UN TEMPIO DI MINERVA IN VAL POLICELLA

Il sito archeologico, considerato uno dei più importanti del nord Italia per il suo connubio tra interesse scientifico e suggestione ambientale, era stato individuato e portato alla luce con degli scavi condotti nel 1835 da Giovanni Girolamo Orti Manara, le cui evidenze erano state registrate dalla mano di un illustre pittore mantovano, Giuseppe Razzetti, che aveva realizzato alcuni disegni ora conservati alla Biblioteca Civica di Verona. Fondamentale fu, al tempo, il ritrovamento di alcune iscrizioni votive in latino su pietra, che più volte riportavano una dedica alla dea Minerva e che hanno fatto pensare a un’intitolazione dell’intera struttura a tale divinità, sicuramente per l’età imperiale romana (a partire dal I sec. a.C.). Successivamente, l’abbandono e la costruzione dei terrazzamenti e dei muri a secco tipici delle colline della Valpolicella (le marogne) hanno ricoperto nuovamente il Tempio di Minerva, facendo perdere anche l’ubicazione del luogo in cui si doveva trovare.

I resti archeologici del Tempio sono stati riscoperti nel 2007 a seguito di un’operazione di recupero della memoria che ha coinvolto l’intera popolazione di Marano e non solo e che ha permesso, seguendo la tradizione orale, di individuare, tra le marogne del Monte Castelòn, il punto dove scavare per far riemergere il sito archeologico. Reperiti i finanziamenti necessari, sono state intraprese due campagne di scavo nel 2010 e nel 2013, che hanno messo in evidenza eccezionali peculiarità. Nel 2018 si sono conclusi i lavori di messa in sicurezza del sito, con l’installazione di una struttura di copertura e la realizzazione di un percorso di visita.

Negli scavi archeologici recenti, è stato possibile verificare la presenza di un sito pluristratificato, con la presenza nel medesimo luogo di rilevanti tracce di tre epoche di frequentazione differenti. Un primo luogo di culto protostorico, attivo fin dal VI secolo a.C., è testimoniato dalla presenza di un rogo votivo, conosciuto in area retica e alpina con il nome di “Brandopferplätz”, al cui interno sono state rinvenute tracce, tra l’altro, di un numero elevato di anelli digitali, interpretabili come offerte rituali. Sono stati poi evidenziati i resti di una struttura di culto romana di epoca tardo-repubblicana, realizzata probabilmente verso la fine del II sec. a.C. e a cui dovevano appartenere numerosi frammenti di decorazione di parete, che rappresentano la scoperta più importante dell’intera serie di campagne di scavo: una serie di elementi di intonaci dipinti e di stucchi ascrivibili al c.d. “I stile pompeiano”, una tecnica pittorica molto curata e di ottima fattura, presente nei più grandi siti archeologici del bacino del Mediterraneo, tra cui Pompei, rara, se non unica in Italia settentrionale.

La terza e ultima fase è quella che era già stata evidenziata dagli scavi ottocenteschi, ovvero quella di età imperiale: una costruzione databile verso la fine del I secolo a.C., attiva almeno fino al V sec. d.C., con una struttura tipica di un tempio di tradizione celtica (una cella centrale sopraelevata circondata da gallerie e da un colonnato, con copertura in tegole e coppi), in apparente contrasto con l’architettura locale del tempo, consistente in strutture spesso seminterrate e quasi completamente in pietra della Lessinia. Assoluta peculiarità è anche la presenza di una parte di muro realizzato con la tecnica del c.d. opus reticulatum, quasi totalmente assente in Italia settentrionale se non nelle terrazze del Teatro Romano di Verona, che fanno pensare ad una committenza di rango e cultura elevata, con influenze centro-sud italiche. Tutte e tre le strutture sono state costruite una sopra l’altra, apparentemente senza soluzione di continuità, sfruttando ognuna la posizione e il materiale proprio di quella di epoca precedente. L’area archeologica non è stata ancora indagata completamente e si ritiene possa rivelare ancora interessanti emergenze in una futura campagna di scavi.

Da daily.veronanetwork.it

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 Il santuario romano del Monte Castelon presso Marano in Valpolicella  
dal centro documentazione storia della Valpolicella
LE FOTO DEL TEMPIO
  
 

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