SIGILLATA GALLICA TRA LE ALPI E IL PO

Pubblicazione di Ada Gabucci sulla distribuzione della ceramica sigillata gallica lungo L asse del Po

 

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Nella prima età augustea, con qualche decennio di ritardo rispetto alle officine italiche, anche le manifatture sudgalliche iniziano a sperimentare la produzione di vasellame con vernice rossa6. Si tratta di modelli lisci e privi di decorazione che imitano le forme di transizione dalla vernice nera e che vengono realizzati con una progressiva elaborazione tecnica7. In una prima fase gli artigiani cuociono le loro ceramiche in atmosfera riducente, in forni in cui la fiamma era a diretto contatto con i vasi. La fase di raffreddamento, lento processo durante il quale piatti e coppe acquistano il loro aspetto definitivo8, poteva avvenire in atmosfera ossidante (modo di cottura A) o riducente (modo di cottura B). Nel primo caso si ottenevano dei prodotti con superficie rossa o comunque di un colore molto simile a quello dell’argilla, mentre il secondo dava dei risultati variabili, dal grigio al nero o al blu scuro, a seconda dei componenti dell’impasto.

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Nella foto  sotto La Cisalpina con l’evidenza del bacino del Po, del tracciato della via Postumia e dei siti in cui è accertata la presenza di sigillata gallica.

Fig. 10 - La Cisalpina con l’evidenza del bacino del Po, del tracciato della via Postumia e dei siti in cui è accertata la presenza di sigillata gallica.

4A partire dall’età tiberiana, mentre un certo numero di officine non riesce a seguire l’evoluzione delle tecniche e declina rapidamente, altre si riconvertono, impiantano grossi forni a muffola, in cui il fumo veniva raccolto in tubuli e portato all’esterno della camera di cottura, e iniziano a produrre vasellame in atmosfera ossidante continua e controllata, a una temperatura di circa 1050°, raffreddato ancora in atmosfera ossidante (modo di cottura C). Ottengono così prodotti di buona qualità e molto resistenti, destinati soprattutto all’esportazione verso mercati lontani. In breve tempo le fabbriche della Gallia meridionale (e quelle di La Graufesenque in particolare) si trasformano in vere e proprie imprese in grado di realizzare centinaia di migliaia di vasi ogni anno.

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Con questo riassetto dei centri di produzione, di fatto, si creano sulle rive di due affluenti della Garonna, il Lot e il Tarn, due poli produttivi che si differenziano soprattutto nel modo di gestire i traffici commerciali. Da un lato i ceramisti di Montans, o per lo meno i negotiatores che si occupavano di vendere i loro prodotti, scelgono di rivolgersi ai mercati regionali dell’Aquitania, fino all’Atlantico, e della penisola iberica settentrionale, approfittando di una rete di fiumi e canali che permetteva un trasporto quasi esclusivo per vie d’acqua9. Più a est, invece, intorno ai siti principali di La Graufesenque e Banassac si aggregano, in un regime probabilmente di parziale dipendenza, altri centri minori come Le Rozier ed Espalion, le cui officine realizzano vasellame di buona qualità molto simile a quello di La Graufesenque, se pure con delle peculiarità proprie. La strategia commerciale del gruppo La Graufesenque/Banassac è rivolta principalmente ai campi legionari dell’Occidente romano e agli scambi a vasto raggio, che portano il vasellame sudgallico molto lontano, dal nord Africa alla Britannia e alla penisola Iberica fino in Dacia10…..

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https://books.openedition.org/efr/3246?lang=it#tocfrom1n1

 

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