PERCORSI ARCHEOLOGICI TRA RIMINI E L’APPENNINO: DOMUS DEL MITO, SUASA, SENA GALLICA E FORUM SEMPRONII

DOMUS DEL MITO

A Sant’Angelo in Vado, circa 60 km da Rimini e 25 km da Urbino, é stato scoperto il più importante ritrovamento archeologico venuto alla luce negli ultimi 50 anni : la Domus del Mito una ricca Villa con bellissimi pavimenti musivi, splendidamente conservati.

Oggetto degli ultimi scavi condotti dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici di Ancona, si è messa in luce l’intera articolazione di una grande Domus costruita verso la fine del I° secolo d.C. ampia circa 1.000 metri quadrati e impreziosita da un ricco complesso di mosaici figurati in bianco e nero e policromi.

La Domus rappresenta uno delle più importanti scoperte archeologiche di epoca romana degli ultimi decenni in questa zona; l’elevato numero di figure, per lo più legate alla mitologia classica, le ha valso l’appellativo di “Domus del Mito”.


I pavimenti a mosaico musivi mostrano un ampio repertorio di soggetti che mostrano l’inserimento dell’antica città di Tifernum Mataurense nel circuito di cartoni e maestranze specializzate, e la presenza in essa di una committenza colta e raffinata. Fra i temi raffigurati spiccano: Nettuno ed Anfitrite sul carro del trionfo trainati da cavalli marini, seguiti da Dionisio dio del vino per poi giungere al viso pietrificante di  Medusa . Merita una citazione il triclinium in cui sono raffigurate una scena di caccia e una di pesca contornate da un festoso repertorio di motivi geometrici in bianco e nero.

IL PARCO ARCHEOLOGICO DI SUASA

Da romanoimpero.com
L’antico centro di Suasa, collocato nella valle del fiume Cesano, nell’entroterra di Senigallia, nelle Marche, al confine tra le province di Ancona e Pesaro Urbino. Venne fondata dai Galli Senoni, e venne distrutta dai Goti di Alarico nel 409. Ma non tutti gli autori sono d’accordo sulla distruzione della città, nonostante la sicura incursione gotica.

Castellone di Suasa è il paese sorto all’ indomani del definitivo abbandono della città romana di Suasa, situata a poca distanza nella vallata del Cesano. La paura delle devastazioni barbare nelle città del nord convinse i suoi antichi abitanti, tra il VI e VII secolo d.c., a cercare un luogo più sicuro per vivere e scelsero l’ attuale colle. 
Tanto più che Suasa si trovava su un itinerario alternativo alla via Flaminia (facilmente controllabile all’altezza della galleria del Furlo) e quindi battuto ora da uno e ora dall’altro esercito. Questa fase durò decenni e le antiche pietre di Suasa vennero recuperate per l’ edificazione di altri edifici, soprattutto di culto (come testimoniano le colonne e i capitelli delle vicine chiese di San Lorenzo in Campo e Madonna del Piano).

Suasa venne dunque abbandonata quando la difficile situazione politica e militare colpì le antiche città sorte sui bassi terrazzi di fondovalle, e quindi difficilmente difendibili, portando alla nascita di nuovi centri arroccati sulle alture, lungo i crinali spartiacque delle vallate. 
Nel corso del VI secolo, gli abitanti di Suasa, così come quelli di altri centri lasciarono la città non più difendibile e si rifugiarono sulle vicine colline per sfuggire alle continue incursioni dei barbari o di delinquenti organizzati. 
Si trattò, con ogni probabilità, non di un esodo avvenuto in un unico momento, ma piuttosto di un lento processo e ad una fase di parziale abbandono, e quindi di restringimento dell’area urbana, vanno riferite le due tombe costruite con materiale architettonico di reimpiego, rinvenute nel 1987 nella strada provinciale in una zona intensamente urbanizzata in età romana.

La città romana si trova sul fondovalle del Cesano, tra la costa adriatica e il monte Catria. La sua nascita va posta in relazione con il processo di romanizzazione della valle, legato alla Lex Flaminia de Agro Gallico et Piceno viritim dividundo (232 a.c.).
In seguito a questa legge l’organizzazione del territorio cambiò radicalmente. Le terre che prima erano di proprietà dei Galli Senoni, conquistate dopo una serie di battaglie il culmine delle quali fu quella di Sentinum (Sassoferrato, 295 a.c.), vennero divise in lotti ed assegnate a coloni romani.

L’arrivo di questi ultimi fu notevolmente facilitato dalla presenza, lungo la valle, di un antico percorso di transito che collegava l’interno appenninico con l’area adriatica ancor prima della costruzione della via Flaminia, nel 220 a.c., che arrivava a Fano.

Le fonti letterarie non illuminano molto sulle origini di Suasa. Sia la topografia che l’epigrafia portano a credere che la città era già ben strutturata nel III secolo a.c. come praefectura, centro di coordinamento di una vasta e popolata area rurale. Dopo il 49 a.c. la città si ampliò e venne “promossa” a municipium retto da due magistrati, i duoviri.

La città di Suasa era l’unica situata nella valle del Cesano, a circa 30 chilometri dalla foce del fiume. Non sono state ritrovate le mura di cinta della città. La strada che divide Suasa è delimitata, fuori dal centro abitato, da due necropoli di I e IV secolo d.c..

IL PARCO ARCHEOLOGICO DI SUASA

Il Parco Archeologico di Suasa è posto lungo la Valle del Cesano, ai lati della strada di fondovalle che collega la costa agli Appennini, che costituiva anche in epoca romana l’arteria principale della città romana. Il municipium di Suasa, poco conosciuto mediante le fonti antiche, costituiva tuttavia un centro importante della valle, a vocazione soprattutto commerciale a servizio di un grande territorio a vocazione agricola.
Di particolare interesse anche le fasi pre-municipali dell’abitato, che offrono dati importanti sulla romanizzazione dell’ager Gallicus fra III e II sec. a.c.e testimoniano una consistente presenza romana già in pieno III secolo a.c., in parallelo con la deduzione della colonia di Sena Gallica (Senigallia).
L’antico abitato non è ancora scavato nella sua completezza, ma sappiamo che era stretto e lungo, chiuso ai margini fra il corso del fiume Cesano a ovest e le basse colline a est. Sappiamo pure che può ancora riservarci molte sorprese.

GLI SCAVI

Il Dipartimento Archeologico dell’Università di Bologna opera allo scavo della città romana di Suasa. Gli scavi sono in corso dal 1987, con la direzione di Pier Luigi Dall’Aglio e Sandro De Maria, ai quali si sono affiancati in anni recenti Enrico Giorgi e Giuseppe Lepore. 

Nel 2011, grazie a un importante finanziamento europeo gestito dalla regione Marche, l’area archeologica è stata sostanzialmente ampliata grazie alla rimozione della strada che la divideva a metà e allo scavo archeologico della sottostante via basolata romana definita Via del Foro.
Finalmente la parte della città con le abitazioni (Domus dei Coiedii e Casa del Primo stile) e gli edifici per spettacolo (Teatro e Anfiteatro), fu nuovamente congiunta alla grande piazza del Foro posta sull’altro lato dell’antica via romana. 
Suasa, fiorente fino alla tarda antichità, declinò e fu abbandonata in seguito alla guerra greco-gotica (535-553). I marmi e le pietre che la componevano furono in seguito utilizzate per costruire gli abitati medioevali che sorsero nelle vicinanze.

L’Università di Bologna, nei suoi scavi, ha riportato alla luce due settori di Suasa, divisi dal moderno percorso viario che ricalca l’antico tracciato del decumano massimo. Da un lato della strada vi era la grande piazza del foro contornata da portici su tre lati e aperta verso l’arteria principale; dall’altro lato sono stati riconosciuti degli edifici di utilità pubblica, tra cui il teatro e l’anfiteatro, e abitazioni private, comprese le case repubblicane precedenti la fase municipale (II-I sec. a.c.),

IL FORO
Lungo la strada principale della città si allungava per circa 100 metri, con forma rettangolare, il Foro commerciale, che sorse nel I secolo d.c., occultando due templi di epoca precedente (II-I secolo a.c.). Di età giulio-claudia, era preceduto da un’area sacra di età repubblicana, era pavimentato con lastre di pietra e conservava numerose basi di monumenti onorari. 
Di esso è stata scavata meno della metà, ma la struttura originaria è già comprensibile: una grande piazza, delimitata da strade ortogonali, e fiancheggiata su tre lati da vaste botteghe e laboratori bordati da portici a pilastri. Se i resti degli edifici pubblici non sono numerosissimi, più completo è il panorama sull’edilizia privata: sono attestate strutture abitative sin dalla metà del II sec. a.c.
Oltre ai tre ingressi di fronte alla strada, ne è presente uno che collegava la piazza con un decumano secondario. Molto probabilmente la struttura aveva anche un piano superiore: ciò testimonia dunque una pianificazione urbanistica e di conseguenza permette di collocare le sue origini romane attorno al I secolo d.c.

VILLA COIEDII

Ha suscitato molto interesse un’estesa domus di età imperiale del II sec. d.c. appartenuta alla famiglia senatoria dei Coiedii, che ha restituito importanti mosaici e pitture del II-III sec. d.c. Oggi fa parte del Parco Archeologico di Castelleone di Suasa e fu costruita in posizione centrale tra la zona del Foro e dell’Anfiteatro, affacciata sull’importante asse viario dell’antica città di Suasa. 
Essa presenta importanti pavimenti in mosaico e tarsie marmoree, pitture alle pareti, impianti termali e settore di rappresentanza, che si estende su oltre 3.000 mq di estensione.
L’ambiente più prestigioso della casa è l’oecus tricliniare, ad est del quale fu sistemato il grande giardino con porticato, vasche con fontane, ambienti di soggiorno estivo.

La domus dei Coiedii è una casa aristocratica di notevole qualità. L’edificio che è possibile ammirare oggi è il frutto di numerosi cambiamenti avvenuti nel corso dei secoli.

Una prima fase appartiene al I sec. a.c. ed è caratterizzata da una piccola casa ad atrio con hortus interno. A questa seguì un fastoso ampliamento agli inizi del II secolo d.c., quando la domus divenne una grande villa suburbana.

In questa fase alla casa antecedente vennero aggiunti molti ambienti pavimentati con splendidi mosaici e pareti decorate. Oltre la metà del complesso era occupata da un peristilio con al centro un vero e proprio quartiere termale. La domus aveva anche un secondo ambiente termale, più interno, con una piccola piscina.

Contemporanei al periodo di maggior splendore della domus sono gli splendidi mosaici figurativi, come quelli a soggetto erotico di Leda e il Cigno, Eros e Pan o quello policromo di Tritoni e Nereidi. Al Museo Archeologico sono custoditi, invece, alcuni affreschi, eleganti esempi di pittura parietale del II sec. d.c. insieme ad alcuni rari esempi pittorici del II sec. a.c., di gusto molto simile al primo stile della pittura pompeiana.

Gli archeologi hanno attribuito la proprietà della domus ai Coiedii partendo da una base in calcare con un’iscrizione che ricorda Lucius Coiedus Candidus, cavaliere originario di Suasa, senatore al tempo di Caligola (37-41 d.c.) o Claudio (41-54 d.c.). Questa base doveva sorreggere una statua di bronzo che si trovava all’interno della domus e che raffigurava lo stesso proprietario. A far costruire la splendida e lussuosa dimora deve essere, probabilmente, stato un nipote di Lucius Coiedius Candidus.

La famiglia dei Coiedii mantenne questa residenza fin, forse, al IV secolo d.c.. Poi, in seguito, forse, al passaggio di proprietà o al trasferimento della gens, la domus andò decadendo lentamente. Nella seconda metà del IV secolo il giardino della domus era già utilizzato come area di sepoltura. L’abbandono della villa coincise con l’abbandono della città di Suasa, intorno al VI secolo d.c., quando oramai la casa era ridotta ad un rudere frequentato soltanto occasionalmente da viandanti in cerca di riparo temporaneo.

Lo studio del vasellame ceramico recuperato durante lo scavo della domus ha evidenziato una fase di frequentazione e di insediamento già in epoca repubblicana. E’ stata ritrovata ceramica a vernice nera che mostra interessanti analogie con produzioni di area centroitalica e laziale, oltre che lucerne repubblicane del tipo biconico e cilindrico, anfore rodie e paste vitree a testimonianza di un tenore di vita piuttosto elevato.

L’ANFITEATRO

Non lontano da questa domus è stato riportato alla luce un altro edificio della fine del I e inizio II secolo d.c. anch’esso, trattasi probabilmente di terme pubbliche, in cui si conserva un mosaico con la testa di Oceano.

Nel 2003 l’indagine attraverso fotografie aeree, pallone aerostatico e aereo, ha portato alla scoperta di un anfiteatro e di un altro edificio a sud della città. L’anfiteatro, posto ai piedi delle colline, fu costruito, alla fine del I sec., in vaste dimensioni (m 98 x 77), uno dei più grandi della regione, capace di accogliere diverse migliaia di spettatori.

Sulla parete esterna della cavea si trova un ampliamento successivo del perimetro esterno della cavea stessa, impostato su uno spesso strato ricco di anfore frammentarie con funzione drenante, databili al II-III secolo d.c., che a sua volta poggia sul resto della cavea. Sulla base di queste indagini, la costruzione del teatro è stata datata al II secolo d.c., in epoca alto-imperiale. Un successivo ampliamento pare poter essere collocato al III secolo d.c.. Il diametro della cavea è stato stimato a 50 metri.

LA NECROPOLI

Recente la scoperta di un sepolcreto di II sec. a.c. a est dell’area urbana. Nella necropoli settentrionale vi sono sepolture a inumazione; in quella meridionale sono state indagate oltre 50 inumazione e due fosse (ustrinae) scavate per l’incinerazione delle salme. Sono stati anche ritrovati e recuperati i resti di un letto funebre decorato in osso di epoca imperiale.  

Gli scavi sono iniziati nel 1993, per riempire un vuoto tra l’antica Suasa e le due tombe tardo antiche ritrovate nel 1987. Complessivamente sono state ritrovate 39 sepolture ad inumazione, oltre al fondo dell’urna di una tomba ad incinerazione ed i resti di 4 tombe monumentali. Le tombe a inumazione sono rivestite da tegole o mattoni, ma in alcuni casi i corpi sono stati deposti a contatto diretto con il terreno.

Cinque inumazioni presentavano come offerte olle e ciotole deposte all’esterno della tomba. Due sepolture ritrovate nella zona settentrionale di Suasa custodivano una lo scheletro di un adulto, un anello d’oro e un grano d’ambra.

L’altra era la sepoltura di una donna adulta, arricchita da un corredo di balsamari vitrei, tredici spilloni in osso e parte dell’astuccio che li conteneva. Tutte le sepolture indagate si trovavano in una stretta fascia di terreno ad est della strada romana lungo la quale sorgeva Suasa.


ricostruzione del foro commerciale


SENIGALLIA – Area archeologica e Museo La Fenice

In occasione dei lavori di fondazione per il teatro “La Fenice” eseguiti nel 1989, sono stati riportati in luce importanti reperti di età romana che sono stati oggetto di sistematiche campagne di scavo. Il teatro è stato successivamente costruito sopra il sito e l’area è stata musealizzata. Sono ancora oggi evidenti il cardo e il decumano appartenenti all’area meridionale dell’antica città di Sena Gallica. Si conservano alcune tavernate (come il termopolium), la pavimentazione sulla quale sono visibili le ruote dei carri che una volta vi transitavano, i resti di un’ampia domus con il pavimento in cocciopesto e l’impluvium dell’atrio con pavimento a spina di pesce. Gli scavi hanno inoltre evidenziato 130 fosse ad inumazione di età medievale di cui una è ancora visibile in situ per evidenti scopi didattici.

FOSSOMBRONE – Parco Archeologico di Forum Sempronii

Scheda di Ferretti Patrizia da lavalledelmetauro.it


L’area archeologica di Forum Sempronii è situata a circa 2 Km ad est di Fossombrone, in località San Martino del Piano.
L’antico abitato venne fondato lungo il percorso dell’antica via consolare Flaminia da un ignoto magistrato della gens Sempronia (secondo la tradizione Gaio Sempronio Gracco) nel II sec. a.C.; ascritto alla tribù Pollia, divenuto municipio nel corso del I sec. a.C., divenne ben presto il centro amministrativo e commerciale della media vallata del Metauro.

Le iscrizioni ricordano che fu retto da una magistratura duovirale (duoviri iure dicundo) affiancata dai decuriones (specie di senato locale), il quaestor (responsabile settore finanziario), gli Augustales Seviri (sacerdoti addetti al culto dell’imperatore che si occuparono inoltre della selciatura di ampi tratti di vie cittadine). Dalle fonti epigrafiche inoltre apprendiamo l’esistenza di corporazioni professionali di falegnami (fabri tignarii) e conduttori di animali da soma (iumentarii), stazionati presso la porta orientale della città, chiamata porta Gallica.

La documentazione archeologica ci attesta che il municipio ebbe un periodo di particolare ricchezza nei primi due secoli dell’impero, continuando poi a vivere fino al VI sec. d.C. La ricerca archeologica ed il progredire degli studi stanno modificando la tradizionale concezione che vedeva nell’età tardo-antica (III-VI sec. d.C.) un periodo di crisi e decadenza: essa appare oggi un’età di profondo cambiamento.

I rinvenimenti effettuati nel corso dei secoli, le recenti campagne di scavo e gli studi conseguiti hanno fornito importanti elementi per la conoscenza dell’assetto urbanistico e della vita quotidiana di questa città. L’antico municipio aveva un’estensione di 24 ettari circa ed un assetto urbanistico a scacchiera, orientato secondo l’andamento della via Flaminia che ne costituiva l’asse principale da est ad ovest (decumanus maximus). Delimitato naturalmente a nord dalle colline, ad ovest dal Fosso della Conserva, a sud dal greto del fiume Metauro, era privo di un limite naturale ad est, dove era certamente chiuso da una cinta muraria (di cui si conservano resti), sui cui si apriva la già menzionata porta Gallica.

A lato della chiesa di San Martino si possono veder alcuni interessanti reperti rinvenuti nell’area: un grosso dolium e numerosi frammenti architettonici; questa area costituiva molto probabilmente il centro monumentale dell’antica città.

Scavi qui effettuati negli anni 1879-1881 hanno portato alla luce i resti di una domus con ambienti pavimentati a mosaico, e tratti di vie lastricate, mentre in un manoscritto del XVII sec. sono descritti i resti di un edificio in cui è da riconoscere una basilica.

Fra il 1974 ed il 1982 nel settore sud di Forum Sempronii, a breve distanza dal ciglio tattico, sono stati riportati alla luce i resti di un vasto edificio termale, databile tra il I sec. ed il V d.C., che si sviluppa complessivamente per oltre 20 ambienti. A questi edifici sono poi da aggiungere un tempio di Cibele, una porticus, uno xystus e la porta Gallica nota da fonti epigrafiche.

Le campagne di scavo effettuate dal 1990 nell’area archeologica hanno permesso di riportare alla luce un tratto della via Flaminia (ampio m 5,90); una via urbana parallela alla Flaminia, da cui dista 70 m (decumanus minore); due vie ad essa perpendicolari (cardini), distanti tra loro 105 m. Le vie lastricate in grosse pietre poligonali del Furlo conservano ancora le profonde solcature dei carri.

Di particolare interesse la via urbana parallela alla Flaminia; delimitata nel lato a valle da un marciapiede su cui si affacciano i resti degli edifici che un tempo prospettavano sulla via, presenta dalla parte opposta una fogna coperta da grosse lastre di pietra fiancheggiata da un ipotetico porticato, un edificio di qualche rilievo (di cui sussistono due colonne in laterizio e resti di strutture murarie) di fronte al quale la via viene quasi a formare una piazzetta, infine otto grosse basi, nel tratto stesso in cui la sede stradale si restringe nelle quali è ipotizzabile che si ergessero statue di bronzo dorato (alcuni frammenti sono conservati presso il Museo Civico A. Vernarecci).

SASSOFERRATO – Parco Archeologico di Sentinum

(TurismoItaliaNews) Un contenitore storico per reperti che parlano di storia. E’ il Museo Civico Archeologico di Sassoferrato, allestito all’interno del Palazzo dei Priori, un edificio costruito nel 1355 in seguito alla nascita del libero Comune.

E’ qui che in quattro sale possono essere ammirati i reperti tornati alla luce durante diverse campagne di scavo nel vicino Parco Archeologico di Sentinum, l’ultima delle quali ha visto collaborare insieme il Comune di Sassoferrato, la Soprintendenza per i Beni archeologici delle Marche e le Università di Urbino e Genova.

Al piano terra sono situati la biglietteria, il bookshop e la sala che illustra con un plastico ricostruttivo la “battaglia delle Nazioni” svoltasi nel 295 a. C., al termine della terza guerra sannitica. Un’ampia scalinata , che conserva ancora i gradini in pietra dell’originaria struttura del Palazzo dei Priori, conduce alle sale del primo piano con esposizione tematica dei reperti. Sulle pareti sono murati alcuni stemmi che appartenevano al potestà dell’antico Comune e uno di Papa Paolo V che ricorda la sua visita nella città. Le sale principali di questo settore del Museo sono connotate dalla presenza di pavimenti a mosaico e l’allestimento riproduce idealmente l’ingombro dei muri delle stanze in cui si trovavano in origine.

I reperti illustrano diversi aspetti della vita quotidiana e della società nell’antica città romana di Sentinum. Dall’ingresso si accede alla sala delle sculture dove sono esposte teste e dorsi di statue di marmo. Sempre nella stessa sala, sono alcune grandi epigrafi su marmo e la riproduzione delle tre lastre bronzee su cui è scritto il testo di documenti ufficiali con cui le associazioni dei commercianti di Sentinum e Ostra conferivano a personaggi di spicco della città il titolo di patronus, cioè il protettore. Di qui, si accede alla sala di nuova costituzione dedicata ai reperti che attestano la frequentazione del territorio sentinate in epoca preistorica.

Nella sala successiva è il mosaico pavimentale raffigurante il ratto di Europa, insieme a numerose epigrafi funerarie, tra cui le steli tipiche delle sepolture femminili con la rappresentazione della porta degli inferi. Nel corridoio una vetrina raccoglie i reperti che documentano l’esistenza a Sentinum di una bottega di bronzista che probabilmente produceva anche pezzi di statuaria, simili a quelli di Cartoceto.

Nella sala dell’Aiòn il pavimento è una riproduzione a grandezza naturale del mosaico rinvenuto a Sentinum nell’Ottocento e ora conservato nella glittoteca di Monaco. Nelle vetrine sono gli oggetti di uso comune che mostrano i diversi aspetti della vita quotidiana: la mensa, la religione, le arti e i mestieri, la donna e le sue attività. Nell’ultima sala è esposto un frammento del grande mosaico pavimentale con tritoni, in precedenza conservato al Museo Archeologico nazionale di Ancona. I pezzi di decorazione architettonica, disposti attorno al mosaico, sono le testimonianza dell’ultima fase di vita della città antica. Due vetrine raccolgono il vasellame da cucina usato in epoca romana. La vetrina centrale contiene alcune tra le più belle monete rinvenute a Sentinum, databili tra la fine del III secolo a. C. e la fine del IV secolo d. C.. Le ultime due vetrine accolgono le ceramiche cinquecentesche rinvenute nei recentissimi scavi eseguiti nel palazzo stesso che ospita il Museo. Su alcune di esse è raffigurato l’antico stemma di Sassoferrato. 

Ma al piano terra ci sono altre importanti opere assolutamente da vedere. E’ la cosiddetta raccolta Perottiana, una preziosa collezione di reliquari bizantini e fiamminghi, tra cui l’Icona di San Demetrio. Opera d’arte bizantina di piccole dimensioni realizzata alla fine del XIV secolo, è un mosaico su supporto ligneo rivestito in lamina d’argento sbalzato e dorato; il grande valore di questa icona musiva portatile è rappresentato dalla sua rarità, in particolare per la tecnica di realizzazione, completamente diversa da quella dei mosaici parietali o delle icone musive di grandi dimensioni. L’opera, per il suo altissimo valore storico-artistico, è stata esposta in occasione di due grandissimi eventi, primo dei quali la mostra dal titolo “Bisanzio: la fede e il potere (1261-1557)”, allestita al Museum of Art di New York; successivamente l’icona è stata esposta nella Basilica di San Demetrio a Salonicco (Grecia) in occasione del 1.700° anniversario del martirio del Santo. Molto venerato a Salonicco, San Demetrio è il patrono di tale città, la cui ricorrenza cade il 26 ottobre.

“Gli scavi condotti nel parco archeologico di Sentinum hanno mostrato le ottime potenzialità di questo luogo – evidenzia il sindaco di Sassoferrato, Ugo Pesciarelli – è stata riportata in luce la sezione di un ampio tratto della città antica, con edifici pubblici e privati, tuttora in ottimo stato di conservazione sotto la coltre del terreno agricolo. In seguito, sono state eseguite su tutta la superficie compresa entro le mura della città delle indagini non invasive, mediante una tecnica delle prospezioni magnetometriche. In questo modo è stato possibile rilevare la presenza delle strutture presenti nel sottosuolo e disegnarne l’andamento. È così emersa la trama di gran parte dell’abitato di Sentinum, con strade ed edifici. In base a questi nuovi dati è stato individuato un settore, nella parte occidentale della città, particolarmente interessante per capire lo sviluppo urbanistico dell’abitato antico”. Qui lo scavo è iniziato, riportando in luce gli strati relativi alla fase di fine IV – V secolo d.C., relativa all’abbandono, e un grande edificio a portico. Lo scavo si è esteso anche al settore orientale della città, in corrispondenza dell’incrocio tra il cardine massimo e il decumano massimo.

L’epica “Battaglia delle Nazioni” 
L’esercito dei Romani, formato dalle quattro legioni della leva annuale (circa 40.000 uomini computando anche i contingenti degli alleati nei quali i Piceni avevano la parte preponderante) e comandato dai due consoli eletti nel maggio precedente Fabio Rulliano e Publio Decio Mure, provenendo da Chiusi, attraversò l’Appennino ed i soldati si accamparono nel territorio di Sentinum. La battaglia si sviluppò in due fasi e l’esito fu incerto fino all’ultimo. Poi la tenacia di Fabio Rulliano, abilissimo nel temporeggiare e attaccare nel momento opportuno, e la compattezza delle forze romane ebbero la meglio. Al successo contribuì anche la devotio compiuta da Decio Mure, che aveva saputo contenere l’impeto della cavalleria e dei carri dei Galli. “Grande fu la fama di quella giornata in cui si combatté nel territorio di Sentinum” racconta Tito Livio nella sua Storia di Roma. La coalizione delle forze opposte, pur imponente per numero, aveva avuto la sua debolezza nella eterogeneità dei popoli che la componeva.

Secondo una fonte greca i morti dalla parte dei coalizzati sarebbero stati 100.000, Livio li ridimensiona in 25. Tra di essi vi fu anche il comandante sannita Gellio Ignazio. Invece nell’esercito romano le truppe guidate da Decio Mure ebbero 7.000 morti e 1.200 furono i morti in quelle guidate da Fabio Rulliano. A Decio Mure furono celebrati solenni funerali e quindi cremato, Fabio Rulliano tornato a Roma ottenne l’onore del trionfo. Da notare, per inciso, che ancora oggi a Sassoferrato esistono tre vie cittadine rispettivamente intitolate a Gellio Ignazio, a Decio Mure e a Fabio Rulliano.

Le conseguenze della vittoria romana furono disastrose per l’indipendenza politica degli Italici. Gli Etruschi chiesero ed ottennero nel 294 a.C. trattati di pace della durata di 40 anni; l’anno dopo anche i Fallisci si arresero. Gli Umbri perdettero i territori di Spoleto e di Foligno, ottenendo trattati di alleanza per Camerino e Gubbio. I Galli Senoni furono ricacciati verso il mare. Lo studioso irlandese Rolleston agli inizi del secolo scorso in un suo lavoro sui Celti ascrisse proprio alla battaglia di Sentino una delle concause della caduta dell’impero dei Celti in Europa. Le forze superstiti dei Sanniti furono inseguite e in parte distrutte nel territorio dei Peligni. Quanto ai Sabini, il cui apporto alla grande coalizione di Sentino non è precisabile, essendo frequente nelle fonti lo scambio del loro nome con quello dei Sanniti, vennero furiosamente aggrediti nel 290 a.C. per completare l’espansione del territorio dello Stato fino alla costa adriatica al fine di controllare più direttamente i popoli del nord della penisola e quelli del sud, in modo da evitare i collegamenti che avevano creato le premesse per la pericolosa coalizione di Sentino. La città greca di Ancona entrò nell’alleanza romana.

Con le nuove incorporazioni, conseguenti alla vittoria nella battaglia di Sentino, il territorio romano si era quasi triplicato rispetto alla fine della guerra latina, passando da circa 5.000 a 13.000 kmq con oltre un milione di abitanti. Gli studiosi hanno tentato in più riprese di individuare con precisione il luogo o i luoghi dello scontro. Tito Livio l’ha narrata con molti particolari, ma non descrive la topografia del luogo. Un elemento certo è la sua affermazione che la battaglia avvenne nel territorio di Sentinum.

Per saperne di più 
Piazza Matteotti,10 
iat.sassoferrato@happennines.it 
tel. +39 0732-956257 (tutti i giorni dalle 10-12.30 e dalle 15 alle 18) 
333-7301732 / 333-7300890 
www.sassoferratoturismo.it

OSTRA VETERE – Area archeologica di Ostra

L’area archeologica è situata in località Muracce, dove le antiche strutture visibili sono la testimonianza del municipium romano di Ostra, collegato agli altri centri urbani di Sentinum e Sena Gallica tramite un diverticolo della Via Flaminia tracciato lungo la valle del Misa.


La piccola frazione di Pongelli di Ostra Vetere custodisce l’area archeologica di Ostra Antica denominata ‘Le Muracce’ e architetture molto originali. Con brevi deviazioni avremo modo di visitare tre diversi tipi di edifici che coprono ben 2.000 anni di storia.

Provenendo da Senigallia, dopo aver passato il bivio per Ostra Vetere sull’Arceviese e aver percorso qualche chilometro, si volta a sinistra, all’altezza di una colonna romana, e verso il fiume si arriva alle Muracce.

Ostra Antica scavo archeologico ‘Le Muracce’

Si tratta di uno scavo ancora in corso dell’Università di Bologna, la cui direzione sul terreno è assicurata da Pier Luigi Dall’Aglio (Università di Bologna) e dalla archeologa Carlotta Franceschelli dell’Université Clermont-Auvergne, Clermont-Ferrand) che ha anticipato al Corriere Adriatico un articolo che presenta una prima sintesi dei lavori sullo scavo di Ostra antica (Ostra Vetere), in attesa di pubblicare il volume con il punto sulle prime 12 campagne di scavo, la cui uscita è prevista entro fine 2018.

«Con la battaglia di Sentinum (Sassoferrato) del 295 a.C. e la definitiva sconfitta dei Galli Senoni, Roma si assicura il controllo delle Marche settentrionali e, in particolare, della valle del Fiume Misa, che ha da sempre costituito un importante corridoio naturale di collegamento tra l’entroterra e la costa. Proprio alla foce del Misa, nel 284 a.C. i Romani fondano la città di Sena Gallica (Senigallia), la prima colonia romana del settore medio-adriatico, e le nuove terre conquistate lungo l’intera valle vengono riorganizzate e assegnate a dei coloni (a seguito della Lex Flaminia de agro Gallico et Piceno viritim dividundo, del 232 a.C.). Nei nuovi territori colonizzati nascono dei “centri di servizio”, le praefecturae, dove i magistrati inviati da Roma amministravano la giustizia.

Ostra Antica scavo archeologico ‘Le Muracce’

Nel corso del I secolo a.C., dopo che le guerre sociali portarono alla concessione della cittadinanza romana a tutta l’Italia, molte di queste praefecturae si trasformano in città (municipia), dotate di proprie magistrature e di un proprio territorio. Questo avviene per Ostra, nella media valle del Misa, e per la sua gemella Suasa, nella parallela valle del Cesano, che, divenuti municipi, manterranno il loro nuovo status fino all’invasione longobarda, quando saranno del tutto abbandonate. 

La guerra greco-gotica prima e l’arrivo dei Longobardi poi, segnano infatti la fine dell’ordinamento politico e sociale romano e portano al definitivo abbandono delle città di fondovalle e alla nascita di piccoli agglomerati collocati lungo il crinale, in posizioni naturalmente difese.

È così che al posto dell’antica città di Ostra sorgeranno i centri di Montalboddo e Montenovo, che alla fine dell’Ottocento, rispettivamente nel 1881 e 1882, recupereranno le loro antiche radici attraverso la reintroduzione del nome della città romana divenendo Ostra e Ostra Vetere.

Ostra Antica scavo archeologico ‘Le Muracce’

Ostra nasce dunque nella media valle del Misa, lungo la strada che, correndo sulla sinistra del fiume, univa Sena Gallica a Sentinum. In particolare, per costruire la città i Romani scelsero l’ampio terrazzo alluvionale di fondovalle oggi compreso tra il Misa e la Strada Arceviese tra i chilometri 18 e 20. 

Si tratta del terrazzo più grande che si incontra alla sinistra del fiume tra Arcevia e Senigallia. Tale scelta non fu certo casuale: l’ampiezza del ripiano consentiva infatti di realizzare e disegnare gli spazi e le strutture necessari alla vita stessa della città: dal foro, al teatro, dalle terme alle case di abitazione, che, come noto, in età romana si sviluppavano più in pianta che in altezza.

Mappa dello scavo archeologico di Osta Antica ‘Le Muracce’

I primi scavi archeologici realizzati nella città risalgono agli inizi del Novecento e furono effettuati dal Cavalier Giuseppe Baldoni di Montalto, Maggiore di cavalleria, allora possessore dei terreni su cui anticamente si estendeva la città. Frutto di questa fase di ricerche “non scientifiche” è la carta raffigurante gran parte dell’area monumentale urbana, che ha costituito una fonte imprescindibile per ogni studio successivo.

Gli scavi riportarono alla luce un edificio termale e un teatro, separati da una larga strada lastricata con direzione NO-SE. Un secondo asse viario perpendicolare al precedente e di un terzo tratto parallelo al primo delimitavano una vasta area riconosciuta come il Foro ovvero la piazza principale della città, sulla quale si affacciavano, oltre al teatro, alcuni edifici, tra cui un tempio.

Ostra Antica scavo archeologico ‘Le Muracce’

Per quanto riguarda l’impianto termale furono messi in luce complessivamente venticinque ambienti, tra i quali si è riconosciuto il calidarium (la sala per i bagni in acqua calda) e il frigidarium (la sala per i bagni in acqua fredda), con pareti rivestite di marmo e il pavimento a mosaico. Sono stati inoltre individuati due forni e si è attestata l’esistenza di una grande vasca, probabilmente con funzione di riserva d’acqua per l’impianto termale.

Le indagini a Ostra ripresero alla metà degli anni ottanta del secolo scorso, a opera della Soprintendenza dei Beni Archeologici delle Marche, che avviò anche un programma di restauro conservativo dei rivestimenti musivi dell’impianto termale e nel 2005 nuovi scavi nell’area del teatro.

Dal 2006 il Dipartimento di Storia Culture e Civiltà dell’Università di Bolognaconduce nel sito nuove ricerche che stanno portando in luce diversi edifici del Foro, contribuendo alla definizione di questo importante settore urbano della città romana.

Fra i più recenti rinvenimenti, si segnala l’individuazione di un sacello (piccolo tempio) e di un edificio caratterizzato dalla presenza di vasche e ambienti connessi con il prelievo dell’acqua, entrambi di età augustea, quando si attestano i primi interventi di sistemazione dell’area  in senso propriamente monumentale. 

Questi interventi andarono a sovrapporsi a un precedente sistema di organizzazione spaziale del comparto pubblico che, grazie agli scavi archeologici, è possibile collocare in epoca medio-repubblicana (metà II-inizi I secolo a.C.). A questa prima fase afferiscono una vasta piazza centrale inghiaiata e una singolare struttura, interpretata in rapporto alle attività di elezione dei magistrati cittadini.

A partire dall’età imperiale tutta la piazza forense viene pavimentata con lastre di marmo e di calcare e viene circondata dai principali edifici pubblici, compresi il teatro e il tempio. 

Tra gli edifici di nuova realizzazione, nel lato occidentale del Foro emerge il complesso formato dal tempio su podio e dal vicino edificio denominato struttura 4. Tale edificio, di incerta funzione, si compone di una sala anteriore rettangolare e di una parte posteriore organizzata in tre ambienti contigui – di cui quello centrale absidato – tutti comunicanti con la sala centrale di cui si  conserva parte della pavimentazione in mosaico di colore bianco. 

Nel corso della prima età imperiale vengono definiti anche gli assi viari urbani principali, di cui i recenti scavi hanno messo in luce un’ampia porzione, specialmente dell’asse N/S che delimitava il lato orientale del complesso forense. In concomitanza con la lastricatura delle strade, l’area del foro viene definitivamente inclusa in un perimetro murario nel quale, in corrispondenza dell’arrivo sulla piazza forense dell’asse stradale principale della città, viene aperta una porta monumentale di cui si conservano la soglia, lo stipite e un blocco con l’incavo per il cardine.

La situazione fino a qui descritta corrisponde con il periodo di massimo sforzo monumentale del centro della città, collocabile tra l’età augustea e la fine del I secolo d.C., al termine del quale il foro di Ostra, chiuso in un perimetro definito e ben isolato dalla viabilità, contiene al suo interno i maggiori edifici destinati alle attività economiche, civili e religiose.

Nell’ambito di uno di questi spazi, inoltre, doveva trovare posto il più eclatante dei ritrovamenti effettuati nel sito, ovvero la statua colossale in marmo pario, scoperta nel 1841, raffigurante un importante personaggio maschile d’età traianea.

Le ultime campagne di scavo stanno comunque evidenziando come il processo di accrescimento monumentale si protrasse per tutto il periodo della media età imperiale. A questa fase è databile l’edificio denominato struttura 8, un nuovo spazio pubblico databile all’inizio del II secolo d.C.  L’edificio presenta caratteristiche planimetriche precise, componendosi di un grande piazzale rettangolare (A), chiuso verso il Foro da un muro e circondato sugli altri tre lati da un portico continuo (B-D). Nella parete posteriore del portico orientale si apre un ambiente di forma rettangolare (E) inizialmente di dimensioni limitate e successivamente ampliato (F) fino a raggiungere il limite dell’isolato. Nel cortile, in corrispondenza dell’apertura dell’ambiente E, è inoltre presente una piattaforma in conglomerato di calce e ciottoli, nella quale si deve riconoscere la fondazione di un prospetto architettonico colonnato aggettante verso la piazza.

Dopo questa fase, il centro monumentale, per quanto noto finora, non subisce ulteriori interventi e sembra cristallizzarsi in questo assetto per i tre secoli a seguire, fino a quando si fanno evidenti i segni del mutamento: a partire dal V secolo, stando agli attuali dati di scavo, gli assi stradali centrali vengono progressivamente invasi da accumuli di rifiuti, mentre all’interno dell’ambiente centrale di struttura 4, ormai in stato di crollo avanzato, vengono ricavate quattro cantine interrate.

Limitati interventi di sistemazione nell’area del podio del tempio, dove le due scale inferiori sono tamponate per contrastare la crescita del suolo di calpestio nel piazzale esterno, sembrano suggerire la persistenza d’uso di tale edificio, che poteva ancora preservare un qualche carattere di monumentalità, soprattutto se si vuole ipotizzare una conversione della struttura da luogo di culto pagano in chiesa

A sostegno di questa ipotesi, avvalorata dalla fonte scritta di inizi VI secolo che menziona un vescovo facente capo alla diocesi ostrense, è anche l’articolato complesso cimiteriale che consta ormai di oltre 50 sepolture, datate almeno dalla fine del V-inizio del VI secolo, rinvenuto tutto attorno all’edificio».

«Ostra Antica sorse come centro di servizio sulla strada fra le odierne Senigallia e Sassoferrato e venne elevata al rango di municipio verso la metà del 1° sec. a.C. In seguito a ciò avviene la monumentalizzazione degli spazi pubblici e partecipazione alla vita politica nel municipium romano di Ostra – riassume l’archeologa Carlotta Franceschelli.

Ostra Antica Planimetria schematica del settore nord-orientale del foro, con ricostruzione delle supposte corsie di voto

«Dagli scavi è emersa anche una interessante struttura politica che in un momento posteriore alla messa in opera, si è strutturata maggiormente, assumendo l’aspetto di uno spazio coperto, ma aperto sulla strada retrostante tramite un allineamento di pilastri in funzione fino alla seconda meta del 1° secolo d.C. Si tratta di un sistema di pozzetti, organizzati in serie sui due lati di un settore ben definito della piazza del Foro

La loro organizzazione su file parallele, richiamano analoghi apprestamenti rinvenuti in alcuni centri urbani centroitalici, dove strutture simili sono state interpretate come dispositivi atti a consentire le operazioni di voto, sul modello dei Saepta Iulia (recinti) del Campo Marzio, a Roma.

Ostra Antica veduta di alcuni dei pozzetti ubicati al margine nord di struttura 14 (scavo 2011)

Nel settore a nord-est del Foro di Ostra – spiega Carlotta Franceschelli – si trovano delle corsie di voto e in stretta connessione si trovava uno spazio aperto di forma allungata, per il quale è possibile proporre, la funzione di diribitorium, l’area cioè in cui veniva effettuato lo spoglio delle ‘schede’ in occasione delle consultazioni elettorali». 

Per capire l’importanza del ritrovamento è necessario sapere che un elemento chiave del sistema di voto a Roma è rappresentato, sin dalle origini, dalla pratica del voto per gruppi, cui l’appartenenza è stabilita, per ogni cittadino, in base a vari criteri, quali, principalmente,quello timocratico (classi e centurie) e quello territoriale (tribù). Tutto questo implica la definizione di procedure standardizzate, atte ad assicurare ordine e, entro certi limiti, rapidità alle operazioni, che senza dubbio divenivano più complesse da gestire, rispetto ai tempi in cui il voto si esprimeva oralmente e in modo successivo tra le diverse unità.

Da Pongelli andando verso Arcevia in Contrada Molino si trova un’interessante esempio di tecnica costruttiva povera, tipica delle campagne marchigiane, che forse, per la manutenzione, da meno problemi del cemento armato. 

Casa di terra a Pogelli di Ostra Vetere

E’ la Casa di terra e di paglia costruita agli inizi del novecento ed abitata sino alla metà del secolo. Già di proprietà della famiglia Santini-Perlini, è stata successivamente acquistata e ristrutturata dal Comune nel 1979. Il restauro della Casa di terra e di paglia, rappresenta il primo intervento pubblico nelle marche, se non addirittura in Italia, volto al recupero di un manufatto in terra cruda

particolare del muro della casa di terra a Pogelli di Ostra Vetere

E’ stata preceduto da una campagna di catalogazione condotta tra il 1979 e il 1980 e dalla consultazione di una ricca bibliografia sulle costruzioni in terra. L’abitazione rurale rappresenta uno dei pochissimi esempi rimasti nelle Marche centro-settentrionali”.

LA CLAVE DI ERCOLE

OSTRA VETERE – Una clava in bronzo dorato è stata rinvenuta presso l’area archeologica le “Muracce”, a Pongelli di Ostra Vetere. Il ritrovamento del reperto è avvenuto nel 2019 grazie alle campagne di scavo che da ormai 13 anni vengono condotte nella zona in prossimità del fiume Misa. Una scoperta importantissima secondo l’amministrazione comunale e la Soprintendenza Archeologica delle Marche che sta procedendo con la fase di studio.

Il reperto, ben conservato, è stato realizzato in bronzo con la tecnica della fusione a cera persa e successivamente dorato in modo non diverso dai famosi bronzi di Pergola. Con tutta probabilità, fa sapere la Soprintendenza marchigiana, apparteneva a una statua di Ercole, però non rinvenuta, a grandezza metà del naturale. Ancora non è stata accertata la sua funzione: si pensa infatti che potrebbe essere attribuita al culto di una divinità in un tempio dell’area urbana, oppure come statua di culto domestico all’interno di una Domus.

Condotti dal 2004 dall’Università di Bologna, sotto la direzione scientifica del prof. Pier Luigi Dall’Aglio, gli scavi – a cui collabora anche l’Università francese di Clermont Ferrand – sono una fonte preziosissima di reperti archeologici.

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