BERGIMUS DIO CELTICO CISALPINO

In un ambiente di servizio del Tempio Capitolino, al di sotto di palazzo Pallaveri, durante gli scavi effettuati tra il 1992 e il 1998 sono stati rinvenuti, tra gli altri numerosi reperti, frammenti appartenenti ad un’unica coppa con orlo leggermente ingrossato con l’effigie di Bergimo (l’unica finora esistente).

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Bergimo è il dio celtico delle alture e delle montagne.

Sui frammenti, studiati da Elisabetta Roffia, funzionario della Soprintendenza archeologica della Lombardia, è incisa, come riporta il Giornale di Brescia, in data 29 maggio 2003 (pagina 27), “la porzione superiore di una figura maschile nuda, in posizione frontale, ottenuta attraverso piccoli punti ravvicinati che danno l’effetto di una linea continua. L’uomo raffigurato presenta sul capo due elementi ricurvi, interpretabili probabilmente come una falce di luna e indossa una collana con pendaglietti. Il volto è caratterizzato da grandi occhi ovali dall’iride nettamente incisa, sormontati dalle lunghe sopracciglia che formano una linea continua con il profilo del naso. La piccola bocca è resa con due linee parallele chiuse alle estremità da due puntini sovrapposti. I capelli scendono ai lati del viso fino all’attaccatura del collo; sopra la spalla sinistra sono visibili le estremità superiori di due frecce terminanti con ampie punte triangolari. A sinistra della figura è incisa un’iscrizione in chiare lettere capitali, incompleta ma integrabile con sicurezza: vi si legge Bergim(us)”.

Bergimo, come viene precisato nell’articolo citato a firma dei Civici Musei di Brescia, “era una divinità preromana, probabilmente cenomane, comune a Brescia e a Bergamo benché, sino ad oggi, attestata solo da tre iscrizioni tutte provenienti dal territorio bresciano e datate tra la fme del I secolo a.C. e il II d.C.: due sono conservate al Museo Maffeiano di Verona, una presso i Civici Musei di Brescia. Il culto di questa divinità doveva essere di carattere popolare, particolarmente diffuso ed importante”.

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“La tipologia della coppa, la tecnica e lo schema decorativo – fa notare l’articolo a cura dei Civici Musei – riconducono il manufatto ai primi decenni del III secolo d.C., nell’ambito di ma produzione che doveva avere come centro la città di Colonia, in Germania. Questa collocazione cronologica testimonia inoltre la continuità del culto di Bergimus nel territorio bresciano fino al III secolo d. C., oltre i termini cronologici precedentemente attestati dalle epigrafi note”.

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Il dio Bergimus.

Uno dei più notevoli ritrovamenti bresciani,accennavamo sopra,è quello di un frammento vitreo (o meglio due frammenti vitrei combacianti) contenente un’effige identificata col dio celtico Bergimus.

La scoperta è descritta e interpretata,nel già citato volume,in un saggio di Elisabetta Roffia,[5] da cui sono tratte le considerazioni di seguito riportate,salvo ove diversamente indicato .

Durante gli scavi eseguiti negli anni ’90 del secolo scorso, in un condotto, viene trovato un deposito di vetri decorati, probabilmente accumulati dagli antichi bresciani per essere tenuti al sicuro da saccheggio o distruzione. Il sorprendente ritrovamento, analogo a quello del deposito di bronzi nell’intercapedine di un muro del Capitolium nel 1826, porta anche alla luce un frammento con l’unica raffigurazione esistente al mondo di Bergimus.

Il dio appare raffigurato nudo e in posizione frontale. Frammenti di una iscrizione collocata sopra l’effige permettono di connotarlo appunto con Bergimus. Il fatto che il dio sia esplicitamente nominato non è casuale,poiché nei vetri incisi le raffigurazioni di divinità non facenti parte del pantheon romano sono spesso accompagnate da iscrizioni atte a identificarle.

Il dio indossa un collare con pendaglietti e sul capo ha un crescente lunare. In corrispondenza della spalla sinistra si trovano due frecce. Sarebbe affascinante poter assimilare il collare a una versione deformata del torques celtico e la mezza luna alle corna tipiche di dèi celtici quali il ben noto Kernunnos.

Tale interpretazione,sebbene non certa,appare però proponibile e sensata.[5] La tipologia del frammento porta a datarlo ai primi decenni del III secolo d.C.,in epoca medio-imperiale.

Il dio Bergimus era noto in precedenza attraverso quattro iscrizioni,[6] datate tra la fine del I secolo a.C. e l’avanzato II secolo d.C.,tre delle quali rinvenute a Brescia e una nell’Alto Garda. ( ai piedi della cascata del Varone, a Riva del Garda)

Il suo culto appare essere diffuso presso tutte le classi sociali e avere largo seguito.Ciò si deduce da una delle epigrafi citate,nelle quali si riferisce che l’edile Sextus Nigidius Primus restaurò un’ara dedicata al dio ex postulatione plebis, ovvero su richiesta del popolo.

La menzione di un altare fa supporre uno spazio riservato al culto,un’ulteriore cella posta forse a est di quelle dedicate a Giove,Giunone e Minerva.

Il preesistente santuario tardo repubblicano (primi decenni del I secolo a.C.),sopra il quale il Capitolium venne edificato,era caratterizzato anch’esso da quattro sacelli,di cui si ignorano tuttavia le divinità titolari. Una nostra breve ricerca riguardo il significato del nome Bergimus,che si sarebbe portati d’istinto ad associare a Bergamo piuttosto che a Brescia,rivela che esso deriverebbe indipendentemente dalla radice celtica berg-(montagna),della quale è ipotizzata anche una possibile origine germanica.[7]

Alcune conclusioni.Intendiamo solo aggiungere un’osservazione a quanto riferito.La datazione del frammento ai primi decenni del III secolo d.C.postula che a Brescia un culto celtico sia stato praticato, con largo seguito per quanto suggerisce l’evidenza epigrafica,circa 450 anni dopo la sottomissione di larga parte della Cisalpina (Brescia inclusa) da parte di Roma.Crediamo che dati come questi debbano far riflettere il lettore sul rapporto tra romanizzazione e sostrato celtico cisalpino,sempre meno scontato,per quest’ultimo,in termini di mero appiattimento sui valori culturali imposti dai conquistatori.

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Bibliografia

[1] A.Sartori,Guida alla sezione epigrafica delle raccolte archeologiche di Milano,Comune di Milano,1994.

[2] A.Sartori,Le iscrizioni romane.Guida all’esposizione,Comune di Como,Musei Civici,1994.

[3] AA.VV.,Nuove ricerche sul Capitolium di Brescia.Scavi,studi e restauri, a cura di F.Rossi,Edizioni ET,Milano,2002.

[4] AA.VV.,L’officina che riparava i bronzi.Nuove indagini sul Capitolium di Brescia,catalogo della mostra,Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia,Milano,2003.

[5] E.Roffia,“Alcuni vetri incisi”in AA.VV.,L’officina che riparava i bronzi,cit.,pp.414-20.

[6] Corpus Inscriptionum Latinarum,vol.V,nn.4200,4201,4202,4981.Nella terza iscrizione (C.I.L.,V.4202) Bergimus è significativamente associato al genius(nume tutelare) della colonia civica Augusta Brixia,come la ridenominò Augusto.

[7] J.Whatmough,The Prae-Italic Dialects of Italy,The British Academy,Londra,1933,vol.II,p.336.

Da i idruidi.org e archeonotizie e altri

ISCRIZIONI A BERGIMUS

Mommsen, al volume V del “Corpus Inscriptionum Latinarum”, riporta le seguenti iscrizioni:


CIL, V, 4200 piccola ara, a Brescia: BERGIM(O) M(ARCVS) NONIVS M(ARCI) F(ILIVS) FAB(IA) SENECIANVS V(OTVM) S(OLVIT) = Marco Nonio Fabio, figlio di Marco scioglie un voto a Bergimus.


CIL, V, 4201 ara, a Brescia: L(VCIVS) VIBIVS VISCI L(IBERTVS) NYMPHODOTVS BERGIMO VOTVM C(AIO) ASINIO GALLO C(AIO) MARCIO CENSOR(INO) CO(N)S(VLIBVS) L(VCIO) SALVIO APRO C(AIO) POSTV[M]IO COSTA IIVIRIS QVIN[Q]VENNALIBVS = Ninfodoto, liberto di Lucio Vibio Viscio, fa voto a Bergimus, essendo consoli Caio Asinio Gallo e Caio Marco Censorino e duoviri quinquennali Lucio Savio Apro e Caio Postumio Costa.


CIL, V, 4202 frammento di ara a Brescia (perduto): [GENIO COL(ONIAE)] BRIXI[AE ET] BERG[IMO] SACR[VM] ALPINI[VS] = Alpinio ha consacrato al Genio della Colonia di Brescia e a Bergimus.


CIL, V, 4981 lastra ad Arco di Trento: SEX(TVS) NIGIDIVS FAB(IA) PRIMVS AEDIL(IS) BRIX(IAE) DECVR(IO) HONORE GRAT(VS) D(ONVM) D(EDIT) EX POSTVLATION(E) PLEB(IS) ARAM BERGIMO RESTIT(VIT) = Sesto Nigidio Fabio, Primo decurione edile di Brescia, a titolo gratuito, per decreto dei decurioni e su richiesta della plebe, restaurò un’ara a Bergimus. –

Principali raccolte e opere di riferimento: CIL V, 4981; Inscr. It. X.5 nr. 1051Località di rinvenimento e caratteristiche:Lastra in calcare. Trovata presso il torrente Varone sulla strada Riva-Arco, dove era stata utilizzata come base di una croce. Ora al Museo Maffeiano Verona.Testo originale:Sex(tus) Nigidius / Fab(ia tribu) Primus ae/dil(is) Brix(iae) decur(io) / honore grat(uito) d(ecreto) d(ecurionum) / ex postulation(e) pleb(is) / aram Bergimo restit(uit)Traduzione italiana:”Sesto Nigidio Primo, della tribù Fabia, edile e decurione di Brescia, a titolo d’onore e senza esborso, per decreto dei decurioni a seguito della richiesta della plebe, curò il rifacimento dell’ara al dio Bergimo.”Nota esplicativa:L’iscrizione ricorda un magistrato locale, edile e decurione di Brixia, incaricato dall’amministrazione bresciana della cura degli edifici sacri e pubblici che, a richiesta della popolazione, fece ripristinare l’ara del dio Bergimo. Lo stesso personaggio è ricordato in un’altra iscrizione su ara votiva (CIL V, 4982; Inscr. It. X.5 nr. 1053) con dedica alla Tutela Augusta, trovata nel centro storico di Arco. Bergimo era una divinità protostorica gallica, venerata particolarmente nel territorio bresciano, che impersonava il concetto di grandezza e maestosità del paesaggio alpino. Il documento attesta la forte presenza di popolazioni preromane legate alle antiche tradizioni religiose e, nel contempo, la saggia politica del municipio di Brescia nel rispettare la religione locale.

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