IL SASS DE PREJA BUIA

Da I viaggiatori Ignoranti

Amo girovagare nei boschi, trovare nel silenzio e nella natura il soffio divino della creazione. Dieci giorni fa, durante una passeggiata culturale, seguendo le tracce dei primi uomini che si stanziarono sulle rive del lago Maggiore, un caro amico mi ha mostrato, entusiasta, questo luogo affascinante dove appare in tutta la sua maestosità il Sass da Preja Buia. Recenti scavi hanno evidenziato la presenza di un insediamento di epoca golasecchiana a circa 300 metri dal sasso: di sicuro, quindi, esisteva una relazione antica fra l’area abitativa e questa sacrale. Fin dai tempi della Civiltà di Golasecca, dunque, la Preja Buja ha rappresentato un luogo rituale, dai poteri taumaturgici.
Il sasso si trova appena al di fuori dell’abitato di Sesto Calende (VA), in aperta campagna, vicinissimo al punto dove sorge un altro luogo sacro: l’oratorio di san Vincenzo.

Sacro continum…pare, infatti, che l’oratorio le cui fondamenta risalgono al X-XI secolo sorga su un tempio pagano…uhmmm se due più due fa quattro non dobbiamo stupircene affatto… Inoltre, se si ha la fortuna di visitare l’interno dell’oratorio campestre, ora piuttosto spoglio, si scopriranno due frammenti di affreschi molto significativi, il primo rappresentante San Giorgio ed il drago, il secondo i Re Magi, simbolo della Natività; ciò non fa che rendere ancora più affascinante e magico questo posto, dove fino a poco tempo fa le giovani donne si recavano a pregare per propiziarsi il dono della fertilità.

Qui si mescolano leggenda e realtà, mitologia ed antropologia, ma andiamo con ordine ed inoltriamoci insieme, nel cuore della boscaglia, ancora per qualche centinaia di metri…Ecco apparire tra le fronde, nel bosco fatato di betulle che sa di more e muschio – anche se siamo in pieno inverno – e dove, come uno spiritello birichino mi diverto a nascondermi, il masso erratico di Preja Buja, termine dialettale traducibile con “pietra scura” o “pietra bucata”.

L’emozione che provo trovandomi di fronte a questo gigante di pietra è incommensurabile, sono letteralmente pervasa da una carica energetica, da una sensazione di benessere e di felicità! Si tratta di un masso erratico in serpentinite verde di grosse dimensioni risalente all’Era Quaternaria, precisamente all’ultima glaciazione del Neozoico. Il ghiacciaio, nel ritirasi, trascinò sia materiale morenico sia dei grandi sassi, che come questo, appunto, è letteralmente scivolato fin qui dalla Val d’Ossola. Il masso erratico di Preja Buja è monumento naturale regionale vista la sua importanza storica e geologica.La roccia bronzea racchiude in sé un arcano potere dovuto alle sue caratteristiche magnetiche: in questo luogo la bussola smette di funzionare e l’ago impazzisce! In epoche antiche e remote, si pensa che il Sass da Preja Buia fosse utilizzato come altare sacrificale. Lo si deduce dai numerosi petroglifi (graffiti simili alle incisioni rupestri) e coppelle (incisioni di forma circolare), poste su una seconda pietra, più piccola, collocata ai piedi del masso vero e proprio.

Forse, proprio la presenza delle coppelle ha determinato l’etimologia del termine büja, nel senso di “bucata”. Su questa pietra sacra, adibita ad altare, si praticavano riti pagani con una valenza simbolica legata al culto della fertilità, culto che si è protratto sino all’inizio del secolo scorso; le giovani spose si recavano infatti al masso, simbolo di maternità a chiedere, agli dei pagani prima e al Dio cristiano poi, la grazia di poter generare un figlio e la protezione della creatura che custodivano in grembo durante la gravidanza. Sappiamo ormai che tutti i popoli antichi per spiegarsi ed esorcizzare l’ignoto crearono miti e leggende e anche questo enorme monolito ha stimolato la fantasia popolare.

Un’antica leggenda locale narra che nel vicino porto di Sesto Calende un umile pescatore, sposato e con figli, fosse divenuto l’amante (udite!udite!) di Venere, la Dea della bellezza e dell’amore. Giove, travolto dall’ira e dalla gelosia trasformò il pescatore in drago. Aizzato dalla Dea, il drago fece divampare un disastroso incendio che arrivò a lambire anche la sua casa. Moglie e figli che avevano cercato invano il pescatore non potevano certo immaginare che quell’essere mostruoso, portatore di morte, fosse il loro amato congiunto. Cercarono di fuggire ma le fiamme presto raggiunsero i bambini. La madre in un vano tentativo di proteggerli dal fumo e dal calore tentò di coprirli, facendosi scudo col proprio corpo. Il giorno seguente i corpi carbonizzati della moglie del pescatore e dei suoi figli vennero trovati abbracciati e sul luogo della cremazione il corpo della donna si trasformò nella sagoma di una chioccia intenta a covare i suoi pulcini. Una sagoma che ricorda quella del grande masso erratico, che da allora sta in questo luogo a testimoniare l’amore materno. Ed il drago? Che fine ha fatto? pare che per nascondersi alla furia dei sestesi e per espiare il suo peccato si rintanò, reso folle dal suo dolore, nel luogo chiamato “la fossa del drago”. Eccolo il drago, ucciso da S. Giorgio, che comparirà nei secoli successivi anche negli affreschi del limitrofo oratorio di S. Vincenzo.La Paleo-astronomia (disciplina che si riferisce alla pratica dell’astronomia tra le civiltà del mondo antico), ipotizza invece che il masso sia stato modellato, probabilmente dai nostri avi celtici tra il IX e l’VIII sec. a.C., per darvi la forma di ariete.

L’ariete, antico simbolo di fecondità e virilità è il primo segno dello zodiaco e corrisponde all’equinozio di primavera, momento di rinascita della natura. Il 21 marzo il sole illumina l’occhio dell’ariete nel megalite della Preja Buja, inciso nel sasso a forma di sole. Leggende e fantasia, scienza, geologia, archeologia, astronomia ed antropologia si fondono insieme in questo luogo sacro, i contorni sbiadiscono e si fondono insieme nel cerchio magico della nascita e della vita!

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