CORREDI FUNEBRI A MONTEBELLUNA

Da restituzioni. Com

I due corredi funebri qui proposti provengono dalla zona di Montebelluna, le cui necropoli hanno conservato traccia consistente della vitalità economica e culturale di questo territorio non solo in epoca romana (I secolo a.C. – II secolo d.C.), ma anche in epoca preromana. All’età romana appartengono appunto questi manufatti, provenienti da due tombe vicine e vicini anche cronologicamente. Si tratta di due corredi che risultano particolarmente interessanti sia dal punto di vista del rituale funebre, sia per il particolare prestigio degli oggetti in essi radunati.

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Di elevato rango sociale era certamente il defunto sepolto nella tomba 100, come si evince dai tre raffinati vasi in vetro che costituiscono il pezzo forte del suo corredo. Tutti gli oggetti del corredo che si affiancano alla piccola olla che conteneva le ceneri hanno ovviamente un significato rituale: i due vasi in vetro soffiato e la coppetta di ceramica che formano un servizio da mensa servivano per evocare il banchetto che aveva luogo presso la tomba; il balsamario conteneva le essenze con cui aspergere il cadavere e il rogo funebre; la lucerna (qui in frammenti) veniva di norma accesa prima del seppellimento; la moneta (irriconoscibile per i processi di ossidazione della lega metallica) doveva servire a pagare il cosiddetto “obolo di Caronte”, che avrebbe traghettato l’anima nell’aldilà. Tra i reperti spicca il singolare e raffinato balsamario di vetro realizzato con la tecnica “a mosaico a bande dorate”, tecnica rara usata tra la fine del I secolo a.C. e la metà del secolo successivo, e ripresa da una tradizione ellenistica del Mediterraneo orientale. Nella tomba 102, oltre al consueto servizio da mensa in ceramica, composto questa volta da una coppetta, tre patere di diversa fattura e due brocche a bocca circolare, dette olpai, risalta per il suo valore simbolico una spada di ferro, ripiegata insieme al suo fodero prima della deposizione, secondo un rituale attestato nel mondo celtico. Tipica dell’armamentario del guerriero celta, l’arma però sembra risalire ad almeno un secolo prima della deposizione: l’ipotesi è che si tratti di un cimelio di famiglia tramandato di padre in figlio fino a che non si è deciso di seppellirlo con questo defunto. Èparticolarmente interessante che insieme all’oggetto sia stata in un certo senso tramandata anche l’azione rituale della piegatura, che tinge di celtico un corredo per il resto completamente romanizzato. Nell’insieme i due corredi ci restituiscono l’immagine di una élite locale pienamente aggiornata ai modelli propri del mondo ellenistico-romano, ma anche memore di altri processi di interscambio avvenuti in precedenza.

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Il restauro dei due corredi si presentava piuttosto urgente a causa delle cattive condizioni di conservazione. Il recupero e i conseguenti sbalzi microclimatici non avevano poi migliorato la situazione. Sui vetri, che presentavano zone di appannatura dovute a processi di devetrificazione, e sulla ceramica, gravata da consistenti frammentazioni e degradi superficiali, sono state eseguite la pulizia a bisturi e a tampone, i consolidamenti, e le protezioni finali delle superfici con polaroid. Con gesso opportunamente pigmentato sono state fatte le piccole integrazioni necessarie dopo la ricomposizione e l’incollaggio. Per la spada di ferro, che era oggetto di consistenti fenomeni di erosione, si è preliminarmente proceduto a una radiografia per individuare i particolari costitutivi resi irriconoscibili dalla corrosione e la consistenza strutturale del nucleo metallico, e si è poi proceduto alla pulitura meccanica, alternando microsabbiatura e microfrese diamantate. Infiltrazioni di soluzione alcolica di tannino sono state effettuate per l’inibizione della corrosione. Infine si è proceduto al consolidamento, all’incollaggio con adesivo epossidico e alla protezione tramite cera microcristallina.

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