UNA STATUETTA CELTICA EMERSA DAI GHIACCI AI CONFINI DELLA VALDAOSTA

Una statuetta celtica emersa dai ghiacci.

Il passato percorre molto spesso vie tortuose per tornare a frammenti fino a noi, senza che sappiamo mai con esattezza se vi fosse qualcosa di scritto o dipendesse dal caso. La scultura antropomorfa della quale vi narriamo la sorprendente storia è emblematica delle caratteristiche e delle difficoltà più salienti dell’archeologia glaciale. Con il riscaldamento climatico e l’inesorabile scioglimento dei ghiacciai, questa disciplina è in pieno boom, e questo movimento è destinato ad espandersi nei decenni a venire. Mauro Ferrini, operaio robotico italiano di una cinquantina d’anni, ha svolto senza saperlo un ruolo interessante in questa piccola storia che ci collega a quella grande. Siamo in una giornata d’agosto del 1999. L’alpinista torinese percorre lo Haut Glacier d’Arolla/VS assieme a Silvia, la sua compagna di allora. Nelle vicinanze del Col Collon (3068 m), che segna il confine tra la Val d’Hérens e la Valpelline, in Val d’Aosta (I), si imbatte in una statuetta di 50 centimetri di lunghezza scolpita nel larice. La raccoglie, la esamina e la infila nello zaino. Non sa che il suo gesto è illegale, poiché gli oggetti archeologici sono di proprietà dello stato nel cui territorio sono stati rinvenuti.

A picture taken on October 8, 2020 in Sion shows Pierre Yves Nicod, curator at archaeological department of the history museum of Canton of Valais holding a Celtic artifact from the Iron Age

Uno strano smiley imbronciato

La scultura raffigura un corpo umano stilizzato privo di piedi, braccia e sesso, il cui volto ricorda uno smiley imbronciato e prolungato da un’asta. È imbevuta d’acqua di scioglimento, ma perfettamente conservata, come spesso accade con le vestigia restituite da ghiacciai, nevai e permafrost. Il suo aspetto lascia supporre che avrebbe potuto essere stata realizzata solo qualche mese o anno prima, e persa o abbandonata dal suo proprietario. Questo «feticcio» degno dell’Orecchio spezzato di Tintin ha in realtà più di 2000 anni! «Numerose analisi del carbonio 14 hanno permesso di stabilire che l’oggetto risale ai due ultimi secoli prima di Cristo», spiega Pierre-Yves Nicod, conservatore del Museo di storia del Vallese.

Assieme al suo predecessore, Philippe Curdy, l’archeologo romando sta per pubblicare un articolo dettagliato sulla scoperta nella rivista tedesca di riferimento Archäologisches Korrespondenzblatt. Mauro Ferrini vi è citato come «collaboratore». E per una buona ragione! Esagerando un po’, si potrebbe dire che l’italiano ha fatto l’essenziale: come spesso accade, è stato lui, il semplice escursionista senza formazione né conoscenze archeologiche, a mettere le mani su questo prezioso «ambasciatore del passato».

Lucidata con la cera

In seguito, però, senza volerlo né saperlo ha avuto la maggior parte delle cattive reazioni del profano: toccare l’oggetto rischiando così di alterarne la conservazione, non lasciarlo al suo posto, non fotografarlo nel suo ambiente, non stabilirne l’ubicazione con il GPS e/o erigendo un ometto di pietra e infine non segnalarlo tempestivamente all’Ufficio cantonale di archeologia del Vallese. Per non citare il fatto che, tornatosene a casa e credendo di far bene, il torinese lo ha appeso alla parete del salotto come un semplice oggetto decorativo e si è accanito per parecchi anni a trattarlo regolarmente con la cera e lo spray antipolvere. Una meticolosità che avrebbe potuto complicare notevolmente la sua datazione con il carbonio 14.

Il tempo passa. La scoperta diventa un lontano ricordo senza grande importanza fino a quando, nel 2004, la sua ex compagna non si imbatte in un articolo di giornale dedicato alla scoperta fatta l’anno precedente da un alpinista di una statua analoga, ma più imponente, sul ghiacciaio nelle vicinanze del Passage du Colerin (3200 m), in Savoia. La donna fa un collegamento con la statuetta del 1999 e cerca di informarsi via e-mail presso lo studioso francese che ha fotografato l’oggetto. Quest’ultimo non le risponde, ma stranamente conserva il suo indirizzo elettronico.

Improbabile concorso di circostanze

Tredici anni più tardi, Pierre-Yves Nicod lo contatta con l’idea di presentare la statua di Colerin all’esposizione «Mémoire de glace, vestiges en péril» che sta allestendo a Sion. Centro! Lo studioso francese mette l’archeologo svizzero sulle tracce della sua interlocutrice piemontese. «Miracolosamente, l’italiana aveva ancora il medesimo indirizzo e-mail e il suo ex compagno, che aveva perso di vista, aveva ancora lo stesso numero di cellulare. Contattato, ha accettato con entusiasmo di consegnare l’oggetto, facendo per l’occasione addirittura la strada da Torino a Sion», racconta Philippe Curdy.

Quanto alla statuetta del Col Collon? «Non sappiamo se si tratta di un oggetto religioso, di quelli che gli uomini collocavano a volte sulle montagne per invocare la protezione divina, oppure di un oggetto funzionale, come una colonnina, o forse ancora un semplice giocattolo. Questa incertezza è un po’ frustrante, ma l’importante è che l’oggetto conferma che, in epoca celtica, per spostarsi tra il Vallese e la Valle d’Aosta gli uomini facevano uso di questo passaggio d’alta quota», commenta Pierre-Yves Nicod. E, come suggerisce una lama di coltello in selce vecchia di quasi 5000 anni, rinvenuta nella medesima zona da un soldato svizzero, lo facevano sicuramente ben prima di allora.

Tratto da https://www.sac-cas.ch/it/le-alpi/la-statuetta-imbronciata-23758/

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