MINERVA MEDICA: UN SANTUARIO ROMANO A MONTEGIBBIO

Nelle epigrafi latine di età romana rinvenute in Aemilia, Minerva, oltre ad essere invocata dai devoti come dea Sanctissima ed Augusta, è ricordata come Minerva Memor e MedicaMemor perché ricorda le preghiere e ammonisce i fedeli, Medica perché cura i propri fedeli grazie ai benefici influssi delle acque, dei fanghi e delle polle di petrolio che le sono consacrati.
Minerva Medica è una mostra incentrata sul culto della dea e sui reperti recuperati in un santuario romano a lei dedicato rinvenuto a Montegibbio, nelle prime colline di Sassuolo, nel modenese, non lontano dal fenomeno geologico tuttora visibile e attivo delle “salse di Nirano”. L’eccezionalità del sito di Montegibbio risiede infatti non solo nel carattere cultuale dell’insediamento ma nella possibilità di leggere una serie di fenomeni catastrofici legati al vulcanesimo di fango, noto con il nome di “salse”.

Il frammento di coppa in ceramica con l'iscrizione ... MINER SUM
Ciotola in ceramica con incisione [Eg]O MINER(vae) SUM, “Io sono dedicata a Minerva

In area padana, i Romani accreditano alla dea Minerva le prerogative tipiche di divinità femminili di origine celtica, in particolar modo quelle legate alle acque salutari e al loro potere terapeutico (da cui l’epiteto Minerva Medica).
La presenza nel sito di paleo-vulcani di fango ha motivato in età antica il culto religioso legato alle acque e alle manifestazioni ctonie in senso lato, incentrato sul culto della dea Minerva.
A Montegibbio il nome della dea appare inciso sul vasellame deposto dai fedeli, in un caso integralmente come dedica, più spesso solo con la M iniziale o la doppia MM di Minerva Medica o Memor.

Un archeologo libera una parete affrescata del santuario di Montegibbio


Gli oggetti rinvenuti a Montegibbio testimoniano una frequentazione del sito già nell’età del Rame e in epoca celtica. Il sito si struttura poi come santuario a partire dal II sec. a.C. fino agli inizi del II sec. d.C.  Il vasellame viene usato per libagioni e banchetti; gli oggetti dedicati alla dea sono modesti e di uso comune e alcuni di essi richiamano le caratteristiche divine di Minerva, Medica e protettrice delle attività artigianali.
Delle prime strutture del santuario (II sec. a.C.) si conserva la porzione di un grande recinto che probabilmente delimitava la “salsa di Minerva”.
Dopo la distruzione di queste strutture di età repubblicana, causata da un evento catastrofico naturale, alla metà del I sec. a.C. gli spazi del santuario vengono ridistribuiti: l’edificio è strutturato in più ambienti, con una serie di stanze con pavimenti a mosaico (opus signinum) che delimitano un cortile interno, e una scala esterna che conduce alla “salsa di Minerva”, ancora attiva. Il santuario è anche dotato di una propria fornace per la cottura di laterizi, vasellame e statuette fittili.
In seguito a una nuova distruzione dell’area sacra, anche questa dovuta a un cataclisma naturale agli inizi del II sec. d.C., il sito viene abbandonato.
A partire dal III sec. d.C. viene costruita una casa colonica, il cui pozzo attinge acqua nello stesso punto in cui prima si venerava la “salsa di Minerva”.

salsa
L’origine delle Salse è antichissima: note a Celti ed Etruschi, citate da Plinio e più tardi da Solino, con i Romani diventeranno luogo di culti di sanatio connessi a cure e trattamenti terapeutici e alle divinità femminili legate del mondo sotterraneo e alle forze sismiche o vulcaniche

Una mostra del 2015 ha cercato di raccontare il valore storico di questo sito e le cause del suo abbandono. illustrando i dati più recenti dell’attività di ricerca archeologica e geologica a Montegibbio . Cio’ ha permesso di divulgare quanto emerso dagli studi degli archeologi, geologi e botanici che in questi quasi 10 anni si sono dedicati alla scoperta e allo studio del Santuario di Minerva, sorto in prossimità di polle d’acqua salutifere e più volte distrutto da eventi catastrofici.

la mostra di Sassuolo


Particolarmente interessanti i contributi che ci arrivano dai testi antichi. Plinio il Vecchio (I sec. d.C.) ricorda infatti un evento catastrofico naturale avvenuto nel territorio modenese riconducibile all’esplosione di una “salsa” mentre Solino (III-IV sec. d.C.) ci descrive le salse osservate nel territorio di Agrigento, nel famoso campo noto come “Maccalube”. I vulcani, le pozze di fango, le fuoriuscite di petrolio (bitume) e di gas metano, sono considerati veicoli tra gli dei e i fedeli, punto di contatto tra il mondo umano e quello sotterraneo. Un legame perfettamente attestato nel santuario romano dedicato a Minerva Medica rinvenuto a Montegibbio.

Minerva Medica. Un santuario romano a Montegibbio
Figlia di Meti e di Giove, per i romani Minerva rappresentava la virginea dea della saggezza, della strategia e dell’ingegno, della lealtà in lotta e delle giuste guerre (per giusta causa o per difesa). Era la protettrice degli artigiani e delle arti utili (architettura, ingegneria, scienza, matematica, geometria e tessitura) nonché l’inventrice del carro e del telaio e di molte altre cose.
Athena in greco, in latino Minerva, la dea è rappresentata avvolta da una lunga veste, con il petto coperto dall’egida e dal gorgoneion, un elmo sul capo, una lancia in una mano e uno scudo nell’altra.
In area padana, la dea Minerva rientra nel fenomeno di assimilazione della religiosità romana a divinità femminili di origine celtica, specificatamente legate alle acque e alla salute che da esse deriva, da cui l’epiteto Minerva Medica.
A Montegibbio il nome della dea è documentato graffito sul vasellame dai fedeli: compare spesso con la sola M iniziale o con la doppia MM di Minerva Medica o Memor.
In area emiliana sono noti bronzetti che riproducono l’iconografia guerriera della dea, che nelle epigrafi latine emiliane -in particolare nelle famose iscrizioni rinvenute nel ricco santuario terapeutico-oracolare di Minerva Medica/Memor di eredità celtica (sviluppatosi sul medio corso del fiume Trebbia, nei dintorni dell’attuale Caverzago, 4km a sud del comune di Travo nel Piacentino)- era invocata dai devoti come dea Sanctissima ed Augusta, attributi generici e devozionali, e ricordata come Minerva Memor e Medica. Memor poiché la dea ricorda le preghiere e ammonisce i fedeli, Medica poiché cura i propri fedeli.
Il culto di Minerva, in area padana, è specificatamente legato alle acque e alla salute che da esse deriva; è solitamente attestato in prossimità di risorgive d’acqua o di fenomeni geologici con proprietà curative, quali le “salse” (piccoli vulcani di fango) o le fonti di petrolio, già venerate dalle popolazioni autoctone. Minerva dunque ha poteri terapeutici.
Nel modenese l’importanza del culto di Minerva è ricordato da Cassio Dione, nella sua Historia (XLVI, 33, 3-4). Alla partenza di Vibio Pansa per la famosa guerra di Modena nel 43 a.C., si verificano alcuni prodigi premonitori dell’importanza dell’evento storico tra cui la statua di Athena, venerata presso Mutina, che versa lacrime e sangue.
Nel territorio modenese spicca per importanza una piccola arula votiva datata al II sec. d.C., rinvenuta nel comune di Maranello, in prossimità della sponda destra del torrente Fossa, vicino al campo delle “salse” di Nirano. Il testo, graffito sciattamente su uno zoccoletto in pietra tenera vicentina, riporta il nome di un personaggio di origine servile, Hermadion, che dona come ex voto questa arula alla dea Minerva (-sig / n?]um [-] / Minerv[ae] / Hermadion / ex voto).
Gli scavi nel santuario di Montegibbio non hanno finora rinvenuto epigrafi lapidee ma hanno recuperato alcuni testi graffiti su vasellame in cui compare il nome di Minerva; le caratteristiche tipologiche dei frammenti di ceramica consentono di inquadrare i graffiti tra il III-II sec. a.C. ed il II sec. d.C.
Il nome integrale della dea compare su un frammento di ciotola per l’acqua inquadrabile tra il III-II sec. a.C. Il fedele incide una dedica alla dea in cui è la ciotola stessa a parlare, dedicando sé stessa e il proprio contenuto a Minerva.

Sesterzio di Alessandro Severo (221-235 d.C.) rinvenuto durante scavo. Zecca di Roma, emissione del 231 d.C. (foto R. Bernadet)
Sesterzio di Alessandro Severo (221-235 d.C.). Zecca di Roma, emissione del 231 d.C. (foto R. Bernadet)


[Eg]o Miner(vae) sum, “io sono dedicata a Minerva”.
Negli altri graffiti rinvenuti a Montegibbio il nome della dea appare con altre modalità espressive. Minerva è riportato per esteso su un coperchio di dolio frammentario (grosso contenitore per derrate alimentari) con lettere incise prima della cottura utilizzando un bastoncino
[Min]er , “Minerva”
Sulla vasca di una piccola brocca la doppia presenza della lettera M, incisa in modo poco accurato dopo la cottura del vaso, richiama le due M presenti nelle dediche alla dea rinvenute a Travo, nel piacentino. La prima M sottintende il nome della dea, l’altra uno dei due appellativi più usuali e strettamente legati alle sue prerogative divine: medica e memor.
M M, “Minerva Medica/Memor”
Altri graffiti, incisi dopo la cottura del vasellame e spesso difficilmente interpretabili, sono presenti su frammenti ceramici inquadrabili tra il periodo repubblicano e l’alta età imperiale. Le incertezze interpretative sullo scioglimento di alcuni segni sono comprensibili se si riflette sia sulla variabilità del grado di acculturazione dei fedeli che sul valore stesso di queste incisioni, espressioni estemporanee e occasionali di devozione, spesso dipendenti da fattori contestuali quali il tempo a disposizione e l’ambiente in cui si esegue l’incisione.
Su due frammenti di piatti di ceramica a vernice nera le porzioni delle lettere conservate lasciano solo supporre la presenza di una M.
M, “Minerva ”
Sulla vasca di una coppetta in terra sigillata la prima M è certa, mentre suscita qualche dubbio la lettera successiva, probabilmente una V da intendere come abbreviazione di votum o vovit. In quest’ultimo caso il segno presente tra le due lettere potrebbe essere interpretato come interpunto a separare l’iniziale del nome Minerva e quella della formula di voto.
M.V

Minerva, Musei Capitolini, Roma

Le ‘salse’ raccontate dalle fonti antiche
Plinio II
, 199 Naturalis Historia
“Nel territorio di Modena, tempo fa, come documentato negli antichi testi della dottrina etrusca, avvenne un enorme sconvolgimento di terre durante il consolato di Lucio Marcio Sesto Giulio. Infatti due monti cozzarono tra loro avvicinandosi e allontanandosi con un enorme crepito, in seguito al loro scontro salivano in cielo fiamme e fumo. Tale spettacolo fu visto da una moltitudine di cavalieri romani e viandanti che procedevano lungo la via Emilia. Durante tale evento catastrofico furono distrutte le case di quelle terre e morirono molti animali che si trovavano lì vicino. Avvenne nell’anno che ha preceduto la Guerra Sociale, che da quanto so io, fu più funesta della Guerra Civile per la terra italiana” (91 a.C.).
Questo evento portentoso, raccontato nel testo enciclopedico redatto da Plinio il Vecchio nel corso del I sec. d.C., viene verosimilmente interpretato come la descrizione di un fenomeno sismico (o sequenza sismica) associato a un’eruzione di fango avvenuta presso Montegibbio.
La documentazione storica attesta un’”esplosiva” attività della salsa di Montegibbio, cadenzata nel tempo, fino al 1835 quando, da ultimo, gli effetti portentosi vengono raccontati dallo studioso Giovanni De’Brignoli di Brunnhoff.
Solino V, 22-25 Collectanea rerum memorabilium
Sopra la superficie di un lago di Agrigento, galleggia una sostanza oleosa: questa morchia aderisce alle foglie delle canne con una patina persistente, dalle cui cime si raccoglie un unguento medicamentoso contro i morbi del bestiame. Non lungi dal lago, il colle di Vulcano, sul quale coloro che compiono sacrifici ammucchiano sarmenti sopra gli altari e non portano il fuoco a questa ramaglia: non appena vi pongono le viscere delle vittime, se compare il dio e accetta l’offerta, la sterpaglia, anche se verde, inizia ad ardere per suo conto e senza bisogno di attizzare il fuoco soffiandovi: è il nume che causa l’incendio. Il fuoco scherza con i partecipanti al sacro banchetto, poi si innalza in forma di lingue sinuose, senza bruciare coloro che sfiora, e non ha altro significato se non quello di segnale annunciante che i voti si sono compiuti in modo conforme alle prescrizioni.
Lo stesso territorio di Agrigento erutta fontanazzi di fango e proprio come le scaturigini delle fonti bastano ad alimentare i fiumi, così in questa parte di Sicilia la terra vomita terra, in un perpetuo rigurgito, senza che si verifichi mai scarsità di suolo.

La descrizione fornita dal geografo Solino, vissuto nel III-IV sec. d.C., si riferisce alle salse osservate nel territorio di Agrigento, nel famoso campo noto come “Maccalube”: ai vulcani e alle pozze di fango sono associati fuoriuscite di petrolio (bitume) e di gas metano.
Solino sottolinea in modo assai efficace come per gli antichi il fenomeno geologico delle salse non fosse solo connesso alla sanatio (cioè alla cura) ma anche a una pratica oracolare, per cui l’uscita improvvisa di acqua, fango e fuoco rappresentava un veicolo di contatto tra il mondo umano e quello sotterraneo.

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