LA PIETRA DI ISSEL

“Pietra di Issel o delle coppelle” è stata scoperta nel 1908 da Arturo Issel, ricercatore e studioso nato a Genova nel 1842 . Si trova in località Giutte in Comune di Mele, sopra Acquasanta.

La roccia è ricoperta da qualche centinaio di cavità rotonde di varie dimensioni, chiamate appunto coppelle e da figure geometriche stilizzate, filiformi o a forma di croce, di significato antropomorfo. 

Per arrivarci bisogna prendere da Acquasanta la strada in salita che conduce alla frazione di Giutte, dove poco prima dell’ abitato sulla destra salendo, si trova una bacheca in legno della Comunità Montana Argentea.

Da qui si prosegue a piedi lungo una strada sterrata che corre a lato di una grande proprietà recintata, fino ad arrivare alla presa di un acquedotto in un tornante, dove sulla destra si stacca un sentiero che in 5/10 minuti conduce alla pietra (palina in legno con indicazioni).

Come dicevamo prima la roccia è ricoperta di coppelle e croci. Molte sono sicuramente preistoriche, mentre altre sono di epoca medioevale: è difficile stabilirne ad occhio nudo con precisione l’epoca. Spesso infatti vi è una sovrapposizione di epoche . È presente inoltre un tetraedro scavato, con la punta orientata verso nord, con 35 coppelle delimitanti in un’area circolare. Si riconoscono anche affilatoi a polissoir.

Pietra di ISSEL
Pietra di ISSEL

Un piediforme ormai appena visibile è di verosimile età preistorica così come alcune delle coppelle di dimensioni medie . La loro fattura e soprattutto le loro condizioni non lasciano dubbi sulla loro antichità. Altre incisioni sono sicuramente più recenti. Tra di esse sulla pietra sono visibili le più piccole incisioni a coppella che abbia mai visto, si tratta di pochi millimetri di diametro.

Un’altra anomalia è un cerchio perfetto di una decina di centimetri di diametro. Per queste incisioni si parla di epoca medioevale o anche più recente, ma visto che la pietra venne ritrovata nel 1908 dal professor Issel e che ne esistono raffigurazioni dell’epoca, non s. Su “Incisioni rupestri e megalitismo in Liguria” di Priuli Ausilio e Pucci Italo (Priuli e Verlucca ed.) leggo che sul luogo si trovava anche una pietra molto simile che venna distrutta purtroppo durante la costruzione di un oleodotto negli anni ’60.

Bibliografia: “Incisioni rupestri e megalitismo in Liguria” di Priuli Ausilio e Pucci Italo (Priuli e Verlucca ed.)

LINK 1: http://it.wikipedia.org/wiki/Incisioni_rupestri#Pietra_delle_coppelle

LINK 2: http://www.themodernantiquarian.com/site/11400/issels_stone.html

QUANDO IL CIELO CADDE SULLA TESTA..

COPPELLE E MASSI ERRATICI IN BRIANZA

La Brianza doveva anticamente apparire ricca di massi erratici abbandonati e sparsi dai ghiacciai. Carate rappresentava il limite estremo verso sud di deposito di questi massi oggi scomparsi in superficie ma visibili quando le ruspe scavano in profondità . A riprova di questo abbiamo un documento notarile del XV secolo che indicava una località caratese che si chiamava “ad petram grossam” cioè una località che si caratterizzava dalla presenza di un grande masso. Anche una contrada caratese era detta contrata de Predal forse per la presenza di una grande pietra che caratterizzava il rione. Nel medioevo il cognome Preda, derivato dal toponimo ovvero dal luogo d’origine della persona, era molto diffuso in Carate.

Sasso del Guidino

Uno di questi massi, fortunosamente conservatosi perché inserito in un antico parco, è quello detto «sasso del Guidino». A Valle Guidino, nel parco di villa Osculati, è conservato e protetto quale monumento naturale. È anche visitabile: un grande masso erratico in serpentino del volume di più di 100 metri cubi, oggi considerato uno dei più belli della Brianza. Questi grandi massi, misteriosi nell’antichità dovevano essere considerati d’origine celeste tanto che antiche paure in leggende nordiche erano legate al timore che potesse «cadere il cielo».

Briosco masso erratico nel Lambro
Sass de Preja Buia a Sesto Calende

(In un poema mitologico, il drammaturgo greco Eschilo narra che Eracle, giunto nelle terre che si presumono quelle della pianura padana, incontrò l’esercito dei Liguri «nella terra palustre sparsa di sassi caduti dal cielo» e anche « …fu attaccato da forze locali tanto numerose da restare a corto di frecce. Buttatosi in ginocchio, si rivolse supplice a suo padre Zeus, che fece piovere pietre sulla pianura. Eracle le afferrò e le lanciò contro i suoi assalitori sgominandoli»).

Alcuni scienziati di inizio Ottocento ipotizzavano che questi massi fossero stati messi in posto durante il «Diluvio Universale solo osservando i ghiacciai svizzeri ci si accorse della loro vera origine. In Brianza molti di questi massi sono chiamati «masso del diavolo» o «sass delle streghe» perché gli antichi non riuscivano a spiegarsi la loro origine e anche per certi «segni» che erano incisi sulle loro superfici.

Il timore reverenziale per queste presenze inspiegabili non aveva impedito agli scalpellini di 2000 anni fa di utilizzare il duro granito per scolpire le are con le invocazioni a Giove o a Silvano che vediamo riutilizzate nelle strutture della basilica di Agliate, o gli avelli trovati a Realdino. Per secoli questi massi furono una facile fonte di approvvigionamento per architravi, mensole, gradini o stipiti colonne, sarcofaghi e coperchi.

Lapide con invocazione a Silvano nella basilica di Agliate

I massi cuppellati della Brovada

A Carate Brianza questi «trovanti» furono oggetto di culti misteriosi che lasciarono tracce notevoli nella valletta della Brovada, dietro a Cascina Peschiera. Nel fitto del bosco se ne trovarono tre su cui, sulla superficie liscia, erano state scavate molte «coppelle», ossia degli incavi semisferici o ellittici, disposti con un ordine forse non casuale, ma come nella maggior parte dei casi, che sono decine o centinaia di migliaia, incomprensibile. Il primo masso della Brovada era stato rinvenuto nel 1883 e pochi anni dopo se ne rinvennero altri due che giacevano più a monte, verso la cascina Contravaglio. I massi furono tagliati in più pezzi per asportarne le superfici cuppellate e portarle a Milano; dove sono ancora malamente visibili nel cortile del Castello Sforzesco. Dei tre massi si vedono cinque frammenti. Uno, il primo rinvenuto nel 1883, ha la superficie ancora intera mentre gli altri sono frazionati.

Cortile delle armi del castello Sforzesco di Milano-le coppelle di Carate (provenienza bosco Riverio)
Coppelle di Carate (bosco Riverio) ora nel cortile delle armi del castello Sforzesco di Milano
Coppelle di Carate ( provenienza bosco riverio)- ora al Castello Sforzesco di Milano

Si ha il ricordo di un altro masso in sarizzo inciso con coppelle tagliato e utilizzato per la costruzione della ferrovia. L’operazione di stacco fu l’unico mezzo per salvare almeno il ricordo dei massi e dei riti che si celebravano intorno a essi, purtroppo l’effetto monumentale e misterioso, che chi incise i massi certamente voleva, è perduto. Quasi una copia piatta di una superficie senza più la suggestione del grande masso affiorante dal terreno, tra il folto degli alberi e a fianco del ruscello, che doveva aver suscitato sentimenti di rispetto e di timore nel nostro progenitore.

Enormi sassi scagliati sulla terra da un cielo di cui si doveva aver timore oppure parti affioranti del .. corpo della Dea Madre da cui tutto aveva vita e in cui si tornava. Sentimenti di una religiosità che ruotava attorno alla natura ed al mistero che racchiudeva. Un ultimo masso, descritto come «masso in sarizzo nero di m. 0,90 x 0,75, alto 0,55, nel cui centro è scavata una grande scodella circolare del diametro di m. 0,34, con profondità di m. 0,32, mentre all’intorno, lungo il margine della pietra, esistono nove scodelle minori, con diametro di cm. 10 e profondità variabili da cm. 3 a 8», sembrerebbe provenire anch’esso dalla valletta della Brovada. Questo masso ricoverato negli anni Venti nella villa dell’ing. Giuseppe Mascherpa in Carate Brianza è oggi introvabile.

Immagine dei Massi coppellati a Consonno

Massi coppellati a Consonno sul crinale dell’Adda

Tratto dal sito cassiciaco.it

LE PITTURE RUPESTRI IN VAL D’OSSOLA

Una  scoperta straordinaria che ha fatto dell’Ossola il punto di riferimento più importante delle Alpi circa le testimonianze di pitture rupestri preistoriche. ai primi di maggio del 2012 due studiosi del Gruppo archeologico di Mergozzo, Elena Poletti e Alberto De Giuli.

scoprirono il «tesoretto» ovvero una roccia sulla quale spicca un complesso di pitture realizzate in ocra rossa che si estendono per circa sei metri e sarebbero state realizzate, secondo una prima valutazione, tra il 5000 ed il 1200 prima di Cristo. Le pitture si trovano sotto una balma, lastra di roccia rivolta verso l’interno che fa da protezione, battezzata «la balma dei cervi». Il sito è in una posizione impervia, difficile da raggiungere, ma dal quale è possibile godere un panorama mozzafiato. Ed è forse per questo che chi l’ha individuato per primo, gia nel 2010, è stato Livio Lanfranchi, un cacciatore. «Si può dire – racconta Poletti – che questa scoperta è avvenuta nell’ambito del progetto interreg Sitinet, un censimento di siti archeologici e geologici, che si sta svolgendo sotto la regia della Provincia. Stavamo facendo dei rilievi in montagna quando siamo stati avvicinati da Lanfranchi che ci ha messo al corrente di queste pitture che aveva visto».

Dopo qualche tempo i due archeologi, acompagnati dal cacciatore, sono andati sul posto. Un sito del quale, fino a quando la Sovrintendenza dei beni ambientali non troverà le modalità per proteggerlo, non verrà svelata la posizione. «E’ stato un momento di grande emozione – spiega Poletti – quando abbiamo visto queste pitture e abbiamo capito che si trattava di una cosa di portata notevole. Lo si capiva dai pigmenti mineralizzati con cui queste figure erano state disegnate. C’erano altre persone con noi. De Giuli ed io ci siamo guardati in faccia ma non ci siamo detti niente perché temevamo che si diffondesse la notizia in maniera incontrollata».

Rivela sorridendo Poletti: «Ho pensato davvero che questa sia stata la scoperta della vita. Sulle Alpi testimonianze di questa entità non ce ne sono. C’è il piccolo dipinto del cervo all’Alpe Veglia e la composizione di figure umane alla Rocca di Cavour in provincia di Torino. Ma sono poca cosa al confronto». Aggiuge l’archeologa: «Qui si tratta di 37 figure maschili e femminili che si estendono per una lunghezza di 6 metri. E’ un vero e proprio unicum per le Alpi al punto di potere accostare questo complesso alle aree di pittura rupestre dei Pirenei o del Levante Spagnolo. E proprio perché assomigliano a queste ultime fanno pensare che siano collocabili agli anni che vanno dal 5000 al 1200 prima di Cristo». Ora toccherà alla Sovrintendenza, in accordo con la Provincia, definire i percorsi che riguardano la messa in sicurezza e le modalità di fruizione del sito. (Da La stampa)

https://youtu.be/pIww1y-GHFk

http://www.balmadeicervi.it/BDC_museum_door.php

https://www.academia.edu/45651951/La_Balma_dei_Cervi_a_Crodo_Campagna_di_documentazione_di_ricerca_e_attivit%C3%A0_di_valorizzazione_in_un_riparo_con_pitture_rupestri_preistoriche

https://www.academia.edu/61518715/Le_pitture_rupestri_della_Valle_Antigorio_VB_e_la_valorizzazione_dei_siti_archeologici_fragili

GUERRIERI ED ARMI NELLE INCISIONI RUPESTRI DELLA VAL CAMONICA

Ausilio Priuli é uno dei piu importanti studiosi e scopritori di pietroglifi nella valle Camonica . Tantissime sono le sue scoperte e le pubblicazioni.

In questo video viene spiegata la storia e l evoluzione delle rappresentazioni dei guerrieri alla luce non solo della evoluzione delle armi ma soprattutto tenendo ben conto del significato religioso , magico ed evocativo delle incisioni stesse nella civiltá della antica valle.


https://youtu.be/jypvpIlGdGw

INTRODUZIONE ALLA LINGUA DEGLI ANTICHI LIGURI

L’Autore commenta e interpreta le antiche iscrizioni liguri incise su rocce e pietre finora trovate in 30 località di Lunigiana e provincia della Spezia. I Liguri svilupparono un sistema scrittorio basato su legature tra lettere, spesso elaborate con finalità figurative. La scrittura era un’arte non solo perché i segni alfabetici erano formati e disposti per costituire simboli, figure di divinità e oggetti, ma anche perché essa doveva essere ingegnosa e spesso comunicare più messaggi. Essendo il ligure una lingua indeuropea, i contesti e il cospicuo numero delle attestazioni permettono di interpretare il 90 per cento delle parole.

Qui potete consultare l’introduzione tratta dal sito ACADEMIA.EDU

VALCAMONICA: SCIVOLO DELLA FERTILITÀ E NUOVI GRAFFITI

Da L’ eco di Bergamo

Una serie di nuove e importanti scoperte è stata portata alla luce in territorio di Flaccanico, frazione di Costa Volpino, dall’archeologo camuno Ausilio Priuli. Decine di rocce graffite che potrebbero presto dare il via ad una stagione di ricerche in una zona dove storicamente pochi studiosi si erano spinti a cercare. Situate principalmente su due diversi speroni di roccia distanti alcune decine di metri l’uno dall’altro, le incisioni individuate si trovano sullo strato della cosiddetta «Formazione di Wengen», una delle unità del Triassico medio-superiore più conosciute delle Alpi Meridionali.

«Sono convinto che questo sia solo l’inizio, qui nessuno ha mai fatto ricerca» racconta Priuli. Dalle rocce, coperte in parte dalle incrostazioni di licheni e in parte da accumuli di materiale, emergono straordinari frammenti storici e preistorici: dai segni dovuti all’affilatura delle armi alle coppelle (piccole conche rotondeggianti), fino ad arrivare a incisioni più strutturate come il «filetto», o «triplice cinta», un simbolo composto da tre quadrati concentrici uniti da tratti di intersezione perpendicolari.

«Secondo le interpretazioni di oggi raffigurerebbe la scacchiera di un gioco da tavolo, ma originariamente doveva avere qualche altro significato e infatti si parla di “triplice cinta” in riferimento alla “triplice cinta druidica”, in pratica il percorso per raggiungere il centro e quindi la conoscenza» spiega ancora l’archeologo.

Incisioni con segni geometrici
Incisioni con segni geometrici

Tra i segni che percorrono lo strato roccioso emerge anche una croce. «Dall’incrostazione che la copre non è tanto recente. Le croci venivano incise per cristianizzare quei luoghi ritenuti legati ai culti pagani». Carico di valore simbolico e sacrale era certamente lo «scivolo della fertilità», una pietra di origine naturale utilizzata in un rito di fertilità preistorico, qui rinvenuto proprio a pochi metri dalla croce. Secondo una credenza precristiana, scivolare sopra queste pietre lisce permetteva di guarire o prevenire la sterilità.

«Questo è antichissimo – spiega Priuli –, per essere così liscio e lucente lo è senza dubbio. Si dovrebbe scavare nel terreno perché probabilmente continua sotto l’accumulo di materiale di almeno un altro metro». Lo scivolo è a sua volta coperto da graffiti, alcuni relativamente recenti di persone che venivano a scivolare e hanno lasciato le proprie iniziali, il che lascia pensare che la ritualità sia perdurata a lungo anche in epoca storica. Altre tracce del passato aspettano di essere scoperte e documentate. Adesso la volontà è quella di continuare le esplorazioni e di intraprendere un progetto di valorizzazione. «Una segnalazione ufficiale alla Soprintendenza dei Beni Archeologici è stata fatta. Ci sono centinaia di graffiti ancora da scoprire e la prima cosa da fare sarebbe quella di intervenire e pulire le rocce per studiare quanto rinvenuto».

Camminando lungo sentieri anche conosciuti, non sempre si ha la consapevolezza che in altri tempi, molto lontani da noi, questi luoghi possano essere stati testimoni della storia dei primi uomini. Lo sono state certamente le strade di Flaccanico, come dimostrano i segni incisi da millenni sulle sue rocce che ogni giorno, per poche ore del mattino, tornano a risplendere sotto la luce radente del sole.

*********************************

ALTRE INFO SUGLI SCIVOLI DELLA FERTILITÀ:

https://www.academia.edu/1888459/Incisioni_rupestri_e_scivoli_della_fertilit%C3%A0_nei_dintorni_dell_insediamento_protostorico_di_Miazzina_VB_ 

Dal blog laveja

https://laveja.wordpress.com/2017/11/08/gli-scivoli-delle-donne-e-il-rito-di-fertilita/

Il sito di Bard all’incirca all’Età del Rame (metà IV – fine III millennio a.C.). Per quanto riguarda gli scivoli, questi appartengono ad un’epoca successiva, dal momento che hanno parzialmente cancellato le figure a cui sono sovrapposti.

Scivolo della fertilità

Un rito di fertilità è un rituale religioso che rimette in scena un atto sessuale o un processo riproduttivo. Già nelle pitture rupestri erano rappresentati animali in procinto di accoppiarsi. Tale raffigurazione la possiamo considerare come un rito di fertilità magica. Queste ritualità avevano lo scopo di assicurare la fecondità della terra o di un gruppo di donne.
Inizialmente il culto della fertilità era legato alla Grande Madre, generatrice e portatrice di fecondità. L’uomo primitivo rappresentava la Madre come una donna formosa con il ventre marcato per simboleggiare la fertilità.

A partire dal VIII millennio prima della nascita di Cristo si assiste alla proliferazione di raffigurazioni femminili legate al culto della fertilità. Il passo successivo è legato all’acquisizione del valore miracoloso della roccia. In questo contesto si inserisce lo studio legato agli scivoli della fertilità, massi utilizzati dalle donne che desideravano procreare.

Perché le pietre? Per la coscienza religiosa dell’uomo primitivo, la durezza, la ruvidità e la permanenza della materia sono una rivelazione del divino. La pietra è, rimane sempre se stessa, perdura nel tempo e colpisce. Ancora prima di afferrarla per colpire, l’uomo urta contro la pietra, non necessariamente con il corpo, ma per lo meno con lo sguardo. In questo modo ne constata la durezza, la ruvidità e la potenza. La pietra gli rivela qualcosa che trascende la precarietà dell’esistenza umana.

pietra della fertilià.d3.1000

L’uomo primitivo non adorava la pietra in quanto tale ma per quello che incorpora ed esprime. Molto spesso il rito di fertilità era un rituale sessuale basato sull’adorazione della pietra come organo sessuale maschile in stato di erezione. L’usanza detta scivolata è nota: per avere figli le donne scivolavano lungo una pietra consacrata. Nel caso in cui non scivolassero, giravano attorno ad essa o sfregavano le parti intime sulla dura roccia.

Abbiamo smarrito questi concetti? In Storia delle Religioni si utilizza un termine che permette di comprendere i passaggi successivi, il sincretismo. Tale terminologia indica un complesso di fenomeni e concezioni costituite dall’incontro di forme religiosi differenti. Il cristianesimo si è accaparrato alcune rappresentazioni della fertilità.

Come può essere avvenuto? Inizialmente la Chiesa ha combattuto queste usanze. Si citano numerosi divieti del clero e del Re, nel Medioevo, contro il culto delle pietre e specialmente contro l’emissione di sperma davanti alle rocce. La loro sopravvivenza malgrado le pressioni del clero è prova del vigore di tali pratiche. Quasi tutte le altre cerimonie relative a pietre consacrate sono scomparse. Rimane soltanto quel che avevano di essenziale: la fede nella loro virtù fecondatrice. Con il trascorrere del tempo la credenza non si basò sulla considerazione teorica della pietra, ma fu giustificata da leggende recenti o interpretazioni sacerdotali. Esempi possono essere rappresentati dal santo che si fermò a riposare su una determinata roccia o dalla visione di un santo o della Madonna su una pietra.

pietra della fertilità c.5.1000

Alcune di queste pietre furono inglobate nelle chiese nascenti per eliminare il culto antico. Un caso eclatante è quello di Londra: ancora nel 1923 le contadine che andavano nella capitale abbracciavano alcune colonne della cattedrale di San Paolo per avere figli.

Altre leggende sono nate di recente, come quella inerente la sedia della fertilità che si trova nella chiesa di Santa Maria Francesca delle Cinque piaghe a Napoli. La sedia è quella dove solitamente si appoggiava Maria Francesca per riposare e trovare sollievo mentre alleviava i dolori della passione. Il rituale di sedersi e rivolgere una richiesta di grazia alla santa è seguito dalle donne sterili che desiderano il concepimento di un figlio. Il caso nacque nel Settecento riuscendo a resistere sino ai giorni nostri.

Un altro caso rilevante è quello relativo al Santuario di Oropa in Piemonte. Nelle cronache relative alla fondazione del santuario si narra che la statua della Madonna Nera fosse stata nascosta da Sant’Eusebio sotto un masso erratico per impedire che cadesse nelle mani degli eretici. Sopra tale masso, nel Settecento, fu eretta la prima cappella. La chiesa vecchia di Oropa fu costruita inglobando un secondo masso erratico detto Roc ‘dla vita, masso della vita. La pietra era nota per essere oggetto di culti pagani legati alla fecondità.

Il ricorso agli scivoli delle donne o delle fertilità è attestato ancora alla fine del XIX secolo. Nel 1884 Giovanni Roggia di Varzo, comune della provincia di Verbania, in occasione dell’inaugurazione del rifugio alpino dell’Alpe Veglia invitava all’uso delle acque minerali con la seguente affermazione: “alle donne che non hanno la buona sorte d’avere eredi, invece di andare in pellegrinaggio da una madonna all’altra e sfregarsi il sedere sulle pietre miracolose cercando grazie, sappiano che con l’acqua minerale che abbiamo qui vicino potranno avere figli in abbondanza”.

pietra della fertilità b.1000

Anche a Sebillot, nei pressi di Carnac in Francia, avveniva qualcosa di similare: “Verso il 1880 due coniugi sposati da parecchi anni e che non avevano figli, si recarono, alla luna piena, presso un menhir; si spogliarono e la moglie cominciò a girare intorno alla pietra, cercando di sfuggire all’inseguimento del marito. I genitori si erano messi di guardia nelle vicinanze per tenere lontano i profani”. Questo caso è più complesso: innanzitutto è da ricordare il periodo dell’accoppiamento, plenilunio, che indica tracce di culto lunare; poi l’accoppiamento dei coniugi e l’emissione di sperma davanti alla pietra si spiegano con il concetto delle nascite dovute alle pietre corrispondenti a certi riti di fecondazione della pietra.

La teoria tradizionale del rito di fertilità legato ai massi delle donne fu sostituito, o almeno contaminato, da una nuova teoria. Esempio è l’usanza, viva ancora oggi, di far passare il neonato per il foro di una roccia. Indubbiamente questo si riferisce a una rinascita, a un rito di passaggio.

pietra della fertilià chiesa san vito calimera.6

Un caso emblematico di culto delle pietre forate è quello relativo alla sacra roccia di San Vito, megalite inglobato nel centro del pavimento di un luogo cristiano dedicato a San Vito nel paese di Calimera in provincia di Lecce. La sacra pietra è meta di visite tutto l’anno. Il lunedì dell’angelo le persone attraversano la roccia per ottenere vantaggi spirituali, tra cui la propiziazione della fertilità. Il buco della pietra rievoca l’organo sessuale femminile e l’attraversamento è una chiara e lampante metafora sessuale.

L’idea implicita in tutti questi riti è che certe pietre possano fecondare le donne sterili, ma la teoria che diede origine a queste pratiche e la giustificò, non sempre si è conservata nella coscienza di chi ancora continua a osservarle.

Bibliografia ( da Wikipedia):

IL DIO CERNUNNOS SUL PIZZO BADILE

La sagoma creata dalla luce solare sulla cima del Pizzo Badile

Probabilmente gli antichi Camuni conoscevano bene quello che oggi è identificato come un magico gioco di luci creato dal Sole al tramonto, e che allora veniva letto come un messaggio divino. La sagoma di un cervo, associato al dio Cernunnos, si disegna da millenni sulla ripida parete quasi sulla sommità del Pizzo Badile, e pochi giorni fa anche Mariella Avanzini, artista ceramista di Cedegolo, l’ha scorta dal balcone di casa sua a Breno. Ha visto una macchia scura che si modificava e che «si ingrandiva, prendeva la forma di un grande animale dalle lunghe corna». Aiutandosi con un cannocchiale ha potuto vedere nitidamente che «si trattava di quella figura che si manifesta solo con una particolare inclinazione dei raggi solari, facendo risaltare sulla roccia l’animale sacro agli antichi Camuni».

Le corna del cervo sono visibili sul capo della divinità raffigurata in grandi dimensioni sulla roccia numero 70 di Naquane, assieme a un orante che porta un bracciale al braccio destro e impugna un coltello. E adesso, grazie ad Avanzini c’è anche una riproduzione del suggestivo effetto ottico. • da “Brescia oggi”

RARA INCISIONE SCOPERTA IN VALCAMONICA: UN CANE AZZANNA UN CINGHIALE

Una nuova sensazionale scoperta è stata portata alla luce in territorio di Cogno dall’archeologo camuno Ausilio Priuli. Una roccia graffita con una scena di caccia inedita persino in Valcamonica: un cane con la bocca spalancata che azzanna un cinghiale.

Il rinvenimento è stato fatto seguendo lo strato della Formazione di Wengen, che comincia poco a Nord di Cogno.

Una volta giunto ai piedi del torrente Trobiolo, percorsi una cinquantina di gradini della famosa Scala della Madonnina, il ricercatore si è imbattuto in quattro «nuove» superfici incise, tra cui spicca il momento di caccia che ritrae il suide predato. In Valle esistono pochissime scene di caccia al cinghiale: sulle composizioni monumentali di Cemmo, ad esempio, oppure nel Parco di Seradina Bedolina a Capo di Ponte, dove però non sono rappresentati i cacciatori.

«Si tratta di una scoperta straordinaria, di un naturalismo e di un verismo che lasciano senza fiato – racconta Ausilio Priuli -. Il cane ha la bocca spalancata e sembra ci sia anche l’indicazione dei canini, mentre il cinghiale cerca di scappare. Il dettaglio forse meno visibile che però ci ha permesso di capire di che specie si trattava è quello della coda arricciata». Accanto allo straordinario ritrovamento sono state scoperte altre grandi superfici stracolme di graffiti. «La cosa interessante è che questa zona è molto lontana da quella del Parco dei Graffiti dell’Annunciata (vedi https://archeologiagalliacisalpina.wordpress.com/2020/05/24/1040/) – continua l’archeologo -. Sono convinto che in tutto il territorio che va dall’Annunciata fino a Cogno, dunque dall’inizio dello strato della Formazione di Wengen, vi siano decine e decine di rocce ancora da scoprire». Inoltratosi nella forra del Trobiolo, Priuli ha proseguito lungo un sentiero dove, in corrispondenza del punto in cui il torrente ha scavato l’alveo, poco più in alto vi è un’altra superficie ricoperta di graffiti.

«L’ipotesi è che questa fosse una zona sacra, un santuario o un centro spirituale, perché altrimenti non si spiegherebbe questa enorme profusione di graffiti – aggiunge Priuli -. Su alcune superfici ci sono tante sovrapposizioni, in fasi diverse anche tra loro distanti degli anni». I graffiti di Piancogno sono un complesso enorme e unico nel genere in Europa. Sono presenti segni della fase di passaggio dalla protostoria alla romanità, iscrizioni in caratteri etruschi, alfabetari latini, una profusione di dati legati ad un passaggio cruciale per la Valcamonica, dalla preistoria alla storia. «Non c’è un altro luogo dove vi è una documentazione del genere – conclude Priuli -. C’è la volontà di continuare le esplorazioni e riprendere il discorso della valorizzazione. Devo dire che dall’Amministrazione comunale ai volontari, dagli Alpini alla Proloco, si sono mostrati tutti molto sensibili. C’è un patrimonio immenso da scoprire».

Francesco Moretti

Da il giornale di Brescia

************

Recenti scoperte sul territorio di Piancogno in seguito alla campagna di ricerca di Ausilio Priuli, noto archeologo camuno che nella frazione di Cogno sta riportando alla luce graffiti realizzati prevalentemente tra il VI secolo avanti Cristo e il II secolo dopo Cristo.

Il lavoro si è svolto sulle rocce lungo l’antica scalinata che dal fondovalle sale con oltre mille gradini, fino a raggiungere l’Altopiano del Sole, dal Trobiolo fino all’Annunciata. Una scoperta di grande importanza perché ha svelato nuovi tipi figurativi e alcune varietà stilistiche.

La differenza notata dallo studioso rispetto alle altre incisioni presenti in Valle – caratterizzate dall’esecuzione con la tecnica della picchiettatura della roccia con un sasso – è che si tratta di incisioni sottili, talvolta minuscole, eseguite sulle pareti verticali usando la punta di un coltello o di lancia. Nonostante ciò i simboli sono di evidente tradizione camuna: scene di caccia e figure di animali, tra le quali numerosi cavalli, molteplici scene di combattimento tra personaggi armati, una grande quantità di figure di armi.

Tra le rappresentazioni più significative Priuli segnala quella di un cane con le fauci aperte che segue un probabile cinghiale. Numerose figure antropomorfe occupano invece un’altra ampia superficie vicina, con simboli come il nodo di Salomone.
La campagna di ricerca continua nel paese della media Valle e potrebbe svelare nuove peculiarità. Da radiovicecamuna.it

PIANCOGNO SCOPERTE 2021

ALLA RICERCA DELLE DIVINITÀ FEMMINILI DELLE ACQUE IN VALCAMONICA

La via delle Aquane – itinerari nella sacralità dell’acqua.
Come il vischio si abbarbica alla quercia, talvolta toponomastica, leggende, vita dei santi, crescono sul ceppo antico dell’arte rupestre.

Dal sito : http://www.rupestre.net qui

Back to Index

Come il vischio si abbarbica alla quercia, talvolta toponomastica, leggende, vita dei santi, crescono sul ceppo antico dell’arte rupestre. Dal Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Capo di Ponte, situato nella vecchia contrada di Naquane, variante di un più antico Aquane, si dirama un percorso immaginario che inseguendo toponimi, racconti di fate delle acque, delle rocce e dei boschi, storie esemplari e prodigiose di mistiche donne delinea l’unità culturale di un territorio reale che si stende dalla Vallecamonica ai confini con la Slovenia.

Lo sviluppo dell’indizio prezioso contenuto in Naquane/Aquane – il nome identifica figure femminili, espressione della sacralità delle acque, già ben note nelle fonti dell’antichità classica – conduce alla ricerca di un adeguato corpus di testimonianze che seppur frammentarie possono illuminare i nessi che sono intercorsi sul piano dei contesti narrativi e drammaturgici tra culto delle acque e attività incisoria.

Mappa catastale di Naquane

La presenza stessa – a breve distanza dal Parco Nazionale – di una chiesa dedicata a due sante, protettrici dalle alluvioni e delle partorienti, santa Faustina e santa Liberata, suffraga l’ipotesi della non casualità del toponimo, suggerita tra l’altro dall’ubicazione delle rocce istoriate in siti ricchi di sorgenti, ruscelli, corsi d’acqua, come il fiume Oglio e il torrente Tredenus.

L’indagine si rivolge pertanto allo studio delle sovrapposizioni e delle incorporazioni delle tradizioni orali, delle tipologie dei protagonisti e delle variazioni tematiche rilevabili nel quadro della ricorrenza di gesti e attributi. Le direttrici della ricerca si muovono lungo fondovalli, raggiungono altipiani, percorrono valichi, riscoprono antiche vie di transumanza e di comunicazione.

Dalla chiesa delle Sante ha inizio la via delle Aquane; le Anguane, le Aganis, le Aguanes, le Aganes, le Vivane, le Gaunes, le Ghiane, le Anghiane…, le abitatrici di magiche dimore che hanno dato il nome a suggestive località, le protagoniste talvolta effimere ed evanescenti dei molti racconti che dall’altopiano del Volano sopra Cimbergo e Paspardo, centri importanti di arte rupestre, richiamano di valle in valle la memoria di tabù, sacrifici, vendette, espiazioni, azioni di grazia, atti rituali di purificazione, gesti propiziatori, riti funerari e di iniziazione, elementi tutti che in qualche modo per straordinarie analogie di immagini o sotterranee implicazioni narrative si raccordano con certe figure di telaio, di labirinto, di impronte di piedi e di mani, di cervi anche cavalcati istoriate sulla superficie delle rocce camune tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro.

Così la via delle Aquane si inoltra sui sentieri che alla confluenza della valle del Tredenus e della val Paghera sotto il Pizzo Badile Camuno si portano verso la val Daone e di lì raggiungono la strada che dal lago d’Idro sale a Madonna di Campiglio.

Al di là del gruppo del Brenta la valle dell’Adige raccoglie acque provenienti da laghi e torrenti ricchi di storie simboliche. Risalendo la valle dell’Adige la via delle Aquane giunge sulle sponde del lago di Fontana Bianca in val d’Ultimo, mentre imboccando la Valsugana tocca i torrenti Chiavona e Larganza per proseguire alla volta della valle del Cismon e attraversare la catena del Lagorai in direzione del Latemar, la terra dei misteriosi Fanes. Ganes e Vivane appaiono sulla strada dominata dal Sass Pordoi accompagnate da figure di cervi e cerve e tra le grotte della Croda Rossa. Le acque del torrente Boite che scendono nella valle d’Ampezzo indicano la direzione che le Aquane hanno seguito per insediarsi nel lago – che la leggenda dice sprofondato – dell’Antelao. L’itinerario nella geografia di tradizioni orali fortemente ispirate ai temi della sacralità delle acque si addentra nel tratto finale della valle del Piave, percorre l’affascinante cornice del Carso, si immerge nel profondo silenzio delle grotte del Basovizza e del diavolo Zoppo per affacciarsi al confine con quelle terre slave ove le figure dell’acqua prendono i nomi di Vilas e Samovilas.Giacomo Camuri – Giannetta Musitelli

Cooperativa Archeologica Le Orme dell’Uomo p.zza Donatori di Sangue 125040 Cerveno – B