CELTI CENOMANI A MANERBIO

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la spada celtica di Manerbio 2016
(fonte)

La città di Manerbio è nota nel panorama archeologico italiano ed europeo per il rinvenimento nel 1927 presso la Cascina Remondina delle celebri falere e per quello del tesoretto di oltre 4000 dracme padane in argento da Gavrine Nuove (1955); questi preziosi materiali costituiscono parte integrante delle collezioni permanenti dei Musei Civici di Brescia. L’importanza di queste scoperte rimarca il ruolo di primaria importanza del centro durante l’epoca celtica.
Di recente é tornata al museo di Manerbio una spada rinvenuta nel 1957 in località Roncagnà, nei pressi del fiume Mella verosimilmente pertinente ad un corredo tombale, per molti anni custodita nei magazzini del museo di Santa Giulia.

Il sistema suspensorio delle spade celtiche

I Cenomani
I popoli celtici calarono dalle regioni transalpine in ondate successive a partire dalla fine del V secolo a.C.
Tra di essi cerano i Cenomani che, guidati da Elitovio, si stabilirono nei territori tra Oglio, Po, Adige e la zona prealpina.
Non è nota la loro regione d’origine, e su di essa sono state formulate diverse ipotesi, purtroppo non suffragate da dati archeologici.

Il gruppo era fortemente militarizzato con presidi distribuiti lungo i confini più a rischio, soprattutto sul Mincio, con lo scopo di fronteggiare gli Insubri coi quali intercorrevano rapporti piuttosto tesi, nonostante l’origine comune.
Coi Veneti invece, presenti oltre il confine segnato dal fiume Adige, le relazioni furono sempre buone, anche per la comune alleanza con i Romani.

I Celti a Manerbio

Le falere
Nel 1928, presso la cascina Remondina, durante lavori agricoli vennero portati in luce alcuni tra i più significativi e straordinari reperti dell’arte celtica. Si tratta di 14 dischi d’argento decorati a sbalzo, che dovevano ornare i finimenti in cuoio di una coppia di cavalli.
Poco dopo la scoperta furono assegnati in custodia ai Musei Civici di Brescia che erano allora l’unica istituzione museale presente nel territorio bresciano. Questi preziosi oggetti non sono un prodotto diretto dei Cenomani, ma vanno ricondotti all’abilità artigianale di boi o taurisci, attivi verso la fine del II secolo a.C.al di là delle Alpi.
Le falere giunsero in Italia settentrionale attraverso scambi tra personaggi di rilievo, documentando quindi le relazioni diplomatiche intercorse tra Cisalpina e regioni transalpine del Norico e della Pannonia.
Resta ancora ignoto il significato della loro deposizione, difficilmente riconducibile ad un contesto funerario; è più probabile che i finimenti della coppia di cavalli fossero stati donati, come nel caso delle dracme, ad un santuario presente nel territorio di Manerbio.

Il “tesoro” di Manerbio
Nel 1955 in località Gavrine Nuove, a sud di Manerbio, vennero portate alla luce oltre 4194 dracme in argento.
Si tratta del complesso di monete celtiche più importante d’Italia e d’Europa, e quanto giunto fino a noi costituisce probabilmente solo un quarto della quantità originaria, andata dispersa prima che la Soprintendenza Archeologica si attivasse, seppur tempestivamente, per il recupero dei pezzi.
Scoperte casualmente da un gruppo di operai nel mese di agosto, erano custodite all’interno di un vaso che andò in frantumi sotto la pressione delle vanghe; al suo interno era presente una massa di metallo del peso di circa 30 chilogrammi.
La segnalazione ufficiale del ritrovamento si deve all’architetto Guido Marangoni che condusse in sopralluogo a Manerbio l’allora direttore della Biblioteca Queriniana, il professore Baroncelli.
Le monete vennero depositate presso il Medagliere Civico di Milano, dove sono state separate e studiate nel corso degli anni.
Esse appartengono a tre tribù diverse in quantità pressoché equivalenti: 1346 ai Libui, 1460 ai Cenomani, 1382 agli Insubri; la datazione si colloca con buon margine d sicurezza tra 150 e 140/135 a.C. Non è verosimile pensare che nel territorio dell’antica Manerbio circolassero in proporzioni uguali le monete di questi tre popoli; tutto ciò è spiegabile con la formazione di una cassa federale affidata ad un luogo sacro, riconosciuto dai federati come santuario comune.
Oltre alle falere e al tesoro di dracme, la pianura manerbiese ha restituito altri reperti celtici isolati: un torquis in bronzo con estremità a tampone e due armille di forma analoga rinvenuti nell’Ottocento e anch’essi pertinenti verosimilmente a sepolture di cui non si conosce l’esatta ubicazione.

Dal santuario federale alla Minerva romana: l’origine del nome Manerbio

Santuario Minerva di Breno


Del luogo sacro al quale i Cenomani affidarono i loro tesori non sono state rinvenute tracce archeologiche; doveva trattarsi di uno spazio riconosciuto tale anche dagli altri popoli coi quali erano legati.
La toponomastica e le testimonianza epigrafiche di età romana che menzionano il vicus Minervius, suggeriscono che la divinità cui era dedicato il santuario fosse la dea della guerra e della ragione, depositaria di patti e alleanze, poi assimilata con la Minerva romana.


La memoria del nome di Minerva rimase fortemente radicato nel territorio gravitante attorno all’orbita cenomane: il santuario di Minerva a Breno, Manerba del Garda e Manerbio appunto, per il quale, data la natura dei ritrovamenti, si ipotizza un ruolo di primaria importanza.
Un santuario “federale”, a carattere internazionale al quale facevano riferimento i maggiori popoli celtici rimasti indipendenti in Italia dopo la guerra annibalica: Cenomani, Insubri, Libui.

Minerva di Breno

LE FALERE

Si tratta di quattordici dischi d’argento, due più grandi (diametro medio 19 cm) e dodici di dimensioni inferiori (10 cm), rinvenuti insieme ai frammenti di quattro elementi longitudinali ricurvi e tre catenelle, sempre in argento.
I dischi sono decorati a sbalzo dal rovescio forse mediante l’uso di punzoni, data la ripetitività di alcuni elementi e la presenza di segni di sovraimpressioni per la ripresa del motivo decorativo. Presentano una parte centrale a rilievo, l’umbone, circondata da una cordonatura: quella dei dischi minori è liscia, mentre nei due maggiori è decorata con un motivo a tre braccia ricurve, triskele, termine greco che significa letteralmente “tre gambe”, da identificare con il motivo solare della svastica diffuso presso numerose popolazioni antiche. Lungo il registro esterno tutti i dischi presentano una serie continua di teste umane rappresentate frontalmente e fortemente stilizzate. Il volto, di forma ovale, è incorniciato da un’acconciatura tipica dei Celti.

Notizie storico-critiche: Il termine fàlere, inusuale nel lessico moderno, deriva dal latino phalerae, sostantivo che indica gli elementi metallici, borchie o decorazioni di vario genere, usati come ornamento militare da portare sul petto o appendere ai finimenti del cavallo. Le quattordici fàlere in esame sono molto probabilmente ornamenti per i finimenti di due cavalli.
Sepolti sotto non più di “due badilate di terra” (circa 50 cm), gli oggetti sono rinvenuti nel febbraio del 1928 dai contadini a servizio della nobile famiglia Gorno durante l’ampliamento della buca del letame presso la Cascina Remondina, poco distante dall’abitato di Manerbio. Consegnati ai carabinieri e poco dopo a Giorgio Nicodemi, allora direttore dei Musei di Brescia i pezzi sono acquistati dallo Stato e consegnati in deposito temporaneo presso le Civiche Raccolte d’Arte di Brescia, dove ancora oggi si trovano. Grazie al confronto con altri oggetti simili la datazione può essere circoscritta entro la prima metà del I secolo a.C. Più problematica è risultata l’attribuzione che vede ormai concordi gli studiosi nel riferirla a una bottega di artigiani boi o taurisci, mostrandoci a posteriori le relazioni esistenti tra gli antichi popoli della Cisalpina (Italia settentrionale) e quelli stanziati nelle regioni del Norico e della Pannonia (Ungheria).


Gli occhi chiusi e la bocca semiaperta con gli angoli ripiegati verso il basso conferiscono ai volti l’aspetto di maschere funerarie. Si tratta del tema delle tétes coupées (“teste tagliate”), uno dei motivi più importanti dell’arte celtica del II-I sec. a.C., presente su molti oggetti come motivo ornamentale e nello stesso tempo con valore apotropaico. Richiamano il costume celtico di tagliare le teste dei nemici vinti e di appenderle ai finimenti dei cavalli come trofei.
Perché questi materiali preziosi vennero sepolti a Manerbio? Non si tratta con molta probabilità di un corredo funerario, bensì di un trofeo di battaglia o di un dono a un santuario posto nel territorio di occupazione cenomane, a cui facevano capo diverse tribù e di cui purtroppo ignoriamo la collocazione, ma che doveva trovarsi nel territorio manerbiese, come sembra avvalorare, nella stessa zona, il ritrovamento di un tesoretto di monete, avvenuto in località Gravine Nuove nel 1959.

CollezioneCollezione archeologica dei Civici Musei d’Arte e Storia di Brescia

Collocazione

Brescia (BS), Civici Musei d’Arte e Storia. Santa Giulia – Museo della Città

Compilatore: D’Adda, Roberta (2014)

Ultima modifica scheda: 15/06/2015

  Scheda completa SIRBeC (formato PDF)

Link risorsa: http://www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/2k100-00015/

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