LE MINIERE D’ORO DI SALASSI E ROMANI :LA BESSA.

La Bessa identifica un terrazzo alluvionale alla destra del fumo Elvo in Piemonte. Qui i Galli Salassi prima e dal 140 aC i Romani hanno svolto imponenti attività di sfruttamento di sabbie aurifere. Sono stati identificati sette abitati stagionali ricavati nei cumuli di ciottoli. Tutti gli abitati si trovano attorno ad uno spazio rettangolare. Sono stati rinvenuti oggetti di uso quotidiano sia di tradizione locale che importati datati tra gli ultimi decenni del II e la metà del I sec a. C. È stato ritrovato anche un gruzzoletto di Vittoriati all’interno di una intercapedine di un muro di una capanna.

Ceramiche dei minatori
Lucerne dei muratori
Attrezzi e lingotti dei minatori

Da bessa.it

Storia delle Miniere de la Bessa.

Situato all’ombra della grande morena pleistocenica della Serra il giacimento aurifero della Bessa era ai margini di una via di comunicazione che dalla fine del Neolitico collegava la Pianura Padana con la valle del Rodano e con l’altopiano Elvetico attraverso il passo del Gran San Bernardo. Testimonianze evidenti dell’esistenza di questa “via” sono le stele antropomorfe che arrivarono nel corso del III millennio a.C. al seguito di  correnti culturali  provenienti dall’oriente Mediterraneo e dal Mar Nero lungo itinerari di penetrazione che in buona parte sembrano coincidere con il cammino dei miti di Giasone e di Eracle (Mezzena 1998). 

Le ritroviamo dapprima nella fascia pedemontana poi in Valle d’Aosta e, oltre il passo alpino, nel cantone Vallese in Svizzera.  Nella necropoli megalitica di Saint Martin de Corleans (Aosta) abbiamo, con una magnifica serie di steli,  una prova della fondatezza dell’associazione di queste culture al mito di Giasone, dato che il rito preliminare per il loro impianto é consistito nell’aratura del terreno e nella semina di denti umani uguale quindi a quello che celebrarono gli Argonauti prima di partire alla conquista del Vello d’Oro. Un probabile percorso risalì la Dora Baltea (testimoniato dalle steli di Vestigné) e passò a breve distanza dalla Bessa, possiamo quindi ragionevolmente pensare che questi “cercatori di metalli” (il Vello d’Oro altro non è che la pelle di animale attraverso la quale venivano filtrate le sabbie aurifere) abbiano avuto la possibilità di venire a conoscenza dell’esistenza di questo esteso e ricco giacimento di superficie e delle sabbie aurifere dei corsi d’acqua che lo delimitavano.

Non vi sono tuttavia,al momento, testimonianze dirette che indichino con certezza uno sfruttamento protostorico del giacimento aurifero, ma il ritrovamento di due nuclei di ossidiana e la presenza di numerosi massi erratici con incisioni a “coppella” (alcune tipologie appaiono collocabili nelll’età del Rame/Bronzo Antico) attestano una intensa frequentazione protostorica dell’area che, a partire dal V/IV sec. a.C., era controllata dalla tribù celtica (o celto-ligure) dei Salassi, insieme al territorio biellese parte dell’attuale provincia di Torino e alla Valle d’Aosta.

Dagli storici Cassio Dione (155 – 235 d.C. ca) (1), Paolo Orosio (fine IV – inizio V sec. d.C.) (2) e dal geografo greco Strabone (64 a.C. – 21 d.C. ca) (3) abbiamo una serie di significative notizie sul giacimento della Bessa che brevemente riassumiamo (testi originali alle note 1/3). Nel 143 a.C. il console Romano Appio Claudio attaccò i Salassi  prendendo a pretesto una contesa tra questi e le popolazioni insediate nella pianura (in cui i primi venivano accusati di privare i campi coltivati dell’ acqua del fiume Duria, utilizzata per il lavaggio delle sabbie di un grande giacimento aurifero). Malgrado una disastrosa sconfitta iniziale, Appio Claudio si impadronì del territorio oggetto del contendere. Ritornato a Roma chiese al senato il “trionfo” ma gli fu rifiutato a causa dell’elevato numero di perdite. Appio Claudio se lo autoconcesse pagando di propria tasca le spese, ma la parata rischiò di finire in rissa e per evitare di essere assalito da alcuni tribuni il console fece salire sul proprio carro la sorella vestale per beneficiare della sua inviolabilità. Appio Claudio che apparteneva ad una dinastia che oltre a tramandarsi il nome si tramandava anche il consolato era suocero di Tiberio Gracco uno dei famosi “gioielli” di Cornelia, figlia di Scipione Africano vincitore della battaglia di Zama.

L’identificazione del suddetto giacimento con la Bessa (o più probabilmente con le sabbie fortemente aurifere dei corsi d’acqua circostanti) non è certa, ma molto verosimile dato che doveva trattarsi di entità di grandi dimensioni. Si deve pensare che Strabone citando la Duria non si riferisse all’attuale fiume Dora che scende dalla Valle d’Aosta ed é separato dalla Bessa dalla grande morena della Serra, ma lo utilizzasse come idronimo dato che non esistevano nella regione altri giacimenti di consistenza tale da giustificare una, sia pur pretestuosa, disputa sull’acqua. Si deve ricordare a questo proposito che in Valle d’Aosta esistono numerose Dore (Savarenche, Rheme ecc.), in Piemonte la Dora Riparia, in Savoia e Vallese sono comuni le Doire, Doron ,Drance e Duria era l’antico nome del fiume Duero. Il testo di Strabone evidenzia anche che i Salassi controllavano le sorgenti del corso d’acqua e quindi evidentemente erano in grado di controllarne anche il flusso, cosa assolutamente impossibile se si fosse trattato della Dora Baltea. Anche a sud del lago di Viverone, in comune di Mazzè, dove la Dora esce dall’anfiteatro morenico di Ivrea vi è una zona di sfruttamento aurifero di modeste dimensioni che in parte si adatterebbe alla descrizione di Strabone. In questa zona si potevano effettivamente utilizzare le acque della Dora Baltea, ma l’ampiezza del cantiere non è compatibile con l’impoverimento della portata del corso d’acqua e con il controllo delle sorgenti. L’ipotesi più attendibile e maggiormente in linea con il testo di Strabone (suddivisione del corso d’acqua in canaletti) indirizza verso una estrazione dell’oro contenuto nell’alveo dei torrenti che delimitavano il giacimento alluvionale (gli attuali Elvo, Viona e Olobbia), i quali, ancora oggi, contengono buone quantità di metallo in pagliuzze.

Il 140 a.C. è quindi il termine post quem i pubblicani romani poterono avere in appalto la miniera d’oro e il ritrovamento, nella zona centrale della Bessa non lontano dalla frazione Vermogno, di un tesoretto di 10 Vittoriati e 3 Denari d’argento il più recente dei quali è databile al 118 a.C. e di un Asse nella zona settentrionale databile al 91 a.C. conferma l’attribuzione dei lavori al II – I sec. a.C.

L’oro era di proprietà dello Stato ed un Procurator metallorum  era posto a capo dell’amministrazione. Il testo di Strabone conferma anche che il metallo era già estratto dai Salassi (gli Ictimuli citati da Plinio erano probabilmente Salassi che avevano come centro di riferimento il villaggio omonimo), evidentemente su scala non semplicemente artigianale. Da Plinio (23 – 79 d.C.) abbiamo invece la prova della dimensione del cantiere poiché, a proposito della Bessa, cita una lex censoria (4) che, probabilmente per problemi di ordine pubblico, vietava l’utilizzo nelle aurifodinae di più di 5000 lavoratori, ciò significa che vi furono periodi in cui il loro numero dovette essere maggiore. E’ probabile che questo numero non si riferisse ai soli addetti ai lavori minerari ma al totale dei lavoratori impiegati compresi quindi quelli coinvolti nelle attività che oggi sarebbero chiamate: “l’indotto”.
L’apertura dei cantieri provocò certamente una imponente rilocazione di popolazioni di etnia salassa verso l’area della Bessa e una modifica alla loro struttura sociale ed economica (l’approvvigionamento in viveri e materiali doveva rappresentare un importante problema) dato che si ritiene che la mano d’opera fosse costituita da comunità di “dedicti” che, dopo la sconfitta, pagavano tributo a Roma con il lavoro. Inoltre in prossimità della miniera doveva essere necessaria la presenza dell’esercito dato che si trattava di zona di confine con popolazioni che furono totalmente sottomesse solo sotto Augusto.

Il periodo di sfruttamento della Bessa è stato uno dei più turbolenti nella storia della Repubblica. Viene immediatamente dopo la caduta di Cartagine ad opera di Scipione Emiliano poi ucciso da Caio Gracco, l’altro “gioiello” di Cornelia. In seguito arrivarono le invasioni dei Cimbri che furono sconfitti da Mario nei pressi di Vercelli nel 101 a.C. e le lotte tra lo stesso Mario e Silla. E’ probabile che l’oro della Bessa sia servito a finanziare i vari contendenti fino alla presa del potere da parte di Cesare, che era scampato alle liste di proscrizione (eliminazione fisica) emesse da Silla.

Non è nota la durata del periodo di sfruttamento (probabilmente un centinaio di anni) sappiamo però che all’epoca in cui scriveva Strabone le miniere erano già state abbandonate (o esaurite) e l’oro di Roma proveniva ormai in massima parte dall’Iberia e dalla Gallia.

Amministrativamente la miniera dipese nella fase iniziale da Vercelli poi, in seguito alla deduzione di Eporedia (Ivrea) nel 100 a.C., passò, secondo una tesi recente, sotto questa. Lo testimonierebbero indirettamente alcune lapidi ed iscrizioni di cittadini eporediesi, rinvenute ai margini della Bessa (fraz. Riviera di Zubiena) e sul sito di S.Secondo di Salussola, da alcuni ritenuta l’antica Victimula. La lapide di Riviera è relativa ad un sacerdote di Augusto, l’iscrizione di S.Secondo ricorda la donazione di un ponderarium (struttura in cui venivano conservati pesi e misure) da parte di un magistrato. A questo proposito si deve però constatare che le iscrizioni sono di età alto imperiale, che sia Strabone che Plinio, attivi in epoca posteriore alla chiusura della miniera, la collocano  vicino a, o nell’ager di Vercelli senza menzionare Eporedia. L’identificazione della Ictimuli/Victimulae, citata dagli storici,  con il centro direzionale delle aurifodinae non è stata fino ad ora confermata, dato che la datazione dei reperti e delle strutture indagate a S.Secondo non sono antecedenti l’età Imperiale e nessuna necropoli contemporanea al periodo di “coltivazione” é per ora venuta alla luce. Un vicus a nome Ictimuli o Victimula è sicuramente esistito dato che oltre Strabone anche l’Anonimo Ravennate (VII sec.) la cita situandola vicina all’attuale Ivrea (5).

La ricerca dell’oro continuò anche nei secoli successivi e prosegue ancora attualmente a livello amatoriale  ad iniziativa di singoli e limitata alle sabbie provenienti dal rimaneggiamento dei depositi delle morene ad opera dei torrenti.

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1. “(Appio) Claudio, il collega di Metello al consolato, orgoglioso di nascita, e geloso di Metello, ottenne dalla sorte di governare l’Italia, ma non avendo alcun nemico, e desiderando assolutamente ottenere una brillante vittoria; spinse la tribù gallica dei Salassi – che non aveva ragioni di conflitto – a entrare in guerra contro i Romani. Inviò loro qualcuno per mettere pace, disse, tra di loro e loro vicini, poiché non vi era accordo circa l’acqua necessaria alle miniere d’oro; e fece delle incursioni attraverso tutto il loro paese.”

2. “Appio Claudio attaccò il Galli Salassi e nella sua disfatta perse cinque mila soldati, dopo aver nuovamente dato battaglia uccise cinque mila nemici ma benchè avesse chiesto il trionfo, che la legge prevedeva per chi avesse ucciso cinque mila nemici, non lo ottenne a causa delle maggiori perdite subite, egli diede prova di una impudenza e di una ambizione incredibile trionfando a proprie spese”

3. ” Il paese dei Salassi ha pure delle miniere, di cui un tempo, quando ancora erano potenti, i Salassi erano padroni, cosi come erano padroni dei valichi alpini. Nella produzione mineraria era loro di grande aiuto il fiume Duria per il lavaggio dell’oro; perciò in molti punti, dividendo l’acqua in canaletti, svuotavano la corrente principale. Questo serviva a quelli per la produzione dell’oro, ma danneggiava gli agricoltori che coltivano le pianure sottostanti, privati dell’acqua di irrigazione…. Per questo motivo vi erano continui conflitti tra le due popolazioni.”


” Dopo la vittoria dei Romani, i Salassi furono cacciati dalle miniere e dal territorio circostante, ma perché continuavano ad occupare i monti, fino a poco fa vendevano l’acqua ai pubblicani che avevano appaltato i lavori delle miniere d’oro e vi erano continue liti coi Salassi per la cupidigia dei pubblicani .”

” Quanto allo sfruttamento delle miniere, oggi non avviene più come prima, perché quelle dei Celti transalpini e parimenti quelle dell’Iberia sono più proficue. Una volta invece, quando anche a Vercelli c’era una miniera d’oro, era in vigore tale sfruttamento. Vercelli è un villaggio vicino a Ictimuli che pure è un villaggio: entrambi sono vicini a Piacenza .”

4. “Extat lex censoria ictimulorum aurifodinae in Vercellensi agro, qua cavebatur, ne plus quinque milia hominum in opere  publicani haberent .”

5. ” Iuxta Eporedia non longe ab Alpes est villa quae dicitur Victimula.”

Altro Link: http://www.bessa.it/strutture.htm Emergenze archeologiche.pdf

http://www.toureditor.com/viewCopertinaTour.php?id=183&TourEditor=La%20leggenda%20del%20cavallo%20doro

https://www.academia.edu/resource/work/44082446

CHI ERANO I SALASSI:

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