LA VITTORIA ALATA DI BRESCIA : LA DEA NATA TRE VOLTE

Da il giornale diBrescia

Nata tre volte. La prima in epoca romana, quando la Vittoria Alata venne realizzata e donata agli abitanti di Brixia; la seconda nel 1826, quando il grande bronzo venne dissepolto durante gli scavi archeologici condotti alle pendici del Cidneo; la terza ai giorni nostri, con il restauro effettuato sull’opera all’Opificio delle Pietre dure di Firenze, e la sua ricollocazione nella cella orientale del Capitolium.

I lavori sono in fase di ultimazione, ma le restrizioni imposte dal Covid-19 hanno fatto slittare a data da destinarsi l’inaugurazione prevista per il 20 novembre. In attesa della conferma dell’appuntamento, ripercorriamo la vicenda di uno dei più importanti bronzi di epoca romana conservati in Italia.

Il ritrovamento

«Colla massima esultanza debbo partecipare a codesta Congregazione (Municipale, ndr) che ieri verso le ore sette pomeridiane le nostre cure e più il dispendio fatto per gli scavi è stato coronato da una preziosa scoperta di oggetti d’arte tutti in metallo. Ecco la descrizione del modo ed ordine con cui questi oggetti si sono dispiegati. Nel piccolo androne provocato dagli scavi tra il muro di sostegno delle travi che circondano il tempio escavato contro il cole del castello, ed il muro che faceva parte dell’edificio essendo coperto di terra, si è posta mano alla sua escavazione ed in piccolo spazio della lunghezza di quattro metri si sono rinvenuti i seguenti oggetti: 1° cinque pezzi di cornici in gran parte lavorate. 2° sotto questa ed alla sinistra una statua di grandezza più che naturale ed apparentemente di ottimo stile, e colle braccia staccate e poste ai fianchi della statua medesima».

Così il 21 luglio 1826 il vice presidente dell’Ateneo Antonio Sabatti comunicava alle autorità cittadine il ritrovamento della Vittoria Alata. Una scoperta inaspettata ma in qualche modo auspicata: da tre anni infatti l’Ateneo aveva avviato scavi nell’area del Capitolium attivando anche una sottoscrizione pubblica per finanziare i lavori.

La statua era protetta da almeno 85 cornici in bronzo lavorate; vicino alla testa furono ritrovate due grandi ali, una sopra l’altra, mentre lungo il fianco e vicino ai piedi erano riposte cinque teste, ritratti di imperatori romani, una statua più piccola in bronzo dorato e il pettorale di una statua equestre. Il giorno seguente si procedette all’estrazione delle opere dal terreno. Alla presenza dell’archeologo Luigi Basiletti, venne prelevata per prima la grande statua della Vittoria, dal cui interno fuoriuscirono altre cornici e si scoprirono così molti altri bronzi: una testa femminile, il braccio di un’altra statua, un altro pettorale di cavallo, altre cornici e oggetti più piccoli e di difficile interpretazione.

Il 22 luglio, tra le vie della città, mentre le campane suonavano a festa, sfilò un insolito e festante corteo: tra ali di folla plaudente, il podestà precedeva il carro con la statua della Vittoria esposta in piedi, seguito dalla banda militare, dai membri della Congregazione Municipale e dai Commissari agli scavi. La folla acclamante – riportano le cronache dell’epoca – accompagnò il corteo fino all’ex convento di san Domenico, dove i bronzi sarebbero rimasti esposti fino alla fine del mese.

Il successo internazionale

La notizia del ritrovamento rimbalzò su molti giornali, anche stranieri. In Francia il bronzo fu oggetto di notevole attenzione, fin dalle prime cronache redatte nel 1827 per il parigino Journal général de la littérature étrangère. La Vittoria di Brescia salì così al centro della ribalta internazionale: visite illustri, riproduzioni in ogni dimensione e materiale, copie fedeli iniziarono a essere richieste in ogni angolo del mondo. Napoleone III (1848-1870), ospite a Brescia nel giugno 1859 prima della battaglia di Solferino, volle visitare il Museo Patrio e rimase così colpito dalla bellezza della statua che chiese di poterne avere una copia, ora visibile presso il museo del Louvre.https://d-4908116853658584516.ampproject.net/2011070101001/frame.html

In seguito molti visitatori e studiosi vennero ad ammirare la statua: tra loro Maria Luigia d’Austria e Ferdinando I d’Asburgo-Lorena, Niccolò Tommaseo ed Henry James, fino alla principessa Margaret d’Inghilterra. L’opera ispirò numerose produzioni poetiche, come quella di Giosuè Carducci «Alla Vittoria», composta nel 1877 e inserita nelle Odi barbare, mentre Gabriele D’Annunzio, profondamente affascinato dalla statua, la celebrò spesso nella sua opera e ne richiese allo scultore Renato Brozzi una copia (1934), ancora oggi esposta al Vittoriale di Gardone Riviera.

Tra le copie che vennero realizzate negli anni successivi, una si trova in Loggia, un’altra è custodita nel Chiostro della memoria della chiesa dei Santi Cosma e Damiano, in città, divenendo presto icona cittadina, replicata in ulteriori sculture e su marchi, francobolli e medaglie.

L’opera

In effetti, la Vittoria Alata bresciana merita tutta la notorietà di cui gode. Opera monumentale (è alta 191 centimetri), realizzata con una fusione in bronzo a cera persa in una trentina di parti poi assemblate tra loro, raffigura la personificazione della Vittoria, dotata di ali realizzate con grande finezza e particolare naturalismo. La figura possedeva originariamente anche altri attributi: la posizione, con una gamba leggermente sollevata e le braccia avanzate, si spiega con la presenza in origine dell’elmo di Marte, il dio della Guerra, su cui poggiava il piede sinistro, mentre il braccio sinistro doveva trattenere uno scudo, sostenuto anche dalla gamba piegata, sul quale erano incisi il nome e le gesta del vincitore.

La figura femminile – l’origine dell’iconografia classica è quella della Venere che regge uno specchio – è vestita con una tunica drappeggiata morbidamente sui fianchi, trattenuta sulle spalle da due fermagli mentre la spallina destra scivola in basso scoprendo il seno. Il capo è cinto da una fascia che trattiene i capelli raccolti in una sorta di chignon, ornata da rosette e foglioline di mirto lavorate in agemina di argento e rame. Le mani presentano tracce di doratura, che forse rivestiva tutte le parti nude della figura.

Il recente restauro ha confermato la datazione al I secolo d. C. e l’attribuzione ad un’officina d’alta qualità dell’Italia settentrionale, smentendo l’ipotesi che possa trattarsi di un bronzo di epoca ellenistica proveniente dall’Oriente e raffigurante una Venere, poi trasformata in Vittoria con l’aggiunta delle ali.

La storia

Ma chi fece realizzare una statua di questa qualità, e perché? L’ipotesi più accreditata, confermata anche dal luogo del ritrovamento e dalla datazione, è che si trattasse di un ex voto, o di un ringraziamento alla città di Brixia, che nel 69 d. C. durante gli scontri che opposero Otone e Vitellio a Vespasiano, aveva sostenuto quest’ultimo, poi risultato vincitore e incoronato imperatore. Proprio il nome di Vespasiano si legge infatti sui frammenti marmorei del frontone del tempio Capitolino, fatto erigere dal neo imperatore sui resti dell’antico santuario repubblicano. E chissà che assieme al tempio, Vespasiano non avesse voluto donare alla città anche la grande statua, rimasta in loco fino a quando – siamo ormai negli ultimi anni dell’impero – qualche pagano zelante, vedendo minacciato il tesoro costituito dalla Vittoria e dagli altri oggetti bronzei, possibile oggetto di furto o distruzione, pensò di custodirli riponendoli con cura nell’intercapedine tra il tempio e la collina. Ipotesi suffragata da uno scavo condotto nel 1998, che rinvenne in un vano sottostante al tempio centinaia di altri oggetti come lucerne e ceramiche, nascosti anch’essi forse nell’attesa, poi risultata vana, di tempi migliori.

Dopo il ritrovamento nel 1826, la Vittoria Alata fu custodita nelle collezioni civiche, prima nel Museo Patrio allestito nelle stesse celle del Capitolium, poi nelle stanze al primo piano dello stesso tempio Capitolino. Nel 1998, con l’apertura del Museo della Città, venne trasferita in Santa Giulia, dove è rimasta fino al 2018 quando è stata portata a Firenze per il restauro. Pochissime le trasferte: durante il primo conflitto mondiale, dopo la disfatta di Caporetto, il bronzo considerato un simbolo nazionale venne messo in salvo a Roma. Durante la Seconda guerra mondiale, con la città sotto le bombe, la Vittoria venne sfollata a Seniga, dove fu interrata, imballata in una cassa, nel parco di Villa Fenaroli, e tornò in città solo nel dicembre 1945. L’unica esposizione a cui pertecipò fu a Zurigo, nel 1948: in quell’occasione viaggiò fino a Roma con le ali staccate, e da lì in aereo fino in Svizzera.

Il restauroVITTORIA ALATA, IL RESTAURO

L’ultima trasferta per la Vittoria Alata è del luglio 2018, quando la preziosa statua lasciò la nostra città per essere sottoposta a un profondo restauro all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Due anni di permanenza nel prestigioso laboratorio fiorentino nel corso dei quali una trentina di specialisti tra restauratori, archeologi, ingegneri ed esperti scientifici hanno provveduto innanzitutto a rimuovere i 180 chili, tra struttura metallica interna e materiale vario che la teneva ferma, inseriti nel cavo della statua ancora all’inizio dell’Ottocento; ed inoltre a pulire la superficie bronzea dalla patina di vecchi protettivi che l’avevano alterata.Loading videohttps://www.youtube.com/embed/qCMUtCvFcqM?enablejsapi=1&amp=1&playsinline=1Vittoria Alata – Il trasporto a Firenze

L’intervento è stato un vero e proprio check-up per la statua, sottoposta a una minuziosa verifica su tutti i materiali e sullo stato di conservazione, con risultati utili allo studio del manufatto e alla sua conservazione futura. La pulitura ha riportato alla luce una superficie meno verde (per gli ossidi) e più scura, e soprattutto frammenti di una probabile policromia: tracce di doratura sulle dita (forse così si presentavano tutte le parti «nude») e agemina d’argento sulla banda che ferma i capelli.

L’allestimento

Rientrata a Brescia lo scorso 17 ottobre, l’opera è già stata ricollocata nella cella orientale del Capitolium, ridisegnata dall’architetto spagnolo Juan Navarro Baldeweg per la Fondazione Brescia Musei, in un contesto altamente tecnologico ma altrettanto liricamente suggestivo.

La cella è stata infatti rivestita da mattoni realizzati a mano sovrapposti a liste orizzontali e scialbati a calce bianca, per evocare le antiche murature romane, mentre sulle pareti saranno affisse alcune delle cornici bronzee ritrovate assieme alla Vittoria, riferimento alle decorazioni parietali classiche. Entrando nella cella, il visitatore sarà avvolto dalla luce «lunare» voluta dall’architetto e progettata da I Guzzini, in un’atmosfera di sospensione quasi metafisica e fuori dal tempo.Loading videohttps://www.youtube.com/embed/_fRkPSarpQ0?enablejsapi=1&amp=1&playsinline=1Vittoria Alata – I donors

La Vittoria Alata svetterà su un alto basamento in marmo (offerto dal Consorzio produttori di Botticino) posato su una piattaforma antisismica studiata dalla giapponese Thk con il Politecnico di Milano, retta da uno «scheletro» interno studiato dal dipartimento di Ingegneria aerospaziale della Sapienza di Roma e realizzato da Capoferri, che consentirà anche di monitorare le condizioni di conservazione dell’opera. Un fascio di luce accarezzerà la superficie bronzea della statua e proietterà un ovale luminoso esattamente tra le mani della dea, a simulare lo scudo su cui la Vittoria scrive il nome del suo protetto. Idealmente, quello della nostra città che al termine del lungo restauro e progetto, ritrova rinnovata la propria icona.

Autore:

Giovanna Capretti

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