Lingotti di bronzo dal ripostiglio di un fonditore, Parre, inizi V sec. a.C..

Lingotti di bronzo dal ripostiglio di un fonditore, Parre, inizi V sec. a.C..

Lingotti di bronzo dal ripostiglio di un fonditore, Parre, inizi V sec. a.C..Nel corso della I età del Ferro, la Lombardia occidentale, il Piemonte orientale e il Canton Ticino furono abitate da una popolazione di origine celtica, il cui complesso di manifestazioni culturali è denominato cultura di Golasecca. Il territorio bergamasco, nell’ambito della cultura di Golasecca, è una zona di confine, poiché le attestazioni cessano al fiume Serio e le vallate alpine risultano insediate dalla popolazione degli Euganei; a Parre, posta al confine dei due ambiti culturali, compaiono materiali tipici di entrambi i gruppi culturali, come dimostra il ripostiglio di un fabbro deposto verso l’inizio del V sec. a.C. e formato da più di 1000 kg di bronzo sotto forma di rottami e lingotti.

La maggiore documentazione sulla cultura di Golasecca deriva dai contesti funerari che documentano il rito della cremazione: le ceneri del defunto, con tutti gli ornamenti, erano collocate entro urne, accanto alle quali erano deposti gli oggetti di uso comune o rituale, il vasellame, le armi. Le tombe più antiche sono quelle di Ponte S. Pietro; i bronzi, unici oggetti recuperati, sono databili tra i secoli X e VIII a.C., ossia all’età del Bronzo finale e alla primissima età del Ferro.

I ritrovamenti più numerosi della cultura di Golasecca sono però relativi al VI-V sec. a.C.: a Verdello e a Zanica, a Osio Sopra e a Fornovo S. Giovanni, e soprattutto a Brembate Sotto vi erano necropoli più o meno estese, a indicare l’esistenza di piccoli villaggi. Rinvenute nel 1800, dei corredi restano oggi per lo più gli oggetti di ornamento.

 

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Della necropoli di Brembate Sotto, la più cospicua, furono recuperati parecchi corredi integri nei quali compare, accanto alla ceramica e agli ornamenti tradizionali, vasellame bronzeo di produzione locale (ciste a cordoni, situle troncoconiche e capenducole) o di importazione dall’Etruria situle stamnoidi, Schnabelkannen (brocche a becco rialzato) e kyathoi .

L’inizio della II età del Ferro si fa coincidere con l’invasione gallica dell’Italia settentrionale, avvenuta intorno al 388 a.C., in seguito alla quale scompaiono molti degli aspetti culturali golasecchiani a favore delle nuove mode portate dagli invasori. Nel territorio bergamasco la documentazione archeologica relativa all’età gallica è limitata, con poche eccezioni, ai secoli II e I a.C., cioè alla fase di romanizzazione.

Fiasca da pellegrino e brocca tipo Ornavasso in bronzo, da una sepoltura di Calcinate, cultura La Téne, I sec. a.C.

Fiasca da pellegrino e brocca tipo Ornavasso in bronzo, da una sepoltura di Calcinate, cultura La Téne, I sec. a.C.

Fiasca da pellegrino e brocca tipo Ornavasso in bronzo, da una sepoltura di Calcinate, cultura La Téne, I sec. a.C.Nel corredo della sepoltura di Calcinate, del I sec. a.C., furono deposte una borraccia di bronzo di tradizione celtica accanto a una brocca di bronzo di produzione italica; il corredo della tomba di Misano Gera d’Adda, documenta bene la volontà di recepire usi e costumi mediterranei: vi figurano la ceramica a vernice nera, un balsamario di alabastro, un frammento di specchio d’argento, il cottabo, un oggetto destinato a un gioco che si svolgeva durante i banchetti greci, e gli strigili, utilizzati dagli atleti greci e romani per ripulirsi dal grasso e dalla polvere.

Non si rinuncia tuttavia a elementi di tradizione locale, come il vaso a trottola, lespade, le fibule, la borraccia e la padella di tipo Aylesford.

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