CELTI ETRUSCHI E ITALICI TRA VI E III SEC A.C.

Articolo originale in francese da “Melanges de L’ecole Francoise de Rome” progetto ANR CAECINA

https://journals.openedition.org/mefra/9971#ftn2

1 L’arrivo dei Celti in Italia, come il loro declino due secoli dopo, è ritratto dagli autori antichi come un fenomeno brutale, una parentesi nella storia della penisola, che culmina con la presa di Roma nel 387/6 a.C. J. – C. A questa visione delle fonti letterarie che privilegiano i resoconti di battaglie, massacri ed espulsioni di popolazioni rispondono i dati più sfumati dell’epigrafia e dell’archeologia, che rivelano una realtà più articolata con comunità più fortemente intrecciate rispetto ai resoconti greci e Gli autori latini suggeriscono.

Necropoli Benacci museo archeologico di Bologna- da catalogo  I CELTI Bompiani

2 Il lavoro svolto per quasi un secolo e mezzo ha dimostrato che queste popolazioni, chiamate Celti, Galati o Galli, non formavano mai un insieme omogeneo. Nel caso della penisola italiana, infatti, è necessario distinguere i Celti autoctoni, affermati da lunghissimo tempo come portatori della cultura di Golasecca 1 , o quelli stanziati da più generazioni e perfettamente integrati nell’ambiente locale come il Boi di Monte Bibele 2 o i Senoni di Montefortino 3 , nuovi arrivati, migranti in cerca di nuove terre, predatori e avventurieri come i Gésati 4. A differenza della maggior parte dei popoli della penisola la cui base territoriale è relativamente ben definita, lo spazio celtico sembra più dilatato e difficile da definire. Varia nel tempo ma anche nello spazio a seconda che si considerino i resoconti degli autori antichi, l’area di distribuzione delle iscrizioni in lingua celtica, quella dell’onomastica celtica 5 o i resti della cultura materiale – in altre parole i monili della Tradizione Hallstatziana 6poi latini, testimoni delle loro origini d’oltralpe. Le stesse fonti insistono sulla mobilità di alcuni gruppi di guerrieri che mettono a disposizione i loro servizi e cercano di stabilirsi con vari gradi di successo in Etruria, ma anche in regioni più meridionali come i Monti Albani a sud di Roma e in Puglia 7 . La nostra difficoltà nel definire la natura degli insediamenti celtici non riguarda solo queste regioni lontane. Caratterizza anche la facies marittima della Padania dove la  tradizione individua i Lingoni (Polyb, 2, 17, 77,.. Liv, 5, 35, 2), un popolo che è sconosciuto e non è archeologicamente documentato. 8 .

3 L’occupazione del territorio è meno continua di quanto sembri. Mantova, Spina e Adria riescono a mantenere una certa autonomia a livello locale. Nei territori cispadani vediamo convivere con le popolazioni indigene i Boi e i Senoni come indicato molto chiaramente dalle iscrizioni e dall’onomastica in lingua etrusca 9. Espatriando con armi, bagagli e famiglia, i migranti non hanno mai sentito il bisogno di riprodurre tutto il loro ambiente materiale. I prolungati contatti con le popolazioni locali limitrofe, etrusche, umbre, venete, liguri e picene, gli scambi e le alleanze matrimoniali, portarono i Celti ad adottare usi propri delle società mediterranee come la pratica dei banchetti, delle attività ginniche o dei giochi da tavola. È nel rituale funerario che queste nuove forme di socialità sono più evidenti, in particolare negli insiemi appenninici, attribuiti ai Boi e ai Senoni 10 .

4 Dal Congresso di Bologna del 1871, l’interesse per i Celti d’Italia non ha mai venuto meno. La bibliografia è vasta e mostra quanto sia difficile considerare la questione dei Celti in Italia  solo da una prospettiva prettamente nordalpina. Per una panoramica completa delle ricerche antiche e recenti si veda la presentazione di P. Piana Agostinetti e Alessandro Morandi nei due volumi dedicati ai Celti d’Italia , pubblicati nel 2004 nella raccolta Popoli e civiltà dell’Italia antica 11 . Per un aggiornamento dei dati più recenti si rimanda agli atti di due convegni tenuti a Roma nel 2010 e a Verona nel 2012 12 .

Elmo in ferro con applique di lamina di Bronzo tomba 116 Monte Bibele
da catalogo I CELTI Bompiani

5Gli studi celtici in Italia si sono da tempo focalizzati sulla definizione e sull’analisi di queste nuove entità, in connessione con i loro originari territori alpini settentrionali. Con l’ANR CAECINA, incentrato sulla società etrusca e sulla sua permeabilità agli influssi esterni, è sembrato interessante considerare le popolazioni celtiche nel loro rapporto con le società indigene per meglio comprendere, attraverso una serie di studi e progetti attuali o nuovi, come si inserissero loro stessi nel mosaico di popoli che ha caratterizzato la penisola negli ultimi secoli precedenti l’espansione romana, e per mostrare come hanno influenzato le pratiche sociali e culturali dei loro vicini. Questa vasta regione costituisce un importante laboratorio per l’analisi dei fenomeni culturali e antropologici che mescolano background indigeni, Cultura etrusca e contributi celtici. Per realizzare il nostro progetto, abbiamo concentrato la nostra azione su esempi provenienti da diversi settori geografici, risalenti in parte alla fine della Prima Età del Ferro (o periodo Golasecca), in parte alla IV° -III ° secolo aC. dC (fig. 1) 13 .

Il nord Italia nel VI ° -V °  secolo

6Per il periodo precedente alla storia della migrazione dei Celti e la presa di Roma, o il VI ° e V °  secolo aC. dC, sono state trattate tre filoni di ricerca : la prima riguarda la lavorazione artigianale del bronzo golasecchiano, la seconda gli arredi dell’habitat di San Polo d’Enza nell’Emilia occidentale, e l’ultima la presenza di elementi lateniani/celtici nella Bologna etrusca.

Produzione e distribuzione di corredi in lega di rame  14

7Nell’ambito della cultura indigena celtofona di Golasecca (Piemonte, Liguria ed Emilia occidentale), la ricerca sui rapporti tra le comunità norditaliche, etrusche e celtiche si è basata sullo studio della produzione e distribuzione del piccolo oggetti metallici bronzeo 15 .

8Per questo studio è stato creato un corpus di 650 oggetti a base di rame (oggetti finiti o in fase di sviluppo, scarti e lingotti) provenienti da 13 siti, principalmente da abitati. Il materiale proviene in parte da collezioni museali (Musei Reali di Torino, Museo Civico di Reggio Emilia e Museo Archeologico Nazionale di Saint-Germain-en-Laye), in parte da recenti dati di scavo (Soprintendenza Archeologica del Piemonte). La maggior parte dei mobili proviene dall’habitat golasecchiano di Villa del Foro, vicino Alessandria. Questa area  sita in un’ansa del Tanaro, a sud del Po, ha raccolto un ricco corpus di 550 oggetti che illustra quasi tutte le fasi della produzione.

9Per caratterizzare questi materiali sono state utilizzate diverse metodologie di analisi: la tipologia (riconoscimento delle peculiarità e specificità attuate dagli artigiani locali per la realizzazione di questi oggetti la cui forma e sistema decorativo utilizzano sistematicamente i modelli più diffusi nel campo di Golasecca, ma anche, per alcune categorie, dal mondo ligure, anche etrusco-padano), tecnologia (tecniche di foggiatura e finitura) e archeometria (radiografia, analisi fisico-chimiche, studio spettrometrico delle decorazioni intarsiate), con una prima fase di verifica mediante sperimentazione 16 .

10Analisi incrociate hanno confermato la forte influenza esercitata dalla cultura di Golasecca su tutte le comunità indigene limitrofe, in particolare per la produzione di fibule e pendenti. Considerate spesso come importazioni di Golasecca, queste fibule si sono rivelate produzioni locali, la cui catena di funzionamento può ora essere ripristinata.

11L’analisi di tutti gli ornamenti con decorazione intarsiata dell’Italia nordoccidentale ha inoltre rivelato la presenza di corallo rosso per le fibule di Golasecca e San Polo d’Enza, nonché un’alternanza di corallo rosso e calcite (talco e/o conchiglia) per produzioni da Piemonte meridionale 17.. La presenza del corallo rosso nelle decorazioni incise e l’evidenziazione di una firma chimica che indica un trattamento superficiale con cera vegetale dovrebbe consentire di caratterizzare meglio le pratiche artigianali del nord Italia, campo ancora poco studiato. riflettere sulla complessità delle interazioni sociali e culturali generalmente affrontate solo attraverso il prisma delle élite e delle loro manifestazioni materiali e simboliche. In definitiva, questo lavoro mira a stabilire una cartografia delle diverse facies artigianali dell’Italia nord-occidentale nella prima età del ferro.

La collezione di San Polo d’Enza, Campo Servirola (prov. Reggio Emilia, Emilia-Romagna) 18

12Le ultime fasi di questo abitato sono caratterizzate da un’occupazione indigena che integra elementi etruschi, liguri e celtici (golasecchiani, poi lateniani). Sono presenti ornamenti caratteristici della cultura di Golasecca, frammenti di vasellame metallico, alcuni provenienti da botteghe ticinesi, accessori di abbigliamento tipici del mondo ligure, statuine in terracotta, iscrizioni in caratteri etruschi, oltre a ceramiche greche. . Come per una serie di habitat autoctoni stabiliti lungo i corsi d’acqua del settore nord-occidentale d’Italia,

13Il materiale conservato, in parte al Museo Civico Gaetano Chierici di Reggio Emilia, e in parte al Museo Archeologico Nazionale di Saint-Germain-en-Laye (fig. 2), è costituito da 240 oggetti sul lato francese, per 442 sul lato italiano lato. . Lo studio archeologico, tenendo conto di tutti i documenti d’archivio, è stato integrato da analisi archeometallurgiche 19 .

Fico.  2 - La collezione Chierici, anteprima.

Fico. 2 – La collezione Chierici, anteprima.

Gli Etruschi di Felsina tra Atene e La Tène 20

14La necropoli degli Arnoaldi è un importante luogo di riflessione sui processi di contatto e di acculturazione nell’Etruria padana durante il periodo classico. Questa parte dello studio si propone di offrire una nuova lettura di questo complesso sepolcrale bolognese sulla base dell’analisi del corredo funerario e del rapporto tra gli elementi che lo compongono con l’organizzazione spaziale delle tombe. I temi narrativi e iconografici che decorano la superficie dei vasi, siano essi ceramici o metallici, di produzione locale o importati, possono essere visti come lo “specchio” di un insieme complesso e stratificato di credenze, che spesso travalicano i confini “etnici”. .

15Lo studio si è concentrato sulla presenza di elementi lateniani/celtici nel contesto etrusco, sulla distribuzione quantitativa della ceramica attica figurata e, a un livello più profondo, sulla distribuzione dei crateri a voluta attici, il cui ruolo nella manifestazione di rango e potere è già conosciuto da contesti molto ricchi al di fuori del mondo greco propriamente detto (Trebenište nella Repubblica di Macedonia, Vix in Francia, ecc.) 21. Sulla base di questi dati si può riconoscere una concentrazione spaziale di tombe con arredi di eccezionale ricchezza, che integrano prestigiosi ambienti attici, elementi latini ed elementi di tradizione etrusca. L’aggregazione spaziale delle tombe secondo il loro livello di prestigio è avvertibile sia durante la fase tardo-arcaica che durante la fase classica.

16In questo contesto, la tomba Arnoaldi 96, nota anche per la sua celebre situla bronzea con decorazione istoriata (fig. 3), con i suoi due gruppi di vasi legati al simposio, ci permette di interrogarci sulle regole che hanno portato a tale scelta (logica di temi iconografici, scene dionisiache, di combattimento, personaggi mitologici, dipinti sui vasi e presentati secondo la tradizione ellenica e/o locale). Il tema iconografico diventa così una sorta di trattino che riunisce oggetti al di là di una logica strettamente funzionale o cronologica, e rivela valori il cui significato è conosciuto e condiviso da tutta la comunità.

Fico.  3 - La situla Arnoaldi, tomba 96, Bologna.

Fico. 3 – La situla Arnoaldi, tomba 96, Bologna.Ingrandire

Macellari 2002, 131.

L’Italia centrale e settentrionale nel IV  -II °  secolo aC. 

17Il periodo recente è stato caratterizzato dall’arrivo di nuove popolazioni nordalpine. Questo fenomeno, descritto da Livio e Polibio, si concretizza con l’insediamento di comunità celtiche in regioni fino ad allora dominate da Etruschi, Umbri, Veneti e Piceni. L’opera sostenuta dall’ANR si è concentrata sui territori più meridionali e marginali di questa espansione, le Marche dove si insediarono i Senoni, ma anche Umbria e Lazio dove significative testimonianze di una presenza celtica (armi, ornamenti, monete e documenti epigrafici) 22 .

Celti, Piceni, Umbri ed Etruschi nel centro Italia

La necropoli celtica di Montefortino 23

18I Senoni dell’Adriatico, ultimi popoli ad insediarsi nella penisola, insieme alle popolazioni locali formano una società cosmopolita fortemente intrisa di culture etrusche ed elleniche (servizio banchetti, giochi atletici e divertimenti, ecc.). Questa ricerca, che ha mobilitato un gran numero di specialisti francesi e italiani, si basa sullo studio di due importanti sepolture marchigiane, le necropoli di Montefortino d’Arcevia e Serra Sant’Abbondio.

19Scoperte e scavate negli anni Novanta dell’Ottocento, le tombe galliche della necropoli dei Pianetti furono pubblicate nel 1901 da E. Brizio che le attribuì subito ai Senoni 24 . Questa necropoli è caratterizzata dall’abbondanza di corredi funerari e dalla ricchezza di alcune tombe con oreficerie, armi e vasi metallici. Tuttavia, questo insieme importante e spesso citato nella letteratura scientifica non è stato finora oggetto di alcuna edizione critica. Con il supporto del programma CAECINA, una squadra che riunisce una quindicina di specialisti 25, si è formato intorno a P. Piana Agostinetti e M. Landolfi, per la realizzazione di un nuovo studio della necropoli e del corredo funerario. Questo programma è strutturato intorno a cinque punti: 1) contesti geografici, geomorfologici e storici del territorio di Montefortino d’Arcevia e della valle del fiume Misa 26 ; 2) storia del ritrovamento, degli scavi e del destino degli oggetti, e una rassegna della storia degli studi fino ai giorni nostri; 3) catalogo delle tombe, analisi critica, descrizione degli oggetti; 4) studi sulle diverse categorie di arredi (effetti personali e ornamenti, armi, celebrazione del banchetto e del simposio); 5) riflessioni sull’organizzazione generale della necropoli e sulla cronologia dei corredi funerari. Quest’ultimo importante punto è da diversi decenni al centro di discussioni tra gli specialisti, in particolare per la bassa datazione dei più recenti complessi funerari. Il catalogo è integrato da disegni e fotografie di tutti gli oggetti conservati. Dati d’archivio, fonti testuali e documenti grafici completeranno utilmente questo lavoro.

La necropoli celtica di Serra Sant’Abbondio 27

20Tra il 2004 e il 2008 è stata rinvenuta una necropoli di cinquanta tombe in località Pian Santa Maria, nel comune di Serra Sant’Abbondio (PU), una decina di chilometri a ovest di Arcevia. Contemporanea di Montefortino d’Arcevia 28 , questa necropoli è di grande interesse per cogliere l’evoluzione di una comunità dell’entroterra senoniano con l’intreccio di elementi culturali umbro-piceni prima e celtici, etrusco-romani poi.

21 La scoperta di una tomba isolata rimanda a una sepoltura in età arcaica  29 , anche se questa è in realtà di una fase più recente, tra la metà del IV ° e l’inizio del III e  secolo aC. dC, poichè la maggior parte del corredo funerario risale al VI piceno della sequenza proposta da D. Lollini 30 . Una stele, rinvenuta in posizione secondaria, documenta l’arrivo di un individuo di origine etrusca che adottò l’alfabeto latino, nel III  secolo a.C. dC, forse poco dopo la battaglia di Sentinum. Inoltre sono presenti sei tombe “a cappuccina”, più o meno gravemente danneggiate. La distribuzione delle sepolture mostra tre concentrazioni principali.

22L’identificazione sessuale di individui si basa sull’analisi del corredo con una predominanza delle armi per l’uomo. Gli oggetti di ornamento (collane con perle di vetro e ambra pendenti) e gli utensili per la tessitura (foglie mandrino) sono caratteristici invece delle donne.  31 . Il resto dell’arredo, relativamente modesto rispetto alle ricche collezioni di Montefortino e Filottrano, è costituito da vasi ceramici (fino a una ventina di vasi) (fig. 4) di produzione locale o importata (ceramiche fini a vernice grigia o nera, in coppe e kylix particolaridelle serie Morel F2536b e F4115). Non ci sono né vasi greci, né vasi dipinti, e ancor meno vasi di metallo. Ampiamente distribuite tra il Centro ed il Nord Italia, queste forme laccate nere hanno molto successo sia sul versante tirrenico che adriatico. In Etruria Padana, in Romagna e Marche, che sono una parte essenziale del simposio del servizio nelle tombe galliche della fine del IV ° e la prima metà del III °  secolo aC. Il servizio dei vasi comprende generalmente un contenitore più grande ( olla o skyphos), e più raramente un’anfora di tipo greco-italico (tombe 44 e 47). Queste ultime, e forse alcune delle ceramiche grigie, provengono probabilmente dai centri adriatici, mentre è più probabile che le forme a vernice nera siano state instradate direttamente attraverso le reti etrusche che attraversavano l’Appennino.

Fico.  4 - Necropoli di Serra Sant'Abbondio "Pian Santa Maria", tomba a fossa.

Fico. 4 – Necropoli di Serra Sant’Abbondio “Pian Santa Maria”, tomba a fossa.Ingrandire

Su concessione del Mibact- Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle Marche.

23Le armi sono presenti in 15 delle 52 sepolture riesumate 32 . Se la maggior parte degli individui è munita di lancia semplice, cinque si distinguono per la presenza di una spada dritta con fodero metallico di tradizione celtica (fig. 5). Molto spesso rimangono solo pochi anelli dalla cintura. Non si hanno invece prove di armamento difensivo, a differenza dei guerrieri di Montefortino. Le braccia, spesso deformate, erano poste o alla testa del defunto o vicino agli arti inferiori. Le spade appartengono alla tradizione delle armi dell’antica La Tène.

Fico.  5 - Necropoli di Serra Sant'Abbondio.  A, panoplia della tomba 47: 1. Spada latiniana;  2. Fodero per spada in ferro con decorazione in bronzo e corallo;  3. Punta di diamante;  4. Ferro da giavellotto.  B, mobile in ferro dalla tomba 14: 1. Punta di lancia;  2. Coppia di forze;  3. Rasoio (¼ a grandezza naturale).

Fico. 5 – Necropoli di Serra Sant’Abbondio. A, panoplia della tomba 47: 1. Spada latiniana; 2. Fodero per spada in ferro con decorazione in bronzo e corallo; 3. Punta di diamante; 4. Ferro da giavellotto. B, mobile in ferro dalla tomba 14: 1. Punta di lancia; 2. Coppia di forze; 3. Rasoio (¼ a grandezza naturale).Ingrandire

Disegni Th. Lejars.

24Collane di perle di vetro (con ocelli o a forma di anfora), con pendenti in ambra o in osso, o con bulla in bronzo, caratterizzano le parure femminili, mentre bracciali e anelli, in bronzo o argento, con o senza gattino , sono indossati indifferentemente da uomini e donne.

25La tomba 14, un ultimo di questo insieme, è databile alla avanzata 

fase III °  secolo aC. ; scoperta con una punta di lancia, un paio di forche associate a un rasoio e diverse coppe di vernice nera (fig. 6). Le forche, attestate dall’inizio del III  secolo a.C. dC, sono generalmente associati a gruppi funerari celtici nei territori boici e dell’Adriatico centrale 33 . La vetrina in ceramica della tomba 14 riflette le trasformazioni avvenute dopo la Battaglia di Sentinum e il processo di progressiva romanizzazione delle popolazioni locali (come sembrano attestare la continuità della necropoli in epoca romana e l’epigrafia funeraria), nel territorio del Ager Gallicus,in seguito all’arrivo di gruppi di origine tirrenica. La stele etrusca latinizzato G (AIO) Tusno , che si trova nella necropoli, è una testimonianza eccezionale del processo di romanizzazione del territorio Umbro-picéno durante la prima metà del III °  secolo aC. Mentre l’uso di iscrizioni funerarie per commemorare il defunto è una pratica molto diffusa nel territorio etrusco, le Marche non conoscono testimonianze funerarie per questo periodo, ma solo iscrizioni sacre.

Fico.  6 - Necropoli di Serra Sant'Abbondio.  A, Arredi in ceramica e suppellettili 33. B, Anfora dalla tomba 47. C, Arredi e suppellettili in ceramica 28 (A e C: 1/3 della grandezza naturale; B: ¼ della grandezza naturale) .

Fico. 6 – Necropoli di Serra Sant’Abbondio. A, Corredi in ceramica e suppellettili 33. B, Anfora dalla tomba 47. C, Arredi e suppellettili in ceramica 28 (A e C: 1/3 della grandezza naturale; B: ¼ della grandezza naturale) .Ingrandire

Disegni C. Tavolini.

26 Il corredo delle tombe più tarde suggerisce la convivenza, all’interno di questa comunità mista, di Celti, Etruschi e Romani, in strutture commerciali o addirittura per la proprietà di terreni, fino alla loro fusione nella nuova organizzazione sociale unitaria sotto gli auspici della cultura romana.

Segni di una presenza celtica nell’Italia centrale: inventario e documentazione dei monili  celtici

27Testimonianze archeologiche di una presenza celtica nel Lazio 34

28Se la presenza di Celti o  Celtofoni a Roma e più in generale nel Lazio è un fatto provato dall’antica tradizione storica, l’onomastica e l’epigrafia, indizi materiali del loro passaggio, rimangono relativamente discreti. Tale indagine trova dunque origine nel ritrovamento di una spada rinvenuta nel 1965 nel santuario di Giunone a Gabies (fig. 7). Non solo ha arricchito il primato della tradizione celtica dei reperti rinvenuti nel Lazio (armi e fibule V e III e secoli aC d.C. da una dozzina di siti), ma ci ha anche permesso di interrogarci sul significato di questi testimoni dell’attività degli eserciti celtici che in questo periodo hanno attraversato il centro e il sud della penisola. Tuttavia, ci si può chiedere fino a che punto questi oggetti siano o meno segni di una presenza celtica. L’iscrizione damascata della spada del santuario di Fondo Decima a San Vittore, nel sud del Lazio, consegna un documento eccezionale che indica molto chiaramente l’origine osca dell’armaiolo, Tr (ebios) • Pomponio (s) C., e da localizzare a Roma il luogo dove esercitò la sua professione ([ m ] e • fecet • Roma [ i ]) 35. Questa spada quindi molto probabilmente non era destinata ad equipaggiare un Gallico. Tanto meno sorprenderà che l’armamento lateniano abbia conosciuto nella penisola italiana, in particolare nei territori sabellici 36 , una diffusione che supera largamente il quadro geografico assegnato alle popolazioni celtiche.

Fico.  7 - La spada latiniana dal Santuario di Giunone a Gabies, Lazio.

Fico. 7 – La spada latiniana dal Santuario di Giunone a Gabies, Lazio.Ingrandire

Foto fotografica © R. Bernadette.

29Il successo della spada Tène, l’arma iconica dei Celti, dal popolo etrusco e italico al IV ° e III °  secolo a.C. AD è innegabile. Come nel sud della Gallia, non esiste un’alternativa nota per questo periodo in termini di armi. Così come i Boi ed i Senoni seppero integrare una serie di usi greci ed etruschi per il servizio da tavola, per la toeletta o per la gioielleria, è comprensibile che questa spada fosse molto apprezzata dalle popolazioni vicine. Il successo della spada lateniana continuò fino al gladius Hispaniensis , arma morfologicamente vicina alla spada lateniana ma che da essa differiva, secondo gli autori antichi, per la qualità del suo acciaio e per la sua punta acuminata, s’ realizzata tra la fine del III e e l’inizio di II ° secolo aC dC, quando i Celti, definitivamente sottomessi, persero ogni influenza politica. Questo studio ha dimostrato che gli oggetti di artigianato latiniano non sono necessariamente prodotti dell’industria gallica destinati ad equipaggiare o adornare i Galli.

Una comunità celtica nel umbra Todi al III ° e II TH  secolo aC. 37 d.C

30 A Todi vi sono dati inediti o poco conosciuti nell’antica documentazione che meritano la nostra attenzione. Il punto di partenza di questa indagine è stato il ritrovamento di due contesti funerari contenenti spade latine riesumate nel XIX secolo. secolo, e il bilingue in lingua gallica e latina conservata nel Museo Gregoriano Etrusco in Vaticano. Questo esempio è sembrato interessante per illustrare la questione dell’integrazione di individui o gruppi di individui in una comunità umbra già fortemente etrusca. Questo dossier ci permette di interrogarci sul significato di questi oggetti, testimoni aneddotici di eventi amplificati dalla tradizione o addirittura indizi di contatti più stretti, la cui natura resta da definire. Se l’iscrizione bilingue, nota da lungo tempo (1839), è stata oggetto di moltissimi studi, nessuno ha finora proposto di contestualizzarla ed esaminarla alla luce di altri fatti materiali noti 38 .

31Il contesto delle tombe dei guerrieri di Todi, armati di spade latine, è indubbiamente legato alla tradizione locale, con arredi di forte facies etrusca. Questa situazione non è molto diversa da quella che caratterizza i gruppi celtici dell’Appennino (come a Monte Bibele tra i Boiani oa Montefortino tra i Senoni). Sembra infatti che il gabinetto ceramico e di porcellane metalliche delle necropoli celtiche sia essenzialmente legato alla tradizione etrusco-italica, quando non si tratta semplicemente di vasi prodotti direttamente in Etruria.

32Se la natura celtica dei guerrieri di Todi risulta essere molto discutibile, o quantomeno incerta, non possiamo che constatare la loro appartenenza a un tipo di guerriero che si riconosce umbro nel rito funebre, etrusco nella celebrazione del banchetto e dei giochi , e celtico nei costumi della guerra. In questo i guerrieri di Todi non differiscono dai loro simili sepolti a Monte Bibele, Monterenzio Vecchia, Montefortino, Filottrano o Moscano di Fabriano.

33La famosa iscrizione bilingue latina e celtica di Todi ( RIG E-5 = CIL I 2 , 2103 = CIL  XI, 4687; cfr. fig. 8) pone difficoltà di interpretazione simili a quelle implicate da sporadici ritrovamenti di oggetti. le zone. Ma una grande differenza si oppone a queste due serie di documenti: l’iscrizione si riferisce inequivocabilmente a parlanti di una lingua celtica, presenti nel territorio della città umbra di Todi. La domanda è come capire la loro presenza: chi è migrato, quando e in quale contesto sociale e linguistico?

Fico.  8 - L'iscrizione bilingue, latina e celtica di Todi.

Fico. 8 – L’iscrizione bilingue, latina e celtica di Todi.Ingrandire

Secondo Les Celtes 1991, 53.

34Le informazioni disponibili indicano che la cosiddetta Todi bilingue non proviene dalla città stessa, né dai suoi immediati dintorni, ma da un luogo situato nel territorio della città, lungo la uia Flaminia . La famiglia celtica che lo fece incidere visse in relazione alla strada. Si tratta probabilmente di commercianti o artigiani la cui attività era direttamente collegata al traffico stradale. Il pubblico dell’iscrizione bilingue, e in particolare quello cui si rivolge il testo latino, erano quindi principalmente i viaggiatori che andavano e venivano sul grande asse che collegava Roma a Rimini e alla Cisalpina. Analisi linguistica (ad esempio il lessema verbale karnitu) tradisce anche una forte correlazione con un gruppo di epigrafi novaresi, nel Piemonte orientale, databili intorno alla seconda metà e ai primi anni del secolo successivo (San Bernardino di Briona, Cureggio e Gozzano). Nonostante la Valle del Tevere fosse un importante asse di traffico, il contesto e la data dell’iscrizione purtroppo non consentono di stabilire un chiaro legame con i guerrieri sepolti quasi un secolo prima.

Gli elmi celtici di Montefortino (Museo Archeologico Ancona, Marche, Italia): tomografia e restauro 39

35La necropoli di Montefortino (IV e -III °  secolo aC.) 40 è famosa per il gran numero di caschi scoperti, 17 in totale, 5 di bronzo. La maggior parte dei guerrieri ne era dotata. Questa serie, pubblicata nel 1901, ha dato il nome ad una forma di elmo subconico con bottone e copriguancia.

36Delle 8 copie in ferro conservate, 4 apparivano a priori intatte quando il loro studio è stato intrapreso. Le condizioni di scavo, acquisto e recupero degli oggetti, i loro successivi spostamenti e le stravaganze della seconda guerra mondiale (il deposito fu bombardato nel 1944) spiegano perché molti di questi oggetti oggi non sono più conosciuti se non attraverso avvisi e disegni dell’epoca della scoperta. Negli anni del dopoguerra, un’attiva politica di restauro condotta dalla Soprintendenza Archeologica delle Marche ha permesso di preservare ciò che era stato risparmiato, ma spesso a costo di sorprendenti manipolazioni. Il loro aspetto corroso e incrostato tradiva talvolta numerose lacune e integrazioni mascherate da antichi restauri.


Il previo ricorso a tecniche di imaging, come la radiografia a raggi X e la tomografia a raggi X, ha permesso di determinare lo stato di conservazione degli oggetti, di valutare l’entità delle vecchie otturazioni (fig. 9-10) 41 , di orientare maggiormente proprio la scelta dell’intervento ed infine interrogarsi, viste le parti originarie conservate, sulla fattibilità di un decadimento.

38La tomografia facilita notevolmente la lettura dell’oggetto e permette di identificare e localizzare con precisione i vari materiali presenti. È stato così dimostrato che uno dei caschi in esposizione aveva subito in passato un importante refitting. In assenza di punti di contatto significativi tra i vari frammenti si è ritenuto preferibile lasciarlo così com’era. In questo caso, lo studio archeologico si basa interamente sull’analisi delle immagini estratte dalla tomografia.

Fico.  9 - L'elmo di Montefortino (caduta 4/5).  Casco così com'è (vecchio restauro): a.  fotografia;  B.  Radiografia a raggi X (F. Milazzo, SABAP), 3 e 4;  cd.Tomografia X (Tech Eurolab srl., Modena).

Fico. 9 – L’elmo di Montefortino (caduta 4/5). Casco così com’è (vecchio restauro): a. fotografia; B. Radiografia a raggi X (F. Milazzo, SABAP), 3 e 4; cd.Tomografia X (Tech Eurolab srl., Modena).Ingrandire

a, immagine fotografica © R. Bernardetto; b, Radiografie, F. Milazzo (SABAP); c e d, Tomografia Rx, Laboratorio Tech Eurolab srl, Modena.

Fico.  10 - Tomografia a raggi X dell'elmo della tomba 4/5 di Montefortino.  Casco così com'è (vecchio restauro).

Fico. 10 – Tomografia a raggi X dell’elmo della tomba 4/5 di Montefortino. Casco così com’è (vecchio restauro).Ingrandire

Tomografia Rx, Laboratorio Tech Eurolab srl, Modena.

39Tre dei quattro elmi in ferro meglio conservati sono stati completamente restaurati 42 . I restauri intrapresi miravano non solo a restituirne l’aspetto originario, ma anche a mettere in luce i segni della manifattura e le tracce delle decorazioni (decorazione a smalto delle teste dei rivetti, decorazioni a rilievo, ecc.). Lo studio è stato completato da rilievi fotografici di RTI 43 e modellazione 3D 44 delle sagome restaurate. Questi nuovi dati, che vanno ad arricchire l’archivio degli elmi in ferro celto-italici delle necropoli boieane di Monte Bibele (cinque esemplari) e Monterenzio Vecchio (quattro esemplari), sono stati sintetizzati per la pubblicazione della necropoli di Montefortino.

40Non a caso, le varie azioni sostenute dal programma CAECINA presentano una relativa eterogeneità in termini di cronologia, aree geografiche e temi affrontati. Riguardano periodi sia precedenti che successivi alle migrazioni della fine del V secolo. secolo aC d.C., e se riguardano talvolta il mondo domestico e produttivo, è sugli studi funerari e mobiliari che si concentrano molte opere (l’artigianato del bronzo golasecchien, le armi, le monete, l’epigrafia ma anche l’analisi delle forme di autorappresentazione attraverso la scelta di oggetti e immagini depositati nelle tombe). Al di là delle differenze di approccio, si tratta infatti di un saggio di riflessione globale sui processi di contatto e commistione culturale tra le varie componenti sociali, celtica, etrusca e italica, che in questo spazio si scambiano, convivono e si confrontano. .Inizio pagina

NOTE

  • 1 Le popolazioni della prima età del ferro si insediarono nella fascia nord-occidentale della pianura padana, cara (…)
  • 2 Vitali 2003.
  • 3 Brizio 1901; cfr infra , e il contributo di P. Piana Agostinetti e M. Landolfi, qui.
  • 4 Peyre 1994, parla di incursioni negoziate limitate nel tempo.
  • 5 Colonna 2017. L’onomastica propone l’integrazione dei celtofoni nella società etrusca dell’epoca (…)
  • 6 élite renani Se i prodotti etruschi sono stati molto apprezzati VI th e V °  secolo aC. d.C., (…)
  • 7 Sordi 1960, p. 154-156; Peyre 1979, p. 17.
  • 8 Peyre 1979; Kruta 1988; Tori 2006
  • 9 Vitali 1998; Sassatelli 2003; Vitali – Kaenel 2000; Colonna 1993.
  • 10 Vedi anche la grande tomba di Castiglione delle Stiviere, a nord del Po: De Marinis 1997.
  • 11 Piana Agostinetti 2004; Morandi 2004. Vedi anche Peyre 1979; Kruta 1988; Grassi 1991; Krut (…)
  • 12 Piana Agostinetti 2017a; Vitali et al. 2014. Da completare con gli atti di vari convegni precedenti (…)

13Epigrafia e linguistica, o anche testimonianze materiali di una presenza celtica negli Etruri (…)

  • 14 Studio realizzato da V. Cicolani, G. Berruto ed E. Diana.
  • 15 Cfr., infra , il contributo di V. Cicolani. È stata instaurata una partnership con l’Arc (…)

16  17 Cicolani – Berruto 2015.

18 Studio realizzato da V. Cicolani, G. Berruto, E. Diana, R. Macellari e Ch. Lorre.

19 Cicolani 2019. Studio sull’organizzazione artigianale e sociale del sito, in corso di pubblicazione.

20 Studio realizzato da S. Verger e L. Papi ; si veda infra , il contributo di L. Papi.

21 Frutteto 2014

22 Lejar 2017; Piana Agostinetti, in corso di stampa.

  • 27 Studio realizzato da M. Cruciani, Th. Lejars, MG Cerquetti, F. Milazzo, V. Belfiore, R. Bernadet.
  • 28 Cerquetti 20 12; Cruciani et al. in stampa.
  • 29 Baldelli 2008, p. 249.
  • 30 Lollini 1976, p. 157; Lollini 1979, p. 55.
  • 31 Resta da effettuare l’analisi antropologica dei resti ossei, mal e non completamente conservati
  • 32 Radiografia di F. Milazzo; restauro di oggetti in ferro di R. Bernadet.
  • 33 Vitali 1992 e 2003.
  • 35 Nicosia et al. 2012; Poccetti 2012.
  • 36 Tagliamonte 2008; D’Ercole – Martellone – Cesana 2016
  • 37 Studio realizzato da E. Dupraz e Th. Lejars.
  • 38 Infine, Poccetti 2015.
  • 39 Studio realizzato da Th. Lejars e R. Bernardet, con la collaborazione di F. Milazzo.
  • 40 Cfr., infra , il contributo di M. Landolfi e P. Piana Agostinetti. Lo studio degli elmi di Montef (…)
  • 42 Renaud Bernadet, curatore-restauratore, Modena.
  • 43 Reflectance Transformation Imaging (RTI) è una tecnica di fotografia computazionale che cattura (…)
  • 44 Prodotto da B. Houal, nell’ambito del programma PSL “Celtes 3D”.
  • 11 Piana Agostinetti 2004; Morandi 2004. Vedi anche Peyre 1979; Kruta 1988; Grassi 1991; Krut (…)
  • 12 Piana Agostinetti 2017a; Vitali et al. 2014. Da completare con gli atti di vari convegni precedenti (…)
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