IL PALAZZO IMPERIALE DI MEDIOLANUM

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Diocleziano, fondatore del sistema tetrarchico aveva scelto nel 285 come Cesare un suo vice , un valente ufficiale di nome Marco Aurelio Valerio Massimiano, che pochi mesi più tardi elevò al rango di augusto il 1º aprile del 286 (chiamato ora Nobilissimus et frater), formando così una diarchia in cui i due imperatori si dividevano su base geografica il governo dell’impero e la responsabilità della difesa delle frontiere e della lotta contro gli usurpatori.

Massimiano, per motivi logistici, scelse come residenza Mediolanum, che fu oggetto di una profonda ristrutturazione urbanistica, incentrata nell’area del palazzo imperiale, che si configurò come un complesso polifunzionale, autonomo rispetto alla città, dotato di tutti i servizi necessari alla corte , quali terme, luoghi di culto, strutture residenziali, amministrative e militari.

L’area scelta era nel settore occidentale della città, tra la porta Vercellina e la porta Ticinensis, all’interno delle mura e in stretta connessione, come nella tradizione tardo antico con il circo. Il settore occupato dagli edifici pubblici e ufficiali dell’amministrazione imperiale si estendeva per circa 80.000 mq, coprendo numerose piazze e vie attuali (Brisa, Gorani, Cappuccio, Morigi, S. Sisto,Bagnera, Circo, S. Marta, S. Maria alla Porta, Borromei, S. Orsola, Torino, piazza Mentana e piazza S. Giorgio).

Nonostante la sua estensione e importanza, le fonti dell’epoca ci forniscono una descrizione assai vaga di tale palatium: sappiamo sal panegirista Claudio Mamertino sappiamo che tra il 290 e il 291 d.C. si svolge nel Mediolanense palatium lo storico incontro tra Diocleziano e Massimiano, che preannuncia la nascita della Tetrarchia.

Quid illud, di boni! Quale pietas vestra spectaculum dedit, cum in Mediolanensi
palatio admissis qui sacros vultus adoraturi erant conspecti estis ambo et
consuetudinem simplicis venerationis geminato numine repente turbastis

ossia, tradotto alla meno peggio

E che spettacolo, buoni dei, presentò la pietà vostra, quando nella reggia milanese quelli che furono ammessi a venerare i sacri vostri volti, vi videro entrambi, e voi turbaste a un tratto, col raddoppiare la divinità, l’uso dell’adorazione di un solo

Lo storico Ammiano Marcellino, nelle Historiae, ricorda l’episodio del lancio dei calzari di Gallo ai piedi dell’imperatore Costanzo II, che si svolge nella regia di Milano.

Quando al Norico Gallo non era stato ancora del tutto spogliato del suo potere, Apodemio […] ne rubò i calzari: viaggiando veloce e cambiando cavalli […] giunse a Milano come primo messaggero; entrato nella reggia, gettò i calzari ai piedi di Costanzo… come si trattasse delle spoglie del re dei Parti ucciso […]

Nel 384 d.C. Valentiniano II e la madre Giustina ricevono nel palazzo imperiale la delegazione senatoriale di Quinto Aurelio Simmaco che, probabilmente nell’aula del consistorium, espone il discorso noto come “III Relatio”, con il quale rivendica il diritto alla sopravvivenza del paganesimo. Ambrogio, nell’acceso scontro con il potere imperiale, è forse l’unico a fornire un’indicazione topografica del palazzo; egli, infatti, vi passa accanto ogni giorno, recandosi dal complesso episcopale alla basilica martyrum, l’attuale Sant’ Ambrogio, per pregare sulle tombe dei martiri

Decimo Magno Ausonio poco dopo il 388 d.C. fornisce la prima descrizione di Milano giunta fino a noi, all’interno dell’operetta poetica Ordo nobilium urbium. L’autore si sofferma particolarmente sulle caratteristiche architettoniche della città: egli ricorda, oltre al circo, il teatro, le terme, la zecca, anche il palazzo imperiale, definito Palatinae arces. Con il termine, traducibile letteralmente come “rocche palatine”, l’autore vuole da un lato richiamare il modello di Roma e dall’altro sottolineare l’altezza preminente del palazzo imperiale sugli altri edifici della città

A partire dal 402 d.C. la corte viene spostata a Ravenna, dove rimarrà per tutto il V secolo d.C., tuttavia il Palatium di Milano continua a essere utilizzato e cosa più importante, conservato. Se dobbiamo prestare fede alla Suda, un’enciclopedia bizantina, nota però per capacità di raccontate balle,

Milano: città molto popolosa, che Attila conquistò e sottomise. Egli, come vide gli imperatori romani raffigurati in una pittura assisi su troni d’oro e gli Sciti uccisi e stesi di fronte a loro, cercò un pittore e gli ordinò di effigiare lui sul suo scranno e invece gli imperatori romani nell’atto di portare sacchi sulle spalle e di riversare oro ai suoi piedi

Di conseguenza, all’epoca il palazzo imperiale manteneva intatte tutte le sue decorazioni. Ai tempi di Teodorico, il Palatium fu utilizzato come centro amministrativo: restaurato da Narsete a seguito della riconquista di Giustiniano, fu per breve tempo sede di un dux militiae.

Alcuni settori del palazzo furono ancora utilizzati dai re longobardi, ma molti corpi di fabbrica originari sono progressivamente abbandonati: alla fine del VI secolo d.C. la cerimonia di associazione al potere di Agilulfo avviene nel circo, utilizzato già in precedenza per le apparizioni pubbliche della famiglia imperiale.

All’VIII secolo risalgono gli Acta S. Victoris, dove viene fatto riferimento a due torri pertinenti al palazzo imperiale di Milano, la cui costruzione è attribuita a Massimiano.

Palatium duabus turribus sublime

Tra la fine del regno longobardo e la metà del X secolo si colloca il definitivo tracollo funzionale del complesso del palazzo imperiale. Infatti, in un documento notarile risalente al 988 si trova la dicitura

di un locus ubi palatio dicitur.

Il palazzo sembra, quindi, definitivamente scomparso: di esso, alla fine del X secolo rimane solo il ricordo del nome. Che aspetto aveva questo palazzo? Dalle scarse testimonianze archeologiche, appare come Massimiano avesse gusti ben diversi da Diocleziano. Se quest’ultimo, concepì il Palatium di Spalato come una struttura compatta, ispirata agli accampamenti legionari, Massimiano, prendendo a modello le residenze imperiali romane del Sessorianum e di Villa Gordiani, fece realizzare una struttura policentrica, con funzione sia residenziale sia ufficiale, sede amministrativa, ma probabilmente anche luogo di alloggiamento della guardia imperiale.

Gli ambienti erano per questo organizzati a gruppi, attorno a corti porticate che fungevano da aree di snodo e collegamento tra ambienti privati e ambienti pubblici, ben interconnessi tra loro. Si può ipotizzare che dal decumano massimo, la nostra via Santa Maria alla Porta, vi fosse un accesso monumentale, che dava l’accesso a una sala absidata. Le sezioni del palazzo destinate a funzioni di rappresentanza erano contraddistinte da locali più grandi e dotati di absidi, spesso con pavimenti rialzati, vista la possibile presenza dell’imperatore in vesti ufficiali. Una parte del palazzo era destinato alla famiglia imperiale.

brisa

Cosa rimane di tutto ciò? I resti più importanti si trovano a via Brisa, in prossimità tra via San Giovanni sul Muro e via San Maria alla Porta, nel punto in cui via Meravigli diventa corso Magenta. I bombardamenti del 26 agosto 1943 trasformarono via Brisa in un piazzale, occupato per anni da un parcheggio e solo recentemente riqualificato col progetto del nuovo Palazzo Gorani.

Nel 1952 si aprì nel cuore della città una delle indagini archeologiche più importanti del secondo dopoguerra: il complesso di via Brisa venne alla luce nel corso di un primo scavo occasionale iniziato da Nevio Degrassi; successivamente, i terreni furono acquistati dal Comune di Milano e gli scavi furono ripresi, nel marzo del 1957, da Mario Mirabella Roberti.

I resti murari riportati alla luce occupano una superficie complessiva di 2160 mq e sono costituiti da fondazioni in conglomerato di ciottoli, che conservano anche parti dell’alzato dei muri in mattoni, sino a 1,40 di altezza. L’ambiente centrale, di forma circolare con diametro di 20,70 metri, era colonnato e su di esso convergevano altre sale. Quella più imponente era costituita da una grande aula absidata di ricevimento: ai due lati est ed ovest si trovavano due ambienti simmetrici, con un’abside curvilinea al centro e due absidi rettangolari ai lati (alcovae).

Sul lato occidentale del peristilio si apriva un secondo nucleo con ambiente absidato al centro, ma di dimensioni più piccole rispetto alla grande sala a nord, affiancato da due vani speculari, con abside rettilinea su un lato (alcova): essi dovevano avere funzione tricliniare o di riposo (cubicula). Tutti gli ambienti dovevano essere riscaldati, ad eccezione del peristilio circolare. Il vano absidato occidentale conserva ancora i resti del sistema di riscaldamento ad ipocausto, con pilastrini in mattoni quadrati che dovevano reggere il pavimento originale, probabilmente in opus sectile. Altri locali minori e con piante irregolari erano ricavati negli spazi di risulta degli ambienti principali; infine sono conservate porzioni del sistema di smaltimento delle acque, costituito da canaline a sezione rettangolare.

Il primo tentativo di interpretazione dell’edificio di via Brisa si deve a Mario Mirabella Roberti, responsabile dello scavo, secondo il quale il complesso costituirebbe un piccolo impianto termale, di pertinenza del palazzo imperiale, destinato, per le dimensioni ridotte, ad un ristretto numero di ospiti, che riprenderebbe in piccolo la struttura delle Terme Erculee, delle terme “imperiali” di Treviri e di quelle di Antiochia.

A partire dagli anni ’70 l’ipotesi del complesso termale trova la ferma opposizione di Ermanno Arslan, il quale per primo, confutò la destinazione termale delle strutture, evidenziando la mancanza di una chiara articolazione frigidarium, tepidarium e calidarium e della presenza della palestra: per cui, ipotizzò come fosse un generico edificio di rappresentanza.

Massimiliano David poi, ipotizzò come lo spazio centrale non fosse un vano circolare con copertura a cupola e deambulatorio voltato, confrontabile con strutture come Santa Costanza a Roma, come nell’intepretazione tradizione, ma un’area scoperta e organizzata come un peristilio circolare, in maniera analoga a Piazza Armerina, risalente allo stesso periodo storico.

MINERVA-MEDICA-1

Se però vediamo senza pregiudizi la pianta dell’edificio di via Brisa, notiamo come, nell’articolazione degli spazi, vi siano forti somiglianze con un complesso romano di una generazione successiva, ossia il tempietto di Minerva Medica all’Esquilino, di cui potrebbe anche costituirne il modello. Per cui, il complesso costituire un padiglione per banchetti ufficiali e per ricevere delegazioni provinciali e ambasciate.

Il tempio di “Minerva Medica” a Roma

I recenti scavi condotti in via Gorani 4 hanno poi permesso di comprendere in maniera più approfondita la storia del settore nordoccidentale della città romana. Le indagini hanno infatti portato alla luce i resti di due domus di I-III secolo d.C., poi obliterate dalla costruzione del palatium, di cui sono state documentate e conservate ulteriori significative porzioni.

All’angolo tra via Gorani e via Santa Maria alla Porta sono visibili i resti di un aula absidata e di un corridoio laterale. A nord dell’aula si può osservare un muro semicircolare in mattoni: si tratta della camera di combustione (praefurnium) che serviva a portare il calore in una secondo sala absidata posta a Nord. Di quest’ultima si trova ancora in situ un tratto di muro: orientata trasversalmente rispetto alla sala di rappresentanza più grande, aveva una decorazione pavimentale a tessere bianche e nere, che rappresenta una cornice a doppia fila di cerchi.

Il tempio di “Minerva Medica” a Roma

La moneta di Massimiano del 299 d.C., rinvenuta al di sotto della preparazione del pavimento, fornisce un importante punto di riferimento per la datazione dello stesso e dell’intero ambiente. Al di sotto dell’abside tardoantica si può ancora osservare un lacerto del mosaico di una precedente domus, nonché alcune fondazioni e muri della stessa. Nello spazio circostante la torre dei Gorani, attraverso due aperture nel lastricato della piazza, si può ammirare il pavimento di un’ altra aula di rappresentanza, costruita nella seconda metà del IV secolo d.C.

Esso è costituito da un mosaico con composizione geometrica a ottagoni alternati a quadrati, delineati da una treccia bianca su fondo nero, disposti attorno ad un cerchio. I vari riquadri sono decorati internamente da motivi figurati entro tondi: si riconoscono un busto di Vittoria alata con corona d’alloro, un secondo busto femminile e un fagiano. La decorazione centrale, in cui si intravede un ramo fogliato, è purtroppo lacunosa.

Al di sotto della preparazione del pavimento è stata trovata una moneta datante al 352-355 d.C., dell’epoca dell’imperatore Costanzo II. Nel piano interrato del nuovo palazzo sono conservati inoltre i resti di un ambiente di I-III secolo d.C. con mosaico a tessere bianche e una lastra centrale in marmo bianco (emblema). Tale spazio fu poi coperto da una sala absidata. Su altri ambienti di domus si impostò un muro appartenente al palazzo imperiale: si tratta del limite settentrionale del peristilio . Di esso è stata trovata ancora in posto una base del colonnato in marmo.

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