L’EPICA DEI VENETI RACCONTATA NELLA SITULA BENVENUTI

Gare ginniche e di carri, banchetti con mescita di vino e riti come il sacrificio del cavallo. Devono essere stati festeggiamenti leggendari quelli per la vittoria del principe paleoveneto in quel lontano autunno del ‘620 a.C. Il signore festeggiava la vittoria sul temibile nemico, che abitava al di là dei
monti, trascinato in catene nudo dagli opliti atestini sin dentro Atheste, in quel periodo capitale dei veneti antichi. Una vittoria che non leggeremo mai in un testo scritto ma il cui racconto il principe ha affidato ad un abilissimo toreuta, proveniente da Bologna, che l’ha inciso nella situla Benvenuti trovata ad Este nel 1880 nel giardino antistante la villa da cui poi  prese il nome. Sinora nessuno lo aveva riconosciuto quel racconto, lo fa ora Luca Zaghetto che individua nel sacrificio del cavallo la chiave di lettura per interpretare le gesta
narrate dalla situla. I veneti erano noti come allevatori di cavalli e vincitori di tornei tanto che il poeta spartano Alcmane in due diversi frammenti parla di ‘corsieri enetici, cavalli vigorosi, vincitori di tornei’. Molte altre fonti quando parlano dei veneti parlano dei loro cavalli. Il sacrificio del cavallo nel primo millennio a.C. risulta sorprendentemente identico in India e a Roma a dimostrazione del patrimonio culturale comune derivante da una unica radice indoeuropea.

Ben pochi però hanno presente come il rito che sacrificava il cavallo che correva a destra del carro vincitore, fosse praticato prima che a Roma anche a Bologna, Este o in Slovenia. Luca Zaghetto ne è convinto e ad avvalorare la sua tesi porta il rigoroso studio iconografico della situla Benvenuti, unanimemente ritenuta il poema figurato degli antichi veneti ed una delle più raffinate interpretazioni dell’arte delle situle, il movimento artistico artigianale diffuso nel bacino altoadriatico fra il 650 e il 280 a.C. Tale arte nasce a Bologna per opera di un artigiano etrusco ma il Veneto ed in particolare Este
mostra una certa autonomia di linguaggio. Pur nelle specificità regionali, sia che si tratti di Bologna o della comunità retica nella valle alpina o di quella illirica nelle colline slovene, la società che esse rappresentano si presenta con gli stessi capi di abbigliamento, gli stessi strumenti, gli stessi cerimoniali. Al vertice della struttura sociale vi sono i principi, poi i cittadini liberi che richiamano la classe dei cavalieri e infine la classe servile. Sulla funzione delle situla, contenitori in bronzo realizzati con la tecnica a sbalzo ed utilizzati per bere ( le circa 150 censite dallo studioso contengono vino e sono esposte durante i banchetti dai personaggi di rango, celebrano le loro imprese o quelle della loro casata) ancora oggi gli studiosi si dividono. Sono destinati al rito funerario, hanno una funzione mitologica o parzialmente realistica? È proprio a partire da questa ultima ipotesi che  Zaghetto, utilizzando un metodo che unisce linguistica e archeologia, nel suo libro La situla Benvenuti di Este, Ante quem editore, fornisce una interpretazione inaspettata e per certi aspetti sorprendente.

Ma andiamo con ordine. La situla fu trovata da Alessandro Prosdocimi all’interno di una ricchissima sepoltura ad incinerazione. Il vaso bronzeo si trovava dentro una cassetta in calcare e in uno dei due ossuari vi erano i resti ossei deposti nel contenitore più piccolo appartenente probabilmente ad una bambina di tre anni. Prima di essere deposta la situla venne abbondantemente usata ed anche riparata.  Lo studioso divide in una sorta di fotogrammi i tre registri della situla, ne analizza le sequenze, le scene militari, animali e civili. Il fotogramma dell’intero racconto, come lo chiama lui, è quello del principe sul trono, di un cavallo ed un servitore. Optando per una lettura dal basso verso l’alto il protagonista appare due volte: una in veste civile nel primo registro ed una seconda in veste militare nel terzo.

Partendo dunque dal sacrificio del cavallo tutti i segni iconografici sono coerenti tra loro. I segni sono il cavallo del primo registro, l’ascia che simboleggia il suo imminente sacrificio, la gestualità del principe sul trono che tiene in mano una coppa alzata verso il cavallo, le redini, la tunica del sacerdote assistente al sacrificio e il gesto che questi compie che tocca la zampa destra dell’animale.

Infine la situla ai piedi della rastrelliera destinata a raccogliere il sangue della vittima. Vittoria in guerra, sacrificio del cavallo e il vino ( rappresentato da un vaso) sono strettamente collegati, si tratta di un rito antico e congruente col rito romano ed indoeuropeo. Vi è poi una gara di pugili, una disciplina che troviamo a Bologna, in Baviera, in Tirolo e in Ungheria. In buona parte del mediterraneo in questo periodo l’etica agonistica è uno dei valori fondamentali dell’aristocrazia e le gare di cavalli e carri sono in cima a questa
scala. Ma a riservarci grandi sorprese è anche lo pseudo centauro che a parere di Zaghetto, secondo cui le figure animali assumono una funzione di vero e proprio  crononimo, potrebbe indicare la costellazione del Centauro. Il centauro era conosciuto dai romani della fine del I millennio a.C., ma era valido anche per i cieli del Veneto attorno al ‘600 a.C.? Grazie ad un planetario virtuale lo studioso ha ricostruito il cielo di Este attorno al 620 a.C.,
esattamente il 15 ottobre giorno in cui a Roma si svolgeva il sacrificio del cavallo. Ebbene in quel giorno il Centauro e le Pleiadi al sorgere del sole si trovavano entrambi all’orizzonte. Mentre il centauro mostra le due stelle della testa, le pleiadi sono ormai vicine al tramonto. Insomma il toreuta ci racconta anche il giorno in cui il sacrificio del cavallo è stato celebrato nell’antica Atheste: esattamente il 15 ottobre del 620 a. C. Il secondo registro con i suoi
cortei di animali, ritenuti in genere elementi decorativi, spiegherebbe il paesaggio che si estende dal territorio cittadino fino alle vette montane. Il principe aveva combattuto al di là dei monti. I vinti sono rappresentati nudi, barbari con capigliatura folta, mentre i vincitori portano un equipaggiamento oplitico come i maggiori eserciti del mediterraneo dell’epoca.

La lettura iconografica dello studioso si ispira alla linguistica strutturale che valuta sia la globalità delle testimonianze sia i singoli elementi( parole) articolati tra loro e composti in unità strutturate ( frasi). Gli oggetti, gli animali, i vegetali sono paragonati a parole. Dalla parola poi passa alla frase icononica, cataloga poco meno di 4800 unità classificando e datando anche le fasi stilistiche, in questo modo costruisce un sistema paragonabile ad un
dizionario. Individua inoltre un frasario quasi simile ad un formulario con oltre 430 frasi riunite. Con la sequenza delle frasi legate a catena inizia a cogliere il senso del racconto. Ne fa una lettura diatopica, tra i diversi collegamenti legge i nessi verticali tra registro e registro, asse e protagonisti principali. Non solo. Tra i molti significati possibili fa le prove in negativo e seleziona i diversi valori di un segno, per escludere quelli non pertinenti e quindi confermare l’interpretazione. Un lavoro durato venti anni.

articolo di Beatrice Andreose da il manifesto

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