SANTUARIO DI MONTE SAN MARTINO, PALAFITTE DI FIAVE’ E IL MUSEO DELL ‘ALTO GARDA

Da Raiplay

Nella puntata di “Alla scoperta del Trentino, luoghi e simboli del territorio” Raiplay vi porta a Monte San Martino tra Valle del Magnone e della Gamella, dove miti e storia hanno dato nome ad un posto davvero magico: qui infatti, nell’antico luogo di rituali pagani, fu eretto un santuario carico di mistero ed una leggenda narra di un capretto d’oro che si nasconde nella mitica “Fratta del Tesoro”. Segue poi la tappa verso Fiavè presso il Sito Palafitticolo, per vedere in anteprima le nuove realizzazioni ed allestimenti di antiche tracce che testimoniano il passato dei nostri antenati. In fine andremo a Rocca di Riva dove il museo dell’Alto Garda ci regalerà uno sguardo d’insieme su reperti e oggetti provenienti da questi siti. Come di consueto a svelare i misteri del Trentino tra storia e luoghi da sogno ci accompagnerà Francesca Mazzalai, con la partecipazione di Franco Marzatico, Soprintendente per i Beni Culturali della Provincia Autonoma di Trento.

https://www.raiplay.it/video/2018/05/Alla-scoperta-del-Trentino-Luoghi-e-simboli-del-territorio-Archeologia-in-Alto-Garda-6bb539d0-00ed-4fd5-a5f2-de2583baa7e3.html

DAL SANTUARIO RETICO CAMUNO DI SAN MARTINO AL MEDIOEVO

Il sito archeologico è situato sopra la piana dell’Alto Garda a circa 800 m s.l.m., tra i Comuni di Riva del Garda e Tenno: la posizione non è casuale, ma scelta per la sua prossimità ai percorsi che, via terra, collegavano anticamente l’Alto Garda al territorio bresciano verso ovest e alla zona alpina verso nord.

STORIA DELLE RICERCHE

Le ricerche cominciano nel 1969, sollecitate dalla curiosità nata dalla leggenda di un tesoro sepolto al bus de la Giana (luogo di rifugio di questo magico personaggio) e dai rinvenimenti che si susseguono sul monte dal 1880 al 1924.

Nel 1969 un gruppo di appassionati del paese di Pranzo, guidati da Arrigo Guella e da Cesare Dongilli, inizia a scavare. Ben presto la Soprintendenza alle Antichità delle Venezie interviene con precise direttive per lo svolgimento degli scavi fino al 1975, quando il sito passa sotto la tutela della Provincia autonoma di Trento. Da quel momento su Monte San Martino sono state svolte ricerche sistematiche che continuano tuttora ed hanno permesso di scoprire un luogo di culto frequentato dalla seconda età del Ferro all’epoca romana. A poca distanza si trova un villaggio sorto quando il luogo di culto era oramai in disuso. Infine, nel corso dell’alto medioevo sulle rovine del villaggio sorge una chiesa, frequentata fino all’età moderna.

PREISTORIA E PROTOSTORIA

I reperti preistorici sono due: una lama di ascia probabilmente dell’età del Rame (III millennio a.C.) e una punta di freccia in selce, risalente ad un periodo compreso tra il Neolitico recente e le fasi iniziali del Bronzo antico (ultimi secoli del V millennio a.C. – fine III millennio a.C.), forse persa durante una battuta di caccia.

I manufatti protostorici sono, invece, assai numerosi e si datano alla seconda età del Ferro (VI – I secolo a.C.), in particolare al periodo compreso tra il III e il I secolo a.C.

Si osserva, nella loro fattura, un’interazione fra i due ambiti culturali all’epoca predominanti in buona parte del territorio che si affaccia sul Garda occidentale, comprese le vallate interne: il Gruppo Fritzens-Sanzeno e il Gruppo Valcamonica.

Le genti che frequentano in questo periodo Monte San Martino fanno uso di una lingua indigena e praticano, qui probabilmente, un tipo di culto legato ai cosiddetti roghi votivi (Brandopferplätze), diffusi in tutta l’area alpina centro-orientale a partire dal XIV secolo a.C.

Non si conoscono i nomi delle divinità venerate ma i diversi oggetti facenti parte delle offerte rimandano sia alla natura e al mondo agreste che alla fecondità e ai riti di passaggio di nascita, vita e morte. Ad esempio le chiavi, usate per chiudere o aprire spazi contenenti beni materiali, assumono in antico un alto significato simbolico legato ai misteri del ciclo vita-morte, attraverso il potere di governare l’apertura e la chiusura di questo delicato passaggio.

Le tracce della presenza protostorica si trovano un po’ ovunque nel sito e sono emerse di recente anche nella zona sud-est, con un edificio, al di sotto dell’abitato di IV-VI (VII?) secolo.

ETA’ ROMANA

Il santuario

A partire dalla fine del I secolo a.C., nello stesso luogo di culto protostorico viene costruito un santuario che sarà frequentato fino al III secolo d.C.

I vani in muratura compongono una pianta grosso modo rettangolare, che circonda la zona più elevata, dove si ritiene fosse officiato il culto. In assenza di chiare tracce di strutture occorre immaginare che tale spazio sia rimasto all’aperto.

I vani si adattano alla conformazione del terreno e servono, probabilmente, alle necessità di funzionamento del santuario; essi sono inizialmente edificati nella sola zona sud-ovest, ma in un secondo momento ne vengono aggiunti altri lungo il lato est, come lasciano intravedere i resti ancora ben visibili nell’area.

Le entrate al santuario si trovano forse ad ovest (resti di una porta), a sud (attraverso una rampa poi sostituita da una scalinata in pietra) e ad est. Il lato nord, invece, si affaccia su uno strapiombo.

La funzione sacra del sito è dimostrata dal tipo di oggetti ritrovati nei crolli di alcuni ambienti (a sinistra della scalinata il “vano grande delle are” e l’adiacente ”vano piccolo”) o nelle vicinanze del santuario, come, ad esempio, i frammenti di tre are (altari).

Dal lato est del santuario provengono alcune statuette in terracotta (Minerva e Venere) e due frammenti di lamine in metallo lavorate a sbalzo.

Un’altra statuetta in lega di piombo e stagno rappresenta una madre con bambino. Si tratta, probabilmente, di ex voto legati al mondo femminile e alla fertilità. Si ipotizza, infatti, che nel santuario venissero adorate contemporaneamente più divinità, con preferenza per quelle femminili. Non va dimenticato inoltre che, entro il Pantheon romano, sono probabilmente confluite le antiche credenze indigene.

ALTO MEDIOEVO

Partendo da sinistra ciotola in ceramica invetriata, IV-VI secolo d.C., fibula zoomorfa, V-VII secolo d.C., moneta in argento di Totila-Baduela (VI secolo), orecchino in bronzo e pasta vitrea, V-VI secolo d.C. [ foto Marina Gallandra]

Il villaggio

A partire dal IV-V secolo, nella zona sud-orientale a valle del santuario furono realizzate numerose strutture abitative su terrazzamenti artificiali in parte di origine preromana.

Le abitazioni indagate fino ad ora sono una piccola parte rispetto a quelle che dovevano costituire originariamente il villaggio.

Nella medesima zona è stato riportato in luce un edificio che spicca per le sue dimensioni (almeno 24 x 8,5 m): proprio tale caratteristica, unitamente alla posizione (è ben visibile ancora oggi a chi giunga al monte dalla piana di Riva), farebbe pensare a una sua destinazione pubblica.

Infine, il villaggio parrebbe munito di cinta fortificata. Gli edifici indagati risultano abbandonati nel VI o, al più tardi, al principio del VII secolo, distrutti da un incendio. Continuano, forse, ad essere utilizzate altre strutture, come quella che ha restituito una moneta di Eraclio, imperatore bizantino dal 610 al 641, individuata a qualche decina di metri a nord-ovest del primo nucleo.

La chiesa

Forse già nel VI, di certo nell’VIII-IX secolo, una piccola chiesa (7,5 x 3,5 m) si addossa al muro ovest dell’edificio pubblico. Tale muro viene a costituire la facciata dell’edificio sacro, correttamente orientato con abside a oriente. L’ingresso inizialmente si trova a nord; nel basso medioevo verrà spostato a ovest. Nella chiesa si conservavano delle reliquie in un piccolo, ma profondo, vano interrato (cella memoriae). La datazione all’VIII-IX secolo è suggerita dai motivi presenti su alcune pietre lavorate che dovevano costituire parte dell’arredo liturgico.

BASSO MEDIOEVO

Nel XII o XIII secolo la chiesa viene ristrutturata e ingrandita.

Al di fuori dell’edificio vengono deposti alcuni defunti: sono state trovate otto tombe, di cui alcune in nuda terra e altre realizzate adoperando rozze casse di pietra.

La chiesa si trova citata per la prima volta nel 1288 (…via per quam itur ad Sanctum Martinum…) e poi, esplicitamente nominata “San Martino sul Monte”, nel 1481. Viene interdetta nel 1612 come ricorda, nel 1750, il resoconto di una delle visite che periodicamente effettuavano i delegati del vescovo (Atti Visitali): in questo stesso documento viene decretata la distruzione dell’edificio a causa delle sue pessime condizioni.

Una selezione dei reperti è visibile al Museo Alto Garda a Riva del Garda (MAG), altri si trovano nel Centro di documentazione di Pranzo di Tenno, visitabile su prenotazione (Associazione culturale San Martino, tel. 3494952623 e 3403492382 per la visita del documentazione). http://www.archeosanmartino.it

Testo di Maria Raffaella Caviglioli e Nicoletta Pisu, archeologi e.

MUSEO ARCHEOLOGICO ALTO GARDA dal sito del MAG

La sezione archeologica del Museo di Riva del Garda ospita numerosi reperti provenienti dalle ricerche effettuate sul territorio che occupano un quadro cronologico che va dal Paleolitico medio (120000 – 33000 a.C.) fino all’età tardo antica altomedievale (VII-VIII secolo d.C.).

Nella prima sala, dedicata alle più antiche testimonianze della presenza umana, viene documentato il Paleolitico, la lunga stagione della caccia, che ha lasciato manufatti in selce scheggiata per poi passare al Neolitico, periodo dove ad un’economia interamente basata sulla caccia si affiancano gradualmente anche l’agricoltura e l’allevamento. Tra i reperti rinvenuti si segnalano punte di frecce in selce, asce, recipienti in ceramica e i primi esempi di ornamenti femminili come le collane ricavate da conchiglie marine.

Ampio spazio è dedicato alle imponenti statue stele di Arco risalenti all’Età del Rame (fine IV- III millennio a.C.) che rappresentano figure dall’aspetto umano caratterizzate da armi, elementi ornamentali e d’abbigliamento propri di quel particolare periodo storico.

Statue stele
 Uomini di pietra: le statue stele
A partire dalla metà del V millennio a.C. comparvero in gran parte d’Europa le statue stele, sculture scolpite nella pietra che rappresentano figure dall’aspetto umano. La loro diffusione nella regione alpina avvenne a partire dagli ultimi secoli del IV millennio a.C., in concomitanza con lo sviluppo dell’attività metallurgica e perdurò nel corso del III millennio a.C. Sulle statue stele sono solitamente raffigurati alcuni tra gli elementi caratteristici della prima età dei metalli, come le asce piatte, i pugnali triangolari, le alabarde, gli ornamenti, che vanno interpretati come oggetti carichi di significato simbolico e indicativi di un particolare status del personaggio raffigurato. E’ difficile definirne il significato e la funzione: si tratta probabilmente di forme di rappresentazione ideologica riferite a personaggi di rango elevato realmente esistenti, oppure a figure commemorative di antenati illustri o a immagini di divinità al cui culto erano destinate.
Diversamente dalle statue stele rinvenute ad Arco, in molti casi si tratta di ritrovamenti isolati e comunque al di fuori di un contesto archeologico che potrebbe fornire informazioni sul loro significato.Proseguendo nella visita si entra nell’area relativa agli insediamenti palafitticoli di Molina di Ledro e di Fiavè Carera che si sviluppano nel corso dell’Età del Bronzo (2200-1000 a.C.) e nelle vetrine sono conservati oggetti d’uso quotidiano in ceramica e metallo, nonché oggetti prestigiosi come diademi, perle d’ambra e le cosiddette tavolette enigmatiche di Ledro.
   
Archeologia palafitte 1 Un mondo sull’acqua
A partire dagli ultimi secoli del III millennio a.C. le tecniche metallurgiche si perfezionarono e si introdusse l’uso del bronzo, una lega di rame e stagno. Durante quest’epoca si affermò la “Cultura di Polada” e vennero fondati numerosi abitati su palafitta, che hanno nell’anfiteatro morenico a sud del lago di Garda uno dei principali centri di sviluppo.
La scelta degli ambienti umidi e lo sviluppo dei villaggi su palafitta non determinò tuttavia il totale abbandono dei siti tradizionali all’asciutto, che rimasero localizzati principalmente su dossi o terrazzi.
La ricchezza e l’abbondanza dei materiali d’uso quotidiano rinvenuti nelle palafitte consentono una ricostruzione ampia e dettagliata del sistema di vita di queste popolazioni, caratterizzato da una struttura sociale articolata e da autonomia economica. I villaggi potevano contare su forme di artigianato a carattere prevalentemente domestico, necessarie per far fronte ad un ambiente agricolo e pastorale montano.Uno sguardo viene rivolto ai culti protostorici, (nei territori alpini centro-orientali attestati a partire dal XIII secolo a.C.), dedicati alle divinità delle acque e ai riti del fuoco. Tra le offerte votive si segnalano pugnali, spade e oggetti ornamentali in bronzo come spilloni e fibule.
   
Archeologia busa brodeghera 2 L’uomo della Busa Brodeghera: caccia o sacrificio?

Una scoperta eccezionale è stata effettuata nel 1976 sul Monte Altissimo (Nago-Torbole) a 1950 m di quota, in una stretta voragine, profonda circa 70 m, permanentemente invasa da neve e ghiaccio. Sul fondo della Busa Brodeghera un gruppo di speleologi ha rinvenuto lo scheletro di un individuo di circa 20 anni, zoppo, con una ferita al capo che forse ne aveva causato la morte e che portava con sé alcuni oggetti personali, databili al V-IV secolo a.C. Si ritiene che fosse un cacciatore, caduto per cause accidentali: nel suo equipaggiamento, infatti, è presente il fodero di un coltello, analogo a quello raffigurato su un frammento di situla proveniente da Welzelach (Austria) sul quale è rappresentato un uomo intento alla caccia alla lepre che porta sul fianco lo stesso tipo di oggetto. Non si può tuttavia escludere che il ritrovamento sia connesso con pratiche cultuali come il sacrificio umano o con una particolare forma di sepoltura.La visita prosegue nella sezione dedicata al Monte san Martino in cui gli scavi archeologici hanno messo in luce un importante luogo di culto frequentato a partire dalla seconda età del Ferro (soprattutto IV-III sec. a.C.) dalle popolazioni retiche e successivamente da quelle romane che lo trasformarono in un vero e proprio santuario. Accanto ai manufatti ceramici e in metallo di notevole importanza sono quelli lapidei che attestano il passaggio dalla scrittura in lingua retica a quella latina.
   
Archeologia allestimento 1 La Fratta del Tesoro
Monte San Martino si erge tra la valle del Magnone e della Gamella sopra i paesi di Pranzo e Campi. In quest’area a partire dal 1969 alcuni studiosi ed appassionati di storia locale, prendendo spunto da leggende popolari che narravano di un paese scomparso e di un capretto d’oro, intrapresero delle ricerche che portarono alla individuazione di numerose testimonianze archeologiche in un’area denominata “Fratta del tesoro”. Le indagini permisero la scoperta di un importante luogo di culto frequentato durante la seconda età del Ferro, tra il IV secolo a.C. e la successiva epoca romana, quando si trasformò in un vero e proprio santuario.Il percorso continua con una significativa selezione di epigrafi romane (I – II sec. d.C.) che ci “raccontano” la vita sacra degli uomini che si insediarono nella zona gardesana. Accanto ai culti ufficiali di Giove, Giunone, Saturno, si nota il permanere di alcune divinità locali come il dio Bergimo di Arco o il dio Medilavino della Val di Ledro.
Accanto alla sfera sacra vengono illustrati anche gli aspetti legati alla vita quotidiana dei romani del Basso Sarca con approfondimenti sulla centuriazione, sulle aree abitative e sulle necropoli che hanno restituito monumenti funebri e ricchi corredi in esposizione. L’elegante vasca marmorea è invece da riferire alla recente scoperta nel centro di Riva delle terme (I sec. d.C.) che permettono di ipotizzare l’esistenza di un nucleo urbano sulla sponda settentrionale del Lago di Garda.
   
Archeologia vasca romana 2 La vasca marmorea
La vasca posta al centro della sala costituisce indubbiamente il pezzo artisticamente più significativo della sezione.
La tradizione riferisce che essa venne ritrovata durante l’esecuzione di lavori nella canonica della chiesa parrocchiale di Santa Maria. Oggi, a seguito della scoperta del complesso termale, appare probabile la sua originaria collocazione nelle terme. Qui è stato infatti individuato un vano absidato, che sembra essere stato appositamente predisposto per il suo inserimento. Il pezzo è databile alla seconda metà del I sec. d. C. ed è parte superstite di una sontuosa fontana a piede in marmo cristallino.
Privata delle anse e segata nella parte superiore, la vasca, benché più volte reimpiegata, presenta un fregio in due fasce distinte, lavorate a trapano e rifinite a scalpello, con notevole effetto chiaroscurale. Tema del fregio è la vendemmia e si scorgono ancora le scene raffigurate: putti intenti alla raccolta e alla pigiatura dell’uva, animali e tralci di vite.
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