LA STELE GALLO-ROMANA DI BEE

È stata scoperta nel 2020 a Bée nel Verbano una pietra iscritta all’interno di un muro di contenimento di un’abitazione privata. A luglio 2021 la pietra è stata prelevata per essere studiata meglio. Ad estrarla è stato un gruppo di collaboratori del Gruppo archeologico Mergozzo e del Civico museo archeologico, con la supervisione della funzionaria della Soprintendenza Elisa Lanza. «A dicembre 2020 con metà epigrafe sepolta si leggeva solo una parte – spiega l’archeologa Poletti – mentre ora l’iscrizione è completa e si comprende meglio. È confermato che si tratta di una scritta funeraria che indica il nome del defunto e il suo patronimico com’era usanza ai tempi nelle popolazioni celtiche e galliche dell’Italia settentrionale».

La stele di Bee nel Verbano

La scritta (disposta su tre righe) sulla lapide ritrovata a Bée recita «Diucone figlio di Atluce». «I nomi gallici avevano sempre un significato e in questo caso Diuco significa comandante – dice Poletti -. Indica la sepoltura di un personaggio di prestigio: ricopriva un certo ruolo e anche il fatto che si utilizzasse la scrittura è indicativo. Basti pensare che nelle tante necropoli della zona tra Mergozzo, Gravellona e Ornavasso, non c’è una lapide con un’iscrizione così precisa». Per il tipo di scrittura – ancora irregolare – il reperto di Bée è databile agli inizi della romanizzazione.

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Un’incisione, un’epigrafe funebre riporta Bee indietro di 2.000 anni: la scoperta del reperto antico è fresca e permette di fare la conoscenza di due dei più vecchi abitanti dell’Alto Verbano.

Al reperto archeologico si è arrivati mediante una serie di eventi concatenati che hanno portato l’archeologa Elena Poletti, conservatrice del museo Civico di Mergozzo, a Bee: l’esperta doveva verificare sul posto elementi circa il ritrovamento di una testimonianza di epoca romana recuperata oltre 40 anni fa e di recente consegnata al museo; è stata in questa occasione che lo storico del paese Guido Canetta le ha mostrato una pietra con segni incisi, inserita in un muro di contenimento di un’abitazione.

Dopo aver acquisito la documentazione fotografica e analizzato il rilievo dell’iscrizione, si è giunti alla conclusione che si tratta di una testimonianza di età romana.

La lastra di serizzo mostra incise alcune lettere. È stata rinvenuta dai proprietari del terreno dove era stata murata rovesciata. Non sono riconoscibili le scritte, ma un’analisi comparata con reperti simili fa ritenere che si tratti di un’epigrafe funeraria. È curioso come si sia arrivati alla conclusione: «La pietra menziona due persone – spiega Poletti -: alla prima riga si può ricostruire un nome incompleto di tradizione celtica, “-uco”, che può essere ricostruito in Diuco-Diuconis, che pure si trova su una stele di Brisino esposta al museo di Mergozzo. La seconda riga invece propone una “F” abbreviativa della filiazione, cioè che sta a significare “figlio di”, al quale segue un altro nome relativo al padre, di cui restano le lettere Louc. Anche in questo caso si tratta di una radice di origine celtica che può stare per “Louk-Leuk” tradotto in bianco, splendente. Lo stesso nome si ritrova su epigrafi di carattere funerario nel Cuneese e, nella variante “Leuc”, su una stele romana rinvenuta a Zoverallo e oggi parte della collezione del museo del Paesaggio di Verbania».

Nomi e «impaginazione» della stele fanno propendere per la datazione a cavallo tra la fine del primo secolo a.C. e gli inizi del primo secolo d.C.

«Le lettere sono ancora grezze e più simili all’alfabeto leponzio, dunque si parla degli inizi della romanizzazione – spiega Poletti -. Non abbiamo il contesto di provenienza perché la tomba non è stata ritrovata nella sua interezza ma si tratta del tipico modo di “scrivere” le epigrafi funerarie delle nostre zone: nome e patronimico, ovvero “Tizio figlio di Caio”. Va infine considerato che in quell’epoca i luoghi di sepoltura si trovavano “diffusi” lungo le vie di accesso ai nuclei abitati, e può essere dunque pure il caso di Bee».

Alla scoperta dell’epigrafe funeraria romana si aggiunge la consegna al museo di Mergozzo, da parte del privato Emanuele Villa, di un’olpe (brocca utilizzata per lo più per il vino) risalente al primo-secondo secolo d.C.

Solo quest’anno sono stati diversi i reperti arrivati ad arricchire le collezioni del museo archeologico della Bassa Ossola: l’associazione ossolana Canova ha consegnato un antico peso da telaio in pietra ollare ritrovato a Ghesc (Montecrestese) e altri hanno portato una lama di coltellino di ferro recuperata, affiorante dal terreno, all’alpe Devero e una lama in selce preistorica raccolta a Ceppo

Da La Stampa

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